Ev - Testimoni di G.: BIBBIA, SANGUE, MEDICINA
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NICOLA  TORNESE

BIBBIA SANGUE MEDICINA

 OPUSCOLO   N° 6 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA"

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Nota: Medico: Il sovraccarico circolatorio, l'introduzione di aria nel torrente sanguigno e l'inquinamento del sangue sono pericoli che esulano dal nostro argomento in quanto dovuti ad errori di tecnica e non al sangue in sé. Anche l'iniezione di semplice soluzione fisiologica può comportare gli stessi rischi se non praticata correttamente. Inoltre bisogna aggiungere che è impensabile il sovraccarico circolatorio perché se esistesse questa condizione non ci sarebbe la necessità della trasfusione. Testimoni: In quanto all'inquinamento del sangue... il fatto è che non è stato escogitato nessun mezzo soddisfacente per prevenire la possibilità dell'inquinamento del sangue da trasfondere (pp. 24-25). Medico. Il pericolo dell'inquinamento è evitato perché il sangue è prelevato con tutte le più rigorose norme di asepsi, e il donatore è opportunamente selezionato dopo avergli praticato gli esami necessari a escludere la presenza di antigene Au, di sifilide, di malaria e di altre malattie infettive. Testimoni: Il pericolo della sifilide non è certo da considerare di poco conto (p. 28). Medico: La sifìlide può essere trasmessa con la trasfusione di sangue fresco. Ma se si considera che i treponemi non possono sopravvivere più di 72-96 ore a 4'C, si capisce come la profilassi diventa un problema assai facile da risolvere (Block, Turner, Kalmer). Anche la liofilizzazione e il congelamento almeno a -20' uccidono i treponemi, e perciò anche la trasfusione di plasma può considerarsi del tutto innocua da questo punto di vista (Turner & C2, Ravitch & Call). Testimoni: La possibilità di trasmettere la malaria con la trasfusione di sangue è stata riconosciuta sin dal 1911, e negli anni che sono passati il pericolo non è stato eliminato (p. 30). Medico: La malaria si può evitare escludendo tutti i donatori che abbiano contaggiato tale affezione e addirittura siano stati in zone malariche; ove vi fosse qualche dubbio si sottopone il ricevente a un trattamento chimico e il rischio è eliminato. Testimoni: Per quanto i pericoli di sifilide e di malaria da trasfusione siano gravi, scompaiono alla vista in paragone con la piaga dell'epatite. La forma più grave di questa malattia è quella che si trasmette con le trasfusioni di sangue (p. 31). Medico: Indubbiamente la profilassi dell'epatite è molto difficile ma non impossibile. Con la scrupolosa selezione dei donatori, evitando il large-pool, cioè la mescolanza di campioni diversi di sangue, e conservando il plasma allo stato liquido per alcuni mesi (Allen & Call), si può essere sicuri di neutralizzare il potere infettante del sangue. D'altra parte, se esiste uno stato di necessità per salvare una vita, come riferito dal Dr. Walter C. Alvazer (citato dai testimoni), ogni altro problema può risultare d'importanza secondaria. II Il Prof. Dr. Nevio Quattrin, ematologo di fama mondiale, capo del Dipartimento di Ernatologia, Ospedale "A. Cardarelli", e Primario Ematologo dei Centri Sociali per le Anemie Mediterranee e delle Leucemie di Napoli, ci ha gentilmente rilasciata la seguente dichiarazíone. Noi e i lettori gli siamo immensamente grati. Come uomo e come cristiano voglio associare la mia voce di Medico Ematologo per confermare quanto è detto in quest'opuscolo a favore delle trasfusioni del sangue. Come esaurientemente spiegato nelle pagine dell'opuscolo la Sacra Bibbia non condanna allatto la trasfusione del sangue a scopo terapeutico, anzi fa chiaramente intendere che chi dona parte del proprio sangue compie un gesto di squisito amore verso i fratelli che soffrono, in conformità al Vangelo (Mt. 25, 36). Non dimentichiamo che ogni uomo è un nostro fratello e che Cristo è presente in chi soffre. La scienza medica non contraddice affatto a ciò che dice la Bibbia né viola minimamente alcun comando divino. Essa la ogni possibile sforzo per conservare o almeno prolungare la vita come Dio comanda. La trasfusione del sangue non reca il minimo danno al donatore e dà un aiuto incomparabile spesso decisivo per la vita dell'ammalato. Allo stato attuale delle cose non vi è alcun rischio nella trasfusione del sangue. La scienza ha fatto tali progressi nella tecnica delle trasfusioni che da parte del paziente vi è solo vantaggio senza nessunissima conseguenza negativa. Le incompatibilità e le loro dannose conseguenze sono oggidì da ricondurre soltanto ad errori tecnici o a negligenza colpevole. Del resto tali colpevoli negligenze, e peggio, si riscontrano in ogni settore della vita umana. Nella Divisione di Ematologia da me diretta si effettuano circa quattromila trasfusioni all'anno e mai abbiamo riscontrato inconvenienti di rilievo. Dispiace molto che i responsabili della setta dei testimoni di Geova - con scritti e con parole - continuino a tenere alcune persone nella ignoranza di verità ormai note e accettate da ogni uomo equilibrato e ben pensante. La loro propaganda ha spesso funeste conseguenze perché causa la morte di chi, per fanatismo religioso, rifiuta la trasfusione. Purtroppo debbo dichiarare che anche nel Dipartimento di Ematologia dell'Ospedale Cardarelli qualche seguace della setta dei testimoni è morto perché ha rifiutato, nonostante tante spiegazioni, la trasfusione del sangue. Al contrario, la maggior parte dei nostri pazienti devono essere politrafusi e cosi hanno salva la vita. in conclusione mi pare che la condotta dei testimoni di Geova in questo campo sia manifestamente, ingiustificata, incomprensibile e delittuosa. Napoli, Ospedale A. Cardarelli, 5 aprile 1976. Prof. Dr. NEVIO QUATTRIN Quei poveri innocenti 1. - Il medico ha il diritto professionale di salvare la vita del paziente che a lui ricorre, con la cura medica che la sua coscienza e la sua scienza giudicano più adatta. Se tale comportamento contrasta coi principi religiosi' (veri o falsi) del paziente, non spetta al paziente imporre al medico la sua volontà. Anche lui, il paziente, deve rispettare la libertà del medico. Non può far violenza alla sua coscienza. Generalmente i medici non ammettono negli ospedali e nelle cliniche i tdG, che rifiutano la trasfusione. La dignità della loro professione e il decoro dell'istituto di cura, dove prestano la loro opera, giustificano il loro rifiuto. 2. - I tdG dicono che i medici possono essere esonerati da qualsiasi responsabilità giuridica mediante una dichiarazione firmata dal paziente e da testimoni. Una tale procedura non è sempre ammessa dai codici di medicina legale. Ma anche là dove essa è giuridicamente valida non può non incidere negativamente sulla coscienza del medico. Qualsiasi formula di esonero, anche se firmata dal paziente perfettamente conscio e controfìrmata da testimoni, equivale sostanzialmente ad autorizzare il medico perché dìa libero corso a una morte sicura. Sarebbe come se uno desse a un altro la rivoltella e dicesse: "Uccidimí! lo ti esonero da qualsiasi responsabilità!". 3. - Il principio comunemente ammesso è che il malato adulto non può essere costretto a sottoporsi, contro la sua volontà, al trattamento medico, eccetto quando il trattamento è previsto dalla legge (p.e. in caso di epidemie). Non è facile dire se la morte d'un tale paziente sia quella di un martire o di un fanatico. Ma la sua determinazione non deve coinvolgere altri né giuridica mente né moralmente. 4. - Particolarmente penoso, anzi tragico, deve dirsi il caso o la sorte dei bambini. I tdG sostengono che "i genitori sono primariamente autorizzati a provvedere e a decidere per i loro figli" '. Si domanda: "Sono autorizzati a decidere anche quando è in gioco la vita dei bambini incapaci ancora a decidere e privi di autodifesa?". Se ai genitori è data l'autorità di decidere, la decisione deve essere latta per la vita, non per la morte del bambino. Purtroppo in molti casi è avvenuto il contrario! Purtroppo un tale modo di concepire le cose ha portato, qualche anno fa, alla strage di tanti minorenni nella giungla della Guayana! E’ una documentazione agghiacciante di ciò che avviene dei bambini quando i genitori, per fanatismo, si arrogano su di essi il dirítto di vita e di morte! Il mondo è rimasto inorridito! . 5. - Contro tali aberrazioni e in difesa della vita dei bambini insorge la coscienza dell'umanità intera. La dichiarazione dei diritti del bambino fatta dall'O.N.U. dice tra l'altro: Articolo 1 - Il bambino deve godere di tutti i diritti enumerati nella presente dichiarazione. Questi diritti devono essere riconosciuti a tutti i bambini senza eccezioni, senza distinzioni e discriminazioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione ecc. Articolo 2 - Il bambino deve godere d'una speciale protezione; disposizioni legislative o altri provvedimenti devono garantirgli possibilità e facilitazíoni perché egli possa svilupparsi in modo sano e normale fisicamente, intellettualmente, moralmente, spiritualmente ecc. Articolo 8 - Il bambino, in ogni circostanza, deve essere tra i primi a ricevere protezione e soccorso. 6. - La legislazione italiana è stata ricordata in occasione della morte d'una testimone di Geova, incinta da sette mesi, in seguito appunto al rifiuto di trasfusione: "Nel nostro caso, la paziente Jole Pedullà, non prestando il consenso alla trasfusione di sangue, lasciava morire il bimbo che aveva in grembo, ponendosi in sostanziale conflitto con l'interesse del nascituro. Il caso, allora, sarebbe stato risolvibile nominando un curatore speciale, che all'uopo avrebbe potuto acconsentire al posto della persona, di fatto incapace, per la predetta situazione di contrasto. Questo in caso di soccorso di necessità. Quando, invece, non sussiste il caso di necessità urgente, allora il medico solleciterà all'autorità giudiziaria la nomina di un curatore speciale, che deciderà nell'effettivo interesse della persona che dovrà nascere o, eventualmente, del minore incapace". San Martino di Rosignano (Al.) 21.9.1980 Caro P. Tornese, Grazie della vostra lettera... Riguardo al testimone di Geova, chiosatore ignorante, l'ho rivisto due domeniche fa a Torino. Naturalmente abbiamo discusso e... ascoltate le sue risposte... Parlammo del problema del sangue. Gli spiegai io - " Le sembra giusto, lasciando stare i grandi che hanno la facoltà di scegliere, che i bambini vengano lasciati morire per colpa dei vostri cervelli ignoranti? ". Mi rispose: " Questo bambino che lei vede è mio figlio, ed essendo mio figlio, posso fare quello che voglio ". Allora io: " Lei dunque tratta suo figlio peggio d'uno schiavo! ". "Appunto - mi rispose - l'ho fatto io e di lui farò quello che mi piace A questo punto l'ho lasciato... GESUALDO REALE ERRORI E VERITA' 1- L'errore: "Ai cristiani è comandato di astenersi dal sangue. Atti 15. 28, 29 ( ... ). Qui il mangiar sangue è equiparato all'idolatria e alla fornicazione, cose che non vorremmo certo commettere". La verità: In Atti 15, 28-29 il mangiar sangue in tanto era proibito in quanto era considerato come un versare sangue umano, ossia equivaleva all'omicidio. In quanto tale, ossia in quanto equivalente all'omicidio, il sangue è equiparato all'idolatria e alla fornicazione. Il cristiano non vuol commettere atti di idolatria e di fornicazione come non vuol commettere omicidi. Nelle trasfusioni non si commette nessun omicidio e neppure nell'uso di cibi contenenti sangue come il sanguinaccio. 2. - L'errore: "La carne animale si può mangiare, ma non il sangue (Genesi 9: 3, 4). Qualsiasi animale usato per scopi alimentari dev'essere dissanguato (Atti 15. 19, 20; confronta Levitico 17: 13-16)". La verità: In tutti questi testi biblici e in altri paralleli il mangiare la carne animale non dissanguata in tanto era proibito in quanto il sangue era considerato simbolo della vita. L'abbiamo dimostrato abbondantemente (cf. pp. 9-15). La spiegazione che i tdG danno dei testi citati e di numerosi altri paralleli è superficiale, settaría, fondamentalista, atta solo a convincere gli ignoranti ed indurli ad atti fanatici e inumani. 3. - L'errore: "L'unico uso del sangue che sia mai stato approvato da Dio è quello sacrificale: Lev. 17: 11, 12: 49 L'anima della carne è nel sangue ... ... Tutti i sacrifici animali offerti sotto la Legge mosaica prefiguravano l'unico sacrificio di Gesù Cristo. Ebrei 9: 11-14, 22; Efes. 1: 7" 28. La verità: a) Il sangue dei sacrifici animali offerti sotto la Legge mosaica era versato con approvazione divina in quanto era simbolo della vita. "Anima" nel testo ebraico corrisponde a "vita" (nefesc). Offrendo a Dio il sangue era come se si offrisse la vita. Il sangue non era preso nella sua materialità come liquido composto di acqua e di globuli rossi, ossia come componente fìsiologica del corpo animale. b) Questo appare chiaro nel sacrificio di Gesù Cri- sto. Riferendosi allo spargimento del suo sangue in sacrificio a Dio per la nostra salvezza Gesù disse: "Do la, mia vita per le pecore ( ... ) lo do la mia vita per riprenderla di nuovo" (Giovanni 10, 15-17). E ancora: "Egli offrì per noi la vita" (1 Giovanni 3, 16). Il sangue di Cristo fu offerto dunque in quanto simbolo della vita. Per violare il comando divino di non mangiare sangue, bisogna abusare della vita umana, non fare uso del sangue specie per scopi terapeutici. 4. - L'errore. Il sangue è l'anima (Deut. 12: 23). Non possiamo togliere dal nostro corpo parte del sangue e ancora amare Dio con tutta la nostra anima come comanda la Bibbia (Matteo 22, 37) La verità: a) Il precetto divino di amare Dio con tutta l'anima non si riferisce al sangue nella sua materialità, cioè al sangue come componente fisiologica del corpo umano. Dio vuole che lo si ami con tutta la forza della volontà umana, cioè della componente spirituale dell'uomo. L'amore di Dio non è proporzionato alla quantità del plasma presente nell'organismo umano. b) Se così fosse, ne seguirebbe l'assurdo e il... ridicolo. Una persona, per esempio, che avesse perso del sangue sul lavoro o in un incidente stradale, sarebbe incapace di amare Dio come chi non ha perso del sangue! Ne segue ancora che il martire cristiano ama Dio sempre di meno a misura che perde il suo sangue appunto per amore di Dio! Quante assurdità nella propaganda geovista! E c'è sempre gente che le crede! 5. - L'errore: Tuttavia non si può negare che nelle trasfusioni è data la propria anima. La verità: Questo grossolano errore è affine al precedente. Per capire tutta l'assurdità, bisogna precisare che cosa s'intende per anima. Se per "anima" s'intende la vita (ebraico nefesc) è chiaro che nelle trasfusioni non si dà la vita. Infatti, il donatore continua a vivere. E se anche morisse per salvare il prossimo, adempirebbe il comando di Cristo che disse: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Giovanni 15, 13; cf. 1 Giovanni 3, 16). Se poi per anima s'intende "il soffio divino" (cf. Genesi 2, 7), ossia la componente spirituale e immortale dell'uomo, è chiaro che il donatore, anche dopo la trasfusione, continua ad essere un uomo completo con tutta la sua grandezza umana, con tutta la sua dignità di immagine di Dio, accresciuta dal merito acquisito donando parte del proprio sangue per amore del prossimo. Ma quest'ultima spiegazione non ha nessun valore per i tdG. Essi, infatti, negano che vi sia una componente spirituale dell’uomo, ossia un'anima o spirito immortale. Per loro non vi è differenza sostanziale tra l'uomo e la bestia. A loro avviso, lo stesso spirito o soffio vitale si trova sia nell'uomo che nella bestia. La morte dell'uomo è come quella del cane. 6, - L'errore: Se un paziente rifiuta la trasfusione del sangue vi sono terapie alternative. La verità: Che la scienza medica abbia tentato e tenti alternative alle trasfusioni spesso con gravissimo rischio del paziente, è una cosa di cui bisogna prendere atto. Ma questo è un evadere il problema e giocare sull'equivoco come spesso fanno ipocritamente i tdG. In effetti, il problema è se la Bibbia proibisca l'uso del sangue nelle trasfusioni. La Bibbia non lo proibisce; perciò i medici possono ricorrere a tale terapia se la loro scienza e la loro coscienza pensa che sia utile, anzi spesso necessaria, alla vita del paziente. 7. - L'errore: Tutti gli interventi chirurgici si possono eseguire con successo senza le trasfusioni. La verità: a) I geovisti giocano ancora sull'equivoco. Anche se tutti gli interventi si possono eseguire senza trasfusioni di sangue, non ne segue che l'uso del sangue a scopo terapeutico sia immorale. La Bibbia non lo proibisce. Questo - ripetiamo - è il problema di fondo. Evaderlo è segno di comportamento settario. b) E poi bisogna distinguere tra interventi e malattie. Vi sono malattie come alcune forme di leucemia che allo stato attuale della scienza medica si possono curare solo con le trasfusioni. Questo i geovisti non lo dicono. Cercano di nasconderlo parlando solo di interventi. c) Ma neppure è vero che tutti gli interventi si possono eseguire con successo senza trasfusione di sangue. Facciamo il caso d'una persona investita da un'automobile con molta perdita di sangue. Se nella zona l'unico rimedio disponibile per strapparla dalla morte sicura è quello della trasfusione di sangue, è inutile parlare di terapie alternative. 8 - L'errore: Le trasfusioni di sangue comportano il rischio di gravi malattie, più che altre sostanze . La verità: I medici ci assicurano che eventuali rischi sono dovuti ad errori tecnici che possono trovarsi anche nell'uso di altre sostanze. Il Dr. Vittorio Calvano ha preso in esame, su base scientifica, il rischio di gravi malattie nelle trasfusioni e ci ha assicurato che tutti questi pericoli possono essere evitati (cf. supra, pp. 38-39). E da parte sua il Dr. Nevio Quattrin, ematologo di fama mondiale, ha esplicitamente dichiarato che "la trasfusione del sangue non reca il minimo danno al donatore e dà un aiuto incomparabile, spesso decisivo, per la vita dell'ammalato. Allo stato attuale delle cose non vi è alcun rischio nella trasfusione del sangue. Le incompatibilità e le loro dannose conseguenze sono oggidì da ricondurre soltanto ad errori tecnici o a negligenza colpevole. In circa quattromila trasfusioni di sangue effettuate in un anno mai si è riscontrato alcun inconveniente di rilievo" (cf. supra, pp. 42-43). 9 - L'errore. Il rischio comunque di contrarre l'AIDS non va certamente sottovalutato, come tutti sanno. La verità: Certo oggi di questo pericolo se ne parla su larga scala in tutte le nazioni e si è creata una vera psicosi che porta qualche volta a tragiche conseguenze e ad atti inconsulti (suicidio). Ma bisogna considerare oggettivamente come di fatto stanno le cose. Valgano le seguenti considerazioni: a) A livello di statistiche, le trasfusioni di sangue praticate ogni anno negli innumerevoli ospedali, clini. che, case di cura ecc. in tutto il mondo toccano senza dubbio la cifra di decine di milioni. i casi di AIDS in tutto il mondo vanno limitati ad alcune migliaia. P, impossibile dunque che le trasfusioni siano causa di questa malattia, altrimenti dovrebbero verificarsi decine di milioni di casi ogni anno. b) L'AIDS, come tutti sanno, può essere contagiata in tanti altri modi. Tra questi va annoverato l'atto coniugale. Bisognerebbe abolire il matrimonio per non correre il rischio di contrarre l'AIDS. c) In vista del pericolo dell'AIDS, persone qualificate e responsabili della pubblica salute hanno indicato la via da seguire. Riportiamo quanto è stato detto in data 23 gennaio 1987 dal Consiglio Superiore della Sanità. Questo documento merita molta più attendibilità che non le affermazioni vaghe e ingannevoli della propaganda geovista. E’ detto, prima di tutto, che il sangue deve essere preso dai Centri Trasfusionali autorizzati. Poi si precisa che la trasmissione del virus dell'AIDS avviene esclusivamente attraverso siringhe o aghi contaminati con sangue infetto o a causa di sangue o plasma infetti. Il rischio di infezioni aumenta col ripetuto scambio di siringhe e l'elevato numero delle trasfusioni. Come si vede, si tratta solo e sempre di errori tecnici o di negligenze colpevoli, che non invalidano la terapia delle trasfusioni specie in casi di assoluta necessità. 10 - L'errore: I tdG si trincerano nel loro errore dicendo che essi desiderano che i loro figli siano curati nel modo migliore, così come desidera ogni genitore amorevole . La verità: Si tratta evidentemente d'una scappatoia, cioè d'un inganno, orchestrata dalla propaganda geovista a danno sempre degli ignoranti. Infatti, giudicare quale sia il modo migliore di curare una persona, adulto o bambino, spetta al medico, non al genitore. Se non fosse così, perché vi sono medici, ospedali, cliniche? Perché vi sono università con facoltà di medicina e di specializzazioni in ogni campo della medicina? Un genitore veramente amorevole si affida alla scienza e alla coscienza di chi ne sa più di lui quando è in ballo la vita o la morte del proprio figlio. 11 - L'errore: Rifiutando un certo trattamento sanitario Per il proprio figlio, i tdG sono spinti da motivi irrinunciabili. Bisogna pensare che la loro decisione può essere messa in relazione con quello che la Parola di Dio dice in Atti 15. 28,29 La verità: a) Il motivo irrinunciabile di alcuni genitori (tdG) che rifiutano un certo trattamento sanitario per il proprio figlio fino a farlo morire non può essere messa in relazione con la Parola di Dio in Atti 15,28-29. Infatti, a leggere la Bibbia come si conviene, e come tutti la leggono e la comprendono, eccetto i tdG, la Parola di Dio in Atti 15,28-29 e in tanti altri testi analoghi proibisce solo l'omicidio (e l'idolatria), non l'uso terapeutico del sangue. L'abbiamo spiegato diffusamente (cf. sopra, pp. 25-32). b) Quei genitori testimoni di Geova, che giustificano il loro comportamento inumano verso i propri figli, specie se minorenni, violano, anziché osservare, la Parola di Dio. Essi commettono un vero omicidio mentre Dio dice di non ammazzare e il loro peccato è tanto più grave in quanto il bambino non ha possibilità di scelta. Il potere che si arrogano tali genitori, potere arbitrario di vita e di morte, non si basa su una fede illuminata, ma su un cieco e tragico fanatismo. 12 - L'errore: I tdG, rifiutando le trasfusioni fino a mettere in rischio la propria vita, mostrano amore e lealtà verso Dio più di quanto possa mostrarlo una moglie (o suo marito) che rischia la vita per lui (lei), più di chi rischia la vita per la patria, ed è considerato un eroe La verità: a) ItdG, che rischiano la vita rifiutando le trasfusioni di sangue, mostrano solo di essere vittime di un ossessivo lavaggio di cervello da parte del Corpo Direttivo della setta, che strumentalizza la Parola di Dio fino a imporre il sacrificio anche della vita. Non è assolutamente il caso di parlare di lealtà a Dio perché la Parola di Dio non dice ciò che dice il Corpo Direttivo. Dio comanda di salvare la vita, non di distruggerla. b) Il paragone con l'amore della moglie (o del marito), come pure del cittadino verso la patria, è completamente fuori posto. Infatti, nell'uno e nell'altro caso vi è la pratica dell'amore del prossimo che Dio comanda, anche col sacrificio della vita (cf. Giovanni 15,12; 1 Giovanni 3,16). Ma Dio non comanda assolutamente di perdere o far perdere la vita rifiutando la trasfusione di sangue. c) L'esempio che i geovisti portano di chi rischia la vita per la patria tanto da essere considerato un eroe è particolarmente significativo. I geovisti insegnano che la Bibbia proibisce il servizio militare, che il dovere del cittadino è solo quello di pagare le tasse. Come mai può essere considerato un eroe colui che va contro la Parola di Dio fino a rischiate la vita? 13 - L'errore: Oggi vanno di moda molte cose che i testimoni di Geova evitano come la menzogna, l'adulterio, il furto, il fumo, l'uso del sangue. Essi evitano tutte queste cose perché si lasciano guidare dalla Parola di Dio. La verità: a) E’ doveroso precisare anzitutto che centinaia di milioni di persone, anche se non sono e non vogliono essere testimoni di Geova, evitano la menzogna, non praticano l'adulterio, non rubano, non fumano. I testimoni di Geova ci tengono a dichiarare che essi sono le persone più oneste del mondo, la crema dell'umanità (cf. Luca 18,9-14). b) Ma che cosa dicono i fatti? La storia della setta geovista ci fa sapere che il fondatore e profeta Carlo Russeli non era un angelo disceso dal cielo. Fu condannato per crudeltà verso sua moglie, e nel processo vennero fuori sensazionali rivelazioni anche sulla sua fedeltà coniugale. In quanto alla menzogna ricordiamo anzitutto come i geovisti vanno ripetendo contro ogni evidenza che la loro Bibbia è come quella dei cattolici. E’ stato dimostrato, con numerosi esempi., che si tratta d'una grossa menzogna. E bisogna pure ricordare che la, propaganda geovista si basa soprattutto sulla denigrazione, la calunnia, i travisamento di parole e di fatti specialmente contro la Chiesa Cattolica e i suoi ministri. c) Circa il fumo, si può dire che in nessuna pagina della Bibbia è detto che Dio proibisce di fumare una sigaretta e anche due, se l'organismo umano ne risentisse un benefico effetto, oppure col solo scopo di trascorrere un'ora di lieta compagnia con amici e parenti. La Bibbia certamente ne proibisce l'abuso come proibisce qualunque abuso nocivo alla salute dell'uomo. Di fatto molti non testimoni di Geova non fumano senza farsene un vanto come di persone oneste ed eroiche. Solo i testimoni di Geova hanno scoperto che rifiutare una sigaretta è segno di grande virtù! d) Altra cosa è la questione del sangue. La Bibbia, che condanna esplicitamente la menzogna, l'adulterio, il furto e qualunque altro abuso nocivo all'individuo e alla società, non condanna l'uso del sangue a scopo terapeutico, come è stato spiegato abbondantemente nelle pagine di questo opuscolo. La lettura e la spiegazione della Parola di Dio fatta dai geovistí deve dirsi superfìciale, settario, fanatica, di gente che chiude gli occhi davanti alla luce (cf. Giovanni 12,40; Isaia 6,9-10). Appendice: INCREDIBILE! Vogliamo raccontarvi ciò che è accaduto poco più di un anno fa. Se lo facciamo è perché riteniamo giusto che la gente sappia ciò di cui sono capaci gli esponenti locali dei testimoni di Geova. Da alcuni anni i tdG vanno di casa in casa con insistenza, mettendo in crisi specialmente delle persone deboli o che hanno scarsa conoscenza della propria religione. Molte di queste persone hanno sempre chiesto chiarimenti ai sacerdoti e ai gruppi cattolici locali il che ha portato gli esponenti di tali gruppi, specialmente di Baia e di Cappella, ad avere confronti con i tdG. Per poter dare delucidazioni ai fedeli su questo problema, sono stati organizzati degli incontri con lo studioso contemporaneo Padre Nicola Tornese, preparati diversi volantini e si sono avuti incontri con le famiglie che lo desideravano. Vogliamo raccontarvi ciò che successe in una di queste famiglie presso Baia. La moglie cattolica aveva notato che il marito stava diventando tdG e così chiese consiglio alla comunità cattolica di Baia. Così, marito e moglie vollero un incontro tra cattolici e tdG a casa loro; siccome il marito si vantava di poter disporre di un tdG professore di greco, da parte nostra pensammo di portare con noi P. Nicola Tornese. Grande fu la sorpresa dei tdG quando si trovarono faccia a faccia con P. Tornese! Ci si aspettava che questo famigerato professore di greco aprisse bocca e invece sapete cosa accadde? Il temibile professore di greco, togliendo la sua "bibbia" dal tavolo e riponendola nella borsa, disse queste testuali parole: "Non ci prestiamo a questo gioco!". Pensate, il professore di greco non volle più fare il confronto sulle Bibbie e sulle traduzioni greche. Poi si parlò d'altro che non ci interessa in questa sede. Fin qui questo potrebbe essere sembrato un normale incontro tra due gruppi con idee diverse e invece... INCREDIBILE! Recentemente siamo venuti a sapere da più parti, da Cappella, dal Fusaro e da Baia che i tdG, rifacendosi a quell'incontro di Baia con P. Tornese, vanno dicendo a tutte le famiglie con le quali hanno contatti che quella sera... INCREDIBILE! P. Nicola Tornese per paura di confrontarsi col famigerato professore di greco (che a suo dire avrebbe avuto anche molti incontri con dei teologi cattolici) non volle fare il confronto con le Bibbie... ripetiamo: INCREDIBILE! Ci siamo chiesti più volte come una persona di buona fede a qualunque credo appartenga, possa arrivare a dire una MENZOGNA così grande! Noi non vogliamo giudicare nessuno poiché il giudizio è di Dio, ma a voi, cattolici e non, ripetiamo solo: INCREDIBILE! Una cosa però possiamo affermare con certezza: QUELLA SERA C'ERAVAMO ANCHE NOI! Esponenti della Comunità di Baia e di Cappella (Na)  
Ev - Testimoni di G.: INFERNO
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NICOLA TORNESE

INFERNO

OPUSCOLO   N° 17 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA"

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Nota: b) A questo punto i tdG interpellano il lettore - ossia l'uomo - con le patetiche parole: "Voi lo fareste?" (il corsivo è loro). Riflettete: i tdG si vantano di seguire sempre la Bibbia come unica norma di verità, ma in questo caso mettono da parte la Bibbia e preferiscono il sottile ragionatore di questo mondo (cf. 1 Corinzi 1, 20). Hanno dimenticato la Parola di Dio che dice: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri" (Isaia 55, 8). Quando perciò subito dopo aggiungono: "Dovremmo volerci rivolgere alla Parola di Dio per vedere se esiste davvero I"'inferno"", rivelano il loro abituale doppio gioco. Se infatti dobbiamo volerci rivolgere alla Parola di Dio, che senso ha il voler sapere che cosa pensa l'uomo? Non è questa un'offesa alla Parola di Dio? I tdG rimproverano gli altri "di fare filosofia", quando gli altri, Bibbia alla mano, mettono a nudo i loro grossolani errori contro la Bibbia. Essi però non si fanno scrupolo di ricorrere al pensiero umano, "di fare cioè filosofia", pur di oscurare le verità bibliche.   Sceol e Ades 4 - L'errore: "Per indicare il luogo in cui vanno gli uomini quando muoiono, la Bibbia usa nelle Scritture Ebraiche la parola "Sceol" e nelle Scritture Greche "Ades". Che queste parole indichino la stessa cosa è evidente da un confronto fra Salmo 16: 10 e Atti 2: 31. Notate che, citando Salmo 16: 10, dove compare "Sceol", Atti 2: 31 usa "Ades" ("inferno", Edizioni Paoline (EP). Alcuni dicono che Ades sia un luogo di eterno tormento. Ma si noti che Gesù andò nell'Ades. Dobbiamo pensare che Dio tormentasse Cristo in un "inferno" di fuoco? No di certo! Quando morì, Gesù andò semplicemente nella tomba" (p. 82). La verità: a) Abbiamo spiegato nella Prima Parte quali siano i significati sia di Sceol sia di Ades. Preghiamo il lettore che cerca sinceramente la verità di tenere presenti quelle nozioni e di accertarsi sulla loro accuratezza con l'aiuto di dizionari biblici e di altri scritti di autori seri e competenti. "Accertatevi dì ogni cosa!" (1 Tessalonicesi 5, 21). Alla luce di quelle spiegazioni il lettore onesto e sincero capirà subito quanto sia equivoca l'affermazione geovista: "Alcuni dicono che l'Ades sia un luogo di tormento eterno". Chi sono questi alcuni? E' un linguaggio molto generico che piace tanto ai tdG perché si presta facilmente alla menzogna e alla calunnia. La verità è che Sceol e Ades non indicano un luogo di eterno tormento. Solo in un caso, ossia in Luca (16, 23), Ades equivale alla condizione di chi dopo la morte è separato da Dio. b) A sostegno della loro insinuazione i tdG citano una Bibbia edita dalle EP (Edizioni Paoline). il lettore ha il diritto di domandare: Qual'è questa Bibbia? Infatti le EP hanno pubblicato più di una traduzione della Bibbia e non sempre Atti 2, 31 è reso con la parola "inferno". La verità è che quando alcune Bibbie, a cominciare dalla Volgata, rendono Atti 2, 31 con la parola "inferno" o "infernus", non danno ad essa il significato di "inferno come stato (non luogo) di tormento". Perciò deve dirsi assurda e ridicola la domanda geovista: "Dobbiamo pensare che Dio tormentasse Cristo in un inferno di fuoco?". Il paragrafo seguente farà capire meglio le cose.   Discese agli "inferi" Nel cosiddetto "Simbolo Atanasiano" i veri cristiani fanno la seguente professione di fede: "Patì per la nostra salvezza, discese agli ìnferi (ad inferos), il terzo giorno risuscitò dai morti". Qual è il significato di questa antica formula di fede? a) Deve essere bandita, anzitutto, qualsiasi idea che Cristo sia andato ad essere tormentato tra i dannati. Anche se alcune traduzioni del simbolo rendono le parole "ad inferos" con "all'inferno", tutti sanno ed ammettono che qui "inferno" non significa Geenna, ossia lo stato di pena dei peccatori induriti, ma "soggiorno dei morti". Il significato delle parole del Simbolo è che Cristo, dopo la sua morte, comunicò i benefici della redenzione ai milioni di creature umane decedute prima che egli offrisse la sua vita per la salvezza di tutti (cf. Marco 10, 45; Matteo 20, 28; 1 Timoteo 2, 5-6). Oppure che egli, dopo la sua morte e in virtù del suo valore redentivo, ha fatto conoscere la sua signoria da ogni creatura (cf. 1 Pietro 3, 18-19; Filippesi 2, 10; Apocalisse 1, 17-18). E' perciò una grossa bestemmia dire che "almeno per qualche tempo, Gesù sia stato nell'inferno", come hanno scritto i tdG , in piena contraddizione con la loro affermazione che stiamo analizzando. b) Il senso è che Cristo rimase nella tomba, cioè nel regno dei morti (Ade), solo tre giorni a differenza di Davide (cf. ivi verso 29); dopo di che in virtù della potenza divina tornò in vita, risuscitò. Cristo non poteva essere sotto il potere di satana perché il principe del mondo, cioè il diavolo, dopo la sua passione, non poteva avere alcun potere su di lui (cf. Giovanni 14, 30). In rapporto all'inferno Cristo poteva avere solo potere di giudizio e di condanna come un magistrato che, in base alla sua autorità di giudicare e di condannare, può recarsi, se vuole, anche nel luogo di pena, ma sempre in veste di giudice; mai per essere trattato come un condannato. 5 - L'errore: "Genesi 37: 35 parla di Giacobbe che faceva lutto credendo che l'amato figlio Giuseppe fosse stato ucciso. La Bibbia dice. "(Giacobbe) si rifiutava di essere confortato e diceva- 'Perché scenderò facendo lutto da mio figlio nello Sceol'. Fermiamoci un attimo. Lo Sceol era luogo di tormento? Giacobbe credeva forse che il figlio Giuseppe fosse finito in un luogo del genere per l'eternità? Voleva raggiungerlo li? Non pensava piuttosto che il figlio diletto fosse morto, nella tomba, per cui voleva morire anche lui?" (p. 82). La verità: a) Fermiamoci un attimo: i veri cristiani mai hanno detto che Giacobbe nel suo dolore pensasse a un luogo di eterno tormento. Solo la fantasia settaria dei tdG può indulgere in tali immaginazioni per oscurare la Verità di Dio. Le parole di Giacobbe: "Voglio scendere in lutto da mio figlio nella tomba (Sceol)", equivalgono alla nostra frase: "Voglio piangere mio figlio fino alla, mia morte, voglio conservare il lutto per tutta la. vita". Qui non c'entra affatto qualsiasi riferimento all'inferno. Giacobbe pensava che Giuseppe fosse finito nel ventre d'una belva! b) Tutto il ragionamento sofisticato dei geovisti si può esprimere nel modo seguente: "Giacobbe non poteva pensare che lo Sceol fosse un luogo di eterno tormento. Dunque l'inferno non esiste". Il presupposto di tutto il sofisma è l'insinuazione che Sceol potesse significare "luogo di eterno tormento". Questo presupposto è falso'. Dunque tutto il ragionamento è falso e inconcludente. 6 - L'errore: "Sì, anche i buoni vanno nello Sceol. Pensate per esempio a Giobbe, famoso per la sua integrità e fedeltà a Dio. Poiché soffriva molto, chiese aiuto a Dio. La sua preghiera si trova in Giobbe 14: 13: "Oh mi nascondessi tu nello Sceol, ... mi stabilissi un limite di tempo e ti ricordassi di me!. Riflettete: se lo Sceol fosse un infuocato luogo di tormento, Giobbe avrebbe espresso il desiderio di andarvi e rimanervi finché Dio non si fosse ricordato di lui? Chiaramente Giobbe voleva morire e andare nella tomba per porre fine alle sue sofferenze" (p. 82). La verità: L'equivoco continua. Sì, ai tempi di Giobbe non si aveva ancora l'idea dell'inferno. Nel Libro di Giobbe Sceol ha il significato o i significati, di cui ci siamo occupati nella Prima Parte, secondo il contesto. Nel testo citato (14, 13) Sceol vuol dire "scendere nella tomba", "morire" e finire di soffrire. Questo Giobbe chiedeva a Dio. L'equivoco geovista consiste nel e alla parola Sceol un significato che non ha e che nessun lettore attento della Bibbia ha mai dato alle parole di Giobbe (14, 13). 7 - L'errore: "In tutti i casi in cui ricorre nella Bibbia, Sceol non è mai messo in relazione con vita, attività e tormento. Al contrario, è spesso collegato con la morte e l'inattività. Per esempio, Ecclesiaste 9: 10 dice: "Tutto ciò che la tua mano trova di fare, fallo con la medesima potenza, poiché non c'è lavoro né disegno né conoscenza né sapienza nello Sceol, il luogo al quale vai. La risposta è quindi molto chiara. Sceol e Ades non indicano un luogo di tormento, ma la comune tomba del genere umano (Salmo 139: 8). Nello Sceol vanno sia buoni che cattivi" (p. 83). La verità: a) Sì, la risposta è molto chiara: in tutti i casi in cui ricorre nella Bibbia, Sceol non è mai messo in relazione col tormento. E allora, perché tanto parlare di esso come se fosse un luogo di tormento? "Servo malvagio, dalle tue stesse parole ti giudico" (Luca 19, 22). Perché insinui che la parola "inferno", che in alcune Bibbie traduce Sceol, ha il significato di "luogo di tormento"? Non sarebbe onesto dire chiaramente che in quei casi la parola "inferno" non significa "luogo di tormento"? Non è un inganno insinuare il contrario? b) Dal fatto, comunque, che Sceol non è messo in relazione con un luogo di tormento, non ne segue che non vi sia un "inferno" come stato di pena. La Bibbia non comprende solo gli scritti dell'Antico Testamento. Tante verità poco chiare o sconosciute agli Ebrei sono state insegnate da Gesù e dagli Apostoli. Tra queste il destino dei malvagi, come appare chiaro dal caso del ricco cattivo (cf. Luca 16, 23). Gesù poi parlò espressamente della Geenna, che nel linguaggio corrente è indicata con la parola "inferno". L'abbiamo spiegato diffusamente nella Prima Parte. 8 - L'errore: "Dall'inferno" si può uscire. Si può uscire dallo Sceol (Ades)? Prendete il caso di Giona. Quando Dio lo fece inghiottire da un grosso pesce per salvarlo dall'annegamento, Giona pregò dal ventre del pesce: "Dalla mia angustia chiamai Geova, ed egli mi rispondeva. Dal ventre dello Sceol ("inferno", versione cattolica di Douay) invocai soccorso. Tu udisti la mia voce". - Giona 2: 2" (p. 83). La verità: a) Ancora equivoci, sempre, tanti equivoci nella penna geovista. Per sventarli, ricordiamo il caso di Giona con piena fedeltà alla Bibbia. Giona si venne a trovare nel ventre del pesce, ossia in grande pericolo di morte, nella morsa della morte, nelle grinfie della potenza della morte. Ora - certamente ve ne ricordate - Sceol ha anche il significato di morte (cf. pp. 7-8). Qui non c'entra affatto l'"inferno" come luogo o stato di tormento! In quelle tragiche circostanze Giona si rivolse al Signore perché lo liberasse dalla morte: "Quando mi sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te ..." (Giona 2, 8). Si trattava dunque di pericolo di morte, non d'inferno come luogo d'eterno tormento. Giona uscì da quel pericolo sano e salvo, non dallo Sceol e tanto meno dall'inferno. b) Per puntellare il loro contorto ragionamento i tdG citano la versione cattolica detta di Douay, che traduce Sceol con la parola hell (inferno): "I cried out of my affliction to the Lord, and he heard me. I cried out of the bell of hell, and thou hast heard my voice" (Giona 2, 3). Questa citazione non ha alcun valore probativo. La Bibbia detta di Douay è stata tradotta nel 1609, ossia 378 anni fa. Allora, come del resto anche adesso, la parola hell (inferno) poteva avere (e può avere), secondo il contesto, anche il significato di morte o pericolo di morte. E' il terzo significato della parola ebraica Sceol (cf. pp. 7-8). E' chiaro che in Giona 2, 3 hell (inferno) ha appunto questo significato. A conferma vale il fatto che le traduzioni odierne, eccetto qualche raro caso, traducono Giona 2, 3, senza usare la parola hell. Perché i geovisti non citano queste versioni più aggiornate nello stile? 9 - L'errore: "Cosa voleva dire Giona con le parole "dal ventre dello Sceol" ("inferno", Douay)? Certo il ventre di quel pesce non era un infuocato luogo di tormento, ma sarebbe potuto diventare la tomba di Giona. Infatti Gesù Cristo disse riguardo a sé: "Come Giona fu nel ventre del grosso pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell'uomo sarà nel cuore della terra tre giorni e tre notti". - Matteo 12: 40" (pp. 83-84). La verità: a) Se il ventre dello Sceol non era un infuocato luogo di tormento, ma solo una potenziale tomba di Giona, il caso di Giona non prova che si possa uscire dall'"inferno". Prova solo che Dio può liberare da una morte incombente. Qui l'inferno come stato di pena non c'entra affatto. Volercelo fare entrare equivale a ingannare, pur sapendo di ingannare. b) Il caso di Gesù è molto diverso da quello di Giona. Gesù non venne fuori né dal ventre di un grosso pesce né da un pericolo di morte e tanto meno da un "luogo di eterno tormento". Gesù fa riferimento al caso di Giona non perché vi sia identità tra lui e Giona, ma solo per spiegare, mediante un'analogia, come egli dopo' tre giorni sarebbe certamente risuscitato. Come Giona effettivamente dopo tre giorni era stato liberato dal pericolo di morte, così egli dopo tre giorni sarebbe effettivamente tornato da morte a vita. 10 - L'errore: "Gesù rimase morto nella tomba per tre giorni. Ma la Bibbia dice che "non fu abbandonato nell'Ades ("inferno", EP)... Questo Gesù ha Dio risuscitato" (Atti 2: 31, 32). Similmente, per comando di Dio, Giona fu tirato fuori dallo Sceol, cioè da quella che avrebbe potuto essere la sua tomba. Questo accadde quando il pesce lo vomitò sull'asciutto. Sì, si può uscire dallo Sceol! Infatti la rincuorante promessa contenuta in Rivelazione (Apocalisse) 20: 13 è che 'la morte e l'Ades (I"'inferno", EP) daranno i morti che sono in essi!'. Che differenza fra l'insegnamento biblico circa la condizione dei morti e ciò che hanno insegnato molte religioni!" (p. 84). La verità: a) Che differenza tra ciò che insegna la Bibbia con molta chiarezza e la grande confusione degli insegnamenti geovisti a danno sempre della gente ignorante! Cominciamo col dire o col ripetere che il caso di Gesù non è simile a quello di Giona. Gesù andò veramente nel "regno dei morti" (Ades); Giona fu solo in pericolo di morte. Anche se qualche Bibbia edita dalle EP traduce Atti 2, 31 usando la parola "inferno", non intende dire che Gesù sia andato nel ventre di un grosso pesce o la luogo di eterno tormento. Non sarebbe stato onesto fare questa precisazione? Né il caso di Giona, dunque, e tanto meno quello di Gesù è una prova che si possa uscire dall' "inferno", come i tdG intendono dimostrare. b) Ma a questo punto l'anonimo redattore del libro geovista tenta di fare un'abile sterzata. Mentre aveva iniziato dicendo: "Dall'inferno si può uscire", ora conclude dicendo: "Sì, si può uscire dallo Sceol!". Dunque, ci si può legittimamente domandare: non era questione dell'"inferno", anche se qualche Bibbia usa la parola "inferno"! Dunque il termine inferno, che si trova nella Bibbia edita dalle EP, non significa "luogo di eterno tormento"! c) Prendiamo atto, infine, della consolante promessa dell'Apocalisse 20, 13 che "la morte e l'Ades daranno i morti che sono in essi!". Se queste parole, nella spiegazione che danno i geovisti, significano che dallo Sceol si può uscire, ne segue che con la morte l'uomo non torna in uno stato di inesistenza come insegnano gli stessi geovisti. E' vero dunque il contrario, e cioè che dopo la morte la vita dell'uomo continua come insegna la Bibbia e come sempre ha insegnato la Chiesa Cattolica.   Geenna e lago di fuoco 11 - L'errore: "Ma qualcuno obietterà: 'La Bibbia però parla di fuoco dell'inferno e del lago di fuoco. Non è una prova che c'è un luogo di tormento?'. E' vero che alcune traduzioni della Bibbia, come quella di Eusebio Tintori, parlano di "fuoco dell'inferno" e dell'essere gettati "nell'inferno, al fuoco inestinguibile" (Matteo 18: 9; Marco 9: 44, 45). In totale nelle Scritture Greche Cristiane ci sono Il versetti in cui questa versione cattolica usa "inferno" per tradurre la parola greca Geenna. Mentre Ades non è altro che la tomba, la Geenna è davvero un infuocato luogo di tormento?" (p. 85). La verità: a) La prima cosa da precisare è che non solo la versione cattolica di Eusebio Tintori, ma molte altre versioni anche non cattoliche traducono la parola greca Geenna con "inferno". La ragione è che nella lingua corrente (italiana, inglese, francese ecc.) la parola "inferno" significa principalmente lo "stato di pena dei dannati", ed è usata abitualmente per tradurre Geenna. b) Va pure precisato che a parlare di "essere gettati nel fuoco inestinguibile" non sono alcune traduzioni della Bibbia, come quella cattolica di E. Tintori. Infatti, di "fuoco che non si estingue" ne parla il testo biblico originale (cf. Marco 9, 48). Forse ai geovisti interessa gettare un po' di acqua sul fuoco ed insinuare che del "fuoco inestinguibile" parlano solo le versioni cattoliche. Ma si tratta d'una astuzia puerile, che non è difficile sventare. 12 - L'errore: "E' chiaro che la parola ebraica "Sceol" e la parola greca "Ades" indicano la tomba. Ma cos'è la Geenna? Nelle Scritture Ebraiche la Geenna è "la valle di Innom". Come ricorderete, Innom era il nome della valle appena fuori delle mura di Gerusalemme dove gli israeliti sacrificavano i loro figli nel fuoco. A suo tempo il buon re Giosia rese quella valle non idonea per tale mostruoso rito (11 Re 23: 10). Fu trasformata in un immenso carico di rifiuti" (p. 85). La verità: a) Come ricorderete, la parola ebraica "Sceol" e la parola greca "Ades" non indicano principalmente la tomba. li loro significato fondamentale è quello di "regione dei morti". Possono indicare tomba e anche morte (cf. pp. 3-12). La indicazione geovista tende a minimizzare la verità biblica e negare la sopravvivenza dell'uomo subito dopo la morte, come abbiamo spiegato precedentemente (cf. pp. 8-9). b) Monca e dimezzata è pure la nozione che i geovisti danno della Geenna. Essi che si vantano di conoscere la Bibbia meglio di tutti, hanno dimenticato in questo caso di informare i loro lettori che la valle di Hinnòn, fin dai tempi di Isaia, era divenuta simbolo del castigo divino per i ribelli negli ultimi tempi: "Uscendo, vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti" (Isaia 66, 24). E Geremia: "Perciò verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali non si chiamerà più Tofet né valle di Ben-Hinnòn, ma valle della Strage" (7, 32; cf. 19, 6). 13 - L'errore: "Perciò ai giorni in cui Gesù era sulla terra la Geenna era l'immondezzaio di Gerusalemme. Per incenerire le immondizie vi si tenevano accesi fuochi con l'aggiunta di zolfo. Un dizionario biblico (Smith's Dictionary of the Bible, Volume 1) spiega: "Divenne il comune immondezzaio dove si gettavano i corpi dei criminali e degli animali, ed ogni altra specie di sudiciume". Non vi si gettava nessuna creatura vivente" (p. 86). La verità: a) Ai tempi di Gesù, la Geenna era solo il simbolo della futura pena dei ribelli a Dio. Un dizionario biblico, dopo aver ricordato il significato letterale della Geenna. Scrive: "Le minacce di giudizio pronunciate contro questa valle esacrata (cf. Geremia 7, 32; 19, 6; Isaia 31, 91- Isaia 66, 24) hanno suggerito alla letteratura apocalittica, a partire dal sec. Il a.C., di localizzare nella valle di Hinnom l'inferno di fuoco, che si sarebbe dischiuso dopo il giudizio finale. Ben presto il termine géhinnom passò a designare lo stesso inferno di fuoco della fine dei tempi. Il Nuovo Testamento rispecchia questo stadio di evoluzione semantica". b) In effetti, "Per il Nuovo Testamento la ghéenna è una realtà pre-esistente (Mt. 25, 41), un abisso infuocato (Mt. 13, 42.50). Essa è il luogo della punizione definitiva, dopo l'ultimo giudizio, eterna nella sua durata (Mt. 25, 41.46; 23, 15.33) E' da distinguere quindi dall'ade, che accoglie le anime dei defunti nel periodo che precede la risurrezione delle anime". Non è quindi una località geografica, a sud di Gerusalemme, come faziosamente vorrebbero far intendere i geovisti. Non fu mai l'immondezzaio della città. c) A sostegno della loro tesi i tdG citano un dizionario biblico. E' da notare che the Smith's Dictionary of the Bible è stato pubblicato a Boston nel 1889, circa un secolo fa ed è ormai superato. Citandolo i tdG hanno il vantaggio che tale dizionario è ormai fuori commercio e difficilmente può essere consultato. Ma questa non è serietà! 14 - L'errore: "Conoscendo l'immondezzaio della loro città, gli abitanti di Gerusalemme capirono cosa voleva dire Gesù quando disse ai malvagi capi religiosi: "Serpenti, progenie di vipere, come sfuggirete al giudizio della Geenna?" (Matteo 23: 33).Chiaramente Gesù voleva dire che quel capi religiosi sarebbero stati tormentati. Quando gli israeliti bruciavano vivi i loro figli in quella valle, Dio disse che non gli era mai venuto in mente di fare una cosa così terribile! Perciò è chiaro che Gesù si servì della Geenna, come appropriato simbolo di distruzione completa ed eterna. Voleva dire che quei malvagi capì religiosi non meritavano la risurrezione. Gli ascoltatori di Gesù erano in grado di capire che chi, come le immondizie, finiva nella Geenna, sarebbe stato distrutto per sempre" (p. 87). La verità: a) Gli abitanti di Gerusalemme conoscevano la Bibbia assai meglio dei tdG. Essi sapevano che la Geenna non era l'immondezzaio della loro città, ma solo simbolo della pena dei ribelli a Dio negli ultimi tempi, secondo le chiare profezie di Isaia (66, 24) e di Geremia (7, 32 19, 6). Una pena eterna (Mt. 25, 41.46; 23, 15.33), non una distruzione. b) Gesù minacciava questo castigo non solo ai malvagi capi religiosi, ma a tanti altri (cf. Matteo 5, 20-22.29-30; 10, 28; 25, 31-46; Marco 9, 42-47; Luca 17, 1-2). I maestri geovisti si limitano a menzionare solo i malvagi capi religiosi, dimostrando ,così una assai scarsa conoscenza della Bibbia. Ma questo comportamento prettamente settario, abituale nei tdG, mira solo a denigrare i ministri delle religioni, specialmente il clero cattolico. c) Certamente Dio aveva condannato l'immolazione di creature innocenti al dio Moloch nella valle della Geenna. Ma che c'entra questo con la punizione dei ribelli? In effetti, lo stesso Jahve ha castigato col fuoco gli abitanti di Sodoma e Gomorra (cf. Genesi 19, 23-28), e "farà piovere sugli empi brace, fuoco e zolfo; vento bruciante toccherà loro in sorte" (Salmo 11, 6; cf. Ezechiele 10, 2; 38, 22; 2 Pietro 3, 12 ecc.). d) Com'è possibile che Gesù volesse intendere che quei malvagi capi religiosi non meritavano la risurrezione? Gesù ha esplicitamente affermato il contrario, ha detto cioè che tutti, buoni e malvagi, dovranno risorgere (cf. Giovanni 5, 28-29; Atti 24, 15; Apocalisse 20, 13). La risurrezione non è meritata dagli uomini; è una disposizione di Dio. Sarebbe comodo per i malvagi non risorgere! San Paolo dice proprio il contrario, tirando le logiche conseguenze: "Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, che domani morremo" (1 Corinzi 15, 32). e) A parere dei geovisti quei malvagi capi religiosi sarebbero stati tormentati mediante una distruzione completa ed eterna. Com'è possibile essere tormentati, se si è distrutti in modo completo? Chi non esiste più, non può essere tormentato. La Bibbia comunque non parla mai di distruzione completa ed eterna. Parla sempre di rovina, perdita eterna (cf. pp. 27-28). 15 - L'errore: "Cos'è allora "il lago di fuoco" menzionato nel libro biblico di Rivelazione (Apocalisse)? Ha un significato simile a quello della Geenna. Non indica un tormento cosciente, ma la morte o distruzione eterna. E' la Bibbia stessa a dirlo, in Rivelazione 20: 14: "E la morte e l'Ades ("l'inferno", EP) furono scagliati nel lago di fuoco. Questo significa la seconda morte, il lago di fuoco". Sì, il lago di fuoco significa "la seconda morte", la morte da cui non c'è risurrezione. E' evidente che questo "lago" è simbolico, perché vi sono gettati la morte e I'"inferno" (Ades). La morte e I"'inferno" non possono essere bruciati in senso letterale. Ma possono essere eliminati e distrutti, come infatti avverrà" (p. 87). La verità: a) il "lago di fuoco" ha un significato non simile, ma identico a quello della Geenna. Ora la Bibbia dice che la Geenna non è uno stato di distruzione completa ed eterna come abbiamo dimostrato, e non lo è neppure il "lago di fuoco". Ecco la testimonianza di un grande biblista: "Nell'Apocalisse di solito il binomio fuoco e zolfo indica la dannazione eterna (...). Per indicare l'inferno, cioè la Geenna, oltre ad abisso, si usa l'immagine del lago sulfureo di fuoco (cf. Apocalisse 14, 10; 19, 20; 20, 10.14; 21, 8 (...) ed è suggerita evidentemente dal ricordo del castigo dei Sodomiti e della concezione del Mar Morto quale luogo di punizione degli spiriti cattivi". b) Che cosa è dunque la "seconda morte? Certo è detta seconda in relazione alla prima morte, cioè al passaggio dalla vita terrena a quella d'oltretomba. Come dopo la prima morte gli uomini non andavano distrutti, ma si radunavano nell'Ade (o Sceol), non tornavano cioè alla inesistenza, ma continuavano ad esistere, così dopo il giudizio finale di Dio, coloro che non saranno trovati scritti nel libro della vita non saranno distrutti, ma gettati nel lago di fuoco e di zolfo (Cf. Apocalisse 20, 15). Questa è la seconda morte, che non è quindi uno stato di distruzione, ma un modo nuovo di essere. Gettare (greco ballein) non vuol dire distruggere. c) Il fatto poi che "la Morte e l'Ade sono scagliati nel lago di fuoco", non annulla, anzi conferma la tremenda verità della "seconda morte". Come altre volte nel corso dell'Apocalisse e anche in altri testi del N.T., Morte e Ades sono personificazioni di potenze avverse (Cf. Apocalisse 6, 8; 1 Corinzi 15, 26. 55). Giovanni parla di loro come se fossero due persone e può benissimo dire che "furono scagliati nel lago di fuoco", senza perciò stesso voler indicare una "distruzione completa ed eterna". Giovanni vuol dire che la Morte e l'Ade sono puniti come il diavolo e come il falso profeta (Apoc. 20, 10) e non avranno più nessun potere sull'uomo. 16 - L'errore: "Ma la Bibbia dice che il Diavolo sarà tormentato per sempre nel lago di fuoco', dirà qualcuno. (Rivelazione 20: 10). Cosa significa questo? Al tempo in cui Gesù era sulla terra, i carcerieri erano a volte chiamati "torturatori". In una delle sue illustrazioni, Gesù disse di un certo uomo: "E il padrone, sdegnato, lo consegnò ai torturatori, fino a che non avesse pagato tutto il debito". (Matteo 18: 34 EP). Quelli gettati "nel lago di fuoco' subiscono la "seconda morte", dalla quale non c'è resurrezione, per cui è come se fossero incarcerati per sempre nella morte. Rimangono in essa come sotto custodia di carcerieri per tutta l'eternità. Ovviamente i malvagi non possono essere tormentati in senso letterale, perché, come abbiamo visto, una volta morta la persona non esiste più. E' inconscia" (pp. 87-88). La verità: a) Notate subito l'astuta manovra geovista. Dovevano spiegare che cosa significa che "il diavolo sarà tormentato per sempre nel lago di fuoco", ma preferiscono parlare di quelli che subiscono la seconda morte, per cui è come se fossero incarcerati per sempre. b) Noi vorremmo sapere se il diavolo e non altri, sarà tormentato per sempre nel lago di fuoco; se egli appartiene ai torturatori o ai torturati; se per essere torturatori o torturati, anche in senso non letterale, bisogna avere qualche esistenza o essere distrutti in modo assoluto. 17 - L'errore: "Il Ricco e Lazzaro. Cosa intendeva allora Gesù quando in una delle sue illustrazioni disse: "Il mendicante morì e fu portato dagli angeli nella posizione del seno di Abraamo. Morì anche il ricco e fu sepolto. E nell'Ades alzò gli occhi, esistendo egli nei tormenti, e molto lontano vide Abraamo e Lazzaro nella posizione del seno con lui"? (Luca 15: 19-31). Poiché, come abbiamo visto, l'Ades è la tomba del genere umano e non un luogo di tormento, è chiaro che Gesù stava pronunciando un'illustrazione, un racconto. Come ulteriore conferma che non si tratta di episodio letterale, ma di una illustrazione, considerate questo: si trova l'inferno letteralmente a portata di voce dal cielo, tanto che si possa fare un'effettiva conversazione? Inoltre, se il ricco era in un ardente lago letterale, come poteva Abraamo mandare Lazzaro a rinfrescargli la lingua con una semplice goccia ,d'acqua sulla punta del dito? Cosa voleva dunque illustrare Gesù?". La verità: a) L'Ades era "il regno dei morti". In seguito, basandosi sulle profezie di Isaia e di Geremia, gli Ebrei cominciarono a distinguere nell'Ades una sezione riservata ai cattivi. Gesù accetta e conferma questa dottrina. Il ricco cattivo è condannato a questa sezione dell'Ades, cioè all'inferno (cf. p. 12). b) Certo si tratta d'una illustrazione o, come si dice meglio, di una parabola. Le immagini e le parole non vanno prese alla lettera, altrimenti dovremmo pensare che quando Gesù, p.c., parla della Parola di Dio come di un seme, la Parola di Dio, andrebbe cercata tra i solchi della terra (cf. Matteo 13, 3-23). Tuttavia, con le immagini e le parole delle parabole, sono insegnate realtà e verità oggettive, non immaginarie. Il ricco cattivo, ossia coloro che in lui sono rappresentati, incorrono in una situazione di reale sofferenza dopo la morte, anche se non bisogna pensare a un fuoco letterale e a una distanza tra cielo e terra misurabile in metri. c) Le considerazioni fatte dai tdG sono dunque contraddittorie e inconsistenti. Infatti, se si tratta d'una illustrazione, che senso ha domandare se l'inferno si trova letteralmente a portata di voce dal cielo? E che senso ha parlare di lago letterale, di lingua, di goccia d'acqua? In simili banali contraddizioni cadono spesso e volentieri i tdG e perciò si rendono ridicoli! Non sanno quel che dicono! 18 - L'errore: "Il ricco dell'illustrazione rappresentava gli arroganti capi religiosi che respinsero Gesù e in seguito lo uccisero. Lazzaro raffigurava la gente comune che accettò il Figlia di Dio. La morte del ricco e di Lazzaro rappresentava il cambiamento nella loro condizione. Questo cambiamento, ebbe luogo quando Gesù alimentò spiritualmente la trascurata classe di persone rappresentata da Lazzaro, così che questa ottenne il favore del più grande Abraamo, Geova Dio. Nello stesso tempo i falsi capi religiosi 'morirono' in quanto all'avere il favore di Dio. Essendo stati rigettati, subirono tormenti quando i seguaci di Cristo ne smascherarono le opere empie (Atti 7: 51-57). Quindi questa illustrazione non insegna che alcune persone morte sono tormentate in un letterale inferno di fuoco". La verità: a) Per capire che cosa voleva insegnare Gesù bisogna tener conto del contesto, cosa che non fanno i tdG. Nel cap. 16 di san Luca, di cui fa parte la parabola del ricco cattivo e di Lazzaro, Gesù intende dare una lezione sull'uso, buono o cattivo, del denaro, e sulle conseguenze eterne secondo il giudizio di Dio, che conosce i cuori (verso 15). Secondo questo contesto, il ricco cattivo non rappresentava gli arroganti capi religiosi, ma le persone attaccate disordinatamente al denaro, tra cui anche i farisei (verso 14). Questi non erano tutti capi religiosi. Molti erano gente comune. Anche ai geovisti piace molto il denaro. b) Gesù parla del futuro giudizio di Dio nei riguardi di chiunque faccia un uso egoistico del denaro. Dopo la morte la situazione sarà capovolta: il povero diventa felice, il ricco cattivo avrà in sorte una sofferenza eterna. Non è dunque la classe dei capi religiosi in quanto tale a cui Gesù si rivolge, ma la classe dei ricchi egoisti. In quanto alla classe dei capi religiosi, sappiamo che "un gran numero di sacerdoti aderì alla fede - (Atti 6, 7), mentre molta gente comune rifiutò di convertirsi al Vangelo (cfr. Atti 23, 9). c) La nostra spiegazione della parabola del ricco cattivo e di Lazzaro, basata sulle norme più elementari di una sana esegesi, mette a nudo la strumentalizzazione che della Bibbia fanno i tdG, col solo scopo di gettare fango sui ministri delle religioni, soprattutto sui sacerdoti cattolici. Seconda serie di errori 1 - L'errore: I tdG sono del parere che i morti non possono soffrire. Dopo la morte infatti "non sono consci di nulla" (cf. Qoélet 9, 5). Inoltre nel giorno della morte "periscono i pensieri dell'uomo" (cf. Salmo 146, 4). La verità: Nell'uno e nell'altro testo sfruttato dai tdG non si parla assolutamente dell'inferno, se cioè l'uomo dopo la morte possa o non possa soffrire. Il pensiero sia di Qoélet sia del Salmista è che dopo la morte l'uomo in genere e in specie l'uomo potente o prepotente non possono fare nulla di ciò che avviene in questa vita. 2 - L'errore: La Bibbia dice che anche i buoni vanno all'inferno. Come prova i tdG citano il caso di Giobbe (14, 13) e quello di Gesù (Atti 2, 25-27). La verità: Nell'uno e nell'altro testo non si tratta dell'inferno propriamente detto o Geenna, anche se qualche versione rende Giobbe 14, 13 e Atti 2, 25-27 con la parola inferno. Sia in Giobbe che in Atti si parla di Sceol o Ade, che non è la Geenna. Il significato è che Giobbe, nella sua sofferenza, vorrebbe essere lontano, nascosto nello Sceol, per non essere colpito dal dolore, "finché non passi la tua (= di Dio) ira" (Garofalo). Il testo di Atti 2, 25-27 l'abbiamo già spiegato (cf. p. 38). 3 - L'errore: I geovisti si domandano perché c'è confusione su ciò che la Bibbia dice riguardo all'inferno. La colpa sarebbe dei traduttori della falsa religione, che hanno usati i termini delle lingue originali senza coerenza. La verità: Consigliamo le persone oneste, che cercano la verità sinceramente, di esaminare i singoli termini (Sceol, Ades, Geenna, Inferi, Inferno ecc.) usati dai traduttori e accertarsi se essi corrispondono o mene ai termini originali, al concetto cioè che i termini originali vogliono esprimere. Da questa analisi onesta e oggettiva troverà che solo i tdG nella lore unica traduzione della Bibbia e nell'uso che fanne di quei termini, hanno creato e creano volutamente confusione per inoculare astutamente i loro errori. 4 - L'errore: A parere dei geovisti, non vi è punizione eterna perché la Bibbia parla solo e sempre di stroncamento, cioè distruzione assoluta dell'uomo dopo la morte. Come prova, citano Matteo 25, 26; 2 Tessalonicesi 1, 9; Giuda 7. La verità: a) In Matteo 25, 46 il testo greco ha kòlasis, che significa fondamentalmente diramatura, potatura, come quando sono tagliati i rami di un albero; e significa anche correzione, castigo, pena. Non è perciò questione di stroncare o distruggere in senso assoluto, ma di privare qualcuno di qualcosa. L'albero potato è privato dei rami, ma non è distrutto. Continua a vivere. Su questa base linguistica, nessun traduttore rende kòlasis con la parola stroncamento, ma con supplizio (Garofalo, CEI), punizione (Luzzi; Interconfessionale), eccetto naturalmente i tdG e i loro degni associati (p. e. l'Emphatic Diaglott). b) Parimenti in 2 Tessalonicesi 1, 9 il termine originale greco è òlethros, imparentato con òllumi (= rovinare). Perciò il significato basilare di òlethros è rovina e vuol dire che coloro i quali si sono rifiutati di obbedire al Vangelo, saranno puniti con una rovina eterna . c) In Giuda 7 si legge che "Sodoma e Gomorra e le città vicine (... ). stanno là come esempio, subendo il castigo di un fuoco eterno" (Garofalo). Il senso è che quelle città rase al suolo per sempre assieme ai loro abitanti erano un monito perenne e un esempio della punizione che Dio poteva infliggere ai peccatori del tempo in cui Giuda scriveva. Identico significato in Luca 17, 29. Non possiamo, comunque, escludere che Giuda, autore ispirato, poteva avere in mente qualche altro castigo al di là del fatto storico e della morte perché poco prima (verso 6) aveva illustrato il suo pensiero con un altro esempio, quello degli angeli che non hanno mantenuto la loro dignità e perciò furono messi sotto custodia nel regno delle tenebre, avvinti in catene eterne. 5 - L'errore: Per i malvagi non esisterebbe una punizione eterna perché "il salario che il peccato paga è la morte" (Romani 6, 23), e anche perché "colui che è morto è stato assolto dal suo peccato" (Romani 6, 7). La verità: a) La morte di cui parla Paolo (Rom. 6, 23), non è la distruzione o stroncamento eterno. E' la morte spirituale, la inimicizia con Dio, la rovina dell'uomo che pecca, in contrapposizione alla vita nuova o prima resurrezione, che è data all'uomo che ubbidisce al Vangelo (cfr. Apocalisse 20, 5). Questa morte spirituale ha come conseguenza la esclusione dal Regno di Dio. b) Parimenti in Romani 6, 7 l'apostolo non parla di morte fisica, ossia della fine della vita terrena. Il suo pensiero è che col battesimo "siamo diventati un essere solo con Cristo nella somiglianza della sua morte" (Romani 6, 5). In altre parole, il battesimo ci fa morire al peccato, ci affranca o ci assolve dai peccati commessi fino ad allora. Ma la vita fisica continua con la possibilità di peccare ancora. Tant'è vero che san Paolo poco dopo esorta i battezzati a non peccare più: "Il peccato, dunque, non regni più nel vostro corpo mortale" (Romani 6, 12). Se fosse vera la spiegazione dei tdG, ne seguirebbe che al punto di morte il giusto si troverebbe nelle stesse condizioni del peccatore; il discepolo fedele di Gesù Cristo, al punto di morte, non avrebbe nessun vantaggio riguardo al criminale, perché la morte libera, assolve dal peccato. La spiegazione geovista è aberrante!
Ev - Testimoni di G.: Appello a Cesare
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NICOLA TORNESE

APPELLO A CESARE

OPUSCOLO N° 15 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA"

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Nota: Dal comportamento di questo martire non è possibile dedurre una radicale alterità tra vangelo e servizio militare. 2. - Il martirio di Massimiliano (anno 295 vicino Cartagine). "Il proconsole Dione disse al coscritto: "Come ti chiami?".. Massimiliano: "Perché vuoi sapere il mio nome? Non mi è dato di servire: io sono cristiano". Il proconsole: "Mettetelo alla misura". Mentre lo misuravano, Massimiliano disse: "lo non posso servire, non posso fare il male, sono cristiano". Il proconsole: "Chi ti ha messo queste idee in testa?". Massimiliano: "La mia coscienza e Colui che mi ha chiamato". Il proconsole: "Fa il soldato e accetta la palla di piombo in segno di arruolamento". Massimiliano: "Non so che farmene del vostro segno; io porto già il segno di Cristo, mio Dio". Il proconsole: "Ti mando subito a raggiungere il tuo Cristo". Massimiliano: "E' propria quel che desidero; sarà la mia gloria". Il proconsole: "Sii soldato e accetta il distintivo, altrimenti morrai miseramente". Massimiliano: "lo non morrò, il mio nome è già scritto presso il mio Dio. lo non posso essere soldato". Il proconsole: "Nella guardia di onore dei nostri signori Diocleziano e Massimiliano, Costanzo e Massimo, ci sono dei soldati cristiani che prestano servizio". Massimiliano. "E' affar loro. lo sono cristiano e non posso fare del male". Il proconsole: "Quelli che prestano servizio che male fanno?". Massimiliano: "Tu sai bene quello che fanno". Il proconsole: "Sii soldato! Se disprezzi il servizio militare, morirai". Massimiliano: "lo non morrò, e se lascio questo mondo, la mia anima vivrà con Cristo, mio Signore". Il proconsole: "Si cancelli il suo nome". Appena cancellato il nome, il proconsole disse- "Atteso che per spirito d'indisciplina tu hai rifiutato di servire nell'esercito, sarai colpito dalla sentenza legale. Ciò servirà d'esempio!". E lesse sulla tavoletta la condanna: "Massimiliano per indisciplina ha rifiutato il giuramento militare. E' perciò condannato a morire di spada". Massimiliano: "Deo gratias!". Osservazione: Il caso di Massimiliano è analogo a quello del martire Marino. Il rifiuto di fare il soldato è motivato dalla convinzione che servire nell'esercito equivaleva a fare del male. Su questa base Massimiliano rifiuta il giuramento e questo suo rifiuto è motivo della condanna. Come Marino egli fu un obiettore di coscienza. Il suo comportamento coraggioso non contraddice al fatto che altri cristiani servivano nella guardia d'onore degli imperatori. Possiamo legittimamente supporre che questi soldati avessero la coscienza di poter dare a Cesare quel che è di Cesare e che fossero pronti di dare a Dio ciò che è di Dio, qualora il servizio di Cesare li avesse posti in questa alternativa. Neppure dalla testimonianza di Massimiliano si può dedurre una radicale incompatibilità tra Vangelo e servizio militare. Conclusione Alla fine della nostra rassegna criticamente documentata appare chiaro quanto sia superficiale e fazioso il giudizio dei tdG su l'atteggiamento dei primi cristiani sia rispetto al servizio militare sia verso le cerimonie patriottiche. In base a poche monche citazioni prese da alcuni manuali di storia, i geovisti vorrebbero - contro la verità storica - attribuire ai primi cristiani la neutralità ad oltranza, che essi impongono ai loro seguaci . La storia debitamente letta non dice questo. "Accertatevi di ogni cosa" come insegna l'apostolo (1 Tessalonicesi 5, 21). PARTE TERZA LUCI ED OMBRE Non più la guerra I. - Dalle testimonianze finora riportate emerge come nota dominante il comando divino di Non ammazzare. Esso è alla base di tutte le contestazioni degli antichi scrittori e martiri cristiani. Di conseguenza, alla luce dei documenti citati sia biblici che dagli scrittori dei primi secoli, bisogna dire che l'uso delle armi nella guerra deve dirsi anti-cristiano e immorale. In guerra ogni soldato è potenzialmente e di fatto un omicida, mentre la via, anche quella del nemico, è sacra. Sarebbe impossibile non violare il comando divino: Non ammazzare. Il cristiano autentico deve rifiutarsi dì disubbidere a Dio in un punto di capitale importanza. "Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini" (Atti 5, 29). 2. - Questo rifiuto radicale urge ancora di più la coscienza cristiana nella esacranda prospettiva d'una guerra atomica. L'uso delle armi nucleari è sempre anticristiano e intrinsicamente illecito. Sia la nazione che attacca sia quella attaccata sarebbero ridotte in pochi secondi a un cumulo di rovine, col prezzo di decine e anche di centinaia di milioni di vite umane. una nuova, incomparabilmente più grande strage degli innocenti! 3. - Per le stesse ragioni, anche la preparazione della guerra e delle armi nucleari deve essere contestata dal cristiano. Una qualsiasi cooperazione sia nel preparare le armi atomiche sia nell'addestramento ad usarle sarebbe una violazione indiretta, ma positiva e reale, del comando divino: Non ammazzare. L'atteggiamento del cristiano in simili circostanze comporta una scelta eroica, forse fino al martirio, non diversa da quella dei cristiani dei primi secoli. Dio può esigere anche questa per il trionfo del suo Regno di pace. Vogliamo anche aggiungere che i tributi allo Stato non sarebbero conciliaboli con la coscienza cristiana qualora il discepolo di Cristo fosse certo che il potere costituito usasse del pubblico danaro per la fabbricazione di armi micidiali in vista di una guerra atomica. La parola d'ordine del cristiano deve essere sempre quella gridata ai capi degli Stati e a tutta l'umanità dal grande Pontefice Paolo VI: Non più la guerra!". Se vuoi la pace, prepara la pace La pace, comunque, è un dono di Dio affidato agli uomini. Questo vuol dire che i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà devono lavorare per preservare la pace. Si tratta di respingere qualsiasi atteggiamento ideologico e pratico che inculca le divisioni tra gli uomini. Ogni fanatismo politico o religioso darà frutti di guerra non di pace a breve o a lunga scadenza. Quando domina la menzogna, la denigrazione, il settarismo cieco ed arrogante ed è negata per principio la possibilità di dialogare, non si lavora per la pace, ma per la guerra". La pace è frutto della carità e della libertà. La guerra sarà scongiurata definitivamente quando l'uomo vedrà in ogni uomo un suo fratello, e non già un nemico da distruggere, sia pure con immaginarie legioni di eserciti celesti. Dio sì serve delle forze angeliche per sconfiggere il male - di cui satana è l'istigatore - non le creature umane che Egli ama e vuol tutte salve (cf. 1 Timoteo 2, 4). In difesa della pace Con perfetta e costante fedeltà al Vangelo i papi di questo secolo si sono adoperati per la promozione e la difesa della pace. I. - San Pio X fu la prima vittima della Prima Guerra mondiale, stroncato dall'angoscia perché le sue parole e le sue istanze presso i responsabili dei vari Stati non erano state debitamente ascoltate. Sono sue le famose parole.- Io benedico la pace, non la guerra! 2. - Gran parte dell'opera di Benedetto XV fu rivolta a far cessare la guerra, definita da lui "una follia universale", "un vero e proprio suicidio", "una inutile strage". La sua più grande pena fu il fatto che non lo si volle ascoltare e che, anzi, la sua opera per la pace fu interpretata come un parteggiare per l'uno o per l'altro contendente. 3. - Pio XI, sentendo avvicinarsi il turbine di una seconda guerra mondiale, offri a Dio la sua vita per la pace, condannando i fautori della guerra con la preghiera del Salmo 67,31. Disse il papa: "Se qualcuno osasse commettere questo nefando delitto (di scatenare la guerra), allora non potremmo fare a meno di rivolgere nuovamente a Dio con animo amareggiato la preghiera: Disperdi i popoli che vogliono la guerra". 4. - Sono noti gli immensi sforzi compiuti da Pio XII, dapprima per impedire lo scoppio della seconda guerra mondiale e poi per alleviarne le rovine e le sofferenze. Papa Pacelli ammoniva governanti e popoli: "E' con la forza della ragione, non con quella delle armi che la giustizia si fa strada ( ... ). Imminente è il pericolo, ma si è ancora in tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Ritornino a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo. 5. - Di Giovanni XXIII, autore dell'enciclica Pacem in terris, vogliamo ricordare l'intervento presso Kennedy e Krusciov, che scongiurò il pericolo d'una guerra atomica. In un solenne messaggio al mondo il 25 ottobre 1962 papa Roncalli disse: "Alla Chiesa sta a cuore più d'ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni. A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere (... ). Con la mano sulla coscienza, ascoltino il grido angoscioso che da tutti i punti della terra sale verso il cielo. Pace, pace! Oggi noi rinnoviamo questo accorato appello; e supplichiamo i capi di non essere insensibili a questo grido dell'umanità. Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace". 6. - L'opera di Paolo VI per la pace è stata continua ed intensa. Tra i molti interventi per la pace va ricordato il discorso all'ONU (4 ottobre 1965), in cui, facendosi interprete del mondo intero, lanciò il grido.- "Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell'intera umanità". Fu Paolo VI a istituire La Giornata della Pace (10 gennaio) per ricordare a tutti gli uomini, all'inizio d'ogni anno, il dovere di lavorare per costruire la pace. Alla sua morte (6 agosto 1978) un coro unanime si levò da ogni parte della terra per riconoscere in lui il Papa della pace. Unica eccezione i testimoni di Geova, che due mesi prima, in una caricatura menzognera e volgare, marchio evidente della loro malignità, raffigurarono Papa Montini in atto di benedire la guerra". 7. - Giovanni Paolo Il continua con lo stesso zelo la missione dei suoi predecessori in difesa della pace. In tutti i suoi discorsi, nota dominante è l'invito accorato di lavorare per la pace nel pieno rispetto delle libertà e dei diritti degli altri. Mai papa Wojtyla ha detto una sola parola a favore della insurrezione o reazione armata, sempre per scongiurare e condannare l'una e l'altra. Tra i suoi innumerevoli interventi a favore della pace ricordiamo solo l'appello fatto il 25 febbraio 1981 da Hiroshina a tutto il mondo, in nome della vita, dell'umanità, del futuro: "Ai capi di Stato e di Governo, a coloro che detengono il potere politico ed economico, io dico: impegniamoci per la pace e la giustizia; prendiamo una solenne decisione, ora: che la guerra non venga più tollerata e vista come mezzo per risolvere le divergenze (... ). Ai giovani di tutto il mondo dico: creiamo insieme un nuovo futuro di fraternità e solidarietà". Servizio militare Su questa base di guerra alla guerra ha ancora senso per il cristiano parlare di servizio militare? I. - Coerentemente a quanto è stato detto e documentato finora, la coscienza cristiana non può approvare il servizio militare inteso come scuola di militarismo, vale a dire come addestramento alla guerra, specie atomica; oppure per la violenta repressione dei cittadini a vantaggio dell'ambizione di persone senza scrupoli o degli interessi egoistici di gruppi accecati da ideologie materialiste o capitaliste e di názionalismi fanatici; oppure per il violento rovesciamento di autorità superiori. 2. - La Bibbia tuttavia non giustifica l'affermazione secondo cui vi sarebbe una radicale incompatibilità tra uso della spada e professione di fede cristiana. Vale qui l'insegnamento di san Paolo esaminato nella Parte Prima. L'Apostolo precisa che lo scopo dell'uso della spada è la difesa dei buoni contro i malvagi. L'autorità superiore è ministra di Dio ed esecutrice della sua volontà nel punire chi opera il male. E' implicito nell'insegnamento paolino che durante il tempo presente, prima cioè del ritorno del Signore, vi possono essere perturbatorí della pace, "uomini egoisti, vanitosi, orgogliosi ( ... ), senz'amo- re (... ) I nemici del bene (... ), con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore (... ). Al loro numero appartengono certi tali che entrano nelle case e accalappiano donnicciole cariche di peccati, mosse da passioni di ogni genere, che stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità" (2 Timoteo 3,1-7). Per difendere i buoni contro costoro l'autorità costituita può portare e usare la spada. Non è detto che debba uccidere, ma tale uso deve essere certamente un mezzo adatto a garantire la convivenza pacifica e, nei casi-limite, neutralizzare i colpevoli. 3. - In questa prospettiva il servizio militare diventa una scuola di servizio civile e cristiano a bene del prossimo: scuola ed esercizio di autentico amore degli uomini. Diciamo ancora una volta che lo Stato ha il diritto-dovere di garantire la pace e la giustizia nella comunità, e di addestrare convenientemente coloro i quali siano gli immediati garanti e tutori. D'altra parte i cittadini hanno il diritto di essere difesi convenientemente nelle loro vite e nei loro legittimi interessi, e il dovere di cooperare 'materialmente e moralmente'al servizio reso dallo Stato per la tutela dell'ordine pubblico. i tutori dell'ordine possono essere chiamati "funzionari di Dio" (cf. Romani 13,6). 4. - Non esitiamo aggiungere che i tutori dell'ordine, compiendo il loro dovere con spirito evangelico, sono discepoli di Cristo di avanguardia, perché mettono in pratica il comandamento dell'amore del prossimo più di tanti altri cristiani. In effetti, espongono quotidianamente la loro vita a pericoli anche mortali e non di rado pagano di persona per salvare la vita degli altri: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Giovanni 15, 13; cf. 1 Giovanni 3,16). Viene spontaneo domandasi se sia più fedele alla Bibbia il testimone di Geova, obiettore di coscienza ad oltranza, che preferisce starsene, per pochi mesi, al sicuro in una confortevole prigione, oppure il giovane militare e il tutore dell'ordine, che espongono quotidianamente la loro vita sulle piazze e lungo le strade per difendere quella degli altri! Legittima difesa Può darsi il caso che i tutori dell'ordine vengano a trovarsi nella incresciosa situazione di dover difendere i cittadini della propria nazione contro quelli di un'altra comunità nazionale. Che cosa fare in questa deprecatile eventualità? l. - Ricordiamo anzitutto quanto già è stato detto, vale a dire che nella prospettiva, cristiana il concetto di una umanità divisa ideologicamente e anche geograficamente da frontiere, che siano causa di sanguinosi conflitti, non ha diritto di cittadinanza. Gesù Cristo ha rotto ogni barriera e di ciò che era diviso ha fatto un'unità (cf. Efesini 2,14; Galati 3,28 ecc.). Coloro che sono veramente cristiani devono considerare tutti i popoli della terra come un solo popolo ed impegnarsi affinché di fatto ogni barriera sia superata nel rispetto reciproco e nella salvaguardia dei diritti fondamentali dell'uomo. 2. - In questa prospettiva e nell'impegno di tutti di vedere in ogni uomo un proprio fratello, non ha più senso parlare ancora di "guerra giusta". Può darsi solo che si dia il caso di una legittima difesa comunitaria nel senso che, qualora una comunità politica o nazione si rendesse colpevole verso un'altra, le autorità superiori e i tutori dell'ordine hanno il diritto-dovere d'intervenire per la difesa dei buoni contro i malvagi. Si applicherebbe su scala internazionale il principio paolino secondo cui Dio ha dato ai pubblici poteri l'uso della spada per la giusta condanna di chi opera il male (cf. .Romani 13, 4). 3. - Su questa base biblica la morale cattolica ha precisato i limiti di una legittima difesa mediante l'uso delle armi. Ecco alcune condizioni che devono regolare una eventuale e sempre deprecabile azione bellica di legittima difesa: a) Vi deve essere un'aggressione violenta fisica in atto. In altre parole, la comunità politica contro cui un'altra legittimamente si difende deve essere passata all'attacco dopo il rifiuto di ogni tentativo di soluzione pacifica. b) La comunità politica attaccata deve fare lo stretto necessario per impedire il danno fisico incombente. Ciò comporta che non deve considerare il popolo che attacca come un nemico da distruggere indiscriminatamente, ma solo come un colpevole da disarmare e punire. Va perciò escluso ogni atteggiamento vendicativo in chi legittimamente si difende, che porta a rappresaglie e a un male maggiore del bene che si vuol difendere. Anche la legittima difesa deve essere una via a ristabilire la pace, e non a una maggiore divisione tra i popoli. c) Solo le autorità superiori hanno il diritto-dovere di ricorrere alla legittima difesa mediante l'uso delle armi e vigilare che durante l'azione bellica non siano superati i limiti entro cui i cristiani possono ricorrere all'uso della spada prospettato dall'Apostolo (Romani 13,4). Si obietta: La Bibbia condanna qualsiasi difesa violenta e comanda di non resistere al malvagio (cf . Matteo 5, 39; Romani 12, 19-2 1). Si risponde: Neì testi citati da san Matteo e da san Paolo non si tratta della non-resistenza al male in genere, ma di quella personale. Infatti, se l'offesa è personale, il vero discepolo di Cristo imiterà il suo Maestro che "oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendette, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia" (1 Pietro 2,23). E' il caso dei martiri. Ma se l'offesa è a danno delle comunità, Dio vuole che le autorità superiori tutelino i buoni contro i malvagi anche con l'uso della spada com'è stato spiegato precedentemente. Il cappellano militare I. - Il servizio militare, perché sia conforme ai principi cristiani, deve essere una scuola di pace, non di guerra: deve formare "funzionari di Dio", che tutelano con coraggio la pacifica convivenza sociale. Un contributo determinante alla loro formazione e al loro servizio è dato dai cappellani militari . Molti giovani incontrano il ministro di Dio per la prima volta durante il servizio militare. Spesso è un incontro determinante per la loro fede e la loro formazione cristiana, e di conseguenza per il loro servizio veramente cristiano a tutto vantaggio della comunità civile. Coloro poi che scelgono il servizio militare, nelle sue diverse specializzazioni, come professione, trovano nel cappellano una guida per la loro maturità cristiana e un consigliere fidato per la soluzione di delicati casi di coscienza, sempre per il bene e la sicurezza dei cittadini a livello nazionale e internazionale. "Avete indubbiamente una grande responsabilità perché la Chiesa, le singole famiglie, i superiori e i giovani stessi hanno fiducia in voi, e da voi attendono luce, guida, fortezza spirituale e un saldo punto di riferimento (...). Siate lieti di servire Cristo e l'umanità come cappellani militari, imitando Gesù che ricolmò di grazie e di amicizia anche il centurione romano (...). Fate conoscere ed amare Gesù Cristo, fate comprendere la prospettiva eterna e responsabile della vita umana (...). Siate gli angeli visibili per i giovani a voi affidati. Con voi Cristo è vicino ai giovani militari". 2. - Questa è la missione dei cappellani militari: formare "i funzionari di Dio" a un autentico impegno cristiano per il bene del prossimo nelle linee avanzate del pericolo e del coraggio. La preghiera e le altre pratiche di pietà che essi promuovono, mirano solo a far nutrire sentimenti di pace e di generosità, non di odio e di crudeltà. Stando così le cose, i tdG che accusano i cappellani militari - e in loro la Chiesa Cattolica - di essere fautori di guerra, di benedire le armi per la guerra, di far pregare per la guerra..., dicono e ripetono settariamente una grossa menzogna, una infame calunnia. I cappellani militari' non sono fautori di guerra, ma di pace come lo è la Chiesa Cattolica; non benedicono le armi perché siano strumento di guerra, ma una efficace tutela della pace; non pregano né fanno pregare per la guerra, ma per la pace, come fa tutta la Chiesa. I cappellani militari educano cristianamente ed assistono spiritualmente "i funzionari di Dio" perché sia preservata la pace e prevalga il bene contro ogni malvagità. Obiettori di coscienza Si pone ora la domanda: in una società strutturata secondo i principi cristiani, ossia in modo conforme agli insegnamenti della Bibbia, vi è posto per gli obbiettori di coscienza? Distinguiamo due casi. I. - Vi sono obiettori di coscienza contrari all'uso delle armi, ma disposti a servire lo Stato, cioè la comunità, in una delle tante forme alternative oggi giuridicamente riconosciute e spesso utili anzi necessarie alla tutela dei cittadini. Non di rado tali forme alternative o di servizio civile comportano sacrifici gravi e anche rischi per la propria vita. La Bibbia non condanna tali obiettori di coscienza perché essi non rifiutano la debita sottomissione alle autorità costituite e con la loro scelta alternativa, che la legge ammette, concorrono efficacemente al bene comune, specie in tempi di emergenza (terremoti, alluvioni, epidemie ecc.). La Chiesa Cattolica, mediante la voce del Concilio Vaticano II, ha rivolto un encomio a coloro che rinunciano all'uso della forza. Bisogna tuttavia tener presente che ha pure aggiunto che da tale rinuncia non deve derivare alcun danno per gli altri e per la comunità. Si suppone, comunque, che tale obiezione di coscienza sia realmente fondata su una sincera convinzione e non già su una posizione di comodo, che sfugge il pericolo e le responsabilità". 2. - Il secondo caso riguarda coloro i quali non solo rifiutano i servizio militare e ogni addestramento nella norma sono contrari a qualsiasi alternativa nei vari rami del servizio civile. Essi considerano lo Stato come una potenza satanica. Chiudendosi in un settarismo utopistico, aspettano che un dio guerriero (Geova) disponga fatalmente delle cose di questa terra fino al giorno in cui, mediante legioni di esseri celesti e con l'ausilio di truppe terrestri (quali?), sotto la guida del fedel maresciallo Gesù Cristo, distrugga i malvagi e salvi i buoni (= solo i membri della setta). Tali obiettori di coscienza sono palesernente contro la Bibbia. Lo Stato non è una potenza satanica, ma un'istituzione voluta da Dio. I discepoli di Cristo devono dare a Cesare quel che è di Cesare, vale a dire una cooperazione attiva e conveniente affinché le autorità superiori conseguano lo scopo che Dio ha loro assegnato, ossia la tutela dei buoni e la punizione dei malvagi. "Quelli che si oppongono all'autorìtà, si oppongono all'ordine stabilito da Dio" (Romani 13,2). Errori e verità I. - L'errore: In Giovanni 17,16 Gesù dice che i suoi discepoli non sono parte del mondo come lui (Gesù) non è parte del mondo. La verità: a) L'errore geovista consiste nell'uso parziale e perciò errato, che i tdG fanno della Bibbia. La verità si evidenze facendo notare che nella Sacra Scrittura la parola mondo (kosmos) ha più di un significato, come spiegano bene i dizionari biblici. Mondo significa anzitutto l'insieme delle realtà create, e poiché l'uomo è la creatura per eccellenza, mondo equivale a realtà umana, ossia all'insieme dei popoli o degli uomini. In questo senso mondo è una cosa buona (cf. Genesi 1,31). Secondariamente mondo indica l'umanità in ribellione contro Dio, ossia l'insieme della realtà umana in quanto macchiata dal peccato. Dio vuol salvare questa realtà umana ed ha mandato perciò il proprio Figlio (cf. Giovanni 3,16; 6,51). Gesù a sua volta ha mandato nel mondo i suoi fedeli discepoli (cf. Giovanni 17,18) perché siano strumento di salvezza di tutte le realtà create, specialmente dell'uomo. b) Questa legittima e doverosa precisazione fa capire bene il pensiero di Gesù, di cui abusano i tdG. Dicendo che i suoi fedeli discepoli non sono parte del mondo, Gesù intende solo dire che essi devono tenersi lontano dal peccato, dalla ribellione contro Dio: "Non chiedo che tu tolga al mondo, ma che li custodisca dal maligno" (Giovanni 17, 15). Egli non vuole affatto dire che debbano estraniarsi dalle realtà create, specie da quelle umane, anche se macchiate dal peccato. Al contrario, Gesù comanda ai suoi fedeli discepoli di essere "la luce del mondo (Matteo 5, 14). Tutto infatti appartiene al cristiano: "il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro!" (! Corinzi 3, 22). 2. - L'errore: Gesù disse al governatore romano: "Il mio regno non fa parte di questo mondo. Se il mio regno facesse parte di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ma ora il mio regno non è di qui". - Giov. 18:36 39. La verità: a) L'equivoco o inganno dei geovisti è la confusione che essi fanno tra Regno di Dio e autorità costituite da Dio per il bene degli uomini (cf. Romani 13,1-4). Il Regno di Dio, che Cristo ha acquistato col suo sangue (cf. Atti 20,28), corrisponde alla comunità dei credenti cioè alla Chìesa. In quanto tale esso non fa parte di questo mondo cioè del mondo del peccato. Il Regno di Dio si costruisce e si conserva solo con l'amore e l'offerta a Dio di se stessi. Così ha fatto Gesù. b) Ma ciò non toglie che durante la fase terrena della Chiesa Dio voglia che ci sia un ordine politico e sociale (cf. Romani 13,1-7). I discepoli di Cristo fanno parte di quest'ordine e devono contribuire col loro impegno affinché le autorità costituite raggiungano lo scopo per cui Dio le ha volute e le vuole. Venir meno a questo impegno nel modo spiegato precedentemente equivale a violare la volontà di Dio: "Chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio" (Romani 13,2). c) Si noti infine che mentre i tdG da una parte ci dicono che il Regno di Cristo non è di questo mondo, dall'altra ripetono fino alla noia che il loro Cristo ha preso possesso del regno di questo mondo fin dal 1914. Fra poco distruggerà con le armi i nemici che ancora si oppongono a questo regno. Centinaia di milioni vi lasceranno la pelle! . 3. - L'errore: Giacomo 4,4 "Adultere, non sapete che amicizia mondo è inimicizia con Dio? Chi perciò vuol essere amico del mondo si costituisce nemica di Dio". E Giovanni 5.19 dice: "tutto il mondo giace nella potenza dei maligno". In Giovanni 14:30, Gesù chiamò Satana "il governatore di questo mondo". La verità: a) In Giacomo 4, 4 la parola "mondo - ha il significato negativo di umanità ribelle a Dio, che vive di passione, cupidigia, litigi, guerre. San Giacomo condanna l'amicizia di tale mondo. In tutta la Lettera di Giacomo non c'è una sola parola da cui risulti che egli condanni l'uso delle realtà create, cioè del mondo in quanto creazione di Dio. La Bibbia dice che tutto ciò che Dio ha creato "è cosa molto buona - (Genesi 1, 3 1). Anche l'ordine politico-sociale è voluto, cioè creato da Dio. Non è perciò degno di condanna. b) Identico significato ha la parola "mondo" in 1 Giovanni 5, 19. Il mondo qui designa gli uomini che non credono e tutti coloro i quali, malgrado un'apparente professione di fede, sono vittime delle passioni, ossia si trovano sotto la potenza di satana. c) In Giovanni 14, 30 il diavolo è detto "il governatore di questo mondo" non nel senso di autorità costituite da Dio per la giusta condanna di chi opera il male (cf. Romani 13,1-4). Satana non ha alcun potere di governare gli uomini, ma l'usurpa mediante l'inganno, la menzogna, la cupidigia, l'ambizione. Tutti coloro che si servono di questi mezzi per raggiungere il loro scopo sono ministri di satana. 4. - L'errore: Luca 6: 27, 28: "A voi che ascoltate (io, Gesù Cristo), dico: Continuate ad amare i vostri nemici, a fare il bene a quelli che vi odiano, a benedire a quelli che vi maledicono, a pregare per quelli che vi recano ingiuria". a) I fedeli discepoli di Gesù Cristo, che, come insegna san Paolo" in qualità di autorità costituite da Dio nel campo politico-sociale, servono la comunità, mostrano di amare tutti, anche i loro nemici, e non odiare nessuno. E anche in caso di uso delle armi, lo scopo è la difesa dei buoni e la punizione dei cattivi, non l'odio. b) I tdG di Geova, che pur si vantano di essere fede li discepoli di Cristo, predicano l'odio verso chiunque non è dei loro, specialmente verso quelli che dopo un'amara esperienza in mezzo a loro, hanno trovato la libertà e il vero amore. Essi insegnano che sarebbe volontà di Dio, cioè di Geova, non amare tutto e tutti.  
Ev - Testimoni di G.: BATTESIMI E BATTESIMO

NICOLA TORNESE

BATTESIMI E BATTESIMO

OPUSCOLO N° 16 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA"

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Padre Nicola Tornese

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Nota: PARTE SECONDA ERRORI E VERITA'   In questa Seconda Parte prenderemo in esame alcuni testi biblici strumentalizzati dai tdG per dare parvenza di verità ai loro errori sul battesimo. Riporteremo prima l'errore e subito dopo la verità, seguendo fedelmente come guida la Parola di Dio 1 - L'errore. Il battesimo non lava i peccati. Ebr. 9:22 " Se il sangue non è versato non ha luogo nessun perdono " 1 Pietro. 2:22 " Egli (Gesù) non commise peccato, nè fu trovato inganno nella sua bocca". Mar. 1.-9 " Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano Giov. 1:29 " li giorno dopo (Giovanni Battista) vide Gesù che veniva verso di lui, e disse: "Ecco l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo!". 1 Piet. 2:24 " Egli (Gesù) stesso portò i nostri peccati nel proprio corpo, sul legno, onde morissimo ai peccati e vivessimo alla giustizia ". Atti 22:16 " Alzati, battezzati e lava i tuoi peccati, invocando il suo nome ".   La verità: a) Se il testo di Ebrei 9,22 si legge così com'è citato dai tdG, strappato cioè dal suo contesto, si potrebbe pensare che per la remissione dei peccati si debba versare il proprio sangue! Perciò è doveroso citarlo in modo più completo e soprattutto ricavare il vero significato dal contesto immediato, anzi di tutta la Bibbia. In effetti, l'autore della Lettera agli Ebrei, nel contesto immediato dice che “(Cristo) una volta sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso” (Ebrei 9,26). Altrove poi è precisato che “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola” (Efesini 5,25-26). L'allusione al battesimo è evidente (cf. Tito 3,3-7). La Bibbia dunque dice chiaramente che il Sangue effuso da Cristo sulla, Croce rimette i peccati, cioè santifica i credenti (=la Chiesa). Ma la virtù o potenza purificatrice di quel sangue agisce mediante l'acqua del battesimo, che " non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo” (1 Pietro 3,21). b) Questo chiaro insegnamento biblico fa capire anche l'esatto significato sia delle parole del Battista (Giovanni 1,29) sia quelle di Pietro (1 Pietro 2,24), citate e strumentalizzate dai tdG. La remissione dei peccati è un effetto della morte e risurrezione di Cristo, l'Agnello di Dio. Nessuno ha mai negato questo. Ma la virtù purificatrice e santificatrice di quella morte e risurrezione opera nel battesimo, che è “lavacro di rigenerazione” (Tito 3,5; cf. Romani 6,4-5; Efesini 5,25-26). Se non fosse così, perchè è chiamato lavacro? Poteva essere chiamato " giuramento ", "impegno ", " patto " e simili. c) Citando 1 Pietro 2,22 e Marco 1,9 i geovisti ripetono il loro abituale e grossolano errore di equiparare il battesimo del Battista a quello istituito da Gesù per la remissione dei peccati. Il battesimo cristiano è superiore a quello amministrato da Giovanni come precisa lo stesso Battista (cf. Matteo 3,1 1) e come spiegherà sapientemente l'apostolo Paolo. E' chiaro che Gesù, ricevendo il battesimo di Giovanni, non ebbe rimessi i peccati. Egli non aveva peccati (cf. 1 Pietro 2,22). E poi il battesimo di Giovanni era solo per la conversione (cf. Matteo 3,1 1). Ma da ciò non segue affatto che il battesimo cristiano non lava i peccati. 1 tdG falsificano la Parola di Dio. d) Alla luce di tutti questi chiarimenti biblici non vi può essere dubbio sul significato delle parole di Anania a Saulo: “Alzati, battezzati e lava i tuoi peccati, invocando il suo nome” (Atti 22,16).  Saulo aveva chiesto a Gesù: “Che devo fare, Signore?” (Atti 22,10). E Gesù non rispose: “Invoca il mio nome e i tuoi peccati saranno lavati!” No! Gesù apparve ad Anania, lo inviò da Saulo, il peccatore Saulo "fu subito battezzato " (Atti 9,18) e i suoi peccati furono lavati (Atti 22,16). Certo è detto che Saulo invocò il nome del Signore. Ma non è detto che i peccati gli furono lavati solo in virtù di questa invocazione. Egli fu purificato “per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola” (Efesini 5,26). 2 - L'errore: “Il battesimo cristiano in acqua fa ottenere il perdono dei peccati?” 1 Giov. 1:7: "Se camminiamo nella luce come egli è nella luce ... il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato" (Non è dunque l'acqua dei battesimo a purificarci dal peccato, ma il sangue di Gesù). Matt. 3;11: " lo (Giovanni Battista) ... vi battezzo con acqua a causa del vostro pentimento, ma colui che viene dopo di me (Gesù Cristo) è più forte di me e io non sono degno di levargli i sandali " (I versetti 5,6 come pure Atti 13:14, indicano che l'operato di Giovanni non era rivolto a tutti, ma ai soli giudei. Perchè? A motivo dei loro peccati contro il patto della Legge e per prepararli al Cristo). Atti 2,38 " Pentitevi, e ciascuno di voi si battezzi nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati ". (Era il battesimo in sè a far ottenere il perdono? Riflettete: Queste parole furono rivolte ai giudei che condividevano la responsabilità della morte di Cristo (Vedi i vv. 22,23). li loro battesimo avrebbe indicato qualcosa. Che cosa? Che ora riponevano fede in Gesù quale Messia o Cristo. Solo facendo questo potevano ottenere il perdono dei peccati (Atti 4:12; 5, 30,3 1 ).   La verità: a)  Certamente  l'apostolo  Giovanni dice che “il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato”, ma non nega che questa purificazione avviene mediante l'acqua del battesimo. Questo glielo fanno dire i tdG, corrompendo la Bibbia. Per convincersene basta ricordare che Giovanni sapeva bene che il sangue di Gesù, purificandoci da ogni peccato, ci fa rinascere a nuova vita (cf. Giovanni 1,12). E sapeva pure perchè l'aveva appreso dalle labbra di Gesù che a questa nuova vita si " nasce d'acqua e da Spirito " (Giovanni 3,5). t sempre il sangue di Gesù che purifica, ma mediante il lavacro di generazione (cf. Tito 3,5). Perfetta sintonia tra Giovanni e Paolo. b) Con riferimento a Matteo 3,1 1 non è affatto vero che l'operato di Giovanni il Battista era rivolto ai soli giudei. La Bibbia dice proprio il contrario. San Luca ci informa che interrogavano Giovanni anche alcuni soldati con chiari segni di pentimento e non è da escludere che anche questi furono battezza- ti " quando tutto il popolo fu battezzato " (cf. Luca 3,14.21). Inoltre Matteo scrive: “Accorrevano a lui (a Giovanni) da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano” (Matteo 3,5-6). San Luca parla di "folle" (cf. Luca 3,7.10). Chi ci autorizza a dire che erano tutti giudei? Non vi potevano essere anche molti proseliti", e molti residenti stranieri dato che la Palestina era sotto il governo di Roma? A parte tutto questo, la questione che qui deve interessare non è se Giovanni predicava solo ai giudei o anche ad altri. La questione è se il battesimo cristiano lava i peccati. Si tratta perciò di una subdola deviazione geovista! e) Identica subdola manovra per manipolare Atti 2,38. L'anonimo manovratore geovista ci invita a riflettere. Noi abbiamo riflettuto e siamo arrivati alle seguenti conclusioni: - Come in Matteo 3,11 la questione non è se le parole di Pietro siano rivolte ai soli giudei o anche ad altri. La questione è se il battesimo lava i peccati. Siano rivolte ai soli giudei o anche ad altri le parole di Pietro sono un esplicito invito a battezzarsi per il perdono dei peccati: “Ciascuno di voi si battezzi nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati”. Il battesimo dunque è un mezzo, cioè un rito sacro (sacramento) che rimette i peccati. - Certamente Pietro esige che Gesù sia riconosciuto come Messia, come unico Salvatore (cf. Atti 5,30-31), in cui soltanto c'è salvezza (cf. Atti 4,12). Ma non dice affatto che solo riponendo fede in lui quale Messia si ottiene il perdono dei peccati. Se così fosse, a che scopo esortare a battezzarsi? La fede è necessaria come pure il pentimento. Ma il battesimo conferisce la salvezza, che ha come sorgente Gesù riconosciuto come Messia. - E poi non è affatto vero che le parole di Pietro erano rivolte ai soli giudei che condividevano la responsabilità della morte di Cristo. A parte il fatto che a Gerusalemme ci potevano essere molti non giudei venuti per la festa della Pentecoste, che Pietro non poteva nè voleva escludere dall'annuncio della salvezza, dire che solo i giudei condividevano la responsabilità della morte di Cristo è una grossa eresia radicalmente contraria all'insegnamento biblico. - Paolo, che predicava la stessa dottrina di Pietro e degli Apostoli (cf. 1 Corinzi 15,9-1 1), ribadisce con insistenza che la responsabilità della morte di Cristo è condivisa da tutti gli uomini: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture” (1 Corinzi 15,3). “Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per i nostri peccati nel tempo stabilito” (Romani 5,6) “Perchè tutti hanno peccato” (Romani 5, 12). E come Pietro, anche Paolo vede nel battesimo la rinascita a una vita nuova, cioè il perdono dei peccati e la caparra della nostra salvezza: “Per mezzo dei battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui (Cristo) nella morte, perchè come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Romani 6,4). Paolo rivolge le sue parole a giudei e non giudei (cf. Romani ce. 1,2,3); per lui giudei e non giudei condividono la responsabilità della morte di Cristo, tutti hanno bisogno della fede e dei battesimo per beneficiare del perdono dei peccati e della salvezza eterna (cf. Romani 6,5). 3 - L'errore: Il battesimo cristiano in acqua si compie per aspersione o per immersione completa? Mar. 1:9,10: " Gesù ... fu battezzato ("immerso", Co, ED) da Giovanni nel (fiume) Giordano. E immediatamente, salendo fuori dall'acqua, vide separarsi i cieli. " Atti 8:38: "Entrambi scesero nell'acqua, sia Filippo che l'eunuco; e lo battezzò ("immerse", Co, ED)   La verità: a) Citando Marco 1,9 i tdG ripetono ostinatamente lo stesso errore, di considerare cioè il battesimo di Giovanni come modello del battesimo cristiano. In realtà, la Bibbia afferma ripetutamente che si tratta di due battesimi diversi (cf. Matteo 3,1 1; Marco 1,8; Luca 3,16; Atti 19,4-6). Perciò il testo di Marco 1,9- 10 non ha nessun valore al fine di sapere come deve essere amministrato il battesimo cristiano. Non risuIta dal Nuovo Testamento che la vita della Chiesa primitiva fosse condizionata da quanto aveva detto e fatto il Battista (cf. Atti 19,1-7). b) Il testo greco di Atti 8,38 dice " scesero nell'acqua ". Si può scendere nell'acqua anche se si tratta d'uno specchio d'acqua o di un piccolo ruscello. Questo dovette essere il caso di Filippo e dell'eunuco se si considera che la zona era deserta (cf. verso 26) ed è impossibile che ci sia stata una piscina o un fiume da poter essere immersi. Filippo dovette versare acqua sul capo dell'eunuco, stando tutti e due coi piedi nell'acqua. c) Può darsi che nella Chiesa primitiva il battesimo fosse amministrato per immersione. Ma non c'è nessun comando divino a questo riguardo. Non risulta che si battezzassero in piscine pubbliche usate anche per scopi profani come fanno abitualmente i tdG. Non essendoci nessuna norma divina, ci si può chiedere se nei casi di battesimi in massa non si sia seguito un rito diverso, cioè quello dell'aspersione. La stessa cosa si può pensare che avvenisse in circostanze straordinarie come fu quella del direttore dei carcere di Filippi, che assieme a tutta la sua famiglia furono battezzati subito, di notte, in casa (cf. Atti 16,33). d) E' certo comunque che fin dai tempi apostolici il battesimo per aspersione era conosciuto e praticato come ci informa la Didachè: “Quanto al battesimo, battezzate in questo modo: dopo aver premesso tutte queste cose, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nell'acqua viva. Se non avessi acqua viva, immergi in altra acqua; se non puoi nella fredda, immergi nella calda. Che se non avessi abbastanza nè dell'una nè dell'altra, versa tre volle sul capo l'acqua in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (VII, 1-3)”. Si noti infine che il verbo greco baptìzein  significa anche lavarsi, prendere abluzioni (cf. Luca 11,38), non necessariamente immegersi. 4 - L'errore: “Nel nome (riconoscere la Posizione, l'Autorità) del Padre”. Matt. 28:19 “Andate dunque e fate discepoli delle persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre”. Sal. 83:18 Tu, il cui nome è Geova, tu solo sei l'altissimo su tutta la terra”. 2 Re 19:15 “O Geova ... tu solo sei il vero Dio di tutti i regni della terra. Tu stesso hai fatto i cieli e la terra”. Sal. 36:9 “Perchè presso di te è la fonte della vita”. Isaia 33:32 “Poichè Geova è il nostro Giudice, Geova è il nostro Datore di Statuti, Geova è il nostro Re, Egli stesso ci Salverà”.   La verità: L'errore fondamentale dei geovisti, in questo caso consiste nel frantumare la formula di Matteo 28,15 L'evangelista Matteo, guidato dallo Spirito Santo ha scritto una sola volta l'espressione “nel nome di”, non l'ha ripetuta tre volte davanti al Padre e  Figlio e allo Spirito Santo. Ciò facendo egli h voluto indicare in modo inequivocabile che il battesimo, opera divina, va attribuito, senza differenza sostanziale, alle Tre Persone Divine. I geovisti distruggono ciò che dice la Bibbia, ripetono separatamente la formula “nel nome di davanti al Padre, davanti al Figlio e davanti ali Spirito Santo. In questo modo si aprono la via, senza che i meno accorti se ne avvedano, per affermare la differenza sostanziale fra le Tre Persone Divine, ossia per distruggere la divinità del Figlio e dello Spirito Santo. Al contrario l'evangelista Matteo usa volutale una sola volta la formula “nel nome di” perchè si riconosciuta la stessa posizione divina al Padre, Figlio e allo Spirito Santo. Dopo una tale manovra truffaldina citano alcuni testi biblici per creare confusione e convincere astutamente che il loro Geova è al di sopra del Figlio tanto più dello “spirito santo.” Ma la Bibbia no dice così. a) L'autore del Salmo 83, che scrisse secoli avanti la manifestazione dell'Emanuele, ossia di Dio-con-noi (cf. Matteo 1,23), doveva asserire che Jahve è l'Altissimo su tutta la terra. Ma dopo che il Verbo o Parola o, meglio, la Sapienza di Dio (greco Logos), Creatore di tutto ciò che esiste (cf. Giovanni 1,3), pose la sua tenda nell'uomo Gesù (cf. Giovanni 1,14; Esodo 25,8), gli autori ispirati del Nuovo Testamento potevano e dovevano attribuire la stessa posizione anche al Figlio. Esattamente come il Padre, anche il Figlio è “l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine” (Apocalisse 22,13; cf. 21,6; 1,8; Isaia 44,6; 48,12) 28. b) Alla luce di queste precisazioni appare chiaro anche il testo di 2 Re 19,15. Ezechia, re di Giuda nel settimo secolo avanti-Cristo (721-693), invocando Jahve (non Geova), non sapeva che il Dio da lui invocato si sarebbe fatto conoscere nella sua ricchezza interiore come Padre, come Figlio e come Spirito Santo. “Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” ( Giovanni 1,18; cf. Ebrei 1,1-2). Appellarsi perciò alle parole di 2 Re 19,15 per dare solo al Padre la posizione divina equivale a distruggere tutto il Nuovo Testamento. c) Per le stesse ragioni deve dirsi fuori posto la citazione del Salmo 36,9 “Presso di te è la fonte della vita”. Al salmista non era stato rivelato che la Vita si sarebbe fatta visibile in Colui che disse: “lo sono la Vita” (Giovanni 11,25; cf. 1 Giovanni 1,1- 2). Presso il Figlio dunque, al pari che presso il Padre, è la Fonte della Vita (Cf. Giovanni 7,37). d) Anche il testo di Isaia 33,22 deve essere spiegato alla luce del Nuovo Testamento. E ancora Gesù che parla e dice: “li Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio” (Giovanni 5,22). E ancora: “lo sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere” (Apocalisse 2,23; cf. Geremia 17,10; Salmo 62,13). In effetti, fin dall'inizio del suo ministero Gesù insegnava “come uno che ha autorità” (Matteo 7,28; Marco 1,22) e usava la formula molto significativa “Fu detto ... ma io vi dico” (Matteo 5,21-38). Come il Padre anche il Figlio è " Datore di Statuti ". 5 - L'errore: “Nel nome (riconoscere la Posizione e l'Autorità del Figlio)”. Matt. 28:19 “Andate dunque e fate discepoli delle persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome ... dei Figlio”. Filip. 2:9-11 “Dio l'ha esaltato a una posizione superiore e gli ha benignamente dato il nome che è al di sopra d'ogni altro nome, onde nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio di quelli che sono in cielo e di quelli che sono sulla terra e di quelli che sono sotto il suolo, e ogni lingua confessi apertamente che Gesù Cristo è il Signore alla gloria di Dio Padre”.   Riv. 19:16 “Ha scritto un nome, Re dei re e Signore dei signori”. Riv. 1:5 “Gesù Cristo 'il Testimone Fedele', li primogenito dai morti' e 'Governante dei re della terra'”. Eb. 5:9,10 “Divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono responsabile di salvezza eterna, perchè è stato da Dio specificamente chiamato sommo sacerdote secondo la maniera di Melchisedec”. 1 Tim. 2:5 “Vi è un solo Dio, e un solo mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù”   La verità: Nell'errore precedente i geovisti si sono sforzati di dimostrare che il Padre è superiore al Figlio. Ora cercano di convincere che il Figlio è inferiore al Padre. A tal fine ripetono, corrompendo la Bibbia, l'espressione “nel nome di” davanti al Figlio, e poi strumentalizzano settariamente alcuni testi biblici. La manovra continua! Prima di analizzare i singoli testi diciamo che nel battesimo il Figlio esercita come il Padre il potere divino di rimettere i peccati. Perciò l'autore ispirato Matteo usa una sola volta la formula “nel nome di”. Questo è talmente vero che nella Chiesa apostolica il battesimo era anche amministrato soltanto nel nome di Gesù (cf. Atti 2,28; 8,16; 10,48; 19,5). La formula trinitaria di Matteo 28,19 esplicita l'opera salvifica dell'unico Dio nei tre momenti della sua attuazione: nella sua origine (Padre), nella sua esecuzione (Figlio), nella sua continuità (Spirito Santo). Veniamo ora ai singoli testi. a) Filippesi 2,9-11. Dal contesto appare chiaro che san Paolo esorta i cristiani di Filippi a liberarsi dai sentimenti di orgoglio e di egoismo, invitando Gesù Cristo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Filippesi 1,5). Non chiede loro di spogliarsi della propria natura, cosa del resto impossibile. La natura si può educare, non distruggere. Per rendere efficace la sua esortazione san Paolo ricorda il comportamento di Gesù: “Il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2,6-7). Analizziamo accuratamente queste parole: “Pur essendo di natura divina”, oppure, traducendo letteralmente “essendo nella forma di Dio”. La parola forma (greco morfè) designa tutto ciò che la natura esige e manifesta, ossia gli attributi, le prerogative, i diritti. Cristo possedeva gli attributi, le prerogative, i diritti divini. Dunque va collocato allo stesso livello divino per natura. Tuttavia “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio”, oppure alla lettera “non considerò come una preda l'essere alla pari con Dio”.La natura divina o, uguaglianza con Dio era proprietà di Cristo, non cosa rubata. Cristo non poteva spogliarsi della natura divina. Ma pur rimanendo uguale a Dio in quanto a natura, rinunziò spontaneamente ad esser trattato conforme alla sua dignità divina. Volle presentarsi all'umanità in veste di uomo (cf. Giovanni 1,14) e subire l'umiliazione della morte di Croce (cf. Filippesi 2,7-8). A motivo di questo spogliamento, cioè dell'opera redentiva dell'Emmanuele, (Dio-con-noi), il suo nome, ossia l'Uomo-Dio, deve essere adorato: la stessa natura umana è fatta partecipe della gloria e della adorazione: “Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome; perchè nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Filippesi 2,9-10). Questo vuol dire che tutta l'opera di Cristo, il suo abbassamento e la sua esaltazione anche come uomo, altro non è che la manifestazione della bontà dell'unico Dio, che ha fatto conoscere il suo immenso amore per gli uomini nel Figlio sofferente e glorificato. Questo Figlio, nella sua interezza, anche cioè nella sua umanità, ha diritto al titolo di Signore come Jahve (cf. Romani 10,9, Isaia 45,23) e alla stessa adorazione dovuta a Jahve (cf. Filippesi 2,1 1). Il Figlio non è inferiore al Padre in quanto a natura (forma-morfè) divina. b) Contro l'uguaglianza del Figlio col Padre i tdG si appellano ad Apocalisse 19,16. In realtà, il titolo di “Re dei re e Signore dei signori” conferma questa uguaglianza. In Deuteronomio 10,17 Jahve è chiamato " il Signore dei signori " (cf. 1 Timoteo 6,15). Se l'autore ispirato dell'Apocalisse dà al Figlio lo stesso titolo, è evidente che lo colloca nella stessa posizione di Jahve. c) Identico insegnamento in Apocalisse 1,5. Il Figlio è detto “Testimone fedele” in quanto è la Parola o Sapienza divina (cf. Giovanni 1, 1) presente nell'uomo Gesù (cf. Giovanni 10,38) per farei conoscere con assoluta garanzia di veridicità, la verità su Dio e il suo amore per noi. E' detto “primogenito dei morti” perchè la sua umanità, ossia l'Uomo Gesù, in virtù della potenza divina, che è comune al Padre e al Figlio, ha vinto la morte con la sua risurrezione, primo fra tutti. Gli altri uomini saranno risuscitati a somiglianza dell'Uomo Gesù (cf. Filippesi 3,20-21). E' detto “il principe dei re della terra” perchè l'Uomo-Dio, l'Emmanuele (cf. Matteo 1,23), distrutti i suoi nemici, riceverà il dominio universale come predetto da Daniele (7,14; cf. 1 Cor. 15,28). Come Jahve Egli è “il Re dei re e il Signore dei signori” (Deuteronomio 10,17). d) In Ebrei 5,9-10 si parla del sacrificio di Cristo, in quanto uomo. L'Uomo Gesù fu insieme vittima e sacerdote alla maniera di Melchisedek, ossia per tutti, non solo per gli Ebrei. La morte sacrificale di Cristo non ha colpito la sua divinità, ma la sua umanità. In quanto Dio non poteva nè soffrire nè morire. Si è sacrificato in quanto uomo, senza nulla detrarre alla sua uguaglianza con Dio. Tanto è vero che l'autore della stessa Lettera agli Ebrei dice di Lui : “Il tuo trono, Dio, sta in eterno” (Ebrei 1,8). e) Anche Timoteo 2,5 va riferito a Cristo in quanto uomo. In quanto tale il Cristo ha dato se stesso in riscatto per tutti, senza nulla sottrarre alla sua divinità o uguaglianza col Padre. Infatti, lo stesso Paolo chiama il Cristo “Figlio proprio di Dio” (Romani 8,32), nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Colossesi 2,9). 6 - L'errore: “Nel nome (riconoscere la funzione, l'attività) dello spirito santo”. Matt. 28:19 “Andate dunque e fate discepoli delle persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome ... dello spirito santo”. Giov. 14:16,1 7 “lo pregherò il Padre ed egli vi darà un altro soccorritore che sia sempre con voi, lo spirito di verità”. Efes. 6;1 7 “Accettate ... la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio”. 2 Piet. 1:21 “La profezia non fu mai recata dalla volontà dell'uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano spinti dallo spirito santo”. 1 Cor. 2:10 “Poichè a noi Dio le ha rivelate per mezzo del suo spirito, poichè lo spirito scruta tutte le cose, anche le cose profonde di Dio”. Gioe. 2:28,29 “Verserò il mio spirito su ogni sorta di carne, e i vostri figli e le vostre figlie per certo profetizzeranno. In quanto ai vostri vecchi, sogneranno sogni. In quanto ai vostri giovani, vedranno visioni. E pure sui servi e sulle serve verserò in quei giorni il mio spirito”. Gal. 5:22,23 Il frutto dello spirito è amore, gioia, pace, longanimità, bontà, fede, mitezza, padronanza di sè”.   La verità: La prima cosa da notare è che i geovisti parlano di funzione, attività, dello " spirito santo ", scritto da loro sempre con lettera minuscola. E' una astuta manovra per negare sia la personalità dello Spirito Santo sia la sua uguaglianza con Dio". La Bibbia afferma sia la Divinità sia la personalità dello Spirito Santo. a) Matteo 28,19. Ripetiamo ancora una volta che nella formula battesimale (Matteo 28,19) lo Spirito Santo dipende dalla stessa unica espressione “nel nome di” come il Padre e il Figlio. Il battesimo, dunque, opera divina, deve essere attribuito allo stesso titolo al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. In effetti, il battesimo comporta la remissione dei peccati (vedi sopra pp.12-15; 35-38). Ora solo Dio può rimettere i peccati (cf. Luca 5,21). Dunque anche lo Spirito Santo va collocato allo stesso livello divino del Padre e del Figlio. Parimenti nella formula battesimale di Matteo 28,19 è affermata anche la personalità dello Spirito Santo. Infatti l'espressione “nel nome di” equivale a fare qualcosa in rappresentanza di qualcuno, cioè d'una persona. Inoltre “battezzare nel nome di” significa “consacrare a” oppure “mettere al servizio di”. Il battezzato si consacra o/e si mette al servizio del Padre e del Figlio che sono Persone. Poichè il battesimo è amministrato anche “nel nome dello” Spirito Santo, ne segue che il battezzato si consacra o/e si mette al servizio anche dello Spirito Santo, che come il Padre e il Figlio deve dirsi una Persona divina. b) Giovanni 14,16-17. Qui non è negata l'uguaglianza delle tre Persone divine e neppure la personalità dello Spirito Santo. Infatti il verbo pregare esprime una domanda, ma non suppone in chi prega una inferiorità. In un governo triunvirale, cioè di tre persone (troika), come si ebbe nell'antica Roma, tutti e tre hanno la stessa autorità. Se uno dei tre prega un altro di fare una cosa, di compiere la propria funzione, non ne segue che si dichiara inferiore a lui. Nel testo citato di Giovanni poco dopo Gesù dice che il Padre manderà lo Spirito Santo nel nome di lui (di Gesù), anzi che sarà lui stesso a mandarlo (Cf. Giovanni 14,26; 16,7). E' detto pure che lo Spirito Santo prenderà del suo (di Gesù) perchè tutto quello che il Padre possiede è suo (cf. Giovanni 16,14-15. Che poi lo Spirito Santo sia una Persona è detto espressamente perchè chiamato paraclito (=avvocato, assistente, difensore). Anche Gesù infatti, che è certamente una persona, è detto nella Bibbia paraclito (cf. 1 Giovanni 2,1). Pure Jahve è detto soccorritore (cf. Salmo 10,14). c) In Efesini 6,17 l'apostolo non intende affatto ridurre lo Spirito Santo a una funzione impersonale e negargli la divinità. Al contrario, egli esorta i cristiani ad armarsi della spada dello Spirito, che è (spiega) la Parola di Dio. Chi parla è certamente una persona, e in questo caso una Persona Divina. E' Dio Spirito Santo che parla. d) In 2 Pietro 1,21 i geovisti confondono tra Donatore e cosa donata. La profezia è un dono dello Spirito Santo, perciò i profeti parlano in nome di Dio perchè in essi vi era lo spirito profetico, ossia il dono profetico. In altre parole, erano guidati o illuminati o ispirati da Dio-Spirito Santo. Chi guida in una funzione divina qual'era quella dei profeti è una Persona divina, cioè lo Spirito Santo. Perciò la Bibbia è detta giustamente " Parola di Dio ". e) L'idea fondamentale di 1 Corinzi 2,10-16 è che la predicazione dell'Apostolo Paolo ha la sua sorgente nello Spirito di Dio (vv. 10-11). Dunque altro è lo Spirito che rivela, altro ciò che Egli rivela, cioè la predicazione di Paolo, in contrasto con quella comunicata dagli uomini. Lo Spirito Santo scruta anche le profondità di Dio, cioè possiede la perfetta conoscenza dei segreti impenetrabili di Dio, e può comunicarli. Questo dimostra che lo Spirito Santo è consustanziale al Padre come lo spirito dell'uomo è consustanziale all'uomo. f) Il testo di Gioele 2,28-29 si spiega alla luce di Atti 2,14-21. Quando Gesù preannuncia la discesa dello Spirito Santo (cf. Atti 1,8) distingue tra Spirito Santo e forza che Egli darà, distingue tra Datore e dono. Da Gioele perciò non si può dedurre affatto che lo Spirito Santo non sia una Persona. g) E pure evidente che san Paolo in Galati 5,22- 23 parla di frutti o doni dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è una persona divina, sorgente e causa di quei frutti. Egli è il Datore, i frutti sono il dono. Questi possono perdersi o estinguersi (cf. 1 Tessalonicesi 5,19), ma non lo Spirito che li dà. Lo Spirito, Datore di quei doni, è la Potenza di Dio (cf. Luca 1,31), che mai si estingue.   PERCHE' BAGNARSI? Lo chiamano battesimo, ma del battesimo cristiano, quello istituito da Gesù Cristo, non ha proprio nulla. In effetti, il bagno geovista non rimette i peccati. Questo è il grosso errore dei tdG circa il battesimo. E allora, perchè bagnarsi? Prima di rispondere a questa domanda vogliamo evidenziare, alla luce della Bibbia, la disastrosa conseguenza di questo errore geovista. Lo faremo analizzando alcuni testi di san Paolo ed esplicitando le verità in essi contenute. 1 - Nella Lettera ai Romani, capitolo 5, l'Apostolo si sofferma a considerare la condizione spirituale di tutti gli uomini, dell'intera umanità alla luce della redenzione operata da Cristo. “Infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo” (Romani 5,10). Questa inimicizia con Dio ha come causa il peccato del primo uomo: “A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perchè tutti hanno peccato” (Romani 5,12). Poco dopo insiste sullo stesso concetto: “Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Romani 5,19). Il pensiero di Paolo non sembra lasciar dubbi: il peccato di Adamo ha inflitto all'umanità una ferita mortale. Tutti nasciamo peccatori. 2 - Nella Lettera agli Efesini, capitolo 2, Paolo insegna la stessa verità, partendo dalla considerazione dei peccati personali. Per lui, sia i pagani sia i giudei, malgrado la Legge, si sono macchiati di gravissime colpe (cf. Romani 1, 18-32; 2,1-28). Questi peccati, al dire di Paolo, causano la morte, non tanto quella fisica, ma quella spirituale e morale: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo ... Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere in Cristo” (Efesini 2,1.4). La Chiesa Cattolica, in queste affermazioni di san Paolo vede due specie di peccato: uno chiamato originale, commesso all'origine dell'umanità, ma che si riverbera sull'intera umanità. L'altro è quello personale dovuto o alla trasgressione della Legge data da Dio per mezzo di Mosè (cf. Romani 2,17-19) o a quella scritta nel cuore di ogni uomo, nella sua coscienza (cf. Romani 1,18-32). 3 - Ma Paolo non si sofferma solo sulla parte negativa della condizione umana. Egli insiste soprattutto e gioiosamente sull'opera redentiva di Cristo. “Come dunque per la colpa d'uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita” (Romani 5,18). E a quei di Efeso, come abbiamo già accennato, scrive con gioia: “Da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere con Cristo; per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù” (cf Efesini 2,5-7). Dalla morte alla vita! Ecco il miracolo che la bontà di Dio ha compiuto e compie             mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù 4- Ma come Dio compie questo miracolo? Come passa la creatura umana dalla morte alla vita? Lo stesso Paolo è sommamente esplicito e chiaro anche in questo. Certamente egli afferma che la salvezza si ha " mediante la fede " (Efesini 2,8). Ai Romani scrive: “Poichè se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso” (Romani 10,9-13). Ma Paolo non dice solo questo. Il suo pensiero sarebbe frainteso e anche tradito se non si tenesse conto di ciò che egli dice altrove parlando appunto della salvezza. Scrivendo ai Colossesi l'apostolo precisa come a quei pagani, morti per i loro peccati, Dio ha dato la vita (cf. Colossesi 2,13). Questo avvenne mediante "la vera circoncisione di Cristo", che è il battesimo. “Con lui (Cristo) infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati” (Colossesi 2,12). Lo stesso insegnamento in Romani 6,4, e in una forma ancora più chiara in Efesini 5,26. Parlando della Chiesa o comunità dei veri cristiani Paolo afferma che Cristo l'ha purificata “per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola”. Qui la parola viene intesa con riferimento alla confessione di fede del battezzato, ma l'allusione al battesimo è evidente (cf. Tito 3,3-7). 5 - Da quanto detto finora, aderendo fedelmente alla Bibbia, ne segue necessariamente una conseguenza. Dispiace dirlo, ma è doveroso. I tdG nascono, vivono e muoiono in urlo stato di peccato, di inimicizia con Dio, di morte eterna. Per loro il battesimo non lava i peccati. Tuffandosi nella piscina essi non hanno l'intenzione di purificarsi dai peccati, di rinascere a vita nuova in Cristo, che è preludio alla vita eterna. “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni 3,5).   6 - Che cosa è dunque il bagno geovista? E l'impegno pubblico, ufficiale da parte delle nuove reclute di servire Geova, fare cioè gli interessi della società geovista, costi quel che costi. Sempre che nelle riviste e libri dei tdG si parla di battesimo due cose si ripetono in modo ossessivo. Una è che il battesimo non lava i peccati. Abbiamo dimostrato abbondantemente che la Bibbia dice proprio il contrario. L'altra cosa, che sta maggiormente a cuore ai capi della setta geovista, è inculcare che mediante il battesimo o piuttosto il bagno nella piscina, ci s'impegna a fare la volontà di Geova. t chiaro che fare la volontà di Geova, nel linguaggio geovista, equivale a vendere il proprio cervello ai capi della setta. E se qualcuno venisse meno a questo impegno, sarà di- strutto nella prossima battaglia di Armaghedon. Ecco un esempio. Sfruttando il testo di 1 Pietro 3,20-21, da noi analizzato (cf. p. 13), hanno scritto: “L'arca era la prova tangibile che Noè si era dedicato a fare la volontà di Dio e quindi aveva svolto fedelmente il lavoro affidatogli da Dio. Questo gli salvò la vita. In modo corrispondente, coloro che si fossero dedicati a Geova in base alla fede nel Cristo risorto, si fossero battezzati nel simbolo di ciò, e avessero fatto la volontà di Dio (leggi Geova) per i suoi servitori sarebbero stati salvati dal presente mondo malvagio. Non sarebbero più stati riservati alla distruzione col resto dei mondo”. Per ottenere tale scopo prima di tuffarsi nella piscina due domande sono rivolte al candidato: La prima: “In base al sacrificio di Gesù Cristo, ti sei pentito dei tuoi peccati e ti sei dedicato a Geova per fare la Sua volontà?” La seconda: “Comprendi che la tua dedizione e il tuo battesimo ti identificano come testimone di Geova associato all'organizzazione diretta dallo spirito di Dio?”. rispondendo sì a queste domande, i candidati hanno la giusta condizione di cuore per tuffarsi nella piscina e fare il bagno geovista. Tale gesto non li purifica dai peccati nè li fa risorgere dalla morte alla vita, come dice chiaramente san Paolo, ma li rende schiavi della società Torre di Guardia
Ev - Testimoni di G.: REGNO DI DIO e REGNO DI GEOVA
Opuscolo n° 14 della Piccola collana "I Testimoni di Geova". Il regno di DIO. Il tempo è compiuto. Il regno di Geova. Primo tempo. Secondo tempo. Terzo tempo. Quarto tempo. Appendice: un grosso errore

Nota: Scrisse Giovanni: “E udii una   voce  grande nel    cielo che diceva. "Ormai è avvenuta la salvezza, la potenza e il regno del Dio nostro e l'autorità del suo Cristo, perché è stato gettato l'accusatore dei fratelli nostri, il quale li accusava davanti al Dio nostro giorno e notte. Ed essi lo hanno vinto a causa del sangue dell'agnello e a causa della parola della loro testimonianza, e non hanno amato l'anima loro fino alla morte. Perciò rallegratevi, cieli e quanti dimorate in essi! Guai alla terra e al mare, poiché discese il diavolo a voi, avendo furore grande, sapendo' che  ha poco tempo” (Apocalisse 12, 10-12, Garofalo). Spiegazione: Anche qui come in Apocalisse 11, 15 si precisa che “ormai è avvenuta la salvezza, la potenza e il regno del Dio nostro e l'autorità del suo Cristo”. Si tratta perciò di un fatto già avvenuto, d'una realtà già esistente, non di qualcosa che deve ancora venire nel futuro. A conferma vale il fatto che in virtù della presenza del Regno, i martiri hanno vinto le insidie del maligno, “a causa del sangue dell'Agnello”, vale a dire per la forza data loro dalla Redenzione del Cristo, fondatore del Regno. E vale pure quanto è detto poco prima (versi 7-8), che cioè- il dragone, il diavolo, satana, fu sconfitto nella lotta con Michele: fu sconfitto (nel passato), non sarà sconfitto (nel futuro). (Cfr. Luca 10, 18). Scaraventato sulla terra satana potrà fare ancora del male prima di essere incatenato (cfr. Apocalisse 20, 4). Ma l'autorità del Cristo già in piena efficienza svuoterà il potere del maligno fino al trionfo finale del bene (cfr. 1 Corinzi 15, 24-28).   3 - E' assurdo perciò pensare che quanto è detto in Apocalisse 11, 15 e 12,10 abbia come scopo la proclamazione di un regno terreno, ereditato da Cristo quale legittimo discendente di Davide, in un lontano 1914.Se Cristo non poteva ereditare nulla di più di quanto aveva avuto Davide, il Regno di Dio e di Cristo sarebbe un regno terreno, avente come confini il Mar Mediterraneo, l'Egitto, il Mar Morto, il fiume Giordano e a nord la Siria e il Libano. Quante assurdità (e stupidità) nella propaganda geovista! E notate inoltre l'acrobazia biblica dei geovisti. Mentre prima ci hanno detto che Cristo aveva un regno celeste perché, in base a Giovanni 18, 36, non poteva avere un regno terreno; ora ci dicono che a partire dal 1914 ottenne un regno terreno, malgrado Giovanni 18, 36, che dice: “Il mio regno non è di questo mondo”. Oltre a ciò, l'affermazione che Cristo abbia avuto un regno terreno perché legittimo discendente di Davide contrasta con l'autentico insegnamento della Bibbia. Davide chiama Cristo suo Signore (cfr. Matteo 22, 41-46). Com'è possibile che il Signore riceva il regno dal servo?   4 - Che cosa dire dei segni? A parere dei geovisti, i segni della nascita del regno in cielo nell'autunno del 1914 sarebbero indicati dai vangeli. Hanno scritto: “Le prove sono dinanzi ai nostri occhi nelle cose che Gesù preannunciò come "segno" visibile” (Matteo cap. 24 e 25; Marco 13: 3-37; Luca 21: 5-36) 38. Si risponde: a) Nei capitoli di Matteo, Marco e Luca indicati dai geovisti Gesù preannuncia i segni della distruzione di Gerusalemme in quella generazione (cfr. Marco 13, 30) e della sua venuta visibile (parusìa) alla fine del mondo (cfr. Matteo 24, 3.29-31). In questi testi biblici non vi è il minimo cenno a una presunta presenza invisibile sulla terra a cominciare dal 1914.Cristo è stato ed è invisibilmente presente tra i suoi discepoli sulla terra fin dal giorno della sua Ascensione (cfr. Matteo 28, 20. Tale presenza invisibile non è mai chiamata parusìa. b) In particolare “i tempi dei pagani”, di cui in san Luca 21, 24, non hanno nulla che vedere coi “sette tempi” di Daniele 4, 20-23.Vi è solo somiglianza di linguaggio com'è d'uso presso gli scrittori biblici del Nuovo Testamento. In san Luca Gesù si riferisce alla fine di Gerusalemme per opera dei Romani entro quella generazione: “Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti” (Luca 21, 24). Questi “tempi dei pagani” corrispondono al periodo . che intercorre tra la distruzione di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo e la futura riabilitazione dei Giudei mediante la loro conversione al Vangelo. Per san Paolo questa era una certezza (cfr. Romani 11, 27). In Daniele invece (4, 20-23) i. “sette tempi” vanno riferiti alla crisi del regno di Nabucodonosor, privato del suo potere regale per sette anni. La cronologia biblica non indica affatto che “i sette tempi” si compirono nel 1914. Si tratta di una cronologia sofisticata, che si basa su un grossolano abuso di alcuni dati biblici. L'abbiamo evidenziato nel numero 4 di questa Collana. Infine, contro il fantasioso uso o abuso che i tdG fanno sia di Luca 21, 24 sia di Daniele 4, 20-23, vi è una prova di fatto, realmente visibile agli occhi di tutti: malgrado la conclamata fine dei “tempi dei gentili” nel 1914, le nazioni pagane continuano a spadroneggiare, e anche la Chiesa Cattolica continua a essere creduta e amata da centinaia di milioni di creature umane. c) Vi è poi un grosso errore di prospettiva nel discorso geovista dei segni. Nei vangeli di Matteo e Luca i segni riguardano un evento futuro: con quei segni Gesù preannunciava la fine di Gerusalemme entro quella generazione (cfr. Luca 21, 32, Matteo 24, 3; Marco 13, 30) o quella del mondo (cfr. Matteo 24, 3). Quei segni precedono, non seguono l'avvenimento preannunciato. Al contrario i geovisti collocano quei segni dopo l'evento, ossia dopo l'immaginaria proclamazione del regno di Geova in cielo nel 1914. In pari tempo, sempre col metodo del doppio gioco, i geovisti usano quei segni anche come prova dell'imminente fine del presente sistema di cose. Ma la Bibbia non dice così. d) Né vale dire che nel 1914 vi è stato solo l'inizio dei dolori. Questo è un sotterfugio e quindi un abuso della Parola di Dio. In effetti, dicendo Gesù. “Ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori” (Matteo 24, 8), non voleva indicare una cosa dei passato, ossia la sua presenza invisibile nel regno già avvenuta. Egli si riferiva al futuro, ossia alla distruzione di Gerusalemme e alla fine del mondo. L'immagine è presa dai dolori del parto, ossia dall'ultima fase della gestazione. E' una fase sofferta, ma indice sicuro d'un evento, che certa- mente avverrà: indice dunque d'una cosa futura, non. passata. Anche san Paolo usa la stessa immagine riferendosi alla futura liberazione dalla schiavitù della corruzione (cfr. Romani 8, 21-22). I dolori sono provvidenziali perché consigliano a tenersi pronti e a non distrarre la mente in cose estranee, che potrebbero nuocere all'evento certo nel futuro. e) Anche l'espressione biblica “ultimi tempi” (2 Timoteo 3, 1) non ha il significato che ad essa attribuiscono i tdG. Come abbiamo spiegato altrove diffusamente 40 : ultimi tempi equivale nella Bibbia a tutto il tempo che intercorre tra l'instaurazione del Regno mediante l'opera di Cristo sulla terra e la sua seconda venuta, di cui nessuno conosce “i tempi e i momenti” (Atti 1, 7: cfr. Matteo 24, 36; Marco 13, 32). E' falso perciò dire o insinuare che gli ultimi tempi sono quelli iniziati nel 1914. Anche dopo la restaurazione del Regno, dopo cioè che l'umanità è entrata negli ultimi tempi, continuano come prima, come sempre, le calamità di ogni genere: terremoti, guerre, carestie, sollevazioni di popoli, crimini, crudeltà ecc. C'erano anche ai tempi di Timoteo, altrimenti l'apostolo non raccomandava a questo suo discepolo di “guardarsi bene da costoro!” (2 Timoteo 3, 5). E' falso perciò dire che tutte queste cose avvengono dopo il 1914. I veri cristiani capiscono che Dio ha permesso e permette tutte queste cose anche dopo la instaurazione del Regno circa duemila anni fa affinché il cuore dell'uomo non si appesantisca in gozzoviglie e si addormenti (cfr. Matteo 24, 45-51). So- no permissioni provvidenziali di Dio e segni di eventi futuri perché servono a ricordarci che la nostra patria è nei cieli (cfr. Filippesi 3, 20) e che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Ebrei 13, 14).   5 - In forte contrasto coll'insegnamento biblico deve dirsi pure l'articolo di fede dei geovisti secondo cui anche dopo la proclamazione del regno di Geova nel 1914 “satana continua ad essere l'invisibile governante di questo mondo”. Il Vangelo parla chiaro in senso contrario là dove dice che, con l'avvento del Regno, il diavolo è stato disarmato (cfr. Marco 3, 27; Matteo 12, 29; Luca 11, 21-22). Cristo poi ha dato ai suoi discepoli il potere di sottomettere i demoni (cfr. Luca 10, 17; Marco 16, 17; Matteo 10, 8). Infatti la morte di Cristo ha liberato gli uomini dalla tirannia di satana (cfr. Giovanni 12, 31; 14, 30; 16, 11 ecc.), il quale può fare ancora del male (cfr. Matteo 13, 39; Luca 9, 12; 1 Pietro 5, 8), ma il cristiano può resistere alle sue insidie (cfr. Efesini 6, 11). Satana è ora come un cane legato a una catena (cfr. Apocalisse 20, 1-3); può abbaiare, ma non mordere se non chi deliberatamente gli si avvicina. In questo senso è detto “il dio di questo mondo” (2 Corinzi 4, 4). Come tante volte la Scrittura dice, Cristo Signore, avendo preso possesso del suo Regno, pone progressivamente sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici (cfr. 1 Corinzi 15, 25). Egli è l'invisibile Governante o Re di questo mondo e nelle sue mani è il destino dell'umanità (cfr. Apocalisse 5, 9-14), non in quelle del forte disarmato (cfr. Marco 3, 27; Matteo-12, 29; Luca 11, 11-22).   TERZO TEMPO A - L'errore: Che cosa avverrà in un futuro non lontano. Quale aspetto o forma prenderà il regno di Geova? Rispondono i geovisti: 1 - Geova porrà fine al presente sistema di cose, che anche dopo il 1914 ha continuato a essere malvagio e forse peggio. Geova, Re Guerriero, servendosi di Cristo, suo fedel maresciallo, annienterà in un bagno di sangue la cristianità e l'impero della falsa religione come pure ogni associazione politi- ca. Sarà quel giorno l'ora della vendetta: Armaghedòn! Tutti in quel giorno piangeranno, eccetto i tdG, poco più di tre milioni in una popolazione mondiale che supera i cinque miliardi di creature umane! Per i geovisti sarà un giorno di crudele tripudio! 2 - Dopo l'immane carneficina avrà inizio il regno dei Mille Anni. Geova primo, e Cristo secondo, regneranno veramente. Ma, ahimé! anche durante i Mille Anni la terra vedrà ingiustizie ed afflizioni. Tutto comunque sarà aggiustato per il meglio. In che modo? Per opera dei suoi legittimi rappresentanti, che sono naturalmente i suggellati (= i 144.000), Cristo potrà sanare spiritualmente, mentalmente e fisicamente la nuova umanità. In parole più chiare, tutti dovranno accettare ciò che impone la società geovista, conformando la loro condotta agli ordini dittatoriali del Corpo Direttivo. Chi volesse discutere tali ordini e ragionare con la propria testa, sarà inesorabilmente eliminato: subirà la pena di morte e l'eterno annientamento Si deve ragionevolmente supporre che vi saranno sbirri e boia per eseguire le condanne a morte dei malcapitati! B   La verità: 1   Il Vangelo di Cristo non conosce un dio guerriero vendicativo qual è il Geova de La Torre di Guardia. Nulla poi è più contrario alla volontà di Cristo che un letterale annientamento dell'umanità a eccezione di pochi, quali sarebbero i privilegiati membri d'una setta. Quando due discepoli in un eccesso di zelo settario chiesero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda il fuoco e li consumi? Ma Gesù si  voltò e li rimproverò” (Luca 9, 54-55). Difficilmente  voi trovate nei libri della setta geovista le belle parole di Gesù conservateti da san Luca: “Amate invece  i vostri nemici, fate del bene e prestate senza  sperare nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6, 35-36; cfr. Matteo 5, 43-48). Interpretando le parole della Bibbia e quindi dell'Apocalisse con feroce letteralismo e con indomabile arbitrarietà, i tdG fanno di Armaghedòn (cfr. Apocalisse 16, 16) il tempo e il luogo della carneficina universale, esclusi i membri della set- ta, per opera di un Geova vendicativo. Ma a saper leggere la Bibbia come si conviene, Armaghedòn non va preso alla lettera. E' invece il simbolo dello scontro finale tra le forze ostili a Dio e la potenza salvifica di Cristo. Saranno di- strutte le forze avverse a Dio, non già i miliardi di creature umane che Dio ha creato e redento per- ché siano salve e felici nel Regno del Figlio del suo amore (cfr. 1 Timoteo 2, 3-6)11. 2 - Il regno dei mille anni. Il feroce letteralismo nell'interpretare la Bibbia è messo in opera dai tdG anche nella spiegazione dell'unico testo scritturale dove si parla del regno dei mille anni 4. “Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana - e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell'abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po' di tempo. Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio (... ). Essi presero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni” (Apocalisse 20, 1-7). Ed ecco ora la spiegazione: A - Per poter capire bene il pensiero di san Giovanni non bisogna dimenticare ciò che la Bibbia dice altrove, come fanno abitualmente i tdG, cadendo così in grossolani errori e contraddizioni. Nel caso presente bisogna ricordare che la Bibbia: a) Parla di un giudizio definitivo subito dopo la morte, dicendo che “è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che il giudizio” (Ebrei 9, 27). E che si tratti di una sentenza definitiva è detto inequivocabilrnente nei vangeli: per Lazzaro povero e il ricco egoista dopo la morte non c'è più nulla da fare né per meritare né per demeritare (cfr. Luca 16, 19-31). L'uomo raccoglierà i frutti delle sue opere subito dopo la morte (cfr. Luca 16, 4-9). b) La Bibbia insegna pure che una sola sarà la conclusione della storia umana, col giudizio pubblico e universale, nel giorno della risurrezione dei morti. “Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio e ne usciranno: quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita, e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Giovanni 5, 28-29). Gesù non fa cenno a un periodo di Mille Anni tra la risurrezione e il premio o condanna finale. c) Ripetutamente san Paolo parla di una sola tenuta (parusìa = presenza visibile) del Signore, davanti al cui tribunale tutti dobbiamo comparire (ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene sia in male” (cfr. 2 Corinzi 5, 10; 1 Corinzi 3, 11-15. Egli non era in attesa di un Regno Millenario, ma “della manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore vostro Gesù Cristo” (cfr. Tito 2, 13; cfr. 2 Pietro 3, 10-13). d) Nelle parole di Paolo vi è l'insegnamento lei Maestro che aveva parlato di una sola sua tenuta (parusìa) per giudicare definitivamente tutti i popoli della terra (cfr. Matteo 25, 31-46). I morti di Sodoma e Gomorra (Matteo 10, 15), quel- li di Tiro e Sidone (cfr. Matteo 11, 22) e quelli di Ninive (cfr. Matte 12, 11) saranno risuscitati non per una seconda vita su questa terra, ma per la sentenza pubblica del Giudice dei vivi e dei morti Apocalisse 2, 23). e) I grandi uomini dell'antichità - Abramo, Isacco, Giacobbe ecc. - mai hanno nutrito la speranza di ritornare sulla terra, da cui erano usciti. La loro aspirazione fu sempre verso una patria migliore, cioè quella celeste (cfr. Ebrei 11, 16). Concludendo diciamo che la Bibbia non può contraddirsi. Perciò qualsiasi spiegazione del regno dei Mille Anni che distrugga le chiare verità bibliche ora ricordate va rigettata. In effetti, la spiegazione letterale dei Mille Anni distrugge la verità biblica secondo cui il giudizio definitivo avvenga subito dopo la morte, così pure distrugge la verità. che vi sia una sola morte (cfr. Ebrei 9, 27). Ed è pure verità biblica che all'unica parusta o venuta o manifestazione visibile del Signore Gesù la storia umana avrà la sua conclusione. Il destino dell'uomo sarà segnato definitivamente (cfr. Matteo 25, 46). B - Qual'è dunque l'esatta spiegazione di Apocalisse 20, 1-7? a) Tutti gli studiosi della Bibbia sono unanimi nell'affermare che l'Apocalisse, soprattutto nella sua seconda parte (dal cap. 4 in poi), è un susseguirsi di visioni simboliche. L'uso dei numeri, largamente praticato in questo libro, è perciò simbolico, soprattutto di quei numeri che di loro natura erano simbolici. A questi appartiene il numero mille, che non indica perciò un periodo di 10 secoli o mille anni astronomici, ma una durata lunga e indeterminata. b) Notate ora che san Giovanni parla di una prima risurrezione e chiama beati e santi coloro i quali prendono parte a questa prima risurrezione (20, 5-6). Poiché secondo l'insegnamento biblico sopra ricordato, vi sarà solo una risurrezione dei morti in senso fisico alla fine del mondo, ne segue che la prima risurrezione di Apocalisse 20, 5 non deve essere intesa in senso fisico, ma in senso spirituale, cioè del passaggio dalla morte del peccato alla vita della nostra amicizia con Dio. Questo è pienamente conforme alla Scrittura. in effetti, l'idea d'una risurrezione che si avvera già in questa vita, prima della fine del mondo e prima di un inesistente Regno Millenario, ricorre con grande risalto in san Paolo. “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti con Cristo affinché (...) anche noi vivessimo di vita nuova” (Romani 6, 4-5). “Da morti che eravamo per le nostre colpe, ci ha rido- nato la vita con Cristo...” (Efesini 2, 4-6). Anche nel Vangelo di Giovanni Gesù dice: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non è sottomesso a condanna, ma è passato dalla morte alla vita” (5, 24-26). c) Di questi risuscitati spirituali san Giovanni dice che fu dato loro il potere di giudicare (Apocalisse 20, 4), che è in armonia con la Scrittura. Gesù infatti aveva detto agli Apostoli che nella rigenerazione sarebbero seduti su dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele (cfr. 19, 18; Luca 22, 28-30). La rigenerazione indica il passaggio a una nuova vita e coincide col tempo dell'avvento del Regno di Dio a cominciare dal giorno dell'Ascensione San Paolo dice che ai santi, ossia a tutti i fedeli discepoli di Cristo - a quanti non hanno adorato la bestia né la sua immagine (Apocalisse 20, 4) - è dato il potere -di giudicare il mondo (cfr. 1 Corinzi 6, 2). C - Alla luce di questo innegabile insegnamento biblico i Mille Anni altro non indicano che il tem- po decorrente d  alla instaurazione del Regno, operata da Cristo Risorto, alla sua seconda venuta alla fine della storia umana. E' il tempo della Chiesa, lungo e indeterminabile, indicato       simbolicamente col numero Mille in piena armonia con lo stile dell'Apocalisse. a) Durante questo periodo satana è legato (Apocalisse 20, 1-2) perché Cristo lo ha disarmato (cfr. Luca 11, 20; Matteo 12, 28-29; Marco 3, 137). Sarà sciolto alla fine dei tempi, (cfr. Apocalisse 20, 7), come indica anche san Paolo (cfr. 2 Tessalonicesi 2, 3). b) Giovanni parla poi di una seconda morte, che è in rapporto a una prima morte, cioè a quella fisica o del corpo. Sì tratta evidentemente della morte spirituale ossia della tremenda possibilità per l'uomo di separarsi definitivamente dall'Amore ed essere tormentato giorno e notte per i secoli dei secoli (cfr. Apocalisse 20, 10). Obiettano i geovisti: Gli antichi scrittori cristiani interpretavano letteralmente i mille anni. Si risponde: a) Alcuni scrittori dell'antichità spiegavano letteralmente i mille anni perché, seguendo la mentalità giudaica, materializzavano il Regno di Dio, come fanno ora i tdG. Altri scrittori cristiani preferivano l'interpretazione spirituale e simbolica, che è conforme al Vangelo. Tra questi eccelle sant'Agostino (La città di Dio cap. XX). b) La Chiesa Cattolica non è obbligata ad approvare tutte le opinioni degli scrittori e dei teologi. Questi non fanno autorità, se non quando le loro dottrine sono approvate ed accettate da coloro che Cristo ha costituito custodi della sua Parola (cfr. Atti 20, 28; 2 Timoteo 2, 1-2). Solo agli Apostoli guidati da Pietro e ai loro successori Cristo ha detto: “Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo” (Matteo 18, 18; cfr. Matteo 16,-19; Giovanni 21, 15-17). La Chiesa Cattolica non ha mai fatta sua l'interpretazione letterale dei mille anni. c) Notate infine come i geovisti rifiutano la dottrina di questi stessi scrittori della Chiesa quando essi insegnano verità che la setta geovista rinnega, come l'immortalità dell'anima, la divinità di Gesù Cristo, la SS.ma Trinità ecc. Due pesi e due misure, com'è loro abitudine!   QUARTO TEMPO A - L'errore 1 - Alla fine del Millennio un'ultima prova attende la nuova umanità. Satana sarà sciolto dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni (cfr. Apocalisse 20, 7-8). Il numero di quelli che si lasceranno sviare sarà così indefinito come i granelli che sono sulla spiaggia del mare. Tutti questi saranno completamente distrutti. E' questa la seconda morte. La prova suprema, comunque, riguarda solo gli abitanti della terra, non i 144.000 suggellati, a cui è stato già assicurato il trono con Cristo nei cieli. 2 - Ai terrestri vittoriosi, che saranno una sparuta minoranza se paragonata ai miliardi di creature umane finite nel nulla, Geova darà finalmente la vita eterna su questa terra. Vi sarà l'adempimento letterale della profezia di Isaia 25, 6: “E Geova degli eserciti per certo farà per tutti i popoli su questo monte, un banchetto di piatti ben oleati”. Passeranno la vita mangiando, bevendo, divertendosi per secoli dei secoli. B - La verità 1 - Certo la Bibbia parla di lotta finale del male contro il bene, conosciuta come l'azione del- l'Anticristo: ne parlano i vangeli, san Paolo, san Giovanni, l'Apocalisse. Ma nessuno può determinare con esattezza chi sia l'Anticristo, (o gli Anticristi) (cfr. 1 Giovanni 2, 18) né il come e il quando della sua venuta e della sua azione. 2 - E' assolutamente antiscritturale che coloro i quali si lasceranno sviare dal male siano completamente distrutti. Secondo la dottrina dì san Paolo non vi è distruzione eterna. Lo abbiamo di- mostrato nel N. 2 di questa collana. Affermare il contrario equivale a ripetere l'errore dei pagani ed atei d'ogni tempo che apre la via al più abietto materialismo (cfr. 1 Corinzi 15, 32-34). 3 - Parimenti la Scrittura non conosce una doppia ricompensa eterna: in cielo per pochi prìvilegiati e sulla terra per uomini di Serie B. Una sarà la città santa, la nuova Gerusalemme, che scen- de dal cielo, la dimora di Dio con gli uomini, ed e1ssi saranno il suo popolo, e Dìo stesso sarà con loro (cfr. Apocalisse 21, 2-3).   APPENDICE: UN GROSSO ERRORE   I tdG ci forniscono alcune cifre riguardanti il numero dei rigenerati dallo spirito (i santi, gli unti) dal 1874 ai nostri giorni. Considerando tali cifre, si arriva alla conclusione che il regno spirituale su cui Cristo avrebbe esercitato la sua signoria durante il primo secolo Era Cristiana, contava sì e no circa 30.000 unità. Questo contrasta fortemente con la Bibbia. 1 - I dati geovisti. Dal 1874 fino al 1931 i suggellati sono stati circa 30.000. Dal 1931 al 1939 si ebbero altri 73.464 tutti santi o unti perché le altre pecore erano ancora in gestazione. Dopo il 1939 sarebbero spuntate altre poche migliaia. Nel 1983 ne sarebbero ancora in giro circa 10.000. Sommando queste cifre si ha un totale di più di 120.000 unità. Se ora dal numero completo e chiuso dei 144.000 sottraiamo 120.000, ne segue che durante tutti i secoli trascorsi - dall'ascensione di Cristo fino al 1874 - Geova avrebbe trasferito nel suo regno spirituale circa 24.000 suggellati. Di questi la maggior parte sarebbero vissuti nel primo secolo Era Cristiana. E' una cifra assai magra, anzi magrissima. 2 - I dati della Bibbia. In Atti 2, 41 si parla di circa 3.000 persone venute alla fede; in Atti, 4, 4 di circa 5.000; in Atti 5, 14 di aumento di uomini e di donne; 6, 7 di un gran numero di sacerdoti dell'Antico Patto convertiti al Vangelo. A principio degli anni sessanta san Giacomo poteva dire a san Paolo: “Fratello, tu osservi quante miriadi (= decine di migliaia) di convertiti vi siano tra i Giudei e tutti fortemente attaccati alla legge” (Atti 21, 20 Garofalo) . In quanto ai pagani venuti alla fede, in Atti 11, 21-24 è detto che un gran numero di elleni (= pagani) credette e che una folla innumerevole fu condotta al Signore. E poco oltre, in Atti 16, 5, san Luca informa il lettore che le comunità crescevano di numero ogni giorno. Ben a ragione san Giovanni, scrivendo verso la fine del primo secolo, testimoniava di “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare (...). Tutti stavano davanti al trono e davanti all'Agnello” (Apocalisse 7. 9), quindi in cielo, ossia nella parte interna del tempio, non già nel suo esterno, come vorrebbe far intendere La Torre di Guardia. Ogni onesto lettore può facilmente dedurre da queste chiare ed inequivocabili testimonianze bibliche che il Regno di Cristo e di Dio (cfr. Efesini 5, 5) superava di gran lunga lo sparuto numero di suggellati o santi o unti, che gli concedono i tdG. Si tratta di un grosso errore (o manovra) geovista con finalità prettamente settarie.
Ev - Testimoni di G.: IL NATALE FESTA PAGANA?

Opuscolo n° 13 della Piccola Collana "I Testimoni di Geova". Il Natale: un po' di storia.

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Padre Nicola Tornese

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Nota: Scrisse dunque il signor Ranauro :   “Non è possibile che le preghiere ripetute della vecchietta possano essere recitate con amore, con vera fede, possano essere recepite in cielo, con vera gioia? Qui la biblica trave nell'occhio vi calza a pennello (Matteo 7, 3) Perché non prova a leggere con attenzione le riviste , libri dei testimoni di Geova? Si accorgerà che i vostri scritti sono una continua ripetizione a dir poco ossessiva come pure va detto delle vostre preghiere ove continua mente ripetete le solite cose”.   Quali sono queste solite cose? Sollecitazioni a Geova, il loro dio, affinché distrugga tutti coloro che non vogliono essere testimoni di Geova e dìa ai membri della setta, i soli privilegiati, questa terra ricolma di vino di olio e di frumento. Come invocare Dio E’ una curiosità legittima, non vi pare?   Dicono i geovisti: Rivolgendovi a Dio, dovete chiamarlo Geova, altrimenti non vi risponde.   Possibile? Spiegano i geovisti : Supponiamo che in piazza vi siano tre uomini e voi volete chiamare uno di loro; se dite: “ signore !”, quello che voi cercate non capisce e non vi risponde. Forse vi risponderà uno dei tre che non volete.   Ma se voi dite: Prosdòcimo !, che è il nome proprio della persona che voi cercate, quello subito capisce e vi risponde ... Allo stesso modo con Dio: Dovete chiamarlo Geova, altrimenti non capisce e non vi presta attenzione ... ...   - Dice la Bibbia:   “Tu, Signore, mi scruti e mi conosci (…)   Penetri da lontano i miei pensieri (...). La mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci” (Salmo 139, 1-4).   - “ Se avessimo dimenticato il nome del nostro Dio e teso le mani verso un dio straniero, forse che Dio non lo avrebbe scoperto? Lui che conosce i segreti del cuore?” (Salmo 44, 21-22 ).   ­ - “Non dobbiamo pensare che la divinità abbia qualcosa della immaginazione umana” (Atti 17, 29).   Scrisse un ex-testimone di Geova:   “Per risolvere i miei dubbi, che erano molti e gravi, lessi con avidità gli opuscoli da lei scritti. Più li leggevo e più mi apparivano astruse le dottrine dei testimoni di Geova finché alcune mi apparvero dopo un po' addirittura ridicole”.   DI CASA IN CASA L'errore A sentire i tdG, gli unici fedelissimi predicatori del Vangelo sarebbero loro e soltanto loro perché vanno “di casa in casa” come, sempre a sentir loro, facevano Gesù e san Paolo. Al contrario, tutti i sedicenti cristiani, cattolici e non cattolici, specie i preti e i ministri, avrebbero tradito il Vangelo perché non vanno di casa in casa. Si tratta evidentemente di un'ennesima mistificazione della Parola di Dio allo scopo di creare un complesso di superiorità e di orgoglio nei seguaci della setta, che accettano senza alcun senso critico tutto ciò che propina La Torre di Guardia. Ma la Bibbia non dice così! E san Paolo sapientemente avverte: “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” (1 Tessalonicesi 5, 21-22). L'esempio di Gesù Per provare la sua insostenibile tesi o piuttosto il suo errore un testimone di Geova citò una volta le parole di Luca 8, 1, che dice: “In seguito egli (Gesù) se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio”. Eravamo a discutere all'aperto, su un marciapiede, ed io chiesi al primo passante: “Pensa lei che " andare per le città e i villaggi " equivale ad " andare di casa in casa “No, certamente!”, rispose l'intervistato come per istinto e proseguì per la sua strada con grande disdetta dei testimone di Geova. In effetti, chiunque abbia un minimo eli capacità intellettiva ed esamina onestamente ogni cosa, come dice l'apostolo, comprende ed accetta che “andare per le città e i villaggi” non comporta assolutamente “andare di casa in casa”. L'uso della Bibbia che fanno i tdG , è superficiale e settario. Paolo e il suo metodo In ogni modo, il testo biblico maggiormente strumentalizzato dai geovisti in questa loro ingannevole propaganda sono le parole di san Paolo nel suo discorso di addio agli anziani di Efeso: “Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e istruirvi in pubblico e nelle vostre case” (Atti 20, 20).   Qual è il pensiero dell'Apostolo?   a) Notate anzitutto come san Paolo parla in primo luogo di predicazione e di istruzione in pubblico. L' evangelizzazione “di casa in casa” non era dunque né l'unico né il primo modo di annunziare il regno di Dio. Paolo dava la precedenza alla predicazione e istruzione in pubblico.   b) Negli Atti degli Apostoli abbiamo numerose testimonianze di questo metodo di evangelizzazione. Giunti in una località, Paolo e i suoi collaboratori “non andavano di casa in casa”, ma piuttosto in luoghi pubblici per annunziare la buona novella del regno. Durante il primo viaggio missionario “ arrivarono ad Antiochia di Pisidia , ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si sedette. Dopo la lettura della Legge si alzò Paolo e fatto cenno con la mano disse... ” (Atti 13, 14-16) .. Anche ad lconio essi entrarono nella sinagoga dei Giúdei e vi parlarono in modo tale che un gran numero di Giudei e di Greci divennero credenti (Atti 14, 1 ss ). Identico metodo fu seguito durante il secondo viaggio missionario sinagoghe e, ad Atene, l'Areopago sono gli unici luoghi menzionati in rapporto alla predicazione di san Paolo ( cf . Atti 17, 1-22). La stessa cosa avvenne a Corinto ( cf . Atti 18, 4), e quando a Paolo furono chiuse le porte della sinagoga, non cominciò a girare di casa in casa, ma prese dimora presso un tale chiamato Tizio Giusto, ' la cui abitazione era accanto alla sinagoga. Colà Paolo riceveva e istruiva, e anche Crispo , capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua, famiglia, e con lui molti dei Corinzi credettero e si fecero battezzare ( cf . Atti 18, 7-8).   c) Caso tipico è pure il comportamento di Paolo nella fondazione della chiesa di Efeso: “Entrato poi nella sinagoga (Paolo), vi potè parlate liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori circa il regno di Dio. Ma poiché alcuni si ostinavano e si rifiutavano di credere dicendo male in pubblico di questa nuova dottrina, (Paolo) si staccò da loro separando i discepoli e continuò a discutere ogni giorno nella scuola di un certo Tiranno. Questo durò due anni (o tre cf . Atti 20, 31), col risultato che tutti gli abitanti della provincia d'Asia, Giudei e Greci, poterono ascoltare la parola dei Signore ” (Atti 19, 8-10). Non vi sfugga il particolare: continuò a discutere ogni giorno nella scuola (...). Questo durò due anni (o tre). E' evidente che Paolo, proprio ad Efeso, non andava di casa in casa, ma predicava il regno di Dio in pubblico, in un'aula scolastica presa quasi certamente in affitto. Di casa in casa Alla luce di tante testimonianze biblíche deve dirsi errata e settaria la spiegazione che i geovisti danno delle parole “di casa in casa” di Atti 20, 20. Perché? Già abbiamo detto che tale espressione ricorre nel discorso di addio che Paolo fa alla comunità di Efeso, nel quale ricorda il lavoro da lui fatto nella fondazione di quella chiesa. Narrando gli eventi connessi con quella fondazione il libro degli Atti specifica che Paolo riceveva e istruiva in un locale pubblico, in un'aula scolastica ogni giorno, dove veniva gente da tutta la provincia d'Asia . E' impossibile dunque che l'apostolo dedicasse la maggior parte del suo tempo e delle sue energie, andando di casa in casa a distribuire fogli e sorrisi. Il significato di quelle parole “di casa in casa”, nel contesto specifico della fondazione della chiesa di Efeso, non può essere che uno solo, vale a dire che, nei limiti del possibile e dietro richiesta di persone maggiormente interessate al Vangelo o anche impossibilitate ad andare nella sala dove Paolo riceveva e istruiva, l'apostolo completava l'opera di evangelizzazione anche nelle case, a domicilio. La maggior parte del tempo, comunque, era dato alla predicazione in pubblico. E' dunque da escludere in modo assoluto che san Paolo e ; suoi collaboratori, ad Efeso e altrove, andassero di casa in casa come fanno i lontani discepoli di Carlo Russell , importunando la gente e vendendo gli opuscoli, i libri, le riviste della setta geovista su una base nettamente affaristica. San Paolo era ben consapevole del comando dei Signore , che mandando i discepoli a predicare, aveva detto: “Non passate di casa in casa” (Luca 10, 7).   SCRUTATE LE SCRITTURE (Giovanni 5, 39)   Cozzuolo (Treviso) 21-12-1979   ...Sarebbe utile ed edificante pubblicare anche alcune lettere di quelle persone che dopo aver letto gli opuscoli si sono dissociate dal seguire le ampollose vacuità di questa setta, l'unica che non conosce la parola amore, ma gioisce per la “imminente” distruzione del genere umano.   COSTELLA BRUNO   Piazza Cozzuolo , 24   Cozzuolo (Treviso)   Ho capito di aver sbagliato! .   Se le scrivo è perché le mie intenzioni, verso di lei e la Chiesa Cattolica, sono radicalmente cambiate da quanto le scrissi la prima volta (... ) Forse si chiederà a cosa è dovuta questa conversione: in massima parte per merito della signora Paola Ricciardi del M.B.C. di Velletti che per mezzo delle sue lettere e della letteratura che mi ha inviato, mi ha fatto capire, e fatto entrare nel cuore, che la strada giusta non era quella che avevo intrapresa, ma quella segnata nei secoli da veri Santi, da veri Martiri, da veri Evangelizzatori, e non quella percorsa da falsi profeti. Ora che non seguo più gli insegnamenti della Torre di Guardia, ora che ho letto tanti libri di autori cattolici, ora so che Gesù quand'era sulla terra non era solo un uomo perfetto ma anche Dio e con la “D” maiuscola; ora so che lo Spirito Santo non è “una forza attiva non intelligente” come lo definì la Torre di Guardia del 15-4-72 a pag. 244, ma è una persona divina,   “un altro consolatore”, ed è a lui che è stato affidato il compito di guidare la Chiesa in tutta la verità, e non allo “schiavo fedele e discreto” dei tdG ... Per ultimo vorrei informarla qual è stato il secondo importante motivo di questo mio cambiamento: quando ho detto ai testimoni che conducevano il mio studio biblico che volevo esaminare anche ciò che dicevano i cattolici a proposito della vera religione, nessuno si è fatto più vedere. Prima erano tutti i giorni a casa mia, sia loro che gli altri membri della congregazione locale; ora invece quando mi incontrano per strada fanno finta di non conoscermi. Anche questo ha contribuito a farmi capire che mi ero cacciato in un vicolo cieco, ero entrato in una organizzazione dove il “Prossimo” è ristretto ai soli membri appartenenti, ove, e l'ho capito solo ora purtroppo, esiste una “fratellanza settaria”.   VINCENZO RANAURO Il Tempo, Rubrica “Così semplicemente” 15 gennaio 1978   Ostia Lido (Roma) 28-9-1979   Grazie a Dio, ai libri di G. Pape , di Giuseppe Crocetti, e ai suoi meravigliosi opuscoli sulle dottrine, ho potuto maturare la decisione di dissociarmi dall'organizzazione dei tdG. E’, una decisione di pochissimi giorni fa, che ho preso in tutta coscienza e serenità dopo essere stato testimone per circa 18 mesi. Tutto è cominciato quando, volendomi approfondire sulle dottrine intorno alle quali le altre religioni ci attaccavano, andai in una libreria S. Paolo (allora mi trovavo a Trieste) e chiesi qualcosa sui tdG. Ciò mi sarebbe servito a conoscere le argomentazioni delle altre organizzazioni religiose contro le dottrine dei tdG , in questo modo avrei potuto approfondirmi sull'argomento e controbattere con le Scritture alla mano. Vi trovai solo il libro di G. Pape , che mi lasciò sconcertato, anche se non era il tipo di libro che cercavo . Anche dopo averlo letto però continuai ad uscire in “servizio teocratico” perché per un po' di tempo riuscii a tenere a freno i miei dubbi. Sennonché questi dubbi mi salivano alla mente sempre più potentemente finché capii di non potere continuare così. Ripresi allora il libro di G. Pape e lo rilessi con più attenzione. Risultato:   da allora non sono più uscito in “servizio teocratico”, né partecipato alle adunanze nella “sala del Regno”, Già fin dalla mia prima “assenza ingiustificata” si fecero sentire gli effetti di questa dittatura mascherata sotto il nome di Dio, cosicché quando alcuni tra i 'più anziani chiesero a mia moglie (testimone), ella riferì che avevo letto qualcosa e che nutrivo dei dubbi. Risultato: appena finita l’adunanza di servizio bussano alla porta. Gentilmente li faccio accomodare, anzi li invito a cena su due piedi. Morale della favola. n on è importante chi ha fondato l'organizzazione, né i suoi successori, neppure quello che hanno scritto o detto, quanto i frutti che l'organizzazione produce poiché disse Cristo: “Dai loro frutti riconoscerete i miei discepoli”. lo rimango sulle mie e ribadisco i miei dubbi. Pochi giorni dopo (per fortuna) vado in ferie a Bari dove io e mia moglie siamo nati e cresciuti. Lì, avevo pensato, potrò risolvere con più serenità i miei dubbi non pressato da nessuno. I dubbi sull'organizzazione ormai erano gravi, ma volevo vedere se almeno nelle dottrine da loro proclamate vi era chiarezza. Andai così di nuovo in una libreria S. Paolo a Bari e vi trovai il libro di G. Crocetti “I testimoni di Geova” e parte degli opuscoli scritti dai lei. Li lessi con avidità e capii subito che anche le dottrine dei tdG erano opinabili. Più li leggevo e più, mi apparvero astruse le dottrine dei tdG finché alcune mi apparvero dopo un po' addirittura 'ridicole'. Certo, per uno come me, a digiuno di religione, non era stato difficile ai tdG farmi credere quello che volevano; soprattutto grazie al metodo che hanno di prendere un versetto qua, un versetto là, strappandolo dal contesto e per di più in base a una Bibbia spuria. Ogni volta infatti che prendevo in mano una mia vecchia Bibbia, mi veniva detto: “Ma no! Leggi su quella nostra; è più chiara! ! Ormai dovresti aver capito che è questa la vera religione! !”, facendomi così intendere che la loro “vera” religione non può ingannare. Intanto finiscono le ferie e torno a Roma, ' base del mio lavoro. Ormai avevo messo in discussione tutto. Il giorno dopo il mio ritorno (che tempismo! ) un “anziano” e un “servitore di ministero” bussarono alla porta. Dissi loro chiaro e tondo che i dubbi erano gravi e volevo risolverli da me! Rimasi dello stesso parere anche dopo vari disperati tentativi da parte loro di considerare subito i dubbi insieme a loro cercando di farmi sentire in colpa per essermi isolato nelle considerazioni sulla Bibbia, cosa condannata dalla Sacra Scrittura. Risposi che io non cercavo una mia verità, ma dove questa fosse . Inoltre dissi anche che avendomi nascosto moltissime cose per poter fare un esame obiettivo durante tutto lo studio biblico che ebbero a farmi, avevo capito che queste cose dovevo cercarle da me stesso. Hanno insistito allora sui “frutti marci della cristianità” e sui “frutti puri della loro organizzazione”, segno visibile della vera religione. Visto però la mia tenacia, si sono dovuti rassegnare ad andarsene senza aver ottenuto il loro scopo, trovando però parole che altro scopo non av evano se non quello di farmi sentire in colpa per essermi andato a cercare dei dubbi su uni religione che non è “comoda”. Anche qui trovai il tempo di dire che se, avessi voluto lasciare l'organizzazione, l'avrei fatto dopo aver letto poche pagine del libro di G. Pape . Invece ancora non mi decidevo a lasciare l'organizzazione . Mi capitò, dopo un po' di tempo, una sosta di servizio proprio a Bari la mia città. Ritornai in una libreria San Paolo e questa volta vi trovai gli opuscoli sui Santi e sulle Bibbie a confronto. Alla fine di queste letture ormai non avevo più dubbi neanche sulla falsità delle dottrine da loro proclamate. Avevo anche capito che il frutto più marcio, quello di peccare contro lo Spirito Santo attraverso una traduzione spuria della Bibbia, l'aveva prodotto proprio l'organizzazione che tanto si vantava dei suoi frutti (...). Così, dopo lunga riflessione, pochi giorni fa ho indirizzato alla mia ex “sala del Regno”, una lettera di dissociazione.                                                             Ostia Lido (Roma) N. Roberto     -----------------------------------------------------------------------------------------------------------     Palermo, 10-6-1980   Caro reverendo Tornese,   sono (per Grazia di Dio) un ex testimone di Geova. Ho letto tutti i suoi opuscoli, i quali hanno saputo veramente darmi l'aspetto “reale” della Chiesa, nella quale sono stato battezzato, e la trovo (non più sotto l'influenza della Torre di Guardia) bellissima, Perché le scrivo? Perché in lei ho trovato fiducia e conforto, e in un certo senso una liberazione . Era triste, mi creda, credere che Cristo Gesù avesse promesso il cielo solo ad alcuni, mentre gli altri dovevano morire e quindi essere annientati anche se solo temporaneamente, e poi che paura mi faceva l' Har-Maghedon . Tutto ciò non riusciva ad entrarmi nel cuore, ma purtroppo ci credevo. Solo ora riconosco le vere eresie che in buona fede sostenevo e di questo Dio voglia perdonarmi. Ringrazio primíeramente il Dio Meraviglioso della Chiesa Cattolica (e lo dico col cuore) che ha riversato la Sua Luce nell'anima mia. Egli si è servito di due ex testimoni di Geova che mi hanno aperto gli occhi dell'inganno che la Torre di Guardia trama alle spalle della povera gente, e a lei che nella mia delusione, tramite le sue pubblicazioni ha confermato e spiegato meravigiosamente al mio senso di vuoto spirituale, chi è e che cosa crede quella che la Torre di Guardia chiama “Babilonia” e che io giustamente chiamerei “Gerusalemme Celeste”. Ho letto la triste esperienza di Gúnther Pape , e quello che lui racconta riflette in un certo senso la lotta interiore che si trova in ogni testimone di cuore sincero, ma che soffoca pensando che sia satana, come inculca la Torre di Guardia: andare contro gli insegnamenti di quest' ultima significa andare contro Geova stesso! (diceva una Torre di Guardia). E’ doloroso pensare che molti sinceri testimoni di Geova siano ancora loro schiavi, e io, Padre, ne conosco molti. Purtroppo certi “anziani” della congregazione alla quale appartenevo io, hanno sparso la voce che io sono malato di “peste spirituale” Proprio così mi ha detto un anziano (così si chiamano quelli che prendono la direttiva in ogni comunità di testimoni di Geova), al quale avevo detto che la Torre di Guardia è un falso profeta, e questi adirato mi ha detto che il libro che io avevo letto e che parlava della setta, aveva firmato la mia condanna. Ma ciò non mi ha fermato: ho detto ad altri “anziani” che la loro Bibbia è “falsificata”, e mi hanno risposto che le altre traduzioni erano false; cosa che è semplicemente pazzesca, e che denuncia la loro mancanza di verità. Io adesso sono stato “bollato” come l’“Anticristo”, ma non è vero: io amo Gesù, anche se umilmente riconosco che alcune volte non sono degno di Lui. La prego, caro Tornese, mi dìa dei consigli. Io non ho la sua esperienza, ma vorrei aiutare i sinceri testimoni che sono stati ingannati! Molti di loro sono finiti a lavare scale per avere tempo libero per predicare il Regno di Cristo, mentre è solo una montatura della setta. ANZALONE   DIEGO (anni 20) Palermo     Palermo 23-6-1980   Carissimo Reverendo, Ho ricevuto la Sua gradita lettera la quale mi ha incoraggiato molto dal lato spirituale. Ho apprezzato moltissimo la sua freschezza nel consigliarmi l'opera di “ricupero”. Comunque anch'io ho la coscienza scossa per questo penoso inganno; non si preoccupi: ho nella mia mente la bella frase di san Paolo.: “Guai a me, se non dichiarassi l'Evangelo”. Se può usare la mia testimonianza per eventuali pubblicazioni? Ma certo! In quanto agli “anziani” non mi fanno paura, anzi un 15 giorni fa ne sono venuti 2 a casa mia e mi hanno proposto di ritornare in congregazione; ma io fatto notare loro che non ero diventato pazzo, ho fatto sapere, loro tutto l'inganno della Torre di Guardia, e che la loro Bibbia è falsa, e uno di loro mi ha risposto che io non sono un professore di ebraico e neanche di greco, ed io ho risposto che neanche loro lo erano per cui non potevano dimostrarmi che la loto traduzione era fedele alla “Vera Bibbia”. Morale della discussione? Uno di   loro si mise le mani alle orecchie perché (secondo lui) non poteva ascoltare le mie “eresie”; ed io ho tuonato a pari volume. “ E perché io dovrei ascoltare le vostre eresie?”. Quindi per me possono cantare anche la “traviata”. Un saluto cristiano.   Vostro conservo         ANZALONE DIEGO     -----------------------------------------------------------------------------------------------------------     Vezzi (Novara), 10-4-1980   Caro P. Nicola, Sono un sacerdote di Verona che svolge il suo ministero fra i giovani adolescenti del Piemonte. Un giorno ho avuto tra mano i primi 11 opuscoli della Piccola Collana “I testimoni di Geova”. Davvero interessanti ! Anzi il N. 11 Bibbie a confronto mi è servito per una sincera discussione con due testimoni, i quali alta fine non erano più d’accordo neanche fra loro due. Grazie di quanto sta facendo per illuminare la mente dei nostri fedeli... Continui ! Uniti nella preghiera.   Distinti saluti   D. LUCATO CLAUDIO   -----------------------------------------------------------------------------------------------------------   Casamassima (Bari), 30-6-1976   Caro Padre Tornese, grazie alla Provvidenza, grazie anche ai suoi libricini sui testimoni di Geova, sono riuscito a far diventare anti-testimoni un gruppo di sensibili studenti, ed un leader-battezzato rimasto qui in paese un gruppetto di irredimibili perché letteralmente analfabeti e cocciuti che rifiutano ogni dialogo.   Grazie e tanti auguri.   Aff .mo nel Signore Sac. TOMMASO CONTICCHIO Andria , 13-12-1982   Rev.mo P. Tornese, m i è grato inviarle i più sinceri e calorosi auguri per il S. Natale e il 1983. I suoi opuscoli riscuotono positivi successi. D'accordo con gli insegnanti di Religione dell'Istituto Tecnico Industriale Statale di Andria (dove anch'io insegno), Don Giuseppe Scianella e Don Peppino Ruotolo , ho distribuito (in omaggio) i due opuscoli del “Piccolo Catechismo” in tutte le classi (n. 16! ) dell'I.T.I.S. = circa 600 copie di ciascun volumetto . I tdG che sono venuti anche a infastidire i nostri studenti all'uscita (e all'inizio), sono rimasti neutralizzati e... non si sono fatti più vivi! Cordiali saluti.     L. MAGNO         Scandicci (Firenze), 21-3-1983   Egregio P. Nicola Tornese, Frequento la Parrocchia di S. Giusto di Scandicci e partecipo alla catechesi per adulti. Fortunatamente ho avuto occasione di leggere i suoi preziosi e oculatissimi opuscoli della collana: “I testimoni di Geova”. Dico fortunatamente perché ho apprezzato moltissimo il Suo lavoro non indifferente. Sono cattolico convinto, sono nato nel 1936, sposato con due figli. Prego sempre, sperando che tutto il popolo di Dio si salvi da tutto questo " fiorire " di sette che si dicono " cristiane. Sono solidale con Lei e condivido pienamente tutto l'espletamento della " materia " trattata inerente ai tdG . soprattutto quando asserisce il concetto “...dispiace che queste persone interpretino così male la parola   Dio”. Questi fratelli continuano a fare e a farsi del male L'uomo ha inventato la scrittura (i caratteri) non solo per leggerla e per tramandarla ai posteri, indelebilmente, ma soprattutto come mezzo per esprimere dei concetti e dei pensieri. Così, penso, avviene nella Sacra Scrittura, quella vera, la nostra! E’ il contenuti globale , tutto il contesto che non deve sfuggirci. E noi la parola estratta a nostro piacimento. Credo che, parola scritta debba essere sempre considerata un simbolo subordinata al pensiero e non viceversa. Saremmo capaci tutti di estrarre delle parole dall'A.T. e N.T. adattandole alle nostre comode interpretazioni personali. Così facendo potremmo coniare ancora altre set te. Penso a volte stupidamente... potessi trovare nella Bibbia qualche parola per ammorbidire, sminuire qual che mio peccatuccio o peccataccio!   Ma Dio è Serio, Amoroso, la Sua legge perfetta, giusto il Suo giudizio.   Avere cultura della parola di Dio non vuol dire interpretarla, distorcendola, ma testimoniarla! E non, mi sembra sia necessario possedere dei diplomi o essere biblisti , se poi deve sfuggirci la semplicità di come Gesù Cristo Non a caso rivelato il Va gelo di Gesù affida il compito di costituire. la Chiesa di Dio a Pietro. un pescatore, a cui affida le Chiavi del Regno dei cieli! Egregio P. Tornese, mi congratulo vivamente per il suo coraggio, la massima dedizione, aderenza alle cose di Dio. Grazie a lei e anche ai tdG .) che contribuiranno sempre a fare emergere ancor più, la convinzione che noi cattolici siamo nella giusta Chiesa di Dio!     SPATARO RENATO   Bolzano, 13-4-1982   Mio caro reverendo Padre Nicola Tornese, Tanto tempo fa vi scrissi e vi dissi che ero un ex testimone di Geova ritornato alla Chiesa Madre. Questa decisione, devo sottolineare , l'ho presa dopo aver esaminato accuratamente e da solo “Il Primato della Chiesa di Cristo”. Questo primato l'ho trovato nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Dopo tre anni di cammino in seno alla Chiesa di Cristo mi sono convinto e ne ho le prove che codesta Chiesa (Cattolica) tanto odiata dai testimoni di Geova è la stessa uguale in sostanza ed in spirito, come ai tempi Apostolici. Essa à l'unica " Vera Fonte di Salvezza per il genere umano "! Ho parlato di frequente con i testimoni di Geova sul tema “Primato di Pietro e del Papa”; ma essi fuggono al solo menzionare tali cose. I testimoni di Geova sono annebbiati. Dove loro predicano e fanno proselitismo, entra il dolore e il tormento. Ho visto molte famiglie rovinate, famiglie dove l'amore è scomparso. Un esempio fra i tanti lo abbiamo qui in via Sassari a Bolzano; sto parlando di una famiglia che una volta era un esempio di amore e di felicità; da questo amore nacquero due figli e quindi la felicità era completa. Li vedevamo venire sempre a Messa, erano per così dire un esempio nella Parrocchia. Finché un giorno la madre iniziò a studiare con i testimoni di Geova . Man mano che lei progrediva nella falsa dottrina, lei cambiava di carattere. Ora si è giunti a tal punto che la madre non vuole vivere sotto lo stesso tetto dei marito . Vuole divorziare, non ne vuole più sapere del marito “cattolico” (Vedere 1 Pietro 3, 1-2).   SERGIO FOLGARAIT -----------------------------------------------------------------------------------------------------------   Bolzano, 25-4-1982 Carissimo Reverendo Padre Nicola Tornese, Ho ricevuto e letto con gioia la Sua lettera. In questi ultimi tempi ho capito che è il Signore che mi spinge ad avvertire i fratelli cattolici della nostra zona, avvertirli del pericolo dell'eresia. Geova. Caro Padre, noi Le diamo il permesso di pubblicare la lettera dove Lei vuole, sia sui giornali sia sui suoi libricini. Desideriamo pure che Lei metta il nostro nome e cognome e indirizzo (...). l i tutto aiuterà qualcuno, metterà in guardia chi leggerà il giornale e i Suoi bellissimi libricini. Aiutare i fratelli che si sono persi nell'eresia significa aver amore, significa desiderare che anche essi abbiano la nostra felicità, che la si trova solo nella Chiesa Madre Cattolica Apostolica Romana. Il geovismo si è schierato apertamente contro la Chiesa di Cristo, cercando di infangarla. Essi devono avere il nostro aiuto, dobbiamo avvertirli che, essendosi loro allontanati dalla Chiesa, si rendono responsabili della propria morte. Nessuno può avere Dio per Padre se non ha la Chiesa per Madre. Il pericolo che li sovrasta è grave. L'Apostolo Paolo nella Sua lettera ai Galati cap. 1: ver. 7-9, parla chiaro; quindi il nostro lavoro è di salvezza, d'amore e di preghiera per coloro che hanno perso il “lume della ragione”. La saluto fraternamente e La prego di assistermi con qualche preghiera.   SERGIO FOLGARAIT Via Cagliari, 10/3 - 39100 Bolzano   -----------------------------------------------------------------------------------------------------------   FERLITTO ROSY 22040 Alserio (CO)   Caro Padre Tornese, sono una ragazza che fino a poco tempo fa studiavo coi testimoni di Geova, fino a quando un giorno una Suora si recò a casa mia per richiesta di mia Madre che a tutti costi voleva impedirmi questa strada, e che lo sinceramente credevo giusta. Dopo una lunga discussione su vari argomenti la Suora mi diede da leggere alcuni suoi opuscoli, che io lessi con molta avidità e più li leggevo più mi accorgevo degli errori, che prima non riuscivo a vedere. La cosa che mi colpì molto fu l'argomento della trasfusione dei sangue , e che essi cocciutamente sostengono, causando così la morte di piccoli innocenti. Devo sinceramente dire che mi sono liberata da un peso enorme, perché proprio di un peso si tratta, obbligando con forza le persone a fare secondo ciò che il Corpo Direttivo comanda. Non mi ero mai accorta dell'odio mortale che La Torre di Guardia propina contro la Cristianità. Ci sono tante altre religioni, ma non ho mai trovato un commento denigratorio su queste, quando invece lo è in modo così costante per la Chiesa Cattolica. Dio ha dato il libero arbitrio di amarlo liberamente in Spirito e verità. I testimoni di Geova non sanno cosa vuol dire libertà perché la loro dottrina è come una monarchia assoluta: loro comandano e tu devi agire, dopo averti fatto un perfetto lavaggio di cervello, sei pronta per essere una marionetta nelle loro mani, avendo sempre in mente il giorno di Armaghedon . Gesù poi non lo si sente neppure nelle loro Sale del Regno; esiste Geova in primo luogo e Gesù ha una parte così piccola che non si sente se c'è o non c'è. Per fortuna ho capito in tempo, e adesso mi sento più serena e tranquilla. Ogni giorno leggo parte del Vangelo e mi sono proposta di approfondire sempre la mia Religione. Mi trovavo in Sicilia in vacanza quando la Suora mi diede da leggere i suoi opuscoli; quindi in quei 20 giorni ho avuto modo di riflettere e meditare molto bene lontana dalla loro presenza. Al ritorno ero decisa di smetterla con loro. Dopo alcuni giorni si presentarono a casa mia e così dissi loro apertamente che tutto era finito, che avevo letto alcuni libri riguardanti la loro dottrina e che a mio parere non la ritenevo più giusta e che la loro Bibbia non era uguale a quella cattolica. Beh! Ho potuto constatare che quando qualcuno approfondisce qualcosa per vedere se le cose stanno così, allora scappano e veniamo così considerati apostati.   Rosy     UN GESUITA TESTIMONE DI GEOVA   Sul caso di Julio Iniesta García , che fu un tempo gesuita e divenne poi testimone di Geova, la propaganda geovista si è sbizzarrita e si sbizzarrisce ancora. Lo fa forse (e senza forse) per far dimenticare i tanti casi di defezioni avvenute in questi ultimi anni dalle file dei tdG in ogni parte della terra. Sono centinaia di migliaia, anzi milioni! Ne ricordiamo solo tre e precisamente Raymond Franz , che lasciò la setta nel 1980; Chitty C. Eart, dimissionario dal 1979; e Sullivan J. Thomas , dimissionario dal 1973. Tutti e tre erano membri del Corpo Direttivo, occupavano cioè le più alte cariche nella gerarchia geovista. Per consiglio d' un mio confratello della Curia Generalizia dei Gesuiti di Roma, scrissi al padre Carlos Palmés , gesuita, che fu compagno di studi e poi superiore provinciale di Julio Iniesta. Mi ha risposto con la lettera che metto qui a conoscenza di quanti vogliono vedere le cose coi propri occhi, e non con le lenti colorate imposte dai dirigenti della setta geovista.   -----------------------------------------------------------------------------------------------------------                   Cochabamba , 29 agosto 1983     P. Nicola Tornese, S. J. Viale S. Ignazio, 4 80131 Napoli   Stimatissimo P. Nicola: Ho ricevuto la sua lettera dell'8 luglio con molto ritardo. In essa lei mi chiede di Julio Iniesta, che fu della Compagnia e che poi è passato ai testimoni di Geova. Io sono stato suo compagno durante gli studi di teologia e poi suo superiore Provinciale. Quindi lo conosco abbastanza bene. Si è sempre distinto come generoso, passionale, radicale, andando facilmente agli eccessi. Gli studi gli pesarono molto per essere entrato in Compagnia già adulto ed anche perché di capacità limitata. Credo che durante il tempo che fu in Compagnia si. comportò con rettitudine secondo la sua coscienza. Era molto caritatevole, di una carità piuttosto ingenua, aiutando, per esempio, chiunque dicesse di essere in bisogno senza prima accertarsi se fosse vero o no. Proveniva da una famiglia molto modesta. Suo padre era portinaio in una casa di Barcellona (Spagna). Forse questo contribuì alla sua costante mancanza di sicurezza: A ciò si aggiunge la non felice riuscita negli studi. Credo si possa affermare che soffrisse d' un complesso d'inferiorità. Il suo lavoro apostolico lo ha quasi sempre svolto tra gente umile e penso con abnegazione e generosità. Forse il punto più debole del suo carattere era la passionalità e una forte emotività. C'erano momenti in cui lo si poteva dire uno squilibrato. Alcuni mesi prima di lasciare la Compagnia ebbe una forte crisi di fede . Non saprei dire fino a che punto questa abbia potuto influire sulla sua decisione. La ragione principale che egli adduceva per lasciare la Compagnia era la mancanza di carità tra noi e concretamente verso di lui . Sinceramente penso che questo motivo sia privo di fondamento perché è stato trattato, sempre con rispetto ed affetto. Sembra che qualche suo parente fosse di questa setta e che lo abbia trattato con particolare affetto e ciò fu il motivo decisivo per passare ai testimoni di Geova. Ciò sta a indicare quanto poco avesse capito gli studi sacri. Questo è tutto quello che ricordo di Julio , al quale ho sempre voluto bene come confratello e per il quale desidero il vero incontro con Dio.   Con affetto fraterno Carlos Palmés S.J.   Parroquia PIO X Casilla 2151 - Coeliabatnba (Bolivia)
Ev - Testimoni di G.: IMMAGINI E SANTI

Opuscolo N° 12 della Piccola collana "I Testimoni di Geova". Statue ed immagini. Che cosa dice la Bibbia? I Santi: errori e verità . Contro l'uso delle immagini. Il titolo di PADRE nella BIBBIA.

Per ricevere gli opuscoli rivolgersi:

Padre Nicola Tornese

Viale S. Ignazio,  4

80131  NAPOLI    tel. 081.545.70.44



Nota: Così intesa la venerazione dei Santi è pienamente giustificata dalla Bibbia. In effetti, più d'una volta nella Bibbia siamo esortati a ricordare con rispetto e' stima coloro che ci hanno precedute nella fede, e sono ora nella Casa del Padre, a fare l'elogio delle loro virtù, a imitarli seguendo l'esempio della loro vita eroica. Ecco qualche testimonianza   2 - Testimonianze bibliche. Nella Lettera agili Ebrei l'autore ispirato esalta la fede degli antenati a conforto e sprone dei suoi lettori: “Nella fede morirono tutti costoro, senza avere conseguito le cose promesse, ma avendole viste solo e salutato da lontano” (Ebrei, 11,13). E ancora: “E che dirò di più? Mi mancherebbe il tempo per narrare di Gedeone, Barac, Sansone, Jefte,  David, Samuele e dei profeti. I quali, in virtù della fede, soggiogarono i regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, divennero forti in guerra, fugarono eserciti stranieri” (Ebrei 11, 32-35). “Anche noi dunque, circondati da un così grande nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatone della fede” (Ebrei 12,1-2). Già secoli prima un altro autore ispirato aveva detto: “Facciamo l'elogio degli uomini illustri, dei nostri antenati per generazione. Questi furono uomini virtuosi, i cui meriti non vanno dimenticati” (Siracide 44,1 e 10) 13.   3 - La pratica della venerazione. Ricordo, elogio, imitazione: ecco ciò che la Bit bia sollecita da noi nei riguardi di coloro che ci hanno preceduto nella fede e si sono distinti nella pratica delle virtù cristiane. Questa è appunto la venerazione dei Santi. Noi siamo in perfetta armonia con la Parola di Dio quando ricordiamo i Santi, ne facciamo l'elogio li imitiamo nel loro grande amore a Gesù Cristo all'umanità. Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo, diceva san Paolo (1 Corinzi 11, 1). Fedele all'insegnamento dell'Apostolo, la Chiesa Cattolica insiste sulla imitazione dei Santi, sempre sensibile alla purezza della fede e contraria a ogni venerazione forse interessata. Ha detto il Concilio Vaticano II: “Mentre infatti consideriamo la vita di coloro che hai no seguito fedelmente Cristo, per un motivo in più ci sentiamo spinti a ricercare la Città futura (cfr. Ebrei 13,1 e 11, 1) e insieme ci è insegnata la via sicurissima per il quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivai alla perfetta unione con Cristo cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione di ciascuno”. La intercessione dei Santi 1 - Intercedere vuol dire “intervenire in favore di qualcuno”; intercessione è “l'atto o l'effetto dell'intercedere”. Un esempio biblico abbastanza conosciuto è quello di Maria, la Madre di Gesù, che alle nozze di Cana intervenne presso suo Figlio in favore degli sposi a corto di vino. L'intercessione di Maria ottenne il suo effetto e Gesù fece il primo miracolo, cambiando l'acqua in vino (cfr. Giovanni 2, 1-11). Nel linguaggio cristiano e con riferimento ai Santi, intercedere vuol dire che i Santi, dietro preghiera o richiesta dei loro fratelli nella fede che sono ancora su questa terra, intervengono a loro favore presso Dio per ottenere da Dio le grazie o cose desiderate. Vista nella sua vera natura, l'intercessione altro non è che l'esercizio dell'amore e dell'aiuto, che deve regnare tra le membra dello stesso corpo o organismo affinché “le membra siano vicendevolmente sollecite del bene comune” (1 Corinzì 12, 95). L’organismo o corpo, di cui parla san Paolo, è precisamente la comunità dei credenti, ossia la Chiesa. In essa ciascuno deve esercitare l'amore verso gli altri, soprattutto invocando da Dio, datore di ogni bene, mediante la preghiera, ciò che a ciascuno è utile e necessario per la sua salvezza integrale (cfr. 1 Corinzi 12, 12-27). Alla base della intercessione vi è la dottrina della Comunione dei santi. Con questa espressione la Chiesa Cattolica insegna ciò che insegna san Paolo nella citata Lettera ai Corinzi. ivi l'apostolo paragona la Chiesa, ossia l'insieme di tutti i battezzati o santi, a un organismo, al corpo umano, perché tutti formano una comunità o comunione, dov'è naturale che tra le varie membra vi sia uno scambio dei singoli beni per il bene comune. Comunione dei santi non vuol dire che solo alcuni privilegiati, ossia quelli del numero chiuso dei 144.000, possono ricevere gli emblemi del pane e del vino. Questo è un grosso errore della setta geovista, che tende a creare e confermare un deprecabile razzismo.   2 - Nella Bibbia abbiamo numerosi esempi di intercessione. Ne citiamo solo alcuni, limitandoci al Nuovo Testamento. - San Paolo chiede spesso le preghiere, ossia la intercessione, dei cristiani affinché Dio lo liberi dai pericoli che lo minacciano nel suo lavoro apostolico: “Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiera e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi (= tutti i fedeli) e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca per far conoscere il mistero del Vangelo” (Efesini 6,18-19; cfr. Romani 15,30-31). Altre volte Paolo offre a Dio le sue preghiere, ossia la sua intercessione, a vantaggio spirituale dei fedeli : “Perciò  anche noi, da quando abbiamo saputo vostre' notizie, non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate una piena conoscenza della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale...” (Colossesi 1,9-10). - San Giacomo ha scritto: “Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse i suoi frutti” (Giacomo 5, 16-17). Due cose da notare nell'insegnamento di san Giacomo. La prima è, che la preghiera del giusto rivolta a Dio come intercessione è sempre efficace. La seconda è che il giusto può ottenere da Dio per gli altri anche favori di ordine temporale. PARTE TERZA ERRORI E VERITA' Contro l'uso delle immagini 1 - L'errore: “Mostrando che le immagini come ausili per la devozione gli dispiacevano, Dio diede agli Israeliti la sua legge che ne proibiva l'uso. Cambiò attitudine Dio con l'inizio del cristianesimo? No, perché la Bibbia mostra che i cristiani evitarono similmente l'uso delle immagini”. La verità: a) Dio non mostrò che gli dispiacessero le immagini come ausili per la devozione. Semmai è vero il contrario. Egli ha voluto che le arti figurative aiutassero gli Israeliti per la devozione. “Mo- sè chiamò tutti gli artisti, nel cuore dei quali Jahve aveva messo la saggezza ( .. ) Bezaleel (uno dei loro) fece la Dimora con figure di cherubini artisticamente lavorati” (Esodo 36, 2-8). b) La legge data da Dio agli Israeliti non proibiva l'uso delle immagini decorative utili alla devozione, ma le immagini e le statue degli idoli pagani. La Chiesa Cattolica ha sempre distrutto gli idoli pagani, ma ha favorito le arti figurative per la devozione e la conoscenza della vera adorazione. Così Dio comandò a Mosè. c) Nei testi biblici citati dai tdG (Esodo 20: 4, 5; Deuteronomio 7: 25; Levitico 26: 1; Atti 17, 29) si parla solo e sempre di idoli o divinità pagane. I tdG travisano il pensiero degli autori sacri e profanano la Parola di Dio.   2 - L'errore: “Seguendo il consiglio dell'apostolo Giovanni di 'guardarsi dagli idoli', camminarono "per fede, non per visione". Riposero la loro completa fiducia nell'invisibile Iddio” (1 Giovanni 5: 21; 2 Corinzi 5: 7) 18.   La verità: a) Seguendo il consiglio dell'apostolo Giovanni, i primi cristiani e i veri cristiani d'ogni tempo hanno distrutto le immagini e le statue degli idoli pagani oppure le hanno conservate nei musei. Mai hanno prestato loro una religiosa attenzione. Hanno sempre posto la loro attenzione all'invisibile Dio e alla sua Immagine, cioè, a Gesù Cristo, il Dio-con-noi (cfr. Colossesi 1, 15; Matteo 1, 23). Giovanni nel testo citato (1 Giovanni 5, 21) si riferisce solo agli idoli pagani, non alle immagini permesse da Dio agli Israeliti per la sua vera adorazione. b) Anche errato è l'uso o l'abuso che i tdG fanno delle parole di san Paolo: “camminare per fede, non per visione” (2 Corinzi 5, 7). In questo testo san Paolo non parla affatto dell'uso delle immagini né per negarlo, né per affermarlo. Egli si riferisce solo ai due modi o stati della nostra esistenza e della nostra conoscenza del Signore. Il primo modo è quello della vita presente, paragonabile alla condizione dell'esule, che conosce le bellezze della sua patria solo indirettamente (per fede). L'altro modo è quello di chi sta in patria e vede direttamente (per visione), faccia a faccia (cfr. 1 Corinzi 12, 12) il volto delle persone care. Se al primo modo di conoscenza aiutino le immagini o no, san Paolo né lo afferma né lo nega. I tdG fanno violenza al testo paolino, travisando settariamente il pensiero dell'Apostolo. c) Degno di nota e di grande biasimo è il fatto che i tdG si comportano in modo del tutto opposto a ciò che affermano. Essi fanno quello che rimproverano ai veri cristiani, riempiendo di immagini i loro libri e riviste. Vogliono che i loro seguaci abbiano la visione di ciò che la setta promette nel mondo che ha da venire. Due pesi e due misure, ipocritamente. d) Vi è di peggio. In una loro recente pubblicazione danno l'immagine dei terribile Geova, raffigurato come un sovrano seduto su un trono. Eppure in un'altra loro pubblicazione ci dicono che “nessuna immagine di Dio è possibile”!. La Bibbia dice: “A chi potreste paragonare Dio e quale immagine mettergli a confronto?” (Isaia 40,18).   3 - L'errore: “L'adorazione "relativa" con l'uso di 'ausili' fisici per la devozione', è contraria al principio cristiano di adorazione. Giov. 4: 24. "Dio è Spirito e quelli che l'adorano devono adorarlo con spirito e verità”. La verità: a) Insistere che nella venerazione delle immagini si tratta di “adorazione” equivale a usare un linguaggio volutamente errato, cioè calunnioso. I cattolici adorano solo Dio Uno e Trino, non le ìmmagini e i Santi, neppure quelle dell'Uomo-Dio, ossia di Gesù Cristo, la Seconda Persona della Santissima Trinità. L'uso di ausili fisici, come le immagini e le statue, può aiutare all'adorazione “in spirito e verità”. I tdG fanno largamente uso di immagini per portare alla conoscenza e alla adorazione di Geova. b) Nel linguaggio cristiano la venerazione delle immagini è detta relativa. Questo vuol dire che l'oggetto diretto della venerazione non sono le immagini e le statue, ma il Santo in esse raffigurato. Ogni persona intelligente e normale capisce che gli atti di venerazione non sono rivolti alla carta o alla tela o al legno o al marmo, di cui le immagini e le statue sono fatte. Noi non veneriamo la materia delle immagini e delle statue, ma i nostri fratelli gloriosi in paradiso, raffigurati nelle immagini e nelle statue. c) Facciamo un esempio. Quando voi baciate la foto d'una persona cara - sarà il vostro bambino vivo o morto, la vostra mamma ecc. - pensate forse con quel gesto di fare atto di omaggio alla carta della foto? Forse il vostro affetto si ferma alla carta? Sarebbe sciocco pensarlo! Solo gli sciocchi lo pensano. Oggetto del vostro gesto affettuoso è la persona cara lontana o morta, ma resa in qualche modo vicina, presente e come viva mediante l'immagine. Facciamo un esempio. Leggendo la Bibbia nessuno pensa di fermarsi alla carta e ai caratteri, che compongono il libro. La carta e ancora più i caratteri sono mezzi o ausili fisici con cui veniamo a conoscenza di Dio Spirito e delle realtà sopra sensibili. Noi tuttavia teniamo caro il libro, carta e caratteri, e facciamo gesti di devozione verso di essi perché è un ausilio per entrare in relazione e adorare Dio in spirito e verità. Contro la venerazione dei Santi 1 - L'errore: “E' proibito inchinarsi in adorazione (?) dinnanzi a uomini o anche ad angeli come rappresentanti di Dio - Atti 10,25-26; Apocalisse 22,8-9”. La verità: a) E' stato sempre detto e ripetuto che i cattolici si inchinano in adorazione solo davanti a Dio, Uno e Trino: Padre, Figlio e Spirito Santo. Attribuire ai cattolici l'adorazione di uomini o di angeli o, peggio ancora, di statue ed immagini, è una grossa menzogna, una volgare calunnia. Può essere creduta dagli ignoranti, ossia dalla maggior parte dei tdG, non da persone oneste e amanti della verità. Alcuni gesti come l'inchino, il bacio, piegare il ginocchio e anche offrire incenso e fiori, non sono necessariamente segni di adorazione. Possono essere e sono di fatto gesti di venerazione quando fatti davanti ad immagini e statue. Questa è l'intenzione dei cattolici, che fanno questi gesti. Voler interpretarli come segni di adorazione significa malignare e calunniare. b) In Atti 10, 25-26 è detto: “Allorché Pietro entrò, Cornelio gli si fece incontro e gli si gettò ai piedi per adorarlo. Pietro lo rialzò dicendogli: Alzati, perché sono un uomo anch'io”. Questo testo non prova nulla contro la venerazione cattolica dei Santi. E' una strumentalizzazione settaria dei tdG. Infatti, nel caso del centurione, che era un pagano, il gettarsi ai piedi di Pietro era un gesto dì adorazione. Giustamente Pietro interviene per impedire quel gesto. Nulla di tutto questo nei gesti dei cattolici davanti a immagini e statue. Sono solo segni di venerazione. L'Apostolo Pietro non si dichiara contro la venerazione, ma contro l'adorazione di creature. c) In Apocalisse 22, 8-9 leggiamo: “Ed io, Giovanni, son colui che ha udito e guardato queste cose. E dopo aver udito e guardato, mi prostrai per adorare dinnanzi ai piedi dell'angelo che m mostrava queste cose. E mi dice: "Vedi di non farlo! Sono un compagno di servizio, tuo e dei fratelli tuoi i profeti e di coloro che conservano le parole di questo libro. A Dio rivolgi l'adora- zione"” (Garofalo). Parimenti in Apocalisse 19, 10 è detto: “lo (Giovanni) mi prostrai dinnanzi ai suoi piedi per adorarlo. E mi dice: "Vedi di non farlol Sono un compagno di servizio, tuo e dei tuoi fratelli che hanno la testimonianza di Gesù. A Dio rivolgi l'adorazione"” (Garofalo). Nell'uno e nell'altro caso è chiaro che Giovanni crede di scorgere nell'angelo una potenza o manifestazione di Dio, perciò vuol prostrarsi in adorazione. L'angelo lo distoglie dichiarandosi una creatura. Ciò che qui è impedito non è la venerazione dei Santi, ma l'adorazione di creature. L'uno e l'altro testo sono strumentalizzati settariamente dal tdG.   2 - L'errore: “In molti luoghi c'è l'usanza di riservare giorni in onore di "santi", o persone famose, morti e vivi. Piace ciò a Dio? La Bibbia ci avverte di non rendere onori idolatrici a creature, per cui le feste che tendono in tale direzione non sono in armonia con la volontà di Dio (Atti 10: 25; 14: 11-15; Romani I. 25; Rivelazione 19; 10).   La verità: a) Sì, a Dio piace l'usanza di onorare i Santi o persone famose. Infatti l'autore della Lettera agli Ebrei esorta a ricordare i campioni della fede dell'antichità, le persone famose (cfr.   Ebrei 11, 32) perché il loro ricordo è uno sprone per deporre il peccato che ci assedia e correre con perseveranza in avanti tenendo fisso lo sguardo su Gesù (cfr. Ebrei 12, 1-2). Siamo anche esortati dalla Bibbia a fare l'elogio degli uomini illustri, che1per i loro meriti non vanno dimenticati (cfr. Siracide 44, 1 ,e 1 0).   b) I testi citati da Atti 10, 25; 14, 11-15 e dalla Apocalisse 19, 10 non hanno nulla a che vedere con la venerazione cattolica dei Santi. Riguardano solo pratiche idolatriche giustamente condannate dalla Bibbia. Anche in Romani 1, 25 Paolo condanna l'idolatria dei pagani, non la venerazione de i Santi cristiani. I tdG fanno sempre violenza ai testi biblici per inoculare i loro funesti errori. Si tratta d'una truffa continuata ai danni di chi non ha discernimento.   3 - L'errore: “Inoltre, le feste in memoria degli "spiriti dei morti" si basano in effetti sulla falsa dottrina dell'immortalità dell'anima”.   La verità: Che la dottrina dell'immortalità dell'anima sia falsa, lo affermano i tdG e gli atei materialisti, non la Bibbia. La Bibbia insegna che i credenti in Cristo dopo la morte sono con Lui (cfr. Giovanni 17, 24; 2 Corinzi 5, 8,; Filippesi 1, 23), che chiunque vive e crede in Lui non morrà mai (cfr. Giovanni 11, 26), che le anime o spiriti sono arrivati alla perfezione (cfr. Ebrei 12, 23) e intercedono per noi (cfr. Apocalisse 6, 9-10).   4 - L'errore: “Idoleggiare gli uomini è disapprovato da Dio. Atti 12: 21.23 "In un dato giorno Erode rivestì la veste reale e si mise a sedere sul tribunale e pronunciava loro un discorso pubblico. A sua volta il popolo riunito gridava: 'Voce di un dio e non d'un uomo!' Istantaneamente l'angelo di Geova lo colpì, perché non diede la gloria a Dio; ed essendo roso dai vermi, spirò”.   La verità a) Venerando i grandi amici di Dio quali sono i Santi, i cattolici non idoleggiano uomini malvagi come un re Erode Agrippa, che aveva perseguitato la Chiesa, fatto decapitare Giacomo, uno degli Apostolì, e messo Pietro in prigione per compiacere i Giudei (cfr. Atti 12, 1-3). b) Dio disapprovò l'adulazione blasfema di quella plebaglia perché veramente quegli uomini insensati volevano far capire a Erode che essi lo tenevano in conto di un dio. In effetti, Erode si compiacque di quella adulazione e l'angelo del Signore lo colpì a morte. c) Stando così le cose, appare chiaro al di là d'ogni possibile dubbio come i tdG strumentalizzano settariamente il testo di Atti 12, 21-23, dando ad esso un significato che non ha. Si tratta d'una ennesima profanazione della Parola di Dio. Contro l'intercessione dei Santi 1 - L'errore: “La preghiera deve essere rivolta a Geova in nome di Gesù, il solo mediatore” (1 Timoteo 2. 5) 21. La verità: a) Amore e fedeltà alla Scrittura esigono anzitutto che sia portato per intero il testo di san Paolo, citato solo in parte dai tdG e da altri settari.   Eccolo: “Raccomando, dunque, innanzi tutto, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, rendimenti di grazie per tutti gli uomini, per i sovrani e per tutti quelli costituiti in autorità, perché noi possiamo condurre una vita quieta e tranquilla in tutta pietà e dignità. Questo è bello e gradito al cospetto di Dio salvatore nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità. C'è infatti un solo Dio e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, un uomo, Cristo Gesù, il quale diede se stesso in riscatto per tutti” (1 Timoteo 2,1-6, Garofalo). b) Come appare chiaro dalle parole citate, san Paolo dà istruzioni al discepolo Timoteo circa il. comportamento dei cristiani. Egli vuole che Timoteo faccia pregare i fedeli per tutti gli uomini, facciano cioè intercessioni. Paolo perciò insegna la dottrina della intercessione. Aggiunge poi che la preghiera per gli altri, ossia l'intercessione, è una cosa bella e gradita a Dio perché tale preghiera o mediazione farà sì che i lontani possano avere piena conoscenza del vero Dio e dell'unico mediatore Gesù Cristo. Dio avrà riguardo alla preghiera dei credenti per aprire gli occhi alla verità e salvare coloro che non credono. c) Rimane sempre vero che Gesù Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Lui ha offerto se stesso per liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato. Ma è pur vero che i fedeli possono e devono collaborare con le preghiere e le opere buone a che Cristo sia conosciuto e possa applicare la sua mediazione a tutti gli uomini. L'intercessione e mediazione dei fedeli è secondaria e subordinata a quella di Cristo. Ma Dio nella sua bontà ha disposto che anche i fratelli possano concorrere alla salvezza dei fratelli e degli increduli. Questo insegna san Paolo, questo ha sempre insegnato e insegna la Chiesa Cattolica.   2 - L'errore: Quando la Bibbia parla di intercessione fa sempre e solo riferimento ai cristiani ancora viventi sulla terra, mai alle preghiere di coloro che sono morti.   La verità: a) San Giovanni nell'Apocalisse vede le anime di coloro che furono uccisi per la Parola di Dio, ossia dei  martiri, gridare a gran voce: “Fino a quando, o Sovrano santo e verace, non scendi in giudizio e non vendicherai il nostro sangue?” (Apocalisse 6, 9-10). Questo vuol dire che le anime già nello stato di gloria intercedono presso Dio per i loro fratelli ancora sulla terra perché siano aiutati nella lotta per la fede. b) Nel linguaggio simbolico dell'Apocalisse i Santi in cielo, con le loro preghiere, riempiono di profumi vasi d'oro, che salgono continuamente al trono dell'Agnello (cfr. Apocalisse 5, 8). In altre parole, essi compiono una funzione mediatrice a favore della Chiesa militante sulla terra: “E salì il fumo dell'incenso con le preghiere dei santi, dal- la mano dell'angelo, a Dio” (Apocalisse 8, 4). E' sempre Dio che salva mediante l'Agnello (Gesù Cristo), ma le preghiere dei Santi anche dopo la loro morte possono aiutare alla salvezza degli altri.   APPENDICE IL TITOLO DI PADRE NELLA BIBBIA L'errore Un impegno particolare è messo in opera dai tdG per gettare discredito sui membri del clero cattolico, e in generale su tutti i ministri del culto. Nessuno è risparmiato, neppure il Santo Padre. Buona parte della propaganda geovista è dedicata alla denigrazione e alla calunnia! Non è difficile capire che alla base di questa campagna denigratoria vi è la persuasione che i ministri di Dio - col loro zelo e la loro scienza - siano l'ostacolo principale alla diffusione dei loro nefasti errori. Da qui la reazione astiosa e pervicace degli attivisti della società geovista. Un  caso particolare della calunniosa propaganda dei tdG è l'uso distorto che essi fanno delle parole di Gesù riferite in Matteo 23, 9, dove leggiamo: “E non chiamate nessuno padre vostro sulla terra; uno solo, infatti, è il Padre vostro, il Ce- leste”. Commentando erroneamente questo testo e avendo di mira i ministri del culto i tdG scrivono: “I seguaci di Crìsto non si rivolgono agli uomini con i titoli religiosi 'rabbino’ un titolo religioso”,padre' o 'capo' …..'Padre' non è un titolo religioso. Non è necessaria una conoscenza profonda del la Bibbia per evidenziare quanto sia superficiali e antiscritturale la spiegazione che della frase da Matteo 23, 9 danno i tdG. Basta infatti porre attenzione al contesto dove quella frase è collocata e ricordare come nella Bibbia il titolo di    “padre” è legittimamente rivolto agli uomini, specialmente ai ministri del culto, senza violare nessun comanda divino. Questo appunto ora vogliamo fare.   I - Il contesto di Matteo 23, 9. Facciamo notare ancora una volta che l'autentico significato dei testi biblici deve essere ricavata dal loro contesto. I tdG spesso e volentieri dimenticano o tralasciano il contesto e fanno dire alla Bibbia ciò che essi vogliono, a danno sempre de meno accorti. Dal contesto di Matteo 23, 9 risulta inequivocabilmente che Gesù voleva solo correggere l'abuso che i membri della sinagoga facevano del titolo d padre; ma non intendeva affatto abolire il retti uso di quel titolo. Il pensiero di Gesù è il seguente : I discepoli di Cristo  - contrariamente al comportamento dei farisei - non devono pretendere titoli onorifici. Devono fuggire la vanagloria, la superbia, l'arroganza. “Il più grande tra voi sia vostro servo” (Matteo 23, 11). L'ufficio di guida, che alcuni di loro devono esercitare (cfr. 1 Tessalonicesi 5, 12; Ebrei 13, 17), va fatto con umiltà e con spirito di servizio. Gesù parla di disposizione interiore, più che di uso di titoli. Siano o non siano chiamati con titoli, i suoi discepoli, a differenza dei farisei, devono coltivare l'umiltà. Non devono avere pretese di onorificenze. Non devono servirsi vanitosamente dell'autorità, ma servire umilmente in virtù della autorità ricevuta. Questo e non altro è l'autentico significato delle parole di Gesù: una lezione di umiltà! Egli era venuto a correggere ciò che era storto (Marco 1, 3).   Il - L'uso scritturistico del titolo di “padre”. Gesù non intendeva affatto escludere che le guide della comunità ecclesiale nutrissero il nobile sentimento della paternità spirituale verso coloro che devono essere istruiti e diretti. 1 - San Paolo esorta i cristiani ad essere imitatori di Dio precisamente nella bontà e nell'amore (Efesini 5, 1). E quale maggiore imitazione di Dio vi può essere in chi è chiamato a dirigere gli altri se non quella della paternità divina? San Paolo era modello di questa imitazione. a) Sono ben note le parole di Paolo ai fedeli di Corinto: “Vi scrivo queste cose come a figli carissimi. Potreste infatti avere diecimila maestri (pedagòghi), ma non certo molti padri in Cristo, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (1 Corinzi 5,14-15). Paolo si considera e si chiama padre di coloro che egli ha generato spiritualmente in Cristo. Forse l'apostolo non era a conoscenza delle parole di Gesù in Matteo 23, 9? Chi oserebbe attribuire a lui tale ignoranza? E allora come mai non ha avuto alcuna difficoltà ad attribuirsi il titolo di padre? b) Né fu la sola volta che egli - Paolo - manifestò questo nobile sentimento di paternità spi- rituale. Scrivendo ancora ai Corinzi dice: “Ecco, sono pronto a venire da voi per la terza volta, e non vi sarò di peso; ché non cerco le cose vostre, ma voi. Infatti non è dovere dei figli accumulare tesori per i genitori, ma dei genitori per i figli” (2 Corinzi 12,14). Commenta la Bibbia di Salvatore Garofalo: “Paolo non vuol ricevere dai Corinzi, ma vuole dare come un buon padre”. Anche coi cristiani della Galazia l'apostolo aveva usato lo stesso linguaggio: “Figliuoli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi” (Galati 4, 19). E con identico affetto paterno Paolo chiama figlio lo schiavo Onèsimo, che egli aveva convertito e generato a Cristo nelle catene (Filèmone 10). c) Dopo tante ripetute dichiarazioni d'una paternità spirituale da parte di Paolo, doveva essere naturale, spontaneo, giusto e doveroso che i suoi figli spirituali lo considerassero e lo chiamassero padre senza pensare minimamente di andare contro la volontà del Signore. Lo hanno fatto? Possiamo legittimamente supporlo. Paolo stesso li esorta e vuole che si comportino così. Scrisse ai Corinzi: “lo parlo come a figli; rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore” (2 Corinzi 6, 13). E qual era il contraccambio se non quello di nutrire verso di lui un sincero sentimento di figliolanza spirituale e di chiamarlo padre? (Cfr. 2 Corinzi 12, 15). d) Nel vano tentativo di indebolire e negare questo insegnamento biblico i tdG scrivono: “Paolo si paragonò a un genitore, ma non fu mai chiamato "padre Paolo"”. Si risponde: L'obiezione dei tdG poggia sul vuoto non ha una base, è inconsistente. Infatti per poter affermare che l'apostolo non fu mai chiamato “padre Paolo”, i tdG dovrebbero avere ed esibire i documenti, ossia eventuali scritti dei cristiani di Corinto diretti a Paolo, dai quali risultasse che essi mai lo chiamino “padre”. Ma dove sono questi documenti? E senza documenti, senza prove valide, come si può asserire una cosa? La affermazione dei tdG è una pura invenzione. Al contrario, dalle Lettere paoline risulta che i rapporti dei cristiani verso Paolo fossero basati sul sentimento della figliolanza spirituale. 2 - Ma vi è molto di più. Ciò che dicono i tdG è antiscritturale. Infatti Gesù non volle abolire la Scrittura (Matteo 5, 17-18). Ora nella Scrittura il retto uso del titolo di padre è- largamente diffuso. Ecco alcuni esempi: - Nel libro dei Giudici 17, 9-10 e 18-19 leggiamo: “Micha gli domandò: "Donde vieni?" "Sono Levita da Betlemme di Giuda" gli rispose. "Viaggio per stabilirmi dove troverò". "Rimani con me", gli disse Micha, "sii per me padre e sacerdote e io ti darò dieci scicli d'árgento, un corredo di vesti e il vitto"” (17,9-10). “Ma il sacerdote disse loro: "Che cosa fate?" "Taci", gli dissero, "mettiti la mano sulla bocca e vieni con noi. Tu sarai per noi padre e sacerdote"” (18,19). Per ben due volte è detto che alcuni Israeliti danno al sacerdote il titolo di padre. Non vi è nessuna condanna di un tale modo di esprimersi. - David chiama padre Saul perché questi è il legittimo sovrano finché è in vita: “Non tenderò la mano sul mio signore, poiché egli è l'unto di Jahve e mio padre” (1 Samuele 24, 11-12). - Anche i re di Israele chiamano padri i profeti, ossia gli uomini di Dio, loro guide spirituali: “Ora Eliseo cadde malato di quella malattia, per cui sarebbe morto. Josh, re di Israele, scese da lui e scoppiò in lacrime al suo cospetto gridando. "Padre mio, padre mio! Carro di Israele e suoi cavalli” (2 Re 13, 14).   3 - Circa l'uso del titolo di padre noi abbiamo una preziosa notizia dal santo vescovo e martire Ireneo (secondo secolo). Egli spiega l'origine dei titoli di padre e di maestro usati allora nella Chiesa, nel modo seguente: “Quando uno riceve l'insegnamento da un altro è chiamato padre”. L'informazione, che dà Ireneo, è della massima importanza. Infatti, nella sua opera Contro le eresie egli riporta gli insegnamenti degli Apostoli così come li aveva ricevuti dal martire Policarpo, suo maestro. Policarpo a sua volta era stato discepolo diretto di san Giovanni Apostolo e di altri immediati discepoli del Signore. Di questi suoi maestri Policarpo riporta le cose udite, che poi sant'Ireneo ha messo per iscritto. Non vi può essere perciò dubbio alcuno che anche l'uso del titolo di padre dato ai maestri della vita spirituale risalga agli insegnamenti apostolico. D'altra parte, dire insegnamento apostolico è lo stesso che dire insegnamento scritturale. Il titolo di padre - salvo gli abusi condannati dal Signore - è in perfetta armonia con la Scrittura.
Ev - Testimoni di G.: BIBBIE A CONFRONTO

OPUSCOLO N° 11 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA". Ai geovisti dispiace soprattutto l'affermazione che la loro Bibbia è una falsa Bibbia, che differisce essenzialmente dalla vera Bibbia cattolica .

Per ricevere gli opuscoli rivolgersi:

Padre Nicola Tornese

Viale S. Ignazio,  4

80131  NAPOLI    tel. 081.545.70.44



Nota: Egli è l'immagine dell'invisibile Iddio, il primogenito di tutta la creazione; perché per mezzo di lui tutte le (altre) cose furono create nei cieli e sul- la terra ( ... ). Tutte le (altre) cose sono state create (... ). Egli è prima di tutte le (altre) cose e per mezzo di lui tutte le (altre) cose furono fatte sussistere.   Osservazioni: a) Per ben quattro volte i traduttori anonimi della Bibbia geovista aggiungono al testo paolino la parola altre, che non si trova nel testo originale critico. Ciò facendo vogliono far credere che Cristo, il Figlio di Dio, sarebbe una creatura, una delle altre cose create. b) Nella Traduzione del Nuovo Mondo la parola altre è messa tra parentesi. Ma nel libro dei geovi- sti Accertatevi di ogni cosa (p. 207), che è una raccolta di testi biblici, la parentesi è tolta e l'aggiunta altre appare come se fosse parte del testo originale. Si tratta di un grosso falso (cfr. Deuteronomio 4, 2; Apocalisse 22, 19).   7) Colossesi 2, 9 E' in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (CEI, BIB, BJ, BC, SG, Rv, PdS, NEP, PC).   Colossesi 2, 9 Perché in lui dimora corporalmente tutta la pienezza della qualità divina.   Osservazione: Il testo originale, quello scritto da san Paolo, dice theòtetos, che è caso genitivo della parola gre- ca theotès, e vuol dire natura divina, divinità. E così traducono le Bibbie dei veri cristiani, con piena fedeltà alla Bibbia. I tdG invece traducono come se fosse scritto theiòtetos, dalla parola greca theìotès, che significa qualità divina. In questo modo attribuiscono al Figlio solo qualità divine come può averle anche una creatura, ma gli negano la divinità, ossia l'identità di natura col Padre. Ma ancora una volta si tratta di un grosso falso, d'un peccato contro lo Spirito Santo.   8) Filippesi 2, 5-7 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso... (CEI, BIB, BJ, BC, Rv, PdS, NEP, PC). Filippesi 2, 5-7 Mantenete in voi questa attitudine mentale che fu anche in Cristo Gesù, il quale, benché esistesse nella forma di Dio, non prese in considerazione una rapina, cioè che dovesse essere uguale a Dio. No, ma vuotò se stesso... (revisione 1987).   Osservazioni: a) Il pensiero di san Paolo è il seguente: egli esorta i fedeli di Filippi ad avere sentimenti di umiltà sull'esempio di Cristo, che fu veramente umile, perché, pur essendo in forma di Dio, ossia per natura uguale a Dio, non si mostrò gelosamente aggrappato a questa sua grandezza, ma si umiliò, rinunciando agli onori a lui dovuti, fino a diventare uomo, e per di più l'uomo della sofferenza e della morte di Croce. b) i tdG fanno dire a san Paolo due cose contraddittorie. La prima è che Gesù Cristo esisteva nella forma di Dio, ossia era partecipe della natura divina, era cioè uguale a Dio prima che divenisse anche uomo. Forma significa natura. Questo è vero. La seconda: che la sua uguaglianza con Dio fosse considerata come una rapina, che Cristo non prese in considerazione. Si domanda: com'è possibile considerare come una rapina una cosa che si possiede per natura?   9) Apocalisse 3, 14 Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio (Archè) della creazione di Dio (CEI, BJ, BIB, PdS, NEP, CP).   Apocalisse 3, 14 Queste sono le cose che dice l'Amen, il testimone fedele e verace, il principio della creazione di Dio.   Osservazione: I tdG scrivono principio con lettera minuscola per far capire che Cristo sarebbe la prima creatura, il primo principiato o creato. Ma non è questo il pensiero di Giovanni. La parola greca Archè non significa principiato, ma il Principio efficiente, ossia la Causa Prima, quindi il Capo di tutte le creature. Che sia questo il pensiero dell'autore sacro risulta chiaro dal fatto che Cristo nell'Apocalisse (22, 13) è chiamato “I' Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio (Archè) e la Fine” come Dio (cfr. Apocalisse 21, 5-6). Al Figlio è applicata la stessa definizione riservata all'unico Dio (cfr. Isaia 41, 4). SS. Trinità La dottrina trinitaria è testimoniata abbondantemente nei libri del Nuovo Testamento. In san Pao- lo vi sono circa trenta testi trinitari. I vangeli poi contengono copiosamente la stessa dottrina. Tutti i veri cristiani credono in questa dottrina, che deve dirsi biblica al di là d'ogni possibile dubbio . I tdG negano questa dottrina biblica e perciò, com'è loro uso, ignorano numerosi testi biblici tri- nitari oppure cercano di distruggerne il contenuto mediante manipolazioni arbitrarie e settarie della Parola di Dio. Essi puntano le loro armi soprattutto nel negare la divinità del Figlio e la personalità dello Spirito Santo. Abbiamo riportato precedentemente alcuni testi riguardanti la divinità del Figlio (cfr. pp. 27-33); diamo ora alcuni esempi di differenze riguardanti soprattutto lo Spirito Santo.   Esempi di differenze BIBBIA DEI CRISTIANI 1)   2 Corinzi 13, 13 La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (CEI, BIB, BJ, BC, SG, Rv, PdS, NEP, PC).   BIBBIA DEI tdG 2 Corinzi 13, 14 L'immeritata   benignità del Signore Gesù Cristo e l'amore di Dio e la partecipazione nello spirito santo siano con tutti voi.   a) A differenza della Bibbia di tutti i cristiani la Traduzione del Nuovo Mondo scrive sempre spirito santo (con lettera minuscola). Ciò facendo, i tdG vogliono mettere in evidenza che lo Spirito Santo non è una persona, vale a dire Qualcuno che pensa e vuole (ama), ma “una forza attiva non intelligente”, come è scritto nella Torre di Guardia del 15-4-1972, p. 244. Alcune volte, per giustificare questo loro comportamento, i geovisti dicono che nei testi originali non vi sono né maiuscole né minuscole. Ciononostante, essi non hanno difficoltà a scrivere Satana, lo spirito del male, con lettera maiuscola (cfr. At- ti 5, 3). b) Un'altra differenza nel testo paolino su riportato consiste nell'aver cambiato l'originale greco, che ha dello e non nello Spirito Santo. Con questa astuta manovra i geovisti intendono insinuare che lo Spirito Santo non è una Persona divina, che va messa allo stesso livello del Padre e del Figlio come dice chiaramente san Paolo, ma piuttosto qualcosa di impersonale (un po' di energia), di cui partecipano i destinatari della lettera. Si tratta evidentemente di un altro grosso falso geovista.   2)   Giovanni 14, 26 Ma il Consolatore (Paràclito), lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa (CEI, BIB, BJ, BC, SG, Rv, PdS, NEP, PC).   Giovanni 14,26   Ma il soccorritore, lo spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa.     3) Giovanni 15, 26 Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità, che procede dal Padre (CEI, BIB, B.T, BC, SG, RY, PdS, NEP, PC).   Giovanni 15. 26 Quando sarà arrivato il soccorritore, che io vi manderò dal Padre, lo spirito di verità, che procede dal Padre.   4) Atti 5, 3 Ma Pietro gli disse: “Ananìa, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che hai mentito allo Spirito Santo? (CEI, BIB, BJ, BC NEP, PC, Rv, PdS,).   Atti 5, 3 Ma Pietro gli disse: “Ananìa, perché Satana ti ha imbaldanzito da fare il falso allo spirito santo?”.   Osservazione: In tutti questi testi biblici lo Spirito Santo indica una Persona perché insegna, rende testimonian- za, consola; l'uomo mente allo Spirito Santo. I tdG, dovendo negare a ogni costo la sua personalità, ne fanno una specie di carro-grù che soccorre un malcapitato automobilista. Perciò scrivono sempre spìrito santo (lettera minuscola). Dio vuol tutti salvi I tdG intendono la salvezza dell'uomo in modo estremamente settario: per sfuggire allo stroncamento eterno bisogna far parte della loro setta. Solo la tessera geovista autorizza a entrare in una terra paradisiaca. Poiché gli aderenti alla setta sono piuttosto pochini (circa tre milioni e mezzo in una popolazione mondiale che supera i cinque miliardi! e d'altra parte la fine è imminente, bisogna salvare la faccia e dimostrare che è volontà di Geova (non di Dio!) destinare alla salvezza solo pochini. A tal fine corrompono la Bibbia. Ecco qualche esempio.   Esempi di differenze BIIBBIA DEI CRISTIANI   1) Matteo 28, 19 Andate dunque ed ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (CEI, BIB, BJ, BC, SG, RY, PdS, NEP, PC).   BIBBIA DEI tdG Matteo 28,19 Andate dunque e fate discepoli di persone, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spi- rito santo.    Osservazione: Il testo originale greco, quello scritto da san Matteo, dice: panta (= tutte) ta (= le) ethnè  nazioni o genti o popoli). La frase biblica va presa in senso assoluto. Dio non esclude nessuno dalla salvezza. Egli vuole tutti salvi. Se qualcuno non ottiene la salvezza, è da attribuirsi unicamente alla sua scelta, non a una positiva esclusione da parte di Dio. Non così per i tdG. Dio (o piuttosto Geova) vorrebbe salvi solo alcuni, cioè di persone. La frase biblica, che ha senso assoluto, universale, è tradotta in modo da avere un senso restrittivo, partitivo. Ma ancora una volta si tratta di un grosso falso geovista.   2) Giovanni 12, 32 Quanto a me, allorché sarò innalzato da terra tutti attirerò a me.   Giovanni 12, 32   E io, se sarò innalzato dalla terra, attirerò a me uomini di ogni sorta.   3) 1 Timoteo 2, 4 Il quale (Dio) vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità (CEI, BIB, BJ, BC, SG, Rv, PdS, NEP, PC). 1 Timoteo 2, 4 Il quale vuole che ogni sorta di uomini siano salvati e vengano all'accurata conoscenza della verità.   Osservazione: Il testo originale greco sia in san Giovanni che in san Paolo dice: pantas (= tutti), tous (= gli), 2nthròpous (= uomini). Solo in virtù della grammatica, sia le parole di Gesù in Giovanni 12, 32 sia quelle di san Paolo (1 Timoteo 2, 4) devono essere prese in senso assoluto. Esse indicano che Dio vuole tutti salvi, non esclude nessuno e vuole che tutti arrivino alla conoscenza della verità. I tdG corrompono la Parola di Dio per fare intendere che sarebbe volontà di Dio salvare solo persone di diversa sorta, di differente tipo, ma non tutti. Infatti il tempo è assai breve perché tutti siano convertiti al geovismo, passaggio obbligatorio Per la salvezza. Ma questa può essere la volontà di Geova non del Dio della Bibbia, Padre di tutti indistintamente, senza prefabbricate discriminazioni. Il Dio della Bibbia non ha fretta, come ce l'ha il Geova della Torre di Guardia. Anima - I I tdG negano l'immortalità dell'anima, ossia la Sopravvivenza dell'uomo subito dopo la morte. Con la morte l'uomo farebbe la stessa fine delle bestie, Per esempio del cane. Per dare a questo gravissimo errore una certa credibilità su base biblica equivocano sulla parola anima, ed insegnano che l'uomo, l'asino, il bue, la pecora ecc. sono tutte anime viventi. L'inganno geovista si può facilmente mettere a nudo precisando il significato o significati di due parole bibliche: nefesc (ebraico) e psychè (greco) e determinando, con piena fedeltà alla Parola di Dio, quale deve essere la loro esatta traduzione nella lingua italiana. Soffermiamoci prima sulla parola nefesc, che ricorre nell'Antico Testamento. Il nefesc non significa anima come noi comunemente la intendiamo, ossia la componente spiritua- le e immortale dell'uomo. Nefesc vuol dire essere vivente in genere, oppure vita in genere, di qualunque specie. Nel caso che si riferisca all'essere vivente o vita dell'uomo, il nefesc va tradotto in modo molto appropriato con la parola persona. Tradurre nefesc con la parola anima è molto ambiguo e si presta a gravi errori. Questo appunto vogliono e questo fanno i tdG. Per questa falsa traduzione la Bibbia dei geovisti differisce essenzialmente da quella dei cristiani. Esempi di differenze   BIBBIA DEI CRISTIANI 1) Genesi 1, 20-24 Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi (nefesc) e uccelli volino sopra la terra...”. Dio creò i grandi mostri marini. Dio disse: “La terra produca esseri viventi (nefesc) secondo la loro specie: bestiame, rettili, e bestie selvatiche” (CEI, BIB, BJ, SG, RY, PdS, NEP, PC). BIBBIA DEI tdG Genesi 1, 20-24 E Dio proseguì dicendo: “Brulichino le acque di un brulichìo di anime viventi (nefese) e creature volatili volino sopra la terra (...)”. E Dio creava i grandi mostri marini (  ... ). Dio proseguì dicendo: “Produca la terra anime viventi (nefesc) secondo la loro specie ...”.   Osservazione: Nel testo di Genesi 1, 20-24 l'autore sacro racconta la creazione degli animali sia terrestri sia volatili e marini: uccelli, rettili, pesci ecc. La parola ebraica corrispondente per animale in genere è nefesc.. I tdG traducono questa parola nefese con anima vivente. Nella lingua italiana la parola anima non ha mai il significato di animale. La traduzione geovista è perciò sbagliata linguisticamente, perché - ripetiamo - anima in italiano non significa mai animale. Al limite, si può dire che l'animale ha un' anima sensitiva, vale a dire un principio vitale non intelligente. Ma non si può dire che è un'anima. Ma per i tdG dire che “gli animali inferiori all'uomo sono anime o hanno anima” è la stessa cosa '. Per loro il verbo essere e avere hanno lo stesso significato. lo posso dire: il cane ha lo stomaco ed è lo stomaco, e simili nonsense.   3)   Genesi 2, 7 Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle radici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente (nefese) (CEI, BJ, BC, SG, Rv, PC) 21.   Genesi 2, 7 E Geova Dio formava l'uomo dalla polvere della terra e gli soffiava nelle narici l'alito della vita, e l'uomo divenne un'anima vivente.   Osservazioni.  a) Dal racconto biblico appare chiaro che ciò che dà vita alla materia plasmata da Dio è un alito divino immesso direttamente da Dio. Il risultato di questa operazione divina è un nefesc umano. E' una persona, cioè un essere vivente, che ragiona, pensa, vuole, è libero e responsabile. Ciò che costituisce la persona è l'intelletto e la volontà, non il cervello con le sue cellule. Anche la scirnmia ha cervello e cellule, eppure non ragiona, non è responsabile, vive d'istinti. b) I tdG negano tanta bellezza biblica e umana. Essi fanno dell'uomo un essere vivente come le bestie. Perciò traducono il nefesc umano come tráducono il nefesc animale: anima vivente (come nel racconto della creazione degli animali). Ciò facendo, si aprono la via per affermare che la fine dell'uomo è come quella delle bestie. il loro equivoco può essere espresso nel modo seguente: Il nefesc è l'anima; ma il nefesc muore; dunque l'anima muore. c) La verità è che il nefesc non è l'anima. Il nefesc umano è una persona (= polvere plasmata più alito divino). Quando muore il nelesc umano, cioè la persona, non ne segue che muore l'anima, ossia lo spirito o alito divino, che dà vita alla polvere plasmata da Dio. La morte del nefesc umano indica che la persona cessa di vivere, giunge cioè alla fine della vita presente. La Bibbia sia nell'Antico che nel nuovo Testamento dà ampia testimonianza sulla sopravvivenza della persona subito dopo la morte.   Esempi di differenze BIBBIA DEI CRISTIANI  e poi BIBBIA DEI tdG 1)   Genesi 17, 14 Il maschio (nefesc = una persona) non circonciso (... ) sia eliminato dal suo popolo (CEI, BIB, BJ, BC, Rv, PdS, SG, NEP, PC).   Genesi 17, 14 E il maschio incirconciso ( ... ), quell'anima nefesc) deve essere stroncata dal suo popolo.     2)   Numeri 31, 19 Chiunque ha ucciso qualcuno (nefesc = persona) (... ) si purifichi...  (CEI, BIB, BJ, BC, SG, Rv, PdS, NEP, PC). Numeri 31, 19 Ognuno che ha ucciso un'anima (nefesc) (... ) vi dovreste purificare.   3)   Giosuè 10, 35 In quel giorno (...) votarono allo sterminio (...) ogni essere vivente (nefese = persone e animali) che era in essa (CEI, BIB, BJ, BC, SG, Rv, PdS, NEP, PC). Giosuè 10, 35 E in quel giorno votarono ogni anima (nefesc) che era in essa alla distruzione.   Particolare uso, cioè abuso, fanno i tdG del seguente testo di Ezechiele: 4) Ezechiele 18, 4.20 Ecco, tutte le vite (nefesc = persona) sono mie: la vita (nefesc) del padre e quella del figlio è mia: chi (nefesc = la persona) pecca morirà ( ... ) Colui (nefesc = persona) che ha peccato e non altri deve morire (CEI, SG, BJ, BC, PdS, NEP).   Ezechiele 18, 4.20 Ecco tutte le anime (nefesc) appartengono a me. Come l'anima (nefesc) del padre così l'anima (nefese) del figlio. L'anima (nefese) che pecca essa morrà.   Osservazioni: a) L'equivoco, cioè l'inganno geovista, consiste nel tradurre la parola ebraica nefesc con la parola italiana anima, per aggiungere poi che l'anima muore, sarà distrutta, stroncata. Questo modo di esprimersi, oltre ad essere contrario alla Bibbia, crea una confusione (voluta dai dirigenti della setta), tra la morte della persona (fine della vita terrena) e morte dell'anima (nessuna sopravvivenza dell'uomo subito dopo la morte). b) I tdG fanno un abuso particolare, come abbiamo detto, delle parole di Dio in Ezechiele 18, 4.20. Il messaggio del profeta è che Dio punirà con la privazione della vita presente, ossia con la morte, colui che pecca, non suo figlio o un lontano discendente. E' la dottrina della responsabilità e retribuzione personale. Si ricordi che per gli Ebrei la morte come la malattia erano considerate effetto del peccato. Il testo di Ezechiele non si pronunzia in nessun modo circa la sorte dell'uomo dopo la morte, né per affermare né per negare la sua sopravvivenza. Anima - 2 L'inganno geovista per dare un'apparenza di verità al loro gravissimo errore, vale a dire alla negazione della sopravvivenza dell'uomo subito dopo la morte, continua ancora nell'uso che i tdG fanno del Nuovo Testamento. L'inganno dei tdG consiste nell'equivocare sulla parola psychè. La parola greca psychè ha nella Bibbia due significati. Alcune volte corrisponde all'ebraico nefesc e significa essere vivente; quindi, secondo il contesto, equivale a vita, persona, animale, oppure ai pronomi corrispondenti: essa, egli, esso ecc. Altre volte psychè indica l'anima nel senso di vita immortale, di componente spirituale dell'uomo, che sopravvive alla morte del corpo (cfr. Apocalisse 6,9). Nel primo caso è inesatto tradurre psyché i con la parola italiana anima perché si presta facilmente ad equivoci. Questo appunto fanno i tdG per confondere le idee e insinuare l'errore.   Esempi di differenze BIBBIA DEI CRISTIANI 1)   Luca 6, 6-11 Ora c'era là un uomo, che aveva la mano inaridita (...). Gesù disse.  Domando a voi: E' lecito  in giorno di sabato (…) salvare una vita (psychè) o perderla? (CEI, BIB, BC, BI, SG, Rv, PdG, NEP, PC).   BIBBIA DEI tdG Luca 6, 6-11 E vi era presente un uomo la cui mano destra era secca (...). Gesù disse loro: lo vi chiedo: E' lecito di sabato (...) salvare o distruggere un'anima? (psychè).   Osservazione: E' chiaro che Gesù intende salvare cioè guarire un uomo, dare la salute fìsica a una vita umana. Non vi è il minimo cenno alla salvezza o distruzione dell'anima, ossia alla sopravvivenza o meno l'uomo subito dopo, la morte. I geovisti, con una traduzione errata e radicalmente diversa da quella che dà la Bibbia dei cristiani, insinuano che l'anima può essere distrutta.   2) Atti 3, 23 E chiunque (psychè) non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo (CEI, BS, BC, SG, RY, PdS, NEP, PC).   Atti 3, 23 In realtà, (psychè) ogni anima che non ascolterà quel Profeta, sarà completamente distrutta  di fra il popolo.   Osservazione: La Bibbia qui neppure lontanamente insegna lo stroncamento eterno, ossia la distruzione completa dell'uomo, il suo ritorno nella non-esistenza, come insinua la traduzione errata della Bibbia geovista. Qui si parla unicamente della sorte di un israelita (di un uomo), che non avesse voluto ascoltare la voce del Profeta. Egli poteva essere escluso dal popolo di Dio e anche ucciso. Se la Bibbia dell'Istituto Biblico traduce anima, la parola anima vuol dire persona com'è stato spie- gato nella nota . 2)   Apocalisse 8, 9 e 16, 3   E un terzo delle creature che vivono (psychai) nel mare morì (8,9). E perì ogni essere vivente (psychè) che era nel mare (16,3) (CEI, BIB, BC, BJ, SG, Rv, PdS, NEP, PC).   Rivelazione 8,9  e 16,3   E un terzo delle creature che sono nel mare e che hanno anima morì (8,9). E ogni anima (psychè) morì, sì, le cose del mare (16,3).   Osservazione: Nell'uno e nell'altro testo si parla di pesci o animali marini, cioè di esseri viventi della specie animale, non di anime. Per i geovisti non vi è differenza essenziale o di natura tra l'uomo e la bestia. Tutti son anime viventi. Sprezzanti di ogni proprietà di linguaggio i tdG chiamano anime i pesci per poter dimostrare (a chi?) che l'anima umana muore come muoiono gli animali marini. Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza (Genesi 1, 27); i tdG lo fanno a immagine e somiglianza delle bestie. La sorte del buon ladrone (Lc. 23, 43) In tema di sopravvivenza dell'uomo subito dopo la morte i tdG, per dare una base biblica al loro gravissimo errore, corrompono le consolanti parole dette da Gesù al morente ladrone pentito: “lo ti dico: oggi sarai con me in Paradiso” (Luca 23, 43). L'evidenza dell'immortalità dell'anima o sopravvivenza dell'uomo alla morte del corpo è talmente luminosa nelle parole di Gesù che distrugge irrimediabilmente l'errore geovista. Da qui ogni loro sforzo per oscurare tanta luminosità.   BIBBIA BEI CRISTIANI Luca 23, 43 E aggiunse: Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. Gli rispose: In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso (CEI, BIB, BC, B-T, SG, Rv, PdS, NEP, PC).   BIBBIA DEI tdG Luca 23, 43 E proseguì dicendo: Gesù, ricordati di me quando sarai venuto nel tuo regno. Ed egli disse a lui: Veramente ti dico oggi: Sarai con me in Paradiso.   Osservazioni: a) La diversità essenziale consiste nella collocazione della punteggiatura nelle parole di Cristo al buon ladrone. Se i due punti (o virgola) vanno posti prima di “oggi” (come deve essere fatto), il senso chiaro è che Cristo assicura al buon ladrone il Paradiso (o suo Regno) quello stesso giorno, subito dopo la morte. Se invece i due punti sono collocati dopo “oggi” (come fanno i tdG), il senso è che il ladrone quel giorno con la morte sarebbe tornato nella non-esistenza. Cristo tuttavia gli prometteva di risuscitarlo (o piuttosto crearlo di nuovo) in un futuro indeterminato su questa terra paradisiaca. b) Contro la punteggiatura adottata dai tdG va notato che nel testo critico tanto elogiato dai geo- visti la punteggiatura è collocata prima di “oggi”. Malgrado il loro caloroso riconoscimento del testo critico e l'assicurazione di attenersi fedelmente ad esso (cfr. p. 14), gli anonimi traduttori della Bibbia geovista si sono discostati in questo caso dal testo originale (o critico) da cambiare sostanzialmente l'insegnamento della Bibbia. Al contrario, la Bibbia dei cristiani mantiene la massima fedeltà alla Parola di Dio. In Luca 23, 43 la punteggiatura va collocata prima, non dopo “oggi”. Gesù ha detto al buon ladrone: “lo ti dico: oggi sarai con me in Paradiso”. c) Per giustificare la loro traduzione corrotta della Bibbia i tdG ricorrono a tanti cavilli e peggio. Rimane, comunque, il fatto che nel testo di Luca 23, 43 la Traduzione del Nuovo Mondo è radicalmente diversa dalla Bibbia dei cristiani. Presenza reale Anche nei testi biblici riguardanti la presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo nella SS.ma Eucaristia vi è una sostanziale differenza tra la Bibbia dei cristiani e la Traduzione del Nuovo Mondo.   Esempi di differenze BIBBIA DEI CRISTIANI 1)   Matteo 26, 26-29 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane (... ) lo spezzò, e lo diede ai discepoli dicendo: “Pren- dete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice lo diede loro, dicendo:   “Bevetene  tutti, perché questo è il mio sangue, versato per molti, in remissione dei peccati” (CEI, BIB, BJ, SG, BC, RY, PdS, NEP, PC) .   BIBBIA DEI tdG Matteo 26, 26-29 Mentre continuavano a mangiare, Gesù prese un pane ( ... ), lo spezzò e, dandolo ai suoi discepoli, disse: “Prendete, mangiate. Questo significa il mio corpo”. E prese il calice (  ...  ), lo diede loro, dicendo: “Bevetene voi tutti, poiché questo significa il 'mio sangue del patto', che deve essere sparso a favore di molti per il perdono dei peccati”.   Osservazioni a) Secondo il testo critico (originale) nelle parole di Gesù vi è sempre il verbo essere: questo è (greco estìn). Il verbo essere può avere il senso simbolico (= significa) quando la frase è generica. Per esempio: Il seme è (= significa) la Parola di Dio (Luca 8, 1 1). lo sono la vite (Giovanni 15, 1), cioè la vite è, simbolo della mia persona. Qualunque seme può essere simbolo o emblema della Parola di Dio, come qualunque vite può significare Gesù Cristo. b) Non così nel caso del pane e del vino della Cena del Signore. Gesù dice espressamente'. questo pane (e non altro) è il mio corpo. E così del vino. Se si trattasse solo di una presenza simbolica, Gesù avrebbe detto: il pane, ossia qualunque pane è, cioè significa, il mio corpo. Egli non ha detto così. Disse quelle parole con riferimento al pane che teneva nelle mani. E ordinò ai discepoli di ripetere la stessa cosa con riferimento a un pane e a un vino ben determinati. c) San Paolo era di questo parere perché ammoniva i fedeli di Corinto a distinguere bene il pane comune, che consumavano nei loro pasti, dal pane della Santa Cena. Diceva l'apostolo: “Chi mangia e beve senza riconoscere (o distinguere) il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Corinzi 11, 29). Diceva pure: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e sangue del Signore” (1 Corinzi 11, 27). Com'è possibile distinguere il corpo del Signore o essere reo dei corpo e sangue del Signore, se nel pane e nel vino della Santa Cena non c'è né corpo né sangue del Signore? Rapporti comunitari   Esempi di differenze Levitico 5, 1-2 Se una persona pecca perché nulla dichiara, benché abbia udito la formula di scongiuro e sia essa stessa testimone e abbia visto o sappia, sconterà la sua iniquità (CEI, BIB, BC, BJ, SG, RY, NEP).   Levitico 5, 1-2  (tdG) Ora nel caso che un'anima pecchi in quanto ha udito una maledizione pubblica ed è testimone o l'abbia vista o è venuto a saperla, se non la riferisce, deve rispondere del suo errore.   Osservazione: Il pensiero dell'autore sacro è il seguente: se il testimone, cioè colui che ha visto o sappia, è chia- mato a deporre e nella sua deposizione mentisse, oppure si sottraesse all'obblìgo di testimoniare, subirà le conseguenze del suo operato, conforme alla formula letta dal giudice. I tdG fanno dire all'autore sacro: se qualcuno, che avesse udito una maledizione pubblica, ossia qualcosa contro la setta, non la riferisse ai capi, sarà debitamente punito. In altre parole, il Corpo Direttivo o dirigenti della società geovista incoraggiano e legittima
Ev - Testimoni di G.: Pietro e la pietra

Opuscolo N° 10 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA". Il primato di Pietro. Pietro non muore. L'infallibilità pontificia

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Nota: Solo a queste condizioni vi può essere insegnamento infallibile (cf. intra, Parte III)   3. - Ridotto alle sue giuste proporzioni l'episodio di Antiochia prova proprio l'opposto di ciò che dicono i tdG e tutti gli avversari del Primato di Pietro. Infatti: - San Paolo vede in Cefa non una comune pietra della Chiesa di Dio e neppure un Apostolo come gli altri, ma Qualcuno, il cui comportamento è determinante per la vita della Chiesa. - La funzione di guida suprema non esclude che altri aiutino Pietro con una critica costruttiva a compiere bene la sua missione, a conoscere cioè sempre meglio quale sia la mente e la volontà del Signore per  la edificazione della Chiesa. - Sia ricordato infine che al tempo dell'episodio di Antiochia l'idea del Primato di Pietro non era ancora sufficientemente chiara neppure in san Paolo. Si aspettava il ritorno del Signore e si pensava meno ad approfondire le strutture della Chiesa. Alcuni decenni dopo si cominciò a capire meglio il lungo cammino che doveva fare la Chiesa prima del ritorno del Signore, e la dottrina del Primato di Pietro assieme alla sua successione fu meglio capita e formulata. Ne fa fede il racconto dell'ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni (cf. Giovanni 21, 15-17). PARTE Il PIETRO NON MUORE Verità da ricordare I. - Capo della Chiesa è Cristo. Questa è stata la perenne fede dei cattolici con piena fedeltà alla Bibbia che dice. “Egli (Cristo) è il Capo del corpo, cioè della Chiesa” (Colossesi, 1, 18). “Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa” (Efesini 1, 22; 4, 15; 5, 23). Recentemente questa dottrina è stata riaffermata più volte dal Concilio Vaticano II: “Capo di questo Corpo (= la Chiesa) è Cristo”. Insinuare che secondo l'insegnamento cattolico il Papa e non Cristo sia Capo della Chiesa, equi- vale a insinuare l'errore, a ingannare la gente. 2. - Cristo non ha successori. “Egli è, il Primo e l'ultimo, e il Vivente” (Apocalisse 1, 17-18; cf. 22, 13). Il Vivente non muore mai. E’ sempre presente. Non lascia mai il posto vuoto perché sia occupato da altri. “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Matteo 28, 20). Il Papa non è successore di Cristo, ma suo vicario o rappresentante. 3. - Cristo ha nella Chiesa rappresentanti qualificati. Dopo la sua Ascensione il Vivente è invisibile. Un giorno riapparire (cf. Atti 1, 9-11). Nel tempo della presenza invisibile, che è il tempo della Chiesa pellegrina sulla terra, Cristo ha voluto che ci fossero suoi rappresentanti qualificati. Non successori, ma rappresentanti. A quest'ufficio Cristo ha destinato uomini, non angeli. I primi furono scelti da lui direttamente perché “stessero con lui e per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Marco 3, 14-15). Li chiamò Apostoli (cf. Luca, 6, 13), cioè inviati. Gli Apostoli sono perciò rappresentanti qualificati di Cristo, Capo della Chiesa. San Paolo li chiama “collaboratori di Dio” (I Corinzi 3, 9) e suoi ambasciatori “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro” (2 Corinzi 5, 20). La successione apostolica Si domanda: La rappresentanza qualificata di Cristo nella Chiesa doveva finire con la morte dei Dodici? a) Leggendo attentamente la Bibbia la risposta deve essere negativa. San Paolo ci ricorda che Cri- sto, “ascendendo in cielo (...) ha distribuito doni agli uomini (...). E’- lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo (= la Chiesa)” (Efesini 4, 7-13). Questa struttura, data alla Chiesa dal suo divin Fondatore, non può cambiare. Deve durare fino alla fine dei tempi, fino cioè alla seconda venuta del Signore. b) Gli apostoli capirono bene questa volontà del loro Maestro. Non solo perciò si circondarono di collaboratori, ai quali affidarono le loro responsabilità (cf. Atti 6, 2-6; 11, 30; 14, 23 ecc.), ma diedero disposizioni che alla loro morte altri uomini qualificati prendessero il loro posto. Le notizie più dettagliate le abbiamo da san Paolo. Dovendosi assestare dalle chiese da lui fondate lascia alla loro guida persone ben provate e di fi- ducia: Timoteo ad Efeso (Cf. 1 Timoteo 1, 2), Tito a Creta (Cf. Tito 1, 5). Egli vuole che le persone poste alla guida delle comunità  siano  trattate con molto rispetto e carità a motivo del loro lavoro (Cf. 1 Tessalonicesi 5, 12-14). Più tardi, prevedendo prossima la morte (Cf. 2 Timoteo 4, 6-8), san Paolo dà chiare disposizioni affinché il ministero qualificato continui ininterrottamente. Scrive a Timoteo: “Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo e le cose che hai udito da me trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare altri a loro volta” (2 Timoteo 2, 1-2). c) Che le cose siano andate proprio così ce l'assicura Clemente Romano, morto a Roma nel 95 d.C. durante la persecuzione di Traiano. Egli era stato alla scuola dei santi Pietro e Paolo e verso la fine dei primo secolo scrisse una Lettera alla Chiesa di Corinto dov'è detto tra l'altro: “Gli Apostoli furono mandati a portare la Buona Novella dal Signore Gesù. Gesù Cristo fu mandato da Dio. Ricevuto il loro mandato andarono ad annunziare la Buona Novella. Predicando per le campagne e per le città sceglievano ottime persone tra i primi convertiti e le costituivano vescovi e diaconi (... ) e diedero ordine che quando costoro fossero morti altri uomini provati succedessero nel loro ministero”.   La successione nel Primato Anche Pietro ebbe i suoi successori nella funzione di pascere tutto il gregge di Cristo (cf. Giovanni 21, 15-17). Non poteva essere diversamente. a) Cristo aveva promesso di edificare la sua Chiesa sull'uomo-roccia, ossia su Pietro (cf. Matteo 16, 18). Anche dopo la morte di Pietro, Cristo continua ad edificare la sua Chiesa. Vi deve essere dunque qualcuno che continui la funzione di fondamento visibile affidata a Simone, l'uomo-roccia. Pietro come persona fisica è morto (cf. Giovanni, 21, 19). Ma è volontà di Cristo che come fondamento visibile della vera Chiesa Pietro continui a vivere in coloro che hanno ereditato la sua funzione primaziale. Il Primato di Pietro continua nei suoi successori. b) Chi sono? La risposta è sicura. Sono coloro i quali hanno raccolto il mantello di Pietro come Eliseo quello di Elia (cf. 2 Re 2, 13), vale a dire i Vescovi di Roma, che per divina disposizione hanno ereditato la missione e la funzione qualificata di Pietro. Cefa, il Primo degli Apostoli, colui al quale Cristo affidò la cura di tutto il suo gregge, finì i suoi giorni a Roma con un glorioso martirio. Fu Dio a disporre che la vita della sua Chiesa prendesse questa svolta. Il Vescovo di Roma dunque succede a Pietro anche nella guida di tutta la Chiesa. Il Primato petrino si perpetua nel Primato romano.   Pietro a Roma La venuta di Pietro a Roma e soprattutto il suo martirio in quella città costituiscono le ragioni del Primato romano. Se Pietro non fosse venuto a Roma e non avesse finito lì i suoi giorni, avremmo avuto il Primato, ma non il Primato romano. Oggi nessuno studioso di qualche valore mette in dubbio la storicità della venuta di Pietro a Roma e del suo martirio sotto Nerone'. Fanno eccezione alcune minoranze tenacemente legate ad antichi preconcetti. Tra questi i tdG.   La Bibbia. a) Si sente ancora dire da qualche accanito avversario del Primato romano che la Bibbia ci parla solo del viaggio di Paolo a Roma. Dunque Pietro non è stato a Roma. Questo modo di ragionare è proprio di alcuni settari, che vorrebbero trovare nella Bibbia la risposta a ogni problema. No! La Bibbia non è un trattato di storia e tanto meno di scienze naturali. Per quanto riguarda la venuta di Pietro a Roma, se nella Bibbia vi è un racconto particolareggiato ed esplicito solo del viaggio di Paolo, è illogico dedurre che Pietro non sia stato a Roma. Vi sono altri documenti, altre fonti per accertarsi. b) Tuttavia abbiamo nella Bibbia una prova irrefragabile della presenza di Pietro a Roma, di cui sono convinti la maggior parte degli studiosi biblici di diversa estrazione e scuola. Tale prova è data dalle parole con cui lo stesso Pietro chiude la sua Prima Lettera: “Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia” (1 Pietro 5, 13). Babilonia indica la località dove Pietro scrisse la sua lettera. Qual'è questa località? Questa località è Roma perché il nome di Babilonia sta al posto di quello di Roma. Questo modo di chiamare Roma era corrente presso i Giudei al tempo in cui san Pietro scrisse la sua Lettera. In effetti, dopo la conquista romana della Palestina (63 a.C.), Roma era diventata per i Giudei il simbolo della città che si erge contro Dio come l'antica Babilonia di Nabucodonosor (2 Re, cap. 25). Allora nel mondo giudaico si cominciò a chiamare Roma Babilonia. I cristiani seguivano questa terminologia. Una conferma ci è data dall'Apocalisse, dove l'autore parla spesso di Babilonia la grande (cf. 14, 8;,16, 19; 17, 5; 18, 2), la città-donna “ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù” (179 6), seduta sui sette colli (cf. 17, 9). Tutti ammettono che col nome di Babilonia Giovanni voglia indicare Roma “la città grande, che regna su tutti i re della terra” (17, 18). c) Né d'altra parte è possibile pensare all'antica Babilonia di Nabucodonosor. E questo per due motivi principalmente. Non vi è anzitutto la minima traccia nella Bibbia e nella storia che Pietro sia stato in Mesopotamia, nell'antico impero di Nabucodonosor. Al contrario, abbiamo chiari segni nella Bibbia dei suoi spostamenti verso Occidente (cf. 1 Corinzi 1, 12; 9, 5). Roma era il centro propulsore della vita del mondo. Come Paolo (cf. Romani 1, 15-17), Pietro capiva che a Roma bisognava consolidare il Vangelo . In secondo luogo, quando Pietro scriveva la sua Prima Lettera, la Babilonia di Nabucodonosor non esisteva più. Nell'anno 275 avanti Cristo gli abitanti dell'antica città erano stati trasferiti altrove, a Seleucia, le mura e le fortezze di Babilonia smantellate, la sua vita ridotta agli estremi. Un secolo e mezzo dopo si ebbe il colpo di grazia. I resti di quella che era stata la grande Babilonia furono rasi al suolo per opera di Parti nel 126 avanti Cristo. La rovina fu completa. Si era avverata la volontà di Jahve che aveva preannunciata la rovina totale di quella città (cf. Geremia 25, 12; Isaia 21, 9-10).   2. - La tradizione. La prova biblica della presenza di Pietro a Roma è più che convincente. Se dovesse rimanere qualche dubbio, le numerose e chiare testimonianze della tradizione valgono ad eliminarlo. La tradizione! ? La pronuncia di questa parola provoca un sorriso di scherno nei tdG. Essi accusano altezzosamente la Chiesa Cattolica di aver sostituito la tradizione cioè insegnamenti umani, alla Parola di Dio. Fate come i farisei - ci dicono - contro i quali si scagliò Cristo perché seguivano le loro tradizioni “an- nullando la Parola di Dio” (Marco 7, 13) . L'accusa dei geovisti è superficiale e settaria. Perciò, a beneficio di quanti vogliono conoscere la verità, crediamo opportuno fare alcune precisazioni sulla tradizione.   Che cos'è la tradizione? a) Non è certamente quel che Cristo a ragione rimproverava ad alcuni scribi e farisei  (cf. Matteo 15, 1-6; Marco 7, 1-13), sostituire cioè insegnamenti umani alla Parola di Dio. Questa non è tradizione, ma profanazione degli insegnamenti divini. Quando i tdG affermano che la Chiesa Cattolica segue questo tipo di tradizione, dicono una cosa non vera, faziosa, atta a creare pregiudizi e odio contro i cattolici.   b) Tradizione vuol dire trasmettere a viva voce parole e fatti, della cui storicità non vi può essere un ragionevole dubbio. In questo senso, i detti e i fatti di Gesù furono tradizione, furono cioè trasmessi a viva voce prima di essere messi in iscritto e diventare Bibbia (cf. 1 Corinzi 11, 23; 15, 3; Lúca 1, 1-2). In questo senso san Paolo raccomandava ai cristiani di Tessalonica di mantenere “le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera” (2 Tessalonicesi 2, 15). Nessuno oserebbe dire che con la parola tradizione san Paolo intendesse riferirsi a insegnamenti umani contrari alla Parola di Dio. Egli parlava di detti e fatti trasmessi da lui prima a viva voce e poi per iscritto. c) Ciò che dice san Paolo ai Tessalonicesi ci aiuta a capire meglio il concetto di tradizione, che vuol dire trasmettere a viva voce per un certo periodo di tempo e poi per iscritto. Sarebbe perciò sbagliato pensare che tradizione equivalga a trasmissione orale. Ciò che prima era trasmissione orale si fissa poi in documenti scritti o dì altra natura diversa dalla viva voce (monumenti ecc.). In questo modo la tradizione è diventata Scrittura, in questo modo diventa pure storia. Analizzando la tradizione che diventa storia, abbiamo che alcuni fatti o detti a principio sono tra- smessi a viva voce da testimoni oculari o auricolari degni di fede. Poi, a distanza anche molto ravvicinata, sono fissati in qualche altra forma non soggetta alla caducità della memoria (lettere private, iscrizioni, monumenti ecc.). Verrà poi lo storico di professione che vaglierà criticamente questi documenti occasionali e farà della vera storia. d) E’ questo il caso della tradizione attestante la presenza di san Pietro a Roma e il suo martirio sotto Nerone. Certo noi non abbiamo il registro anagrafico attestante l'arrivo e il domicilio d'un oscuro galileo nella capitale dell'impero. E neppure abbiamo il verbale della sua incarcerazione, processo, condanna a morte, esecuzione e sepoltura. Ma è innegabile che non poche persone - i cristiani di Roma - abbiano visto e udito Pietro nella città dei Cesari. Alcuni certamente hanno potuto seguire le vicende della sua gloriosa fine. Ne hanno curato la sepoltura come permetteva la legge del tempo e venerata la tomba con amore e fedeltà. Questi fatti con l'indicazione del tempo (anni, mesi, giorni) dovettero senza dubbio rimanere vivi nella memoria di quei testimoni. Certamente ne hanno parlato spesso tra loro e con i cristiani di altre comunità vicine e lontane. Li hanno narrato ai loro figli e ne scrissero anche nelle loro lettere. Sono testimonianze occasionali, ma degne di fede. Non c'è motivo di dubitare che quei cristiani non dicessero la verità. Si può dire perciò che quel- la tradizione, passata a breve distanza di tempo in documenti scritti pervenuti fino a noi, ci dia la certezza storica. I documenti della tradizione Ricordiamo ora solo alcuni documenti di quella tradizione. 1. - San Clemente Romano. Fu vescovo di Roma, terzo successore di san Pietro, verso la fine del primo secolo. Poco dopo il 90 Clemente scrisse una lettera ai cristiani di Corinto per ristabilire l'ordine e la pace in quella chiesa sconvolta dalla contestazione. Per quanto riguarda ciò che a noi interessa Clemente scrive: “Ma lasciando da parte gli esempi dell'antichità, veniamo agli atleti che furono vicinissimi a noi (...). Mettiamoci dinnanzi agli occhi i buoni Apostoli: Pietro, che per una iniqua gelosia dovette sopportare non una o due, ma molti travagli e, resa testimonianza, raggiunse il posto a lui dovuto nella gloria. Per la gelosia e la discordia Paolo mostrò come si consegua il premio della pazienza (...). A questi uomini che vissero santamente s'aggiunse una grande moltitudine di eletti, i quali, soffrendo a causa della gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero esempio bellissimo in mezzo a noi”. Osservazione: Contro questa testimonianza si obietta da alcuni che Clemente non specifica la località; potrebbe perciò non trattasi di Roma. Si risponde. - Si noti, prima di tutto, che Clemente unisce nella morte i due Apostoli Pietro e Paolo. Ora nessuno dubita del martirio di Paolo a Roma. Non vi è perciò motivo di dubitare di quello di Pietro nella stessa Roma e nelle stesse circostanze. - Ai due grandi atleti Clemente associa una grande moltitudine, che soffrendo pure a causa del- la gelosia “divenne esempio bellissimo in mezzo a noi”. Qui lo scrittore della lettera si pone tra coloro che hanno sofferto, come un testimone di questi eventi. E poiché Clemente visse e scrisse a Roma, quel in mezzo a noi indica in modo abbastanza chiaro che Roma era stato il teatro di quel bellissimo esempio di cristiana testimonianza. 2. - Sant'Ignazio martire. Quasi contemporaneo di Clemente sant'Ignazio fu vescovo di Antiochia ìn Siria. In viaggio verso Roma per subirvi il martirio Ignazio scrisse una lettera ai cristiani di questa città per scongiurarli dì non impedirgli ìl martirio col loro interessamento presso le autorità. Scrive Ignazio: “lo non vi dò ordini come Pietro e Paolo...”. Dunque Pietro e Paolo avevano dato ordini, avevano ammaestrato i cristiani di Roma. Obiettano i geovisti: “Ignazio non afferma che Pietro e Paolo fossero stati a Roma; dice solo che avevano dato dei comandi a quei cristiani. Comandi si possono dare anche per iscritto”. La risposta: Di Paolo sappiamo che ha istruito i cristiani di Roma sia mediante uno scritto, che è appunto la sua Lettera ai Romani, sia a viva voce durante la sua prigionia a Roma (cf. Atti 28, 2-28). Ma di Pietro non esiste né mai è esistito alcuno scritto indirizzato alla Chiesa di Roma. Al contrario, egli scrisse da Roma una lettera ai cristiani delle province romane. Pietro ha dovuto impartire ordini ai cristiani di Roma a viva voce, di presenza, come testimonia esattamente il santo martire Ignazio. 3. - Sant'Ireneo. Nato nel vicino Oriente, emigrò in Europa e divenne vescovo di Lione in Francia. Era un uomo di virtù non comune e di grande amore per la verità. Fu a Roma negli anni 177-178 d.C., dove poté accertarsi delle cose che lasciò scritte. Nell'opera che ha per titolo Contro le eresie Ireneo scrive: “Per conoscere la norma apostolica noi interrogheremo la chiesa grandissima e antichissima e conosciuta da tutti, fondata e stabilita a Roma dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo ( ... ). Dopo aver fondato ed edifìcato quella chiesa, i beati Apostoli ne trasmisero il governo episcopale a Lino”. Due cose Ireneo afferma in modo inequivocabile. La prima è che i veri fondatori della Chiesa di Roma furono i beati Apostoli Pietro e Paolo anche se al loro arrivo a Roma vi abbiano trovato dei cristiani. La Seconda è l'importanza dottrinale che Ireneo attribuisce alla Chiesa di Roma per conoscere la norma apostolica bisogna interrogare quella Chiesa. La tomba di Pietro Ai nostri tempi si è avuta una conferma del coro di voci dell'antichità attestante la presenza e il mar- tirio di Pietro a Rorna. Sono i risultati positivi delle esplorazioni riguardanti la sua tomba in Vaticano. a) Da numerose testimonianze antiche si sapeva che sul colle Vaticano era venerato un sepolcro: quello di Pietro. Verso la fine del secondo secolo il presbitero Gaio, in polemica con l'eretico Proclo, scriveva: “Se  tu vai al Vaticano o sulla via di Ostia, io ti posso mostrare i trofei dei fondatori di questa Chiesa”. Si tratta di Pietro e di Paolo. Il primo, sepolto sul colle Vaticano; il secondo, lungo la via ostiense dove oggi sorge la grande basilica. b) I cristiani, fin dal primo secolo, conoscevano bene la tomba di san Pietro e per quanto era loro possibile la decorarono e la fecero oggetto di grande venerazione. San Girolamo c'informa che san Pietro fu sepolto in Vaticano dov'è venerato da tutto il mondo. E san Paolino da Nola aveva l'abitudine di recarsi ogni anno a Roma per venerare la tomba dei due Apostoli. Quando Costantino - assai prima che vivessero Girolamo e Paolìno - fece costruire l'antica Basilica in Vaticano era ben risaputo che in quel sito era stato sepolto e venerato da secoli l'apostolo Pietro.il problema del sepolcro di Pietro non si poneva. La cosa era certa. c) In questi ultimi anni si è voluto fare un sondaggio, una verifica, se le cose stessero veramente così. Le esplorazioni fatte sistematicamente negli anni quaranta (1939-1949) hanno rivelato : - che in quella località vi era stato originariamente un cimitero; - che una tomba era stata particolarmente curata tanto da diventare tomba monumentale; - che intorno a questa tomba sono rimaste tracce numerosissime attestanti l'accorrere di devoti fin dai tempi più antichi. Quali tracce? Molti graffiti (invocazioni scritte) e soprattutto un'ingente quantità di ex-voto: 1900 monete, lasciate come obolo da pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Sono state identificate 231 monete dell'impero romano e 27 di quello bizantino, e tantissime altre di tempi posteriori.   d) Si domanda: Perché proprio quel luogo è stato meta di tanti pellegrinaggi e oggetto di tanta venerazione? Perché tra le altre tombe fu decorata una in modo particolare? Perché questo fenomeno non si è verificato in nessun'altra città dell'impero romano? Perché solo a Roma sul colle Vaticano? L'unica spiegazione fu e rimane la presenza di Pietro a Roma e il suo martirio nella città e  terna. Dio ha privilegiato la Chiesa di Roma con la guida e la morte del Primo Apostolo, mostrando così che a quella Chiesa spetta l'eredità della funzione primiziale di Pietro, la Roccia. PARTE III L'INFALLIBILITA PONTIFICIA Che cosa è l'infallibilità La dottrina cattolica dell'infallibilità pontificia è insegnata dalla Bibbia come diremo dopo è stata solo formulata, non inventata dai Concili. La prima volta dal Concilio Vaticano I. In questi ultimi anni il Concilio Vaticano Il l'ha confermata e riproposta . Per un'esatta comprensione della dottrina della infallibilità pontificia riteniamo opportuno fare al- cune precisazioni: I. - Infallibilità non significa impeccabílità. La Chiesa Cattolica, basandosi sulla Bibbia, ritiene che il Papa non può insegnare errori in materia di fede e di morale, ma non ha mai detto che i Papi siano assolutamente esenti da imperfezioni o debolezze morali. Se noi cattolici usiamo chiamare il Papa Santo Padre, l'aggettivo santo non intende attribuirgli uno stato di perfezione morale, ma è un titolo di grande rispetto e stima, anche per le sue doti morali, oltre che per l'altissima funzione di cui Dio l'ha rivestito. Nella Bibbia tutti i cristiani sono detti santi. Il titolo poi di padre è pienamente giustificato dalla Scrittura". Nella storia del Papato, vi sono stati Romani Pontefici moralmente perfetti, veri modelli di bontà, di carità e di zelo, fino a testimoniare col martirio la loro fedeltà a Cristo. E ve ne sono ancora e ve ne saranno. Dio assiste la sua Chiesa. Ma non sono mancati dei Papi con limiti morali qualche volta anche gravi. Non sono stati certamente i più. Stando così le cose, chi volesse insinuare che i cattolici, professando la infallibilità del Papa, in- tendono dire che egli sia impeccabile, o ignora la vera dottrina biblico-cattolica oppure agisce in mala fede.   2. - Nella formula o definizione della infallibilità sopra citata è degno di nota il verbo sancisce, usato dal Vaticano Il per qualificare l'atto dell'insegnamento infallibile del Papa. Nel vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli il verbo sancire significa “dare carattere stabile e decisivo”. Non vuol dire inventare e imporre un'idea propria, bensì confermare con la propria autorità- una dottrina, una decisione, una sentenza, alla quale si è pervenuti mediante i debiti canali, per le vie legittime.   Nel caso dell'infallibilità pontificia il Papa sancisce, cioè dà carattere stabile e decisivo, a une dottrina contenuta nella Bibbia e conosciuta mediante uno studio accurato e coscienzioso, suo di altri, del Sacro Testo. In effetti, il magistero infallibile del Papa non è superiore alla Parola d Dio, ma ad essa serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio.   3. Vi sono perciò condizioni ben determinati che assicurano il credente sull'esercizio o meno de magistero infallibile del Papa. Ordinariamente  riducono a quattro e sono contenute nella formulazione della infallibilità pontificia del Concilio Vaticano I. Esse sono: a) Che il Papa sancisca non come maestro privato (biblista, teologo, giurìsta ecc.), o anche come Vescovo di Roma, ma nell'esercizio del suo supremo ministero o servizio ecclesiale, ossia come supreimo pastore e maestro della Chiesa. b) Che intenda insegnare a tutta la Chiesa,  non a una singola parte di essa, escludendo altre come quando dà insegnamenti o emana disposizioni, generalmente a carattere temporaneo, per il bene d'una singola diocesi o nazione o anche continente. c) Che faccia ben capire che voglia far uso del carisma dell'infallibilità, ossia che intenda sancire con atto definitivo una dottrina di fede e di morale. Nello stile pontificio una tale evidenza risulta ordinariamente dai termini usati come definire e simili. d) Che sancisca sempre verità riguardanti la fede e la morale, ossia insegnamenti dati dallo Spirito Santo mediante i Profeti, Gesù Cristo e gli Apostoli. L'infallibilità pontificia non è stata data da Dio per sancire verità di carattere scientifico come la biologia, l'astronomia, la fisica, la storia ecc.. Prove bibliche dell'infallibilità Si domanda: Giustifica la Bibbia l'infallibilità pontificia? La risposta deve essere affermativa. a) Cristo ha promesso che egli avrebbe edificato la sua Chiesa sulla fede di Pietro (cf. Matteo 16, 18). Cristo continua ad edificare la sua Chiesa nel tempo sulla fede e l'insegnamento dei Romani Pontefici che succedono a Pietro. Dunque la fede e l'insegnamento dei Romani Pontefici non possono essere infetti d'errori, altrimenti Cristo edificherebbe la  sua Chiesa sull'errore. b) Se l'uso delle chiavi (cf. Matteo 16, 19), ossia il potere d'interpretare autorevolmente le Scritture, non sì è esaurito con l'opera di Pietro, ma è ereditato dai suoi successori nel Primato, ossia dal Papi, ne segue che la loro interpretazione delle Scritture sarà sempre corretta; altrimenti il loro servizio di aprire o chiudere sarebbe nocivo alle esigenze del Regno di Dio. c) Parimenti se Cristo ha assicurato Pietro che tutto ciò che avrebbe legato o sciolto sulla terra, sarebbe stato legato o sciolto anche nei cieli cioè da Dio (cf. Matteo 16, 19), ne segue che anche le decisioni del successore di Pietro nella sua specifica funzione di Capo della Chiesa, avranno una corrispondente sanzione da parte di Dio, e non possono perciò essere decisioni errate. d) Gesù ha affidato a Pietro tutto il suo gregge affinché, in qualità di pastore legato a Cristo da un grande amore, lo guidi a pascoli sicuri e lo difenda da eventuali lupi rapaci (cf. Giovanni 21, 15-17). Anche i successori di Pietro devono assicurare al gregge di Cristo pascoli sicuri e difenderlo dai nemici. Questo sarebbe impossibile se il loro insegnamento fosse infetto da errori: i Papi, nella funzione di Pastori universali, non possono errare in materia di fede e di morale.
Ev - Testimoni di G.: Trinità: amore o falsità?

Opuscolo n. 9 della piccola collana "I TESTIMONI DI GEOVA". Ha qualche senso parlare oggi della Trinità? Dottrina biblica trinitaria. Lo Spirito Santo. Errori e verità.

Per ricevere gli opuscoli rivolgersi:
Padre Nicola Tornese
Viale S. Ignazio,  4
80131  NAPOLI    tel. 081.545.70.44


Ev - Testimoni di G.: La Madonna contestata

di Nicola Tornese

OPUSCOLO N° 8 DELLA PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA". VENERAZIONE DI MARIA. LA MEDIATRICE. MARIA SEMPRE VERGINE. L'IMMACOLATA. L'ASSUNZIONE DI MARIA



Nota: L'errore: Un testo biblico sfruttato dai tdG e da altri non cattolici per negare la verginità perpetua di Maria è quello di Matteo 1, 25, che i geovisti traducono: “Egli ;(cioè Giuseppe) non ebbe rapporti con lei (cioè con Maria) finché partorì un figlio”. A parere dei tdG e di altri non cattolici da queste parole di Matteo seguirebbe che Giuseppe avrebbe avuto rapporti coniugali con Maria dopo la nascita di Gesù, dando la vita a un numero im- precisato di figli e fìglie. La verità: a - Le parole di Matteo sono collocate in un contesto che ci fa capire chiaramente il vero senso. A san Giuseppe, che dubitava della fedeltà coniugale della sposa, apparve un angelo del Signore (Mt. 1, 20) per assicurarlo che il bambino già presente nel seno di Maria era opera dello Spirito Santo. A san Matteo,, ossia allo Spirito Santo, interessava solo affermare, mettendolo in risalto, il fatto che Gesù era stato concepito senza concorso umano. Lo Spirito Santo per mezzo -dell'evangelista vuol fare sapere che il bambino nascerà da una vergine, avverando la profezia di Isaia nel senso inteso da Dio: “Tutto questo avvenne affinché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta. Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiameranno Emmanuel, che significa "Dio con noi"” (Matteo 1, 22-23, Garofalo). b - Matteo, dunque, vuol parlare unicamente del concepimento verginale di Gesù, non di altro. Egli non intende affatto riferirsi alla vita coniugali di Giuseppe e di Maria dopo quella nascita, se cioè hanno avuto o no altri figli mediante regolari rapporti coniugali. Esula dall'intenzione di Matteo dire quello che avvenne o non avvenne dopo. Voler dedurre che Maria non fu sempre vergine significa far violenza alla Parola di Dio con ragionamenti ed illazioni umane. c - Non così fanno coloro che si accostano alla Parola di Dio con serietà e rispetto. Tra questi ricordiamo il grande studioso della Bibbia san Girolamo, che conosceva assai bene la lingua e lo stile biblico e poteva precisare l'esatto significato delle espressioni dei vangeli. A proposito di Matteo 1, 25, san Girolamo ha così commentato: “Dal fatto che è detto "Giuseppe non la conobbe" (cioè, non ebbe rapporti) non ne segue che la conobbe dopo. La Scrittura mostra solo ciò che non avvenne”. d - Con san Girolamo concordano i grandi studiosi della Bibbia dei nostri giorni. Commen- tando Matteo 1, 25, La Sacra Bibbia di Salvatore Garofalo osserva: “Il finché, nell'uso della Bibbia, nega un'azione per il tempo passato ma non implica che essa sia stata compiuta in seguito. Per esempio, nel Salmo 110, 1, Dio invita il Messia alla sua destra finché pone i nemici a sgabello dei suoi piedi: ciò non può evidentemente significare che, dopo la vittoria, il Messia abbandonerà il suo posto”. La TOB, ossia Traduzione Ecumenica della Bibbia francese, a proposito di Matteo 1, 25 fa notare: “Il testo non permette di affermare che Maria abbia avuto in seguito rapporti con Giuseppe.” La Bibbia di Gerusalemme commenta: “Il testo non considera il periodo successivo e per sé non afferma la verginità perpetua di Maria; ma il resto del vangelo, così come la tradizione della chiesa, la suppongono”. Questo vuol dire che la Chiesa Cattolica non si fonda su Matteo 1, 25 per provare la verginità perpetua di Maria, ma su tanti altri testi, quelli appunto da noi analizzati precedentemente. Tradizione significa “l'insegnamento fedele a quanto hanno detto gli Apostoli” preservato integralmente lungo i secoli. Contro questo insegnamento non contrasta ciò che è detto in Matteo 1, 25. e - Poiché dunque il racconto di Matteo non si riferisce a un tempo posteriore alla nascita verginale di Gesù, non pochi traduttori moderni rendono Matteo 1, 25 in una forma più appropriata. Così la Sacra Bibbia di Salvatore Garofalo traduce: “La quale (Maria), senza che egli la conoscesse, partorì un figlio ecc.”. Identica traduzione ne La Sacra Bibbia della CEI (cioè della Conferenza Episcopale Italiana). Altri: “E senza che l'abbia conosciuta, diede alla luce un figlio” ecc. Perché primogenito? I contestatori della verginità perpetua di Maria dicono: La Bibbia afferma che Maria diede alla luce il suo primogenito (Luca 2, 7). Dunque ebbe un secondo, un terzo, un quartogenito ecc. Se così non fosse stato, l'evangelista avrebbe dovuto dire: “diede alla luce il suo unigenito”.   Si risponde: - In tutte le lingue, presso tutti i popoli, il primo nato -è sempre detto primogenito, seguano o no altri fìgli. - Presso gli Ebrei, poi, il primo nato era sempre detto e rimaneva sempre primogenito per- ché al primo nato erano riservati particolari diritti di famiglia (Deuteronomio 21, 15-17). - Una sicura conferma a questo modo di pensare e di chiamare il primo nato è stata recentemente data da una scoperta archeologica. In una iscrizione di un cimitero giudaico, datata il 28 gennaio dell'anno 5 avanti Cristo, una madre, di nome Arsinoe, morta dopo aver dato alla luce un unico fìglio, dice: “Nel dolori del parto del mio primogenito la sorte mi condusse al termine della vita”. E’ chiaro che quel bambino non ebbe altri fratelli né quella donna altri fìgli. Sarebbe stato più appropriato - secondo noi - dire unigenito. Chi compose quella iscrizione la pensava diversamente. Egli usò il termine primogenito, non unigenito. Come rispondere? 1 - Dicono: Lo stato di verginità perpetua era estraneo alla mentalità ebraica. Si risponde: - Non è affatto vero che al tempo di Maria e di Giuseppe lo stato di perpetua continenza, quale consacrazione a Dio, fosse sconosciuto presso gli Ebrei. Sia uomini che donne si votavano a tale stato. Lo attesta lo scrittore giudeo Filone e lo confermano inequivocabilmente i documenti scoperti in questi ultimi decenni nelle grotte di Qumrám in Palestina. - Lo stato di perpetua continenza sarà scelto da Cristo e da lui consigliato per il Regno di Dio (Matteo 19, 10-12). “Se qualcuno ha abbandonato casa, moglie ecc., riceverà di più in questa vita, e nel futuro la vita eterna” (Luca 18, 29). - San Paolo e tanti altri discepoli di Cristo provenienti dal giudaismo hanno accolto l'invito di Cristo e non si sono sposati per lavorare meglio, cioè a tempo pieno, per il Regno di Dio (1 Corin- zi 7, 7) . 2 - Dicono: Passi per Maria. Ma com'è possibile ammettere che Giuseppe avesse l'intenzione di sposare Maria e vivere in perpetua continenza? Si risponde: E’ chiaro che l'uomo senza lo Spirito di Dio non comprende le cose dello Spirito. Le giudica assurdità (1 Corinzi 2, 14). I tdG che contestano la perpetua continenza di Giuseppe rivelano una mentalità naturalistica, materialistica. Per loro il regno di Dio consiste nel mangiare cibi prelibati, bere vini squisiti, niente digiuno' niente continenza, obbligo di moltiplicarsi per popolare la terra…”. - Non così giudica l'uomo spirituale (1 Corinzi 2, 15). Certo è lecito pensare che Giuseppe non sia entrato da sé nel nuovo ordine di idee simili a quello di Maria. Ma è stato illuminato e guidato dallo Spirito: ha potuto giudicare solo per mezzo dello Spirito (1 Corinzi 2, 14). “Giuseppe, figlio di David, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Matteo 1, 20). 3 - Dicono: Sarebbe forse un disonore per Maria se avesse avuto altri fìgli? La maternità, la vita coniugale sono forse un male, un peccato? Si risponde: - Né la Bibbia e tanto meno la Chiesa Cattolica hanno mai detto che la maternità o la vita coniugale sia un peccato o anche un'imperfezione. Tutt'altro! La Chiesa Cattolica ha condannato antichi eretici che negavano la bontà delle nozze. Se qualche cattolico avesse una mentalità diversa, il suo modo di pensare non potrebbe essere attribuito alla Chiesa. - Per i cattolici - in piena fedeltà alla Bibbia - il matrimonio, la paternità, la maternità so- no realtà sacre. Dio stesso le ha volute e le vuole. Egli ha benedetto l'unione dei due sessi agli albori dell'umanità (Genesi 2, 24). La Chiesa Cattolica, a differenza di altre Chiese e sette, considera il matrimonio come un sacramento. - Tuttavia, sull'esempio di Gesù che non volle sposare, e alla luce del suo insegnamento (Matteo 19, 1-12; Luca 18, 29; 1 Corinzi 7, 7), la perpetua continenza a servizio del Regno di Dio, liberamente scelta, è uno stato di vita cristiana conforme all'ideale evangelico. Dio la ispira e dà anche gli aiuti necessari per praticarla. E’ una decisione eroica, che pochi cristiani fuori del cattolicesimo hanno il coraggio di prendere. 4 - Dicono: L'Apostolo Paolo chiama Marco anepsios, ossia cugino di Barnaba (cf. Colossesi 4, 10). Doveva usare lo stesso termine anepsios, e non adelphòs, se voleva dire che Giacomo era cugino, e non fratellastro di Gesù (cf. Galati 1, 19). Si risponde: a - Nel vocabolario greco-italiano di Lorenzo Rocci (,sotto la voce anepsios) è detto che anepsios significa congiunto, parente, e frequentemente cugino, nipote e anche lontano parente. in effetti, la parola nepos (= nipote) deriva da anepsios. Marco dunque poteva essere anche nipote o lontano parente di Barnaba. Il fatto che Pietro lo chiama figlio mio (cf. 1 Pietro 5, 14) è un segno che doveva essere piuttosto giovane. E la cosa è confermata se, a giudizio di molti esegeti, Marco va identificato con qued neanil scos (= giovanotto), di cui parla appunto il vangelo di Marco (14, 51). La traduzione latina del Nuovo Testamento, detta Volgata, rende anepstos con la parola con sobrinus, che come anepsios ha un signfficato elastico, e non significa necessariamente cugino. Anche altre versioni rendono anepsios e consobrinus con la parola nipote. b - Diverso è il caso di Giacomo. Ricordando il suo incontro con lui a Gerusalemme, Paolo lo chiama o piuttosto lo designa com'era generalmente designato in quella comunità, ossia fratello del Signore (Galati 1, 19). Paolo vuol mettere in risalto la posizione occupata da Giacomo a Gerusalemme, e non il grado della sua parentela con Gesù I parenti (= cugini) di Gesù erano indicati nella catechesi come i fratelli del Signore. Paolo si attiene a questa fraseologia. Non c'era bisogno di specificare meglio. Tutti sapevano che Giacomo era un cugino di Gesù, fìglio dell'altra Maria. 5 - Dicono ancora: San Giovanni, parlando dei fratelli di Gesù (cf. Giovanni 7, 5) cita indirettamente il Salmo 69, 9 dov'è detto che i fratelli erano figli della stessa madre. I cosiddetti fratelli di Gesù sono dunque figli di Maria. Si risponde: a - San Giovanni non cita il Salmo 69, 9 né direttamente né indirettamente. Che non lo citi direttamente appare chiaro dal fatto che le parole del Salmo 69, 9 non si trovano né in san Giovanni né in alcun altro scrittore del Nuovo Testamento. Che lo citi indirettamente è una pura, gratuita, settaria supposizione dei tdG, vale a dire una loro aggiunta alla Parola di Dio (cf. Apocalisse 22, 8; Deuteronomio 4, 2). b - Sì, nel Salmo 69, 9 si precisa che i fratelli di cui si parla, sono figli della stessa madre. Dice il salmista: Un estraneo son diventato ai fratelli e un forestiero ai figli di mia madre (Garofalo). In base al cosiddetto parallelismo, che regola la poesia ebraica, il secondo verso ripete il concetto del primo e precisa che i fratelli, di cui si è parlato, sono fratelli carnali, fìgli della stessa madre. Se né Giovanni né alcun altro scrittore del Nuovo Testamento citano mai Salmo 69, 9, è segno evidente che erano convinti di non poter adattare ai cosiddetti fratelli di Gesù quelle parole del Salmo. I cosiddetti fratelli di Gesù non erano fìgli della stessa madre. c – E’ questo è tanto più signifìcativo in quanto sia nei vangeli che in san Paolo sono citati tanti altri versetti del Salmo 69, ma mai il verso 9 . Sarebbe stato ovvio sia per Giovanni che per Matteo (Cf. Giovanni 7, 5; Matteo 12, 46-50) citare il Salmo 69, 9 quando parlano dell'avversione dei cosiddetti fratelli di Gesù nei riguardi di lui. Non lo fanno perché erano convinti che nel caso di Gesù non si trattava di fratelli carnali, figli della stessa madre, ma di parenti (cugini o secondi cu- gini). Vergine nel parto La Chiesa Cattolica, aderendo fedelmente alla rivelazione biblica tutta intera, ha insegnato e insegna la verginità perpetua di Maria. Ella è la sempre Vergine. Ha dato alla luce il suo unico Figlio senza ledere la sua integrità verginale. Il Figlio di Dio, che prese corpo umano nel seno d'una vergine in virtù della potenza di Dio, ossia miracolosamente, volle anche nascere miracolosamente. La base biblica di questa dottrina è la celebre e ben nota profezia di Isaia (7, 14), che l'evangelista Matteo, scrivendo sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, vide avverata nella nascita di Cristo: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un fìglio, che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (Matteo 1, 23). Il senso di tutto il contesto della profezia è questo: Ecco, una vergine, rimanendo vergine, concepirà e darà alla luce un fìglio. San Luca, a sua volta, lascia supporre la stessa cosa, dal modo come racconta la nascita di Gesù: “(Maria) diede alla luce il suo fìglio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Luca 2, 6-7). Queste parole del delicato evangelista medico fanno intendere abbastanza chiaramente che il parto avvenne senza l'usuale assistenza d'altre persone: la madre da se stessa accudisce al neonato, l'infascia e lo ripone sulla mangiatoia. Neppure Giuseppe è nominato . Si tratta evidentemente d'un parto eccezionale, miracoloso, dov’è assente tutto ciò che accompagna e segue un parto ordinario. Dicono i geovisti: Com'è possibile che un corpo attraversi un altro corpo senza aprirsi in qualche modo una via d'uscita? Si risponde: a - Chi segue attentamente la propaganda geovista sa benissimo come i discendenti del commerciante americano Carlo Russell usano spesso e volentieri due pesi e due misure. Così, per esempio, parlando della concezione verginale di Maria, ci vorrebbero far credere che il Creatore e Datore di vita dell'universo avrebbe trasferito la forza vitale di suo Figlio dai cieli nell'ovulo di una vergine, fornendo miracolosamente lo spermatozoo maschile. Perché il primogenito (Gesù) fu un maschio. Ci sia permesso notare che il Creatore e Datore di vita, che fece il primo uomo senza usare spermatozoi, non aveva bisogno di ricorrere allo spermatozoo per dar vita al corpo di Gesù. La Bibbia maschile per dar vita al corpo di Gesù. La Bibbia non parla di processi di procreazione tipo laboratorio scientifico. Ne parlano i geovisti per fare sfoggio di discorsi persuasivi fondati su una sapienza umana, in netta opposizione a ciò che dice san Paolo (cf. 1 Corinzi 2, 3-5). b - In ogni modo, nella ipotesi antiscritturale geovista, sarebbe stato possibile al Creatore e Datore di vita far penetrare nel seno di Maria lo spermatozoo maschile carico dell'energia vitale dello uomo Gesù. E perché - ci domandiamo - non fu possibile a Dio far uscire una creatura umana dal seno di sua madre senza lederne il corpo? Nulla è impossibile a Dio! (Luca 1, 37). Se la Bibbia ci assicura che Maria fu sempre vergine, Dio ha potuto e ha voluto fare anche questo miracolo. Dio volle che una vergine concepisse e partorisse rimanendo vergine. Lo volle e lo fece. A Lui nulla è impossibile. Forse che quello stesso corpo, nato da una vergine, non camminerà sulle acque senza affondare? (cf. Marco 6, 48-50). Forse che quello stesso corpo non si trasfigurò davanti ai discepoli e “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Matteo 17, 2).    A Dio nulla è impossibile!   L'IMMACOLATA L'errore: Quanto sia cara al cuore dei cattolici l'immacolata non c'è bisogno di ricordarlo in queste pagine. Non solo i cattolici, ma ogni uomo sensibile alla bellezza morale, gioisce al pensiero che su questa terra malvagia ci sia stata una donna senza macchia. Fanno eccezione i testimoni di Geova. Essi negano che Maria sia l'Immacolata. Tentano di distruggere con cavilli questa gemma preziosa che adorna la Madre del Signore (Ltica 1, 43). Dicono: “Maria madre di Gesù non fu 'immacolata' o libera dal peccato ereditato”. Nel tentativo di insinuare questo loro errore abusano dì alcuni testi biblici: 1. - Romani 5: 12 e 3: 9, 10: “Per mezzo di un solo uomo il peccato entrò nel cosmo... tutti hanno peccato... Tutti, Giudei e Greci, sono sotto il peccato, come sta scritto: 'Non c'è un giusto, neppure uno solo!”. 2- Romani 5: 19; Efesini 1: 7: ecc., da cui risulterebbe “che la base per rimuovere i peccati di qualsiasi uomo non era stata ancora provveduta quando Maria fu concepita da sua madre”.   La verità 1 - La Piena di grazia Notate, prima di tutto, come i tdG nell'insinuare il loro errore contro l'Immacolata Concezione non citano le parole dette dall'angelo a Maria: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con Te” (Luca 1, 28). Ma noi cattolici, fedeli alla Bibbia, vogliamo e dobbiamo capire bene ciò che dice la Bibbia, in questo caso il saluto a Maria da un messaggero di Dio. “Ti saluto, o piena di grazia!”.  L'angelo poteva dire: Ti saluto, o Maria! Ha preferito dire, perché questo era l'ordine di Dio. Piena di grazia! Ha cioè sostituito il nome Maria, con cui era chiamata quella giovane donna, con un nome nuovo: Piena di grazia (kecharitomène). Perché? Perché nello stile biblico il nome indica ciò che è la persona che lo porta. Chiamando Maria Piena di Grazia, l'angelo ha voluto far capire che in quella creatura umana, Maria e Piena di Grazia coincidevano. Quella donna cominciò ad essere Piena di Grazia fin da quando cominciò ad essere Maria, ossia una creatura umana. Ora Piena di Grazia vuol dire pienamente favorita da Dio, e la pienezza del favore divino non può coesistere con qualsiasi macchia morale. Per bocca dunque di un messaggero celeste noi sappiamo che Maria fu senza macchia di peccato, cioè Immacolata, molto prima che Cristo nascesse e morisse per il riscatto del genere umano.   2 - Il dono di grazia non è come il peccato E’ possibile conciliare la pienezza del favore divino in Maria con la dottrina di san Paolo secondo cui “tutti sono sotto il peccato” e solo mediante l'opera di Cristo sono liberati dal peccato? Sì, è possibile. a - Non vi sfugga, prima di tutto, una cosa assai evidente. Quando l'angelo chiamò Maria Piena di Grazia Cristo non aveva ancora versato il suo Sangue per cancellare i peccati del mondo. Questo avverrà circa 34 anni più tardi. Eppure l'angelo chiamò Maria Piena di Grazia ossia Immacolata! Ha forse sbagliato l'angelo di Dio? Certamente no, come riconosce ogni persona savia. Bisogna dunque dire che Maria è stata liberata dal peccato ereditato antecedentemente al sacrificio della Croce. E ora notate: antecedentemente non vuol dire indipendentemente. Anche Maria fu liberata dal peccato in virtù del Sangue dell'unico Mediatore Gesù Cristo. Solo che nel caso di Maria la virtù liberatrice di quel Sangue operò in antecedenza. b – E’ biblico questo insegnamento? Sì. Lo afferma san Paolo proprio nella Lettera ai Romani, di cui i tdG abusano nel loro errore contro l'Immacolata. Dice l'apostolo: “Ma quale differenza tra il peccato di Adamo e ciò che Dio ci dà per mezzo di Cristo! Adamo da solo, con il suo peccato, ha causato la morte di tutti gli uomini. Dio invece, per mezzo di un solo uomo, Gesù Cristo, ci ha dato con abbondanza i suoi doni e la sua grazia... dove era abbondante il peccato, ancora più abbondante fu la grazia” (Romani 5, 15-20). In altre parole, l'opera distruttiva di Adamo non deve dirsi eguale a quella costruttiva di Cristo. L'opera salvifica di Cristo è incomparabilmente superiore in efficacia al peccato di Adamo. Dio ha potuto redimere e di fatto ha redento Maria con formula piena in previsione dei meriti di Cristo. LA MADRE DEL SIGNORE L'errore Tra gli innumerevoli errori geovisti contro la venerazione di Maria e soprattutto contro ciò che di Lei dice la Bibbia, vi è pure la negazione della divina Maternità di Maria. A loro avviso, Maria non deve essere chiamata Madre di Dio. Hanno scritto: “Maria non fu 'Madre di Dio', dato che Gesù non fu Dio, ma il Figlio di Dio . La verità I geovisti negano la divina Maternità di Maria perché negano la divinità di Gesù Cristo. La Bibbia afferma inequivocabilmente che il figlio di Maria è anche il Figlio di Dio in modo unico, consustanziale al Padre. Ricordiamo ora solo alcune delle tante cose che i tdG omettono per inoculare i loro errori e ingannare la gente: a - Citiamo di nuovo san Matteo: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un fìglio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (Mt- 1, 23). Ora tutti sanno che la vergine-madre, di cui qui si parla, è Maria, e che suo figlio Gesù è l'Emmanuele, ossia Dio con noi. Chi concepisce e partorisce un figlio deve dirsi sua madre. Maria dunque, secondo la Bibbia, è la Madre delI'Emmanuele, ossia di Dio con noi. b - Maria non ha dato certamente origine alla divinità. Ma ha generato Colui nel quale la divinità pose la sua tenda (cf. Giovanni 1, 14). Ella fu lo strumento dello Spirito Santo perché la Parola (il Verbo) - ossia il Creatore di tutte le cose (cf. Giovanni 1, 1-3) - si manifestasse nella natura umana: si facesse uomo senza cessare di essere Dio. Grazie alla funzione materna di Maria, Colui che è una sola cosa col Padre (cf. Giovanni 10, 30), cominciò ad essere anche uomo (cf. Giovanni 1, 14). Maria è la Madre dell'Uomo-Dio. c - In san Luca è detto espressamente che il figlio concepito da Maria sarà chiamato Figlio dell'Altissimo (cf. Luca 1, 31-32). Si tratta evidentemente di Qualcuno che è allo stesso tempo figlio di Maria e Figlio di Dio. Figlio di Dio perché identico al Padre, come un fìglio ha la stessa natura del padre. Figlio di Maria in quanto la Parola (il Verbo) cominciò a essere anche uomo nel seno di Lei, che perciò a buon diritto deve essere chiamata Madre di Dio fatto Uomo. d - Ben a ragione Elisabetta chiama Maria Madre del mio Signore (Luca 1, 43). La santa donna parlava così perché era piena di Spirito Santo. Signore nella Bibbia del Nuovo Testamento è chiamato Gesù in quanto uguale a Dio.   Obiettano i geovisti: E' impossibile che Maria sia allo stesso tempo madre e figlia di Dio. Ella è figlia, non madre di Dio.   Si risponde: a - Facciamo un paragone. Supponiamo che una donna sia fìglia di una celebrità in medicina. Ella deve dirsi figlia del medico. Supponiamo ancora che sposi e abbia un figlio, che a sua volta diventi un medico celebre quanto il padre di sua madre. Nulla ci vieta di dire che quella donna è allo stesso tempo madre e figlìa del medico. Certo non fu lei a dare origine alla scienza medica del fìglio. Tuttavia noi non possiamo separare il medico dal fìglio. Sarebbe ridicolo. Noi diciamo che quella donna è figlia e madre del medico. b - Per Dante Alighieri non era impossibile che Maria fosse madre e figlia di Gesù, la Parola di Dio, Creatrice di tutte le cose (cf. Giovanni 1, 3). Rivolto a Maria Dante disse: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio”. (Paradiso 33, 1).   L'ASSUNZIONE DI MARIA Che cosa è l'Assunzione di María? Nella dottrina dell'Assunzione la Chiesa Cattolica afferma che Maria, la Madre del Signore (Lu- ca 1, 43), è ora associata a Cristo risuscitato e costituito in uno stato di gloria  nei cieli, come si esprime la Bibbia (Filippesi 3, 20-21). Come Cristo è entrato, anima e corpo, in una condizione gloriosa, anche Maria, in virtù dell'opera redentrice dell'Unico Mediatore, ha ottenuto, anima e corpo, la stessa condizione gloriosa. A lei è stata già concessa in anticipo quella glorificazione totale che sarà data a tutti i credenti in Cristo al tempo della risurrezione dai morti (Giovanni 5, 28-29; Atti 24, 15; Daniele 12, 2 ecc.). La Chiesa Cattolica ha sempre creduto nella Assunzione di Maria come attestano innumerevoli documenti, di cui alcuni assai antichi. Vi ha creduto perché ha capito in modo sempre più chiaro che tale dottrina è contenuta nella Bibbia. Guidata dallo Spirito Santo, la Chiesa avanza nel corso dei secoli verso la verità tutta intera (Giovanni 1,6, 13) E’ perciò falso affermare che la dottrina o dogma dell'Assunzione di Maria sia un'aggiunta umana alla Parola di Dio, fatta da Pio XII il 1° novembre 1950. Nell'anno 1950 Papa Pacelli non ha fatto nessuna aggiunta alla Parola di Dio. Egli ha soltanto confermato col suo magistero solenne e infallibile una dottrina contenuta nella Bibbia e professata dalla comunità dei veri cristiani. Perché la Chiesa crede nell'Assunzione? Perché guidata dallo Spirito Santo la ;Chiesa ha capito che si tratta d'una dottrina fondamentalmente biblica. Infatti: I. - Ragione di fondo della fede nell'Assunzione di Maria è il fatto che Maria appare nella Bibbia associata a Cristo, Verbo Incarnato e risuscitato, in un modo unico, diverso dal modo come possono essere associate a Lui tutte le altre creature umane. Deve dirsi perciò logico che sia associata a Lui anche nella glorificazione celeste in un modo diverso dagli altri. 2. - Questa specifica associazione di Maria a Cristo è basata sulla sua Immacolata Concezione. In virtù di questa piena esclusione da qualsiasi peccato, la Vergine venne a trovarsi in uno stato di giustizia originale esente dalla morte e dalla corruzione in quanto pena del peccato. Sotto questo aspetto Maria deve dirsi unita non tanto al primo Adamo, ma all'ultimo Adamo, cioè a Gesù Cristo, il Redentore (1 Corinzi 15, 45). Maria ha portato l'immagine dell'uomo celeste ed ha perciò, come Lui, ereditato la incorruttibilità (i Corinzi 15, 49-50). In altre parole, l'essere Maria La Piena di Grazia postula che sia anche esente dalla corruzione della tomba. 3. - Maria fu associata a Cristo anche per la sua Divina Maternità. Tanto più che Maria fu Madre del Signore senza concorso d'uomo. Fu la Vergine che concepì e partorì l'Emmanuele, che significa Dio con noi (Matteo 1, 23). Ora la maternità in genere, e la maternità verginale in specie, stabilisce tra Madre e Figlio relazioni strettissime e indissolubili, sia di ordine fisico che morale. Il Figlio non sì dissocia dalla Madre, anzi, quanto è in suo potere, la circonda di tutte le finezze dell'amore filiale. E Gesù fu certamente modello perfetto di amore fìliale. E poiché tale Figlio è ora vivo per sempre ed ha potere sulla morte e sopra gli ìnferi (Apocalisse 1, 18), deve dirsi nella logica delle cose che Egli abbia usato verso sua Madre il suo onnipotente amore filiale, associandola a sé nella gloria celeste senza aspettare la fine del tempo.
Ev - Testimoni di G.: LA CROCE E LE CROCI
di Nicola Tornese.
Opuscolo N° 7 della Piccola Collana "I TESTIMONI DI GEOVA". La venerazione della CROCE. La forma della CROCE

Nota: Due cose sono qui indicate dall'avvocato Tertulliano, che ai suoi tempi erano di comune conoscenza tra i cristiani. La prima è che la preghiera era fatta aprendo o allargando le mani in modo da ricordare la croce o piuttosto Cristo morente sulla Croce. La seconda che la forma della Croce era a doppio braccio qual è appunto quella dell'uccello che apre le sue ali in forma di croce a due bracci Testimonianze dirette Testimonianze dirette di come i cristiani dell'epoca precostantiniana si raffiguravano la Croce ci vengono dagli antichi monumenti. Gli archeologi hanno potuto segnalare finora alcune decine di questi preziosi reperti.   Ricordiamo solo alcuni.   1 - L'Iscrizione di Rufina si trova a Roma dove “la Chiesa grandissima e antichissima e conosciuta da tutti fu fondata e stabilita dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo” (S. Ireneo). Nel cimitero o catacombe di Callisto si conserva un'iscrizione in marmo. A parere degli esperti essa risale al terzo secolo dopo Cristo, prima cioè di Costantino. L'iscrizione ricorda il nome di una certa Rufina Irene e sotto il nome è raffigurata o incisa una croce. Non si tratta d'un palo, ma d'una croce a doppio braccio di eguale dimensione (croce greca). E' assurdo pensare che sia un simbolo religioso pagano. Le catacombe erano cimiteri dei cristiani e alcune volte anche luoghi di riunione per i loro riti religiosi. E i cristiani non adoravano il dio-sole e la sua croce, bensì Cristo Signore morto sulla Croce per la salvezza del mondo   2 - L'affresco degli Aurelii. Pure a Roma, nella tomba detta degli Aurelii, si conserva ancora un affresco o disegno a cui gli studiosi assegnano una data anteriore all'iscrizione di Rufina. L'affresco rappresenta un personaggio che mostra una croce. Questa non è un semplice palo, ma una Croce a due bracci ineguali (croce latina) . 3 - Il graffito del Palatino merita una menzione particolare. Meglio di qualsiasi documento scritto questo disegno rivela, anche se in modo blasfemo, la devozione dei cristiani verso la Croce, al tempo delle persecuzioni, molto prima di Costantino. Per un'esatta comprensione del graffito o disegno murale bisogna ricordare che i pagani accusavano i cristiani di essere adoratori d'un asino crocifìsso (onolateia). Il graffito del Palatino è una rappresentazione plastica di questa calunnia. E' una caricatura blasfema, che mostra un asino inchiodato a una croce a doppio braccio. Il disegno è accompagnato dalle parole “Alessameno adora Dio”. Nella sua realistica rappresentazione il graffito dei Palatino prova come la forma della Croce co- nosciuta dai cristiani e simbolo di ciò che essi adoravano, non era quella d'un palo, ma d'una croce a doppio braccio. Era la Croce che i fedeli discendenti di quei credenti in Cristo hanno sempre conosciuto e venerato, malgrado gli sforzi in senso contrario dei nemici della Croce.   La Croce di Ercolano Ercolano è una cittadina a pochi chilometri da Napoli alle falde del Vesuvio piena di vita e di fiori come era--ai tempi dei Romani. Ma è una nuova Ercolano. L'antica fu sepolta assieme a Pompei sotto le ceneri del Vesuvio nella grande eruzione del 79 dopo Cristo. Ma lentamente è stata dissepolta almeno in parte. In quest'opera di ricupero, nell'anno 1937, fu fatta una sensazionale scoperta. Sulla parete d'una modesta stanzetta fu trovato un riquadro o incassatura di stucco a forma di croce a doppio braccio. Dopo lungo e attento studio il direttore degli scavi, prof. A. Maiuri, sostenne che si trattava d'una croce cristiana. Con lui si sono schierati altri insignì archeologi. Naturalmente altri hanno sollevato obiezioni e riserve. Ma di fatto non si è potuto trovare nulla di positivo che spiegasse in modo soddisfacente lo importante reperto. La sola spiegazione convincente è che siamo in presenza d'una Croce cristiana venerata a Ercolano a meno di quarant'anni dalla morte di Cristo. Questa spiegazione è suffragata dal fatto che era possibile a Ercolano la presenza d'una chiesa domestica (Romani 16, 5) o comunità cristiana prima del 79 dopo Cristo. Infatti, san Paolo, qualche decennio prima della grande eruzione vesuviana era passato per Pozzuoli (Atti 28, 13-14), dov'era stato accolto da fratelli nella fede. Ed Ercolano dista sola pochi chilometri da Pozzuoli. Concludendo possiamo dire che molto prima dell'epoca di Costantino, e molto probabilmente fin ,dai tempi apostolici, i veri cristiani conoscevano e veneravano la Croce, non quella di Tammuz, come fantasticano i testimoni di Geova. La Croce conosciuta e venerata dai cristiani fin dai tempi più antichi non era un palo, ma una Croce a doppio braccio su cui Cristo - che essi adoravano - si era immolato per la salvezza di tutti.   PARTE TERZA ERRORI E VERITA' Contro la venerazione della Croce I - L'errore: “Del corpo umano di Cristo dispone Dio, non dev'essere adorato come se fosse un crocifisso”. A conferma, i tdG citano 1 Pietro 3, 18; Giovanni 20, 6-7 e 13; 2 Corinzi 5,16   La verità: Si tratta d'un autentico imbroglio o sofisma geovista. Smascheriamo prima l'imbroglio e diamo poi l'esatto significato dei testi biblici strumentalizzati.   L'imbroglio:   a) Ora certamente il corpo di Cristo non è più sulla Croce. Vi rimase solo poche ore. Il corpo di Cristo risuscitato da morte si trova in uno stato glorioso (cfr. Filippesì 3, 20-21). Nella sua nuova condizione il corpo umano di Cristo, sempre unito alla divinità, non è più soggetto alla morte. E' detto “corpo spirituale” (1 Corinzi 15, 44-49).   b) Ma la storia della vita terrena di Gesù nessuno può cancellarla o ignorarla. Essa è una perenne esposizione di immagini sacre offerte alla vista e alla meditazione degli uomini di buona volontà, specialmente dei veri discepoli di Cristo. Anche dopo la risurrezione, gli Apostoli ricordavano e descrivevano la vita terrena di Cristo, specialmente la storia della sua passione e morte, pur sapendo che egli non era più sulla Croce. San Paolo rappresentava al vivo Gesù Crocifisso ai Galati (cfr. Galati 3, 1) e ai Corinzi (cfr. 1 Corinzi 2, 2), convertendoli alla fede e all'amore di Lui (cfr. 2 Corinzi 5, 14-15).   c) Come gli Apostoli e i cristiani dei primi tempi, hanno fatto sempre e faranno i veri cristiani di ogni tempo. Essi sanno che fisicamente Gesù non è più sulla Croce'  Sanno che Egli non sarà mai più crocifisso perchè morto una sola volta (cfr. 1 Pietro 3, 18), vive ora per sempre (cfr. Romani 6, 9-1 1). Tuttavia vogliono raffigurarselo così com'è stato al tempo della prova suprema del suo amore per gli uomini: vogliono guardare, amare e venerare il Crocifisso, perché in esso si concretizza l'infinito amore di Dio per noi (cfr. Giovanni 3, 16). Chi può biasimare e condannare questo comportamento, se conserva ancora un minimo di intelligenza e di onestà? Nessun uomo normale e ragionevole farà questo. In effetti, l'immagine è il linguaggio migliore per ricordare persone e fatti, e suscitare sentimenti di amore, di venerazione, di adorazione. Così fa una mamma che conserva gelosamente l'album dov'è in immagini la vita del proprio figlio morto forse vittima d'amore per gli altri. Ama sfogliare quell'album, soffermarsi su quelle immagini, godere o soffrire al ricordo dei figlio. Così fa il discepolo nei riguardi del maestro, l'amico con l'amico.   d) I tdG, pur affermando che del corpo umano di Cristo dispose Dio, sogliono raffigurarlo in immagini così com'era una volta sulla terra, proprio inchiodato sulla croce; ma fanno vedere solo le gambe". Soprattutto lo raffigurano come un terribile guerriero, armato d'un missile per distruggere in un bagno di sangue l'umanità intera nell'imminente apocalissel. Due pesi e due misure, sempre, ipocritamente, per ingannare, per oscurare la Verità di Dio!   Esatto significato dei testi biblici abusati.   a) 1 Pietro 3, 18: “Ucciso sì quanto alla carne, ma vivificato quanto allo spirito” (Garofalo).   Spiegazione:   San Pietro non parla affatto di come Dio avrebbe disposto del corpo umano di Cristo, se cioè Cristo sia risorto con un corpo glorioso come fu di fatto, oppure senza corpo come erroneamente spiegano i tdG. L'Apostolo Pietro dice solo che Cristo dopo la morte “fu vivificato quanto allo spirito”, ossia, fu mutato in un nuovo stato di vita opposto a quello che aveva prima di morire. Commenta la Bibbia di Salvatore Garofalo:   “Spirito è- una nozione biblica, che non si oppone né al corpo né alla materia né al sensibile né all'esterno, ma alla carne, cioè alla condizione della creatura nella sua debolezza e caducità”.   Cristo di fatto, dopo la morte, fu mutato in corpo spirituale, unito sempre alla divinità (cfr. 1 Corinzi 15, 44), e non in puro spirito come erroneamente insegnato dai tdG Così è presentato nei vangeli (cfr. Luca 24, 39 3; Giovanni 20, 19 tutto questo ha poco o nulla a che vedere con la questione di cui trattiamo, se cioè è lecito o no raffigurarsi Cristo sulla Croce. Qualunque sia stata la sorte del corpo di Cristo, i suoi veri discepoli possono in ogni tempo raffigurarselo nei vari momenti della sua vita, e tra questi vi è anche, possiamo dire in primo piano, la sua crocifissione.   b) Giovanni 20, 6-7. 13: “E (Pietro) vede i pannillini per terra e il sudario, che era sul capo di Gesù, non per terra con i pannillini, ma avvolto a parte, in un altro posto (...) Essa (Maria) risponde: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'abbiano messo!” (Garofalo),   Spiegazione:   I) In nessun modo è detto qui da Giovanni che Dio dispose del corpo umano di Cristo, tramutandolo in spirito. E tanto meno è detto che Dio cancellò dalla mente e dal cuore degli Apostoli l'immagine del loro Maestro così come l'avevano conosciuto nei momenti più forti della sua vita terrena. Giovanni dice solo che Pietro e Giovanni non trovarono il corpo di Gesù nel sepolcro. Non dice altro! Essi forse pensavano che fosse stato trafugato come aveva fatto capire la Maddalena (ivi verso 2).   II) Poi, nello stesso capitolo 20, san Giovanni descrive minuziosamente le apparizioni di Cristo Risorto sia a Maria Maddalena (vv. 11-18) sia ai discepoli (vv. 19-23), mostrando loro “le mani e il fianco” (v. 20), sia a Tommaso (v. 27), a cui disse: “Porta qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio fianco” (v. 27). Si tratta sempre del corpo di Cristo visto sensibilmente da più testimoni.   III) Queste apparizioni del Cristo col suo corpo glorioso sono passate sotto silenzio dai tdG. Se ne devono parlare, si affrettano a dire che si trattava di un giuoco illusionistico... da prestigiatore... di una o più pie menzogne da parte del Risorto per ingannare i discepoli, facendo loro vedere una cosa che in realtà non c'era.   No! I discepoli di Gesù hanno veduto coi loro occhi sia il corpo di Cristo crocifisso, sia quello del Cristo glorioso, e ne hanno conservato l'immagine nella loro mente e nei loro cuori per amarlo sempre più, per venerarlo, per adorarlo.   c) 2 Corinzi 5, 16: “E se anche abbiamo un tempo considerato Cristo secondo criteri umani, tuttavia ora non lo consideriamo più così” (Garofalo).   Spiegazione: San Paolo non dice ,affatto che prima aveva conosciuto Cristo in  carne e ossa, ossia nel corpo fisico, mentre poi lo conosceva e lo pensava senza corpo. L'Apostolo parla solo di conoscenza secondo la carne in senso biblico, vale a dire secondo criteri umani, in opposizione al suo nuovo modo di conoscere e di giudicare Cristo e la sua opera dopo la sua conversione. Qui non c'entra affatto il corpo di Cristo conosciuto prima in un modo, e poi in un altro modo, cioè in nessun modo. Tant'è vero che Paolo, nella sua predicazione, ricordava spesso, diremo di preferenza, Gesù Crocifisso, ne parlava con ardore e lo descriveva ai cristiani con vivi colori (cfr. supra pp. 7-9).   2 - L'errore: “Il  “paio di tortura”  è un simbolo di morte nella vergogna, e un biasimo dai nemici sui cristiani”. A prova i tdG citano Ebrei 12, 2; Ebrei 6, 6; Matteo 16, 24; Galati 6, 12; Matteo 27, 29-44.   La verità:   a) Certamente la croce, prima che Cristo “tollerò la croce, sprezzante l'ignominia” (Ebrei 12, 2), era un simbolo di morte nella vergogna. E anche dopo tale scelta fatta da Cristo, la croce rimase scandalo per i Giudei e follia per i pagani (1 Corinzi 1, 23). Ed è perciò vero che la Croce è un biasimo da parte dei nemici dei veri cristiani. I testimoni di Geova, che biasimano la Croce e vogliono distrutte croci e crocifissi, sono i legittimi discendenti dei Gìudei e dei pagani di cui parla san Paolo (1 Corinzi 1, 23) perché si comportano da nemici della Croce di Cristo (Filippesi 3, 18). “Loro fine è la perdizione, loro dio è il ventre” (Filiippesi  3, 19). Ma per i veri cristiani, imitatori dell'Apostolo san Paolo (1 Corinzi 1 1, 1), la Croce è motivo di gloria perché Cristo Crocifisso è potenza e sapienza di Dio (1 Corinzi 1, 23-24).   b) Fuori posto deve dirsi pure il riferimento geovista ad Ebrei 6, 6.   Riportiamo prima il testo di Ebrei 6, 6 nel suo contesto,   “Quelli che sono caduti di nuovo nel male, non possono più cambiare vita ed essere rinnovati ancora una volta. Già una volta hanno avuto la luce di Dio, hanno provato il dono celeste, hanno ricevuto lo Spirito Santo, hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro. Eppure, per quanto sta in loro, essi crocifiggono nuovamente il Figlio di Dio e lo mettono di fronte agli insulti di tutti”. (Ebrei 6 4-6, Interconfessionale).   Spiegazione:   Qui non si tratta di mostrare sensibilmente la Croce, esporla cioè come simbolo di morte e di vergogna. Si tratta invece del comportamento immorale di alcuni che non credono più nella virtù salvifica della Croce. L'autore della Lettera agli Ebrei si rivolge ad alcuni cristiani che avevano apostatato dalla fede. Egli dice che costoro, mediante il loro comportamento, hanno rinnovato in se stessi la crocifissione di Cristo. Ciò facendo Lo hanno come esposto a ludibrio, in qualche modo come i Giudei nel giorno della Sua morte sul Calvario. Neppure lontanamente l'autore sacro fa riferimento ai cristiani che mostrano la Croce visibilmente. Al contrario, parla di apostati che col loro comportamento, sono motivo di biasimo contro la Croce; i cristiani invece, mostrando la Croce, vogliono ricordare l'immenso amore che Cristo ebbe per noi. Il loro gesto onora Cristo Crocifìsso e accresce la fede e l'amore verso di Lui.   b)   In Matteo 16, 24 Gesù dice: “Chi vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Garofalo). Cf. Matteo 10, 38; Luca 9, 23.   Spiegazione: E' lecito domandarsi che cosa intendeva dire Gesù con queste parole, che sono un invito, anzi un comando, - a seguirlo, a imitarlo. Voleva forse dire che non bisogna mostrare la Croce, che essa è simbolo di morte nella vergogna e che perciò bisogna eliminarla, distruggerla? No! Gesù voleva dire tutto il contrario, vale a dire che il vero cristiano deve imitarlo appunto nell'amore della Croce: portarla nel suo corpo, nella sua vita, in faccia a tutto il mondo perché essa è strumento di salvezza. Questa fedele imitazione di Cristo sarà certamente un biasimo da parte dei nemici di Cristo. Ma per i veri cristiani sarà un vanto come lo era per san Paolo (cfr. Galati 6, 14). d) In Galati 6, 12 san Paolo dice: “Quelli che vi spingono a farvi circoncidere vogliono far bella figura nel foro umano, al solo scopo di sottrarsi alle persecuzioni per la croce di Cristo” (Garofato).   Spiegazione: Qui come nei testi precedenti e in quel che segue non vi è nessun valido motivo contro la venerazione della Croce. Certamente san Paolo parla di biasimo contro o a motivo della Croce. Ma egli si riferisce ai Giudei o Giudaizzanti del suo tempo, nemici dichiarati della Croce di Cristo. Per essi la Croce era uno scandalo (cfr. 1 Corinzi 1, 23). Con parole pungenti  scritte di proprio pugno, Paolo stigmatizza i suoi avversari - i nemici della croce - e mette a nudo le loro intenzioni recondite: vogliono fare bella figura davanti agli uo- mini (nel foro umano), col solo scopo di sottrarsi alle persecuzioni per la Croce di Cristo.   e) Citando infine Matteo 27, 39-44 i testimoni di Geova commettono una nuova, peggiore profanazione della Parola di Dio. Riportiamo le parole di Matteo:   “I passanti lo insultavano scrollando la testa e dicendo: "Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo riedifichi, salva te stesso: se sei Figlio di Dio scendi dalla croce!”. Similmente anche i gran sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, se ne facevano beffe dicendo: " Salvò altri e non può salvare se stesso! E' re d'Israele! Discenda, adesso, dalla croce e crederemo in lui! Ha confidato in Dio, lo liberi Dio, adesso, se gli vuol bene; perché egli ha detto: Son Figlio di Dio! " Anche i ladroni che erano crocifissi con lui lo oltraggiavano alla stessa maniera” (Garofalo).   Spiegazione:   I) Leggendo questo testo con un minimo dì intelligenza e soprattutto con un minimo di onestà appare evidente che la croce era simbolo di vergogna e di biasimo per i nemici di Cristo, il Figlio di Dio. Il testo dice che a insultare il Crocifisso erano i capi della nazione giudaica - gran sacerdoti, scribi, anziani. Anche i ladroni o malfattori bestemmiavano contro il Crocifisso. La visione della croce era per loro motivo di riprovazione, così com'è oggi per i testimoni di Geova, legittimi discendenti di quei crocifissosi del Figlio di Dio.   II) Non così per le pie donne, per la Madre di Gesù, per l'apostolo Giovanni, per il buon ladrone, per il centurione ecc. Alla vista della Croce tutte queste persone, non insensibili come i nemici di Cristo, si battevano il petto, confessavano quel Crocifisso come Giusto, si convertivano a Lui (Luca 23, 41-47; Giovanni 19, 25-27). Stando così le cose, l'insegnamento della Bibbia è radicalmente diverso da ciò che dicono e scrivono i testimoni di Geova. Vedendo la Croce, le persone rette, che cercano sinceramente la verità, si convertono a Cristo; ma i nemici di Cristo bestemmiano, si vergognano della Croce, vorrebbero che fosse distrutta... Contro la forma della Croce L'errore: “Traduzioni cattoliche e protestanti della Bibbia, in certi versetti, dicono che Gesù mori su un legno”. A conferma i geovisti citano il Libro degli Atti (5, 30 e 10, 39), la Lettera di San Paolo ai Galati (3, 13) e la Prima Lettera di San Pietro (2, 24).   La verità.   Riportiamo, com'è nostra abitudine, i testi biblici strumentalizzati dai tdG e poi faremo alcune precisazioni. Citeremo le traduzioni di cattolici e di protestanti.   Atti 5, 30:   “Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi uccideste appendendolo a una croce” (Garofalo, cattolico).   “L'Iddio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi uccideste appendendolo al legno” (Giovanni Luzzi, non cattolico).   “Il Dio dei nostri padri risuscitò Gesù che voi ucci- deste appendendolo a un albero” (Revised Standard Version, non cattolica).   “L'Iddio dei nostri antenati ha destato Gesù, che voi avete ucciso, appendendolo a un palo” (Bibbia dei tdG, edizione del 1986).   Atti 10, 39: “E noi siamo testimoni di quanto operò sia in Palestina che a Gerusalemme, finché lo uccisero appendendolo a una croce” (Garofalo, cattolico). “E noi siamo testimoni di tutte le cose ch'egli ha fatte nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; ed essi l'hanno ucciso, appendendolo a un legno” (Giovanni Luzzi, non cattolico). “Lo uccisero mettendola in croce, oppure appendendolo a un legno” (Interconfessionale). “Ma essi lo soppressero, appendendolo a un palo” (Bibbia dei tdG). “L'hanno messo a morte appendendolo a un albero” (Revised Standard Version, non cattolica).   Galati 3, 13: “Cristo ci ha riscattato da questa maledizione della legge, essendo per noi divenuto maledizione  sta scritto infatti: Sia maledetto chiunque è appeso al legno del patibolo” (Garofalo, cattolico). “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: Maledetto chiunque è appeso al legno)” (Giovanni Luzzi, non cattolico). “Cristo ce ne ha liberati quando sulla croce ha preso su di sé questa maledizione. Infatti la Bibbia dice: Chiunque è appeso a un legno è maledetto” (Interconfessionale). “Cristo ci ha redento dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi - è scritto infatti: " Sia maledetto chiunque è appeso a un albero "” (Revised Standard Version, non cattolica). “Cristo ci liberò mediante acquisto dalla maledizione della Legge, divenendo una maledizione invece di noi, perché è scritto: "Maledetto ogni uomo appeso al palo"” (Bibbia dei tdG).   1 Pietro 2, 24: “Lui che personalmente portò nel suo corpo i nostri peccati sulla croce” (Garofalo, cattolico). “Egli, che ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo, sul legno” (Giovanni Luzzi, non cattolico). “Egli ha preso su di se i nostri peccati, e li ha portati con sé sulla croce” (Interconfessionale). “Egli stesso portò i nostri peccati nel suo corpo sull' albero” (Revised Standard Version, non cattolica). “Egli stesso portò i nostri peccati nel proprio corpo, sul palo” (Bibbia dei tdG).   Osservazioni: Come sempre nelle loro affermazioni, i tdG dicono le cose in modo equivoco, solo a metà, per creare confusione nei meno accorti. La verità biblica e l'esatto significato dei testi sopra citati si possono riassumere nei seguenti punti:   a - Sia nel Libro degli Atti che nella Lettera ai Galati e nella Prima Lettera di san Pietro la parola greca corrispondente a “legno” è sempre xylon. Abbiamo già spiegato e documentato che xylon è tradotto “legno” solo alcune volte. Altre volte è tradotto albero oppure legno di croce oppure strumento di supplizio (gibet). Xylon mai è tradotto “palo”. I tdG avrebbero dovuto dire anche questo per amore della verità.   b - In ogni modo, le Bibbie cattoliche e protestanti, traducendo xylon con la parola “legno”, non intendono affatto dire che la Croce di Cristo avesse la forma di palo. Nei testi citati (Atti 5, 10, 39; Galati 3, 13; 1 Pietro 2, 24) gli autori ispirati hanno usato xvlon senza alcun riferimento alla forma della Croce il loro pensiero è ben diverso.   c - In effetti, l'espressione “appeso al legno” o “all'albero” (Atti 5, 30; 10, 39; Galati 3, 13 ecc.) è presa dal Libro del Deuteronomio 21, 22, dov.è detto che il criminale, messo a morte, deve poi venire appeso a un legno o albero. Non si tratta di croce. Questo gesto post mortem indicava il giustizíato come maledetto da Dio: “L'appeso è una maledezione” (Deuteronomio 21, 22-23). Gli autori ispirati, soprattutto san Paolo (Galati 3, 13), adattano il testo del Deutoronomio 21, 22 per dirci che Gesù, benché Giusto, Innocente, Santo (Atti 3, 14; Giovanni 19, 6; 1 Pietro 3, 18), volle sostituirsi a noi veri colpevoli e degni di maledizione: volle cioè apparire come maledetto da Dio. La forma della Croce, su cui Cristo offri la vita per la nostra salvezza, qui non c'entra affatto. Nè Luca (Atti degli Apostoli) né Paolo né Pietro, nei testi citati, pensano menomamente alla forma della Croce. Attribuire loro questa intenzione equivale a corrompere disonestamente la Parola di Dio.   d - E segue dai testi biblici sopra citati che la Croce sia degna di riprovazione? No assolutamente! Anche sulla Croce Gesù rimase Giusto (1 Pietro 3, 18), Figlio di Dio (Romani 5, 10). In effetti, la Croce fu per Gesù motivo di esaltazione (Filippesi 2, 8-1 1). In Lui il Padre sempre si compiace e Lo glorifica (Atti 3, 13), perché con un grande gesto d'amore che gli costò la vita, salvò gli uomini: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno” (Pie- tro 2, 24). La Croce è segno e oggetto di approvazione divina, non di riprovazione. E così anche da noi cristiani, che abbiamo creduto all'amore (7 Giovanni 4, 16), la Croce può e deve essere amata e venerata. In virtù della morte di Cristo sulla Croce, quello strumento di morte ignominiosa si è tramutato in albero di salvezza. Ancora equivoci e confusione I - Hanno scritto: “Predicare circa il palo di tortura di Cristo significa predicare circa la sua morte come riscatto”. A prova i geovisti citano 1 Cor. 1: 17-23; 2: 2; 1 Tim. 2: 5,6; Gal. 3: 1 37.   La verità: E' chiaro che si tratta d'un grosso equivoco o, se volete, d'un autentico imbroglio. In effetti, quando i veri cristiani, a cominciare dagli immediati discepoli di Gesù, parlavano della Croce con grande affetto e riverenza, la loro mente non si fermava allo strumento di morte in quanto tale. Col ricordo e la descrizione della Croce i veri discepoli di Cristo intendevano annunciare la grande verità del nostra riscatto mediante quella Croce e quel Crocifisso., La predicazione circa la morte di Cristo come riscatto era storicamente congiunta con la Croce. Stando così le cose, i veri cristiani d'ogni tempo, usando immagini della Croce, venerando la Croce, intendono ricordare e trasmettere la grande verità del nostro riscatto. Questa grande verità si può ricordare e trasmettere con la sola parola “croce”. Ma si può anche ricordare e trasmettere, forse in modo, più impressivo, mediante l'immagine della Croce e del Crocifisso. L'immagine, come la parola, più della parola, è un'efficace predicazione della morte di Cristo come riscatto. L'immagine è una parola visibile, diceva sant'Agostino. I libri e le riviste del tdG sono strapieni di immagini vere o fantastiche con lo scopo di trasmettere agl'incauti le loro grossolane manipolazioni della Scrittura e della storia e  di predicare le loro eresie. Come sempre, due pesi e due misure, ipocritamente! Alla luce di queste spiegazioni si può capire il vero significato dei testi citati dai geovisti. In Cor. 1, 17-23 san Paolo, per predicare la dottrina del nostro riscatto, si serve della Croce: le due cose non vanno disgiunte. E così in Galati 3, I.   2 - Hanno ancora scritto: “Nemici dei palo di tortura” sono quelli che negano che il riscatto fu provveduto per mezzo della morte di Cristo”. A prova i tdG citano Filip. 3. 18, 19; 2 Piet. 2: 1 38.   La verità: Nemici della Croce di Cristo erano quelli che si vergognavano del modo con cui era piaciuto a Dio di provvedere al nostro riscatto, ossia mediante la morte di croce, “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1 Corinzi 1, 23). I Giudei infatti si aspettavano non un Messia Crocifisso, ma guerriero, trionfatore sulle nazioni mediante la forza brutale e la distruzione cruenta, proprio come vanno predicando oggi i testimoni di Geova, legittimi discendenti degli antichi giudei. Prendiamo ora in esame i due testi biblici strumentalizzati dai tdG.   a) Filippesi 3, 18-19: “Molti, infatti, sono quelli che, come spesso ve lo dicevo ed ora di nuovo ve lo dico in lacrime, camminano da nemici della croce di Cristo: loro fine è la perdizione, loro dio il ventre, e la loro gloria nella propria vergogna; essi apprezzano solo le cose terrene” (Garofalo).   Osservazioni: Non vi poteva essere descrizione più vivace e più mordace dei nemici della Croce quali sono appunto i tdG! A loro interessa distruggere croci e crocifissi e promettere “solo le cose terrene”, un prossimo paradiso terrestre dove passeranno il tempo senza fine mangiando e bevendo. Loro dio è il ventre. Parola di Dio!   b) 2 Pietro 2, 1: “Ma vi furono tra il popolo falsi profeti; così pure tra voi ci saranno falsi maestri, che introdurranno dannose fazioni e rinnegheranno il Padrone ,che li acquistò, attirando su se stessi una pronta rovine” (Garofalo).   Osservazioni: Qui san Pietro parla di falsi profeti. Sono appunto i tdG, che tante volte hanno fornito dati cronologici, scadenze di tempi determinati sulla fine del mondo, che sempre si sono rivelate false (cfr. Deuteronomio 18, 22). Ciò facendo hanno rinnegato e rinnegano “il Padrone che li acquistò”, ossia il Signore Gesù, l'unico Profeta degli ultimi tempi (cfr. Atti 3, 22). Di Lui “il Signore dei signori e il Re dei re - (cfr. Apocalisse 17, 14) i geovisti hanno fatto “l'infimo del genere umano”, “un rappresentante di Geova”, con la presunzione di saperne più di Lui (cfr. Marco 13, 22), più del Padre! (Cf r. Atti 1, 7)   IL SEGNO DELLA CROCE L'uso del segno della Croce I  testimoni di Geova proibiscono ai loro seguaci di fare il segno della Croce. A loro avviso, sarebbe un gesto diabolico, un atto idolatrico, che dispiace e offende Geova. Eppure il punto di vista della Bibbia e dei più antichi scrittori cristiani è completamente diverso dall'insegnamento e dal comportamento dei geovisti. San Paolo soleva dire: “Sono crocifisso con Cristo” (Galati 2, 19). E ancora: “lo porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Galati 6, 17). Le stimmate di Paolo sono i segni della sua unione con Cristo Crocifisso. In effetti, la vita cristiana è un ricordo vivo, come una rinnovazione nella propria vita della vita di Gesù Crocifisso. Il ricordo vivo del Crocifisso ha sempre occupato un posto di primo piano nella vita del vero cristiano. Il segno della croce indica appunto questa volontà del cristiano, di essere sempre in tutto e per tutto unito al suo Salvatore Crocifisso, avere nella propria persona i segni della sua appartenenza a Lui Crocifisso, nel momento più forte della vita di Cristo quale fu appunto la crocifissione. I martiri facevano il segno della Croce prima di affrontare il martirio. Tutti i veri cristiani, fin dai tempi immemorabili, volevano che il segno della Croce li accompagnasse in ogni momento e in tutte le azioni della loro giornata.   Leggiamo in Tertulliano: “All'uscire di casa e all'entrare, nel vestirsi, nel bagno, nel sedersi a mensa, nell'andare a letto, insomma in ogni azione che la vita quotidiana comporta, ci segniamo la fronte con la Croce”.   San Girolamo, il grande biblista dell'antichità, raccomandava di accompagnare col segno della Croce del Signore qualsiasi atto della vita . E San Cirillo di Gerusalemme dice che i cristiani non solo segnano la loro fronte, ma ogni cosa, il pane che mangiano, le coppe nelle quali bevono ecc. Col segno della Croce tutto nella Chiesa viene benedetto, consacrato e santificato Ippolito, che fini col martirio la sua vita nell'anno 235 dopo Cristo, raccolse con cura e tramandò fedelmente tutte le osservanze liturgiche e le pie pratiche dei cristiani vissuti prima di lui fin dai tempi apostolo.   Del segno della Croce scrisse quanto segue:   “Procura in ogni tempo di segnarti dignitosamente la fronte perché questo è il segno della Passione, noto e sperimentato contro il diavolo, se tu lo farai con fede. Segnandoci la fronte e gli occhi con la mano, noi allontaniamo colui che tenta di sterminarci”. Forma del segno della Croce Com'era fatto il segno della Croce? Attraverso il tempo assunse forme diverse. A principio si trattava di un piccolo segno di croce a doppio braccio, mai di un palo. Veniva fatto sulla fronte in forma di T o di X, con un solo dito, probabilmente col pollice. Come dice Tertulliano: “Ci segniamo la fronte con la Croce”. Anche gli oggetti venivano segnati allo stesso modo. In seguito il segno, oltre che sulla fronte, era fatto anche sulle labbra e sul petto, nella parte sinistra in direzione del cuore. Questa forma è ancora in uso prima della lettura del vangelo durante la Messa. Verso la fine del secolo XIII cominciò a diffondersi l'uso del gran segno di Croce. Fronte, petto e spalle, com'è praticato oggi universalmente. Qualunque possa essere stata la forma (mai però quella d'un palo), è certo che la pratica di segnarsi e di segnare le cose fu comune tra i veri cristiani fin dai primissimi tempi, secoli prima di Costantino. Con questo segno distintivo essi volevano ricordare la loro appartenenza a Cristo Crocifisso e onorare la Sua Croce, divenuta per tutti noi albero di salvezza.  Solo i Giudei e i pagani aborrivano la Croce. In modo molto significativo l'autorevole Bible de Jérusalem traduce Ezechiele 9, 4 nel modo seguente: “E (Dio) disse (all'uomo vestito di bianco): Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna con una croce la fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono”.  Commenta la Bibbia di Salvatore Garofalo: “Dio ordina all'angelo vestito di lino di fare un thau (una croce), un segno sulla fronte dei giusti... Il segno indica un'idea più alta: quanti gemono per il trionfo del male, ossia i segnati con la croce, sono oggetto particolare della provvidenza divina”.  Lo Spirito Santo aveva già fatto intravedere che Dio salva solo mediante la Croce.
Ev - Testimoni di G.: ... E voi chi dite che io sia?
di Nicola Tornese. OPUSCOLO N° 5 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA". Il significato del nome "CRISTIANO"

Nota: “Gli scribi e i farisei si misero a ragionare tra sé: Chi è costui che dice bestemmie? Chi può rimettere i peccati se non Dio' solo?  Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti disse loro: Che cosa è- più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati" o dire: "Levati e cammina?". Ebbene, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati... - disse al paralitico - dico a te: Levati, prendi il tuo lettuccio e vattene a casa tua". All'istante quegli si levò sotto i loro occhi, prese il suo giaciglio e se ne andò a casa, glorificando Dio” (Luca 5, 20-25, Garofalo). E fece ancora di più: ha risuscitato i morti: “Giovinetto, dico a te: Alzati! E il morto si levò a sedere e incominciò a parlare” (Luca 6, 6-10). “Gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori! E il morto uscì” (Giovanni 11, 43-44). Vana contestazione L'errore: I tdg sono dei parere che Gesù con le parole di Giovanni'101 37-39, voleva solo 'dire che fosse Geova a operare i miracoli per mezzo del Figlio. I miracoli fatti da Gesù attesterebbero solo il sostegno divino. Non dice forse Pietro che era Dio a operare i miracoli per mezzo di Gesù? (cfr. Atti 2, 22) 35. La verità: a) Notate, prima di tutto, che nel testo riportato da Giovanni 10, 37-39 Gesù non dice: “perché sappiate e conosciate che il Padre opera in me”. Egli dice tassativamente. “Il Padre è (greco estìn)  in me e io (sono) nel Padre”. Non si tratta dunque d'un sostegno esteriore, ma d'una presenza divina intima e dinamica. In un'altra occasione Gesù aveva detto: “Il Padre mio opera sempre e anch'io opero” (Giovanni 5, 17). Egli si appropriava la stessa attività o potenza operativa del Padre, “facendosi uguale al Dio” (Giovanni 5, 18). b) In Atti 2, 22 non è detto che Cristo faceva i miracoli col sostegno di Dio. San Pietro vuol dire che nell'uomo Gesù l'unico Dio si era rivelato mediante i miracoli. In Lui la divinità era presente e operante. Questo appare chiaro da Atti 10, 38 dove, parlando ancora delle opere prodigiose di Cristo, lo stesso apostolo Pietro le spiega dicendo “perché Dio era con lui” e non solo operava per mezzo di lui. Poi ha parlato E disse cose che nessun uomo aveva mai detto prima di lui: “Tutti onorino il Figlio come onorano il Padre, Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato” (Giovanni 5, 23). Quale uomo, fosse pure il più illustre rappresentante di Dio, può avere la pretesa di essere onorato come lo stesso Dio? Prima della Passione incoraggiava i discepoli dicendo: “Qualunque cosa chiederete in nome mio lo farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi domanderete qualche cosa nel mio nome, io la farò” (Giovanni 14, 13-14). E poco dopo affermava: “Qualunque cosa domanderete al Padre, egli ve la darà nel mio nome” (Giovanni 16, 23). Nel concedere favori e grazie Gesù, il Figlio di Dio, si colloca allo stesso livello del Padre. Ciò che il Padre fa, lo può fare anche il Figlio. In effetti, tutto ciò che è del Padre è anche del Figlio: “Tutto ciò che ha il Padre è mio” (Giovanni 16, 15). E di nuovo: “Tutto ciò che è mio e tuo, e ciò che è tuo è mio” (Giovanni 17, 10). Figlio di Dio: in che senso? In che senso dunque va presa la dichiarazione di Gesù di essere “Figlio di Dio”? Per capirlo interroghiamo sempre la Parola di Dio. a) Ricordate, prima di tutto, che in tutti e quattro i vangeli sta scritto che l'accusa determinante della condanna a morte dì Gesù fu il fatto che egli si era detto Figlio dì Dio: “Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire per- ché si è fatto Figlio di Dio” Ora chi conosce discretamente la Bibbia sa che chiamarsi figlio di Dio non è una bestemmia e tanto meno costituisce un reato punibile con la morte. Infatti tutti gli Israeliti erano figli di Dio (Deuteronomio 14, 1; Osca 2, 1). Dovevano tutti dirsi bestemmiatori? Tutti degni della pena di morte? E se essi no, perché Gesù sì? b), La risposta a questa legittima domanda  ci è data dal vangeli, dov'è, attestato che Gesù si disse Figlio di Dio in un modo unico, particolare, non come gli altri, tanto da apparire un bestemmiatore. Leggiamo in san Giovanni (5, 16-18): “Per questo i Giudei cominciarono a perseguire Gesù perché faceva tali cose di sabato. Ma Gesù rispose loro: Il Padre mio, opera sempre ed anch'io opero'. Proprio  per questo i Giudei cercavano di ucciderlo perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre facendosi, uguale a Dio (greco: al Dio)”. Gesù non corregge l'interpretazione dei Giudei, anzi la conferma, appellandosi alla sua uguaglianza col Padre in autorità, potenza ed onore: “Quello che fa il Padre, anche il Figlio lo fa” (Giovanni 5, 19). Perciò “tutti onorino il Figlio come onorano il Padre” (Giovanni 5, 23). Com'è possibile che un puro uomo o una creatura anche spirituale pretenda di agire come Dio ed essere onorata come Lui? La verità è che Gesù non si considerava Figlio di Dio come gli altri, angeli compresi, ma come uno che ha la stessa natura, gli stessi poteri, gli stessi diritti dell'unico Dio. Gesù si faceva uguale al Dio (Giovanni 5, 18). c) Racconta san Marco: “Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: 'Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?'. Gesù rispose: 'Io lo sono!'. E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo. Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: 'Che bisogno abbiamo di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?'. Tutti sentenziarono che era reo di morte” (Marco 14, 61-64). Spiegano gli esegeti: “Proclamarsi Figlio di Dio nel significato dei testi giudaici antichi non era una bestemmia. Ma, parlando contemporaneamente di sedersi alla destra di Dio e di venire con le nubi, Gesù rivendica la dignità divina e pub essere accusato di ledere le prerogative divine” . Dunque, Figlio di Dio riferito a Gesù il Cristo, può avere un solo significato, che è - quello della sua stessa natura divina col Padre. lo e il Padre siamo uno (Giovanni 10, 30) Le cose dette fin qui, seguendo fedelmente la Parola di Dio, non convincono i tdG. Essi insistono ,dicendo: “I Giudei non hanno capito bene il pensiero di Gesù. Egli non voleva farsi uguale all'Onnipotente Iddio” . Rispondiamo sempre con la Bibbia:  “I Giudei gli si fecero attorno e dicevano: 'Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente'. Gesù rispose loro: 'Ve l'ho detto e non credete perché non siete mie pecore. .Le mie pecore ascoltano la mia voce e lo. le conosco ed esse mi seguono. Nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti, e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo uno” (Giovanni 10, 24-30). Analizziamo questo testo: - I Giudei rivolgono a Gesù una precisa do- manda: “Dicci chiaramente chi sei”. A Lui era ,offerta un'occasione assai propizia per dissipare l'equivoco pericoloso per la sua vita. Gesù poteva spiegare che egli era solo un profeta, un figlio Dio come tutti gli altri... - No! Gesù ribadisce la stessa pretesa, affermando la sua uguaglianza, anzi la perfetta unità, con Colui che è più grande di tutti: lo e il Padre siamo uno (Gv. 10, 30). Fate attenzione al modo ,di esprimersi di Gesù. Egli non dice: “lo sono più grande di tutti”. Ha preferito dire: Il Padre è più grande di tutti, e poi aggiungere: lo e il Padre siamo uno come per dire: vi è perfetta unità tra l'Unico Dio - mio Padre - e me, suo proprio Figlio (Romani 8, 32). - Dire che il Padre è più grande di tutti equivale a dire che il Padre è onnipotente. Se Padre e Figlio sono uno, ciò significa che anche il Figlio è Onnipotente. Gesù non ha voluto mettere in risalto la perfetta unione di volontà o di proposito con il Padre, ma l'unità sostanziale di natura, su cui si basa la Onnipotenza. - Nessuna rettifica da parte di Gesù. Vi è piuttosto una nuova più chiara conferma della sua pretesa di essere uguale a Dio. E identica è pure la reazione da parte dei Giudei che vogliono lapidarlo perché ha bestemmiato: “Tu che sei uomo, ti fai Dio” (Giovanni 10, 33). Una sola cosa come noi (Gv. 17, 11-22) Se vi capita di dover discutere coi tdG, sappiate che appena voi spiegate Giovanni 10, 30: “lo e il Padre siamo una cosa sola” così come noi l'abbiamo spiegato e come lo spiegano i grandi studiosi della Bibbia, saltano meccanicamente a Giovanni 17, 11-21, dove Gesù dice: “Padre Santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato perché siano una cosa sola come noi (...). Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa    sola  (...). Perché siano come noi una cosa sola. lo in loro e tu in me perché siano perfetti nell'unità.” Su queste parole di Gesù i tdG fanno il seguente ragionamento: “Ovviamente i fedeli   discepoli di Gesù non potevano mai diventare parte di un Dio Trino. Comunque, potevano essere uno nel proposito e nell'attività”. Dunque  - concludono i geovisti - anche Giovanni 10, 30 significa che tra Cristo e Dio vi è solo una unione di proposito, non già una unità sostanziale. In altre parole, Cristo sarebbe una cosa sola col Padre in quanto - come puro e bravo uomo - faceva la volontà di Dio. La nostra risposta: - Leggendo come si deve le parole citate da Giovanni 17, 11-21 appare chiaro che Gesù non parla dell'unione dei fedeli discepoli con Dio, ma di quella tra loro. Egli non dice: “Perché siano una sola cosa con Te”, ma “Perché siano una sola cosa, cioè perfetti nell'unità tra di loro”. Non vi è nessuna richiesta perché i fedeli discepoli diventino parte di un Dio Trino. Questa è una pura invenzione e distorsione biblica dei tdG. - Gesù chiede che l'unione dei fedeli tra loro abbia come base o motivo e come modello l'unione tra Lui e il Padre: “Perché tutti siano una sola ,cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in Te, siano anch'essi in noi una sola cosa”. (Giovanni 17, 21). Quel in noi indica appunto il motivo della desiderata unione dei fedeli tra loro e anche il modello, che è appunto l'unione esistente tra Padre e Figlio. - Questo modo di esprimersi è perfettamente conforme alla Scrittura. Gesù stesso aveva detto: “Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5, 37; cfr. Levitico 14, 2). E san Paolo scriveva ai fedeli di Efeso: “Fatevi imitatori di Dio come figli carissimi” (Ef. 5, 1). Ovviamente né Cristo né Paolo si aspettavano che i fedeli discepoli fossero perfetti come Dio e, imitassero in tutto e per tutto l'Onnipotente. Avrebbero chiesto l'assurdo! La fede degli Apostoli Dopo tante prove e dichiarazioni da parte del Maestro, specialmente dopo la prova suprema della sua risurrezione dai morti, i fedeli discepoli di Gesù, prima di tutti gli Apostoli, hanno professato la sua divinità, la sua uguaglianza sostanziale con l'unico Dio. Ricordiamo alcune di queste professioni di fede: 1 - A Natale noi cattolici e tutti i veri cristiani, anzi l'intero mondo civile, riviviamo la gioia di quei fortunati pastori, ai quali nella notte in cui nacque Gesù, un angelo disse: “Vi annunzio una grande gioia: (. ..). Oggi, nella città di Davide, è nato a voi un salvatore che è il Messìa, il Signore” (Luca 2, 10-11, Garofalo). In quel neonato l'evangelista Matteo ha visto avverata la profezia di Isaia: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiameranno Emmanuele, che significa Dio-con-noi” (Matteo 1, 23; Isaia 7, 14; 9, 6) . Dunque il bambino nato dalla vergine giudea, oltre a essere un bambino maschio, era anche Dio-con-noi. Era molto più di un puro uomo. In Lui, Matteo, autore ispirato, indica l'Uomo-Dio. 2 - San Giovanni l'evangelista dice la stessa cosa quando scrive: “E il Verbo si fece carne (= uomo) e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv. 1, 14)' L'espressione di Giovanni: venne ad abitare in mezzo a noi  ' tradotta letteralmente dal greco equivale a: pose la tenda in mezzo a noi. Ora nell'Antico Testamento la tenda indicava la dimora di Dio dove Jahve aveva voluto essere realmente presente. Giovanni perciò vuol dire che il bambino nato da Maria e divenuto poi adulto era l'uomo in cui Dio si trovava realmente presente. Il Verbo, rimanendo quello che era, ossia l'Eterno e l'Onnipotente, cominciò ad essere anche uomo. Non semplicemente puro uomo, ma vero Dio e vero Uomo. 3 - Fu pure Giovanni a conservarci la lapidaria professione di fede dell'Apostolo san Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” (Giovanni 20, 28). Essa non è una vaga esclamazione di meraviglia, come vorrebbero far intendere i geovisti, ma un esplicito riconoscimento della divinità e della signoria universale di Cristo. Il testo greco scritto dall'autore ispirato dice: “Rispose Tommaso e disse a Lui: 'Signore di me e Dio di me'”. 4 - Infine Giovanni ha fatto la sua solenne dichiarazione di fede, nella divinità di Gesù Cristo ,chiudendo la sua Prima Lettera con le ben note parole: “Sappiamo pure che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato discernimento per cui conosciamo il Vero. E noi siamo nel Vero, nel Figlio suo Gesù Cristo. Questi è il vero Dio e vita eterna” (1 Giovanni 5, 20. Garofalo). 5 - Quando perciò Giovanni chiude il suo vangelo dicendo: “Queste cose sono state scritte affinché crediate che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio” (Giovanni 20, 31) non intende affatto dire che Gesù è un figlio di Dio come tanti altri, ma ,che è il Figlio proprio, unico di Dio, l'Unigenito (cfr. Giovanni 3, 16), consustanziale al Padre, Onnipotente ed Eterno come Lui, Uno con Lui. In forma di Dio e in forma di uomo San Paolo professa la sua fede nella divinità di Cristo soprattutto attribuendogli il titolo divino di Signore (Kyrios), che ricorre più di 130 volte nelle sue lettere. Riportiamo il celebre inno cristologico della Lettera ai Filippesi: “Abbiate in voi lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù. Lui che, avendo forma di Dio non riputò una preda l'essere uguale a Dio; esinanì, invece, se stesso,   prendendo la formi di schiavo, divenuto simile agli uomini. (... ). Per questo Iddio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio sì pieghi in cielo, in terra, nell'inferno e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2, 5-11). Spiegazione: a) Benché Cristo Gesù avesse forma divina (greco morphé = natura immutabile), fosse cioè consustanziale al Padre, non si aggrappò tenacemente a questa sua incomparabile grandezza. Al contrario, rinunciò agli onori a Lui dovuti, umiliandosi fino alla condizione dì servo, fìno alla morte di croce. Chi si umilia nulla perde della sua naturale grandezza. Rimane quello che sostanzialmente è conforme alla sua natura. b) Dopo questo atto di umiliazione e in virtù di esso Gesù Cristo, l'Emmanuele, il Dio-con-noi, fu esaltato alla dignità di Signore, davanti al quale si piega ogni ginocchio. Tutte le creature, terrestri, celesti e infernali, riconoscono la sua Signoria, ossia la sua divinità. Commenta la Nuova Enciclopedia Cattolica: “In questo testo il nome che è al dí sopra di ogni altro nome non è quello di Gesù, che Egli ricevette alla sua circoncisione, ma quello di Kyrios (Signore), che sostituisce il nome Jahve; e così questo antico inno afferma che Cristo va collocato allo stesso livello del   Padre”. c) Né serve cavillare, come fanno i tdG, dicendo che fu Dio a dare a Cristo quel nome e           che l'esaltazione di Cristo mediante quel nome ridonda alla esaltazione del Padre, che deve perciò dirsi superiore a lui. Infatti, san Paolo vuol dire che tutta l'opera di Cristo, l'uomo-Dio, sofferente e glorioso, ha come fonte e come termine l'unico Dio, Alfa e Omega, Principio e Fine della creazione e della re- staurazione o redenzione. L'esaltazione del Figlio manifesta la bontà dell'unico Dio, non è un re- galo fatto da un superiore a un inferiore. Se fosse come dicono i tdG avremmo l'assurdo. Infatti, ciò che Cristo riceve è l'essere Signore, ossia essere in tutto uguale a Dio. Dio Padre avrebbe dato a Cristo tutto se stesso, si sarebbe annientato, avrebbe cessato di essere Dio! IL CRISTO POST-TERRENO  Sul Cristo post-terreno la Bibbia ci dà i seguenti inoppugnabili insegnamenti. La vera causa della risurrezione Circa la causa della risurrezione di Cristo abbiamo nella Bibbia due serie di testimonianze, che devono essere spiegate in modo da non far dire agli autori ispirati cose contraddittorie. Questo sarebbe falsare la Parola di Dio, come fanno i tdG. a) In alcuni testi la risurrezione di Cristo è attribuita direttamente a Dio. Su questi si ferma- no di preferenza i tdG, ignorando o traducendo male gli altri. Eccone alcuni: “Questo Gesù Dio lo ha risuscitato da morte” (Atti 2, 32; cfr. Atti 3, 15; 4, 10; 5, 30 ecc.). “Gesù è stato risuscitato per la nostra giustificazione -” (Romani 4, 24-25). “Cristo fu  risuscitato per mezzo della gloria del Padre” (Romani 6,   4). “Dio che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche  noi con la sua potenza” (1 Corinzi 6, 14). b) Vi sono poi altri testi biblici dov'è detto chiaramente che Cristo è risuscitato per virtù propria: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere (... ). Egli parlava del ternpio dei suo corpo”.(Giovanni 2, 19-22). “Ho il potere di offrire (la vita) e il potere di riprenderla. Questo comando ho ricevuto dal padre” (Giovanni 10, 18). Questa cioè è la volontà divina. A queste chiare parole corrisponde l'accusa dei suoi avversari: “Quell'impostore disse mentre era in vita: 'Dopo tre giorni risorgerò'” (Matteo 27, 63) 45. In questo stesso senso, vale a dire che Gesù è risorto da morte per virtù propria, vanno spiegati i due testi di Marco: “Dopo che sarò risorto” (Me. 14, 28) e “E' risorto, non è qui”    (Mc. 16, 6). In Giovanni 21, 14 è detto: “Ouesta era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli dopo essersi destato da morte. San Paolo ha scritto:  “Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita” (Romani 14, 9). c) Da queste inoppugnabili testimonianze bibliche bisogna concludere che la risurrezione di Cristo è attribuita insieme al Padre e al Figlio. Non meno dei miracoli di Gesù, la risurrezione di Cristo prova che “il Padre è in Lui e Lui nel Padre” (Giovanni 10, 38). L'unica potenza divina opera nell'uomo Gesù in vita e in morte. Spiegano i biblisti: “La variazione nel modo di esprimersi della Bibbia sta a dimostrare che la forza risuscitante (la potenza divina) viene sì da Dio, ma appartiene anche al Figlio, che è una sola cosa col padre”. Va perciò rigettata come parziale e tendenziosa l'affermazione geovista secondo cui “il suo Padre immortale, Geova Iddio, lo risuscitò da morte”. Non è risuscitato puro spirito Contro l'errore geovista, secondo cui Cristo sarebbe risuscitato come “persona spirituale” e che durante i quaranta giorni successivi si sarebbe “materializzato” , vi sono esplicite testimonianze bibliche. a) San Paolo ci assicura che il Cristo glorioso “col potere che ha di sottomettere l'universo, trasformerà il nostro misero corpo mortale e lo renderà somigliante al suo corpo glorioso” (Filippesi 3 , 21).   Dunque Cristo Risorto ha un corpo glorioso.  - San Pietro afferma di sé e degli Apostoli che “abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la risurrezione dai morti” (Atti 10, 41). E' mai possibile che si trattasse d'una continuata illusione o allucinazione voluta dal Maestro? - In san Luca Gesù stesso, apparendo agli Apostoli dopo la risurrezione, li assicura che non è uno spirito: “Uno spirito non ha carne né ossa come vedete che io ho” (Luca 24, 39). Dobbiamo ammettere che il Maestro non dicesse la verità? E perché doveva mostrarsi quello che non era? b) Tuttavia il corpo glorioso di Cristo non era certamente come quello morto sulla croce. Era un corpo spiritualizzato, ossia esente dal condizionamenti carnali a cui è soggetto il corpo umano nel suo presente stato di vita, come sarà detto subito. Scrive san Paolo: “Se c'è un corpo di condizione terrena c'è pure un corpo spirituale. Se, come sta scritto, 'Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente', il secondo Adamo divenne uno spirito che vivifica. Ma non venne per primo lo spirituale, bensì quello di condizione terrena e poi lo spirituale” (1 Corinzi 15, 44-46). L'Apostolo parla sempre di corpo, che può essere in due condizioni: una terrena e l'altra spirituale. Il Cristo glorioso possiede un corpo spirituale. Egli ha redento e rivestito di spiritualità il corpo umano: come il suo sarà anche il nostro corpo dopo la risurrezione (cfr. Filippesi 3, 21). c) Né vale obiettare che “la carne e il sangue non possono entrare in possesso del regno di Dio” (1 Corinzi 15, 50). Infatti, “carne e sangue” è un'espressione biblica per indicare l'uomo nei suoi aspetti di fragilità e debolezza fisica e morale, cioè l'uomo corrotto a causa del peccato nel suo fisico (malattie ecc.) e nel suo morale (passioni ecc.). Perciò san Paolo aggiunge: “Né la corruzione può venire in possesso dell'incorruttibilità” (1 Corinzi 15, 50). Il corpo di Cristo è detto “spirituale” perché esente da qualsiasi fragilità e debolezza. Ma è sempre corpo, non puro spirito, com'era Adamo prima del peccato. Il Cristo glorioso non è Michele Che il Cristo, dopo la sua esaltazione alla destra di Dio, sia noto come Michele, è una pura invenzione geovista senza nessuna giustificazione biblica. Bastino le seguenti testimonianze scrit- turali: - il Cristo è “l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine” (Apocalisse 22, 13; cfr. 1, 8.17). Michele è soltanto uno dei primi: “Ecco Michele, uno dei primi principi” (Daniele 10, 13). Com'è possibile essere il Primo, e allo stesso tempo uno dei primi? - Cristo è il Figlio. Solo di Lui è  detto. “Tu sei mio Figlio”. A nessuno degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio. Michele è un angelo, ministro o servitore di Dio (cfr. Ebrei 1, 5-7). - Il Figlio è tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome (= natura, personalità), che ha ereditato. Perciò Lo adorino tutti gli angeli di Dio (cfr. Ebrei 1, 4-6). - Cristo è il Signore che verrà a giudicare il genere umano. Michele è solo uno della sua corte (cfr. 1 Tessalonicesi 4, 16), che ha il compito di preparare la venuta del Giudice e proclamare la sua potenza (cfr. Apocalisse 12, 7-11; Matteo 13, 41).   ERRORI E VERITA'   1 - L'errore: Nel salmo 90, 2 leggiamo: “Prima che i monti nascessero e fosse generata la terra”. Qui generare vuol dire creare. Dunque anche il Figlio fu creato. La verità: Nel Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, Decima Edizione, è detto che generare vuol dire far nascere, procreare un essere della medesima specie. E' detto pure che può significare causare. Nel caso dei monti e della terra è chiaro che generare deve significare causare cioè creare. Né monti né terra sono della stessa specie di Dio. Nel caso dei Figlio non può essere così perché numerosi testi biblici, parte dei quali sono stati da noi esa- minati, esigono che il Figlio sia della stessa natura di Dio.   2 - L'errore: In Apocalisse 3, 14 è detto: “Così parla l'Amen, il testimone fedele e verace, il principio della creazione di Dio”. Qui l'Amen e il testimone fedele e verace è Gesù Cristo. Egli dunque è il primo principato, cioè la prima creatura. La verità: La parola greca che corrisponde a “principio” è archè, che non significa “principiato”, bensì causa, cioè principio attivo e quindi capo, superiore. Qui il Figlio è detto Causa cioè Creatore di tutte le cose e ad esse superiore (cfr. Colossesi 1, 15-19; 2, 9-10). In Apocalisse Gesù parlando di sé dice: “lo sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio (Archè) e la Fine” (22, 13). Poco prima, nella stessa Apocalisse (21, 6) le stesse parole le troviamo in bocca a Dio Padre.   3 - L'errore: “Il Padre è più grande di me” , (Giovanni 14, 28). Dunque non vi è eguaglianza tra Padre e Figlio. La verità: Gesù come uomo parla dei suo prossimo ritorno al Padre. Vedendo i discepoli turbati e pieni di paura dichiara loro che devono piuttosto rallegrarsi perché, ritornando al Padre, ossia lasciando la sua debolezza umana (inferiorità), e rientrando nella pienezza del divino, comincerà a sottomettere ogni potenza avversa. Sarà esaltato alla destra del Padre e ogni creatura dovrà piegare il ginocchio davanti a lui (cfr. Filippesi 2, 9-1 1). La sua inferiorità rispetto al Padre va riferita alla sua umanità nello stato debole e mortale della vita terrena, ossia alla sua componente umana.   4 - L'errore: Cristo non è uguale al Padre. Infatti dice: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; però noi? la mia volontà sia fatta, ma la tua” (Luca 22, 42). “L'anima mia è triste fino alla morte” (Matteo 26, 38). “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?” (Marco 15, 34). La verità: In questi testi e in altri consimili Gesù prega e soffre come uomo. “La volontà umana di Gesù insorge al pensiero di ciò che sta per accadere”. Il Padre certamente è in Lui (cfr. Giovanni 10, 30; 14, 10), vicinissimo a Lui, ma distinto dall'uomo Gesù. L'uomo- Gesù si rivolge al Padre affinché sorregga la sua umanità nella grande prova che l'attende. E' possibile questo? Pensate a un uomo che è anche medico: se l'uomo si ammala, può ricorrere al medico che è in lui per il rimedio conveniente. Pensate a un avvocato, se l'uomo è coinvolto con la legge, può consultare l'avvocato che è in lui, ma distinto dall'uomo, affinché lo aiuti nelle sue difficoltà con la giustizia.   5 - L'errore: Il titolo di Signore applicato al Figlio non prova l'uguaglianza tra Padre e Figlio. Infatti, in Atti 2, 36 è detto: “Dio ha costituito Signore questo Gesù”. La verità: Riportiamo anzitutto per intero il testo di Atti 2, 36.- “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”. Spiegazione: San Pietro si riferisce a quel  Gesù crocifisso dai Giudei, ossia a Gesù in quanto uomo, e spiega che cosa si è verificato in questo uomo. Dio, ossia l'unica Potenza divina, ha risuscitato da morte l'uomo Gesù e lo ha innalzato alla sua destra sul trono divino (cfr. Atti 2, 32-34). Sul trono divino l'uomo Gesù possiede la Signoria universale, che è un attributo divino, e la esercita su tutte le potenze dei male (cfr. Atti 2, 35). Non si tratta di due Signori, di cui uno più grande e uno più piccolo, di uno che dà e di uno che riceve, ma di un unico Signore - Jahve - che ha posto la sua tenda (cfr. Giovanni 1, 14) come Sovrano universale nel figlio di Maria elevato sul trono divino. La stessa unica Signoria divina appartiene al Padre e, al Figlio, li titolo di Signore (Kyrios) attribuito al Figlio prova la sua ugua- glianza col Padre.   6 - L'errore: “Il salmista, profetizzando sull'unzione del Messia Gesù Cristo, scrisse: 'Ti ha unto Jahve, tuo Dio', Salmo 45, 7, Garofalo (Ebrei 1, 8-9). Dunque il Figlio non è uguale al Padre. La verità: a) L'autore ispirato della Lettera agli Ebrei cita il Salmo 45   '7-8 per dimostrare la divinità del Figlio e la sua uguaglianza con Jahve. Scrive (Ebrei 1, 6-13): Lo adorino tutti gli angeli di Dio e Il tuo trono, Dio, sta in eterno e ancora: Tu, Signore, da principio hai fondato la terra e opera delle tue mani sono i cieli. ……………………………………............... Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici Sotto i tuoi piedi . Dunque, dal modo in cui l'autore ispirato del N.T. applica il Salmo 45, 7-8 appare chiaro che il Figlio deve essere adorato dagli angeli come Jahve (cfr. Salmo 97, 7); che il trono del Figlio sta in eterno come quello di Jahve; che il Figlio, chiamato Signore, è il Creatore dell'universo; che al Figlio è detto dì sedere alla destra di Dio, osso condividere appieno col Padre -la Signoria dell'universo. b) Stando così le cose, è impossibile che le parole: “Ti ha unto Jahve, tuo Dio” possano indicare una disuguaglianza tra Padre e Figlio. Questo Unto, sempre nella interpretazione dell'autore ispirato del N.T., l'unica che vale, è lo stesso Signore adorato dagli angeli, Creatore del- l'universo ecc.   7 - L'errore: “In Giovanni 17, 22 leggiamo: 'Ho dato loro la gloria ( ... ), che tu hai dato a me'. Ora colui che riceve è inferiore a colui che dà. il Figlio dunque che riceve non è uguale al Padre”. La verità: a) In Isaia 42, 8 Jahve dice: “Non cederò la mia gloria ad altri” (cfr. anche Isaia 48, 11). Se il Figlio ha avuto la gloria dal Padre, non è un altro rispetto al Padre: vi deve essere uguaglianza sostanziale tra Padre e Figlio. Gesù dunque, in Giovanni 17, 22, non vuol dire che egli ha ricevuto la gloria che prima non aveva, ma che la gloria o divinità, da lui sempre posseduta (cfr. Giovanni 17, 5), si è fatta presente e visibile nella sua umanità, di modo che gli uomini l'han potuto vedere (cfr. Giovanni 1, 14-18). Videro un Uomo, e in Lui adorarono Dio. b) A conferma ricordiamo ciò che dice san Paolo in Colossesi 2, 9: “Poiché in Lui (in Cristo) abita corporalmente tutta la pienezza della divintà”. Garofalo. Tutto ciò che costituisce Dio, si trova anche in Gesù (cfr. Giovanni 16, 15). Notate che san Paolo non ha scritto: “la pienezza delle qualità divine” come traducono, falsificando la Parola di Dio, i geovisti. L'Apostolo ha scritto: della divinità (greco Theòtes = essenza divina, non theiòtes = qualità divina). Si tratta d'un falso, uno dei tanti che troverete nella Bibbia geovista.   8 - L'errore: “L'Iddio di Abrahamo (     ... ) ha glorificato il suo servitore Gesù” (Atti 3, 13). Dunque il Figlio non è uguale al Padre”. La verità: San Pietro si riferisce a Gesù che gli Ebrei avevano rinnegato davanti a Pilato (ivi), quindi a Gesù in quanto uomo, ed applica a lui la profezia messianica di Isaia 52, 13-15; 53, 1-12 del “servo sofferente e glorificato”. Sono sempre le due componenti del Figlio - quella urnana e quella divina - che ritornano nell'insegnamento del primo degli Apostoli. Nell'uomo Gesù Dio ha manifestato la sua presenza salvifica mediante la risurrezione. Sotto questo aspetto non vi è disuguaglianza tra il Padre e Figlio. L'insegnamento di san Pietro è lo stesso di quello di san Paolo in Filippesi 2, 6-11.   9 - L'errore: Solo il Padre è da adorare com'è detto in Giovanni 4, 23. Dunque il Figlio non è uguale al Padre. La verità: Gesù non dice che bisogna adorare solo il Padre. Egli parla del modo come bisogna adorare Dio, ossia “in spirito e verità” senza dare troppa importanza al luogo: “né su questo monte (Garizirn) né in Gerusalemme” (Giovanni 4, 21). Il termine Padre equivale a Dio. Se la spiegazione geovista fosse vera, vi sarebbe una contraddizione con le parole che Gesù dirà poco dopo: “Tutti onorino il Figlio come onorano il Padre” (Giovanni 5, 23).   10 - L'errore: In Marco 10, 17 Gesù dice all'uomo ricco: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” (cfr. anche Matteo 19, 17 e Luca 18, 19). Dunque il Figlio non è uguale al Padre. La verità: a) Ricordiamo, prima di tutto, come altrove nel Nuovo Testamento è affermata l'assoluta bontà o santità di Gesù: “Chi di voi può convincermi di peccato?” (Giovanni 8, 46). “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato” (2 Corinzi 5, 2 1). “Tale era in- fatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, inno- cente, senza macchia, separato dai peccatori...”. “Egli non commise peccato e non si trovò inganno. sulla sua bocca” (1 Pietro 2, 22).            1 b) Qual è dunque il vero significato di quelle parole di Gesù? Dal contesto appare chiaro che quel tale che lo interrogava, mostrava di fermare la sua attenzione su di lui, su l'uomo o maestro Gesù che vedeva, dimenticando la Fonte suprema della bontà espressa nei comandamenti di Dio. Quel ricco non poteva vedere in Gesù altri che un rabbi (cioè un maestro) degno di fiducia, dal quale voleva avere una risposta al suo problema, come cioè conciliare il suo attaccamento al denaro e la vita eterna. Gesù corregge questo atteggiamento. Distoglie l'attenzione dell'interrogante dalla sua persona e la indirizza verso la Fonte di ogni bontà: Dio. Non era il caso di spiegargli appieno chi era lui. L'avrebbe capito? Se quel ricco si fosse messo alla sequela di Gesù fino, alla fine, come tanti altri, avrebbe esclamato a suo tempo come Tom- maso: “Signore di me e Dio di me!” (Giovanni 20, 28).   11 - L'errore: In Giovanni 17, 3 Gesù dice: “Questa e la vita eterna: che conoscano Te, il solo vero Dio, e colui che hai mandato Gesù Cristo” (Garofalo). Dunque Cristo non è Dio. La verità: Gesù parla della conoscenza del solo vero Dio in contrasto con la conoscenza degli dèi non veri, ossia dei falsi dèi pagani. Come dirà san Paolo: “Vi convertiste dagli idoli a Dio (greco al Dio), per servire al Dio vivo e vero” (1 Tessalonicesi 1, 9). Dalla conoscenza del vero Dio Gesù non esclude se stesso   ' anzi vi si include, aggiungendo: “E colui che hai mandato Gesù Cristo” (Giovanni 17, 3). Lo stesso evangelista dirà: “E noi siamo nel Vero, nel Figlio suo Gesù Cristo: Ouesti è il vero   Dio e vita eterna” (1 Giovanni 5, 20; Garofalo).
Ev - Testimoni di G.: È prossima la fine del mondo?
di Nicola Tornese. OPUSCOLO N° 4 della PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA". Ma la Bibbia non dice così. Un po' di storia. Le nuove profezie

Nota: sofferto tutte quelle cose. Oggi quasi tutti i grandi studiosi della Bibbia spiegano le parole di Gesù nel senso spiegato da noi. A conferma diamo due autorevoli testimonianze: La Bible de Jérusalem: “Quest'affermazione (Matteo 24, 34) riguarda la rovina di Gerusalemme e non la fine del mondo”. La Sacra Bibbia a cura di Salvatore Garofalo: “Nel v. 34 di Matteo è chiaro che la generazione ha un senso preciso. La durata media e convenzionale di una generazione è quarant'anni, e dalla morte di Gesù (anno 30) alla catastrofe di Gerusalemme (anno 70) trascorse appunto quel periodo di tempo”. A conclusione dì tutti questi segni e premonizioni Gesù ne indica anche il tempo: “in verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute” (Matteo 24, 34).   c) La generazione che Gesù aveva in mente non può essere, dunque, se non quella che vide il terrificante evento della distruzione del tempio e di Gerusalemme per opera dei Romani nell'agosto del 70 dopo Cristo. Dal tempo della predizione di Gesù erano passati circa 40 anni, quanti appunto ne sono assegnati a una generazione umana. Gesù si riferiva indubbiamente alle persone che dopo circa quarant'anni avrebbero visto, subìto e sofferto tutte quelle cose. Oggi quasi tutti i grandi studiosi della Bibbia spiegano le parole di Gesù nel senso spiegato da noi. A conferma diamo due autorevoli testimonianze: La Bible de Jérusalem: “Quest'affermazione' (Matteo 24, 34) riguarda la rovina di Gerusalemme e non la fine del mondo”. La Sacra Bibbia a cura di Salvatore Garofalo: “Nel v. 34 di Matteo è chiaro che la generazione ha un senso preciso. La durata media e convenzionale di una generazione è quarant'anni, e dalla morte di Gesù (anno 30) alla catastrofe di Gerusalemme (anno 70) trascorse appunto quel periodo di tempo”. - E neppure si capisce perché i discepoli fino al momento dell'Ascensione insistono per sapere la data del suo ritorno (Atti 1, 7). Gesù si rifiuta di accontentarli. Il compito del credente è di pregare e lavorare per la realizzazione del Regno di Dio e attendere nella vigilanza il giorno della sua conclusione finale con la venuta di Cristo. Tutto invece diventa chiaro se si ammette che Gesù aveva in mente la sua generazione e che par- lava della fine del tempio. Tuttavia colse l'occasione per ricordare anche un'altra fine  quella del tempo. L'una richiamava l'altra nella mentalità giudaica. 1 due temi e i due tempi sono fusi nel vangelo di Matteo. Ma mentre della fine di Gerusalemme e del tempio Gesù indica il quando con sufficiente precisione, dell'altro evento escatologico non dà nessuna indicazione di tempo: “Non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (Matteo 24, 42). La profezia di Daniele L'errore: L'anno 1914 segna una data d'importanza decisiva nella propaganda geovista. Dimenticando la falsa profezia di Russell, secondo cui in quell'anno Cristo sarebbe dovuto tornare visibilmente su questa terra per distruggere la cristianità e glorificare la “casta vergine” (= i membri di Serie A della setta), oggi i tdG affermano che nel 1914 Cristo ha assunto il potere nel regno celeste di Geova, ma in modo invisibile. Quella data indicherebbe “la fine del tempo dei gentili”, ossia del tempo in cui le potenze pagane hanno spadroneggiato su questa terra, e l'inizio della prossima fine, ossia della venuta visibile di Cristo accompagnata dalla distruzione violenta e cruenta di tutti, eccetto lo sparuto numero dei tdG. I tdG sono arrivati a quella data di comodo mediante un calcolo artificioso e fantastico che non ha alcun fondamento nella Scrittura. Vi è un grossolano errore di fondo che fa crollare inesorabilmente tutto il castello di carta costruitovi sopra.   Seguiamoli pazientemente lungo il loro tortuoso cammino: a) Punto di riferimento è il capitolo quarto del libro di Daniele, dove si parla di un sogno di Nabucodonosor, re di Babilonia. Nel sogno il re vide un albero grande e robusto, la cui cima giungeva fino al cielo (4, 8). Si dice poi che quell'albero fu tagliato, lasciando però nella terra “il ceppo delle sue radici finché siano passati per lui sette tempi” (4, 20-21). Dopo di che fiorirà di nuovo e crescerà (4, 23). b) Ed ecco ora la spiegazione geovísta. L'albero raffigurerebbe il regno di Geova. Questo sarebbe stato abbattuto nel 607 avanti, Cristo. Sarebbe così iniziato il tempo dei gentili destinato a durare sette tempi' o anni. Alla fine dei sette tempi il regno di Geova risorgerebbe: è il ceppo che rifiorisce. La restaurazione del regno sarebbe avvenuta in modo invisibile nel 1914 perché nei sette tempi o anni è additata profeticamente tale data. c) I tdG arrivano alla data  del 1914 nel modo seguente: Trasformano i sette anni in giorni. Poiché si tratta di anni lunari, composti cioè di 360 giorni ciascuno (non di 365 come gli anni solari), ottengono come risultato il numero 2520, ossia sette tempi o anni lunari equivalgono a 2520 giorni. Fin qui nulla di straordinario (360x7 = 2520). Le stranezze cominciano con la seconda operazione, mediante la quale i geovisti vorrebbero fare intendere che i 2520 giorni equivarrebbero a 2520 anni. Hanno scritto: “La Bibbia stessa fornisce la chiave per determinare l'esatta durata, dicendo: " Un giorno per un anno " (Num. 14: 34; Ezec. 4: 6) . Questo vuol dire che i 2.520 giorni profetici fìnirono 2520 anni effettivi dopo la desolazione di Gerusalemme a.E.V. Quando sarebbe avvenuto questo? Dall'ottobre del 607 a.E.V. all'ottobre dell'anno 1 a.E.V. vi sono 606 anni interi; dall'ottobre dell'anno 1 a.E.V. all'ottobre dell'anno 1 E.V. c'è un anno; dall'ottobre dell'anno 1 E.V. all'ottobre del 1914 E.V. ci sono 1.913 anni. Som- mando queste cifre (606+1+1.913) abbiamo 2.520 anni. 1 Il sette tempi " finirono dunque nell'ottobre del 1914 E.V.,, e fu allora che, benché invisibile a occhi umani, Gesù Cri- sto ricevette il dominio sul mondo del genere umano” .   La verità Nell'abuso che i tdG fanno del capitolo quarto di Daniele vi sono numerosi errori. Noi ci limitiamo a mettere in maggiore evidenza soltanto quattro. I. - Il primo di questi riguarda il computo o calcolo dei 2520 anni, con cui stabiliscono il 1914 come fine del tempo dei gentili e inizio del dominio invisibile di Cristo. Si tratta d'un autentico inganno. Per scoprirlo bisogna tener presente che i geo- visti ottengono il numero 2520 moltiplicando 7 per 360, ossia calcolano il tempo trascorso dal 607 avanti Cristo al 1914 dopo Cristo in anni lunari, non solari. Ma di fatto, ossia nella realtà del tempo, dal 607 avanti Cristo al 1914 dopo Cristo sono trascorsi 2520 anni solari, che sono di 365 giorni ciascuno senza considerare i bisestili. In altre parole, non bastano 2520 anni lunari per coprire la distanza che dal 607 avanti Cristo porta al 1914 dopo Cristo. Per avere la misura esatta del tempo trascorso dal 607 avanti Cristo al 1914 dopo Cristo, ossia per avere gli anni effettivi, bisogna aggiungere cinque giorni a ogni anno. Mediante questa operazione si ottengono 12.600 giorni (2520 x 5 = 12.600). Questi giorni, trasformati in anni solari, equivalgono * 34 anni e 190 giorni (12.600 : 365 = 34 anni solari * 190 giorni). Questi 34 anni solari e 190 giorni realmente trascorsi dal 607 avanti Cristo al 1914 dopo Cristo non sono conteggiati nel calcolo dei tdG. Sono omessi. Di conseguenza i loro 2520 anni (lunari) non ci fanno arrivare al 1914 dopo Cristo. Mancano 34 anni solari e 190 giorni. La misura usata dai geovisti è più corta della cosa (il tempo) misurata. Il computo ingannevole dei geovisti ci fa arrivare al 1878 circa dopo Cristo, vale a dire al 1914 meno 34 anni e 190 giorni (senza contare i bisestili). La data del 1914, che ricorre continuamente nei libri e nelle riviste dei tdG, non ha alcuna giustificazione biblica. E' una data di comodo. E' un inganno.   2. - Il secondo errore consiste nella cosiddetta regola biblica stabilita arbitrariamente dai geovisti. A loro avviso, ciascuno dei 2520 giorni dev'essere considerato per un anno perché in Ezechiele 4, 6 è detto: “Un giorno per un anno, un giorno per un anno, ti ho dato”. La stessa norma sarebbe stabilita nel libro dei Numeri 14, 34. Chi legge la Bibbia intelligentemente e non settariamente capisce subito che sia nel caso di Ezechiele 4, 6 che in quello di Numeri 14, 34 non si tratta di una norma generale, per cui sempre un giorno dovrebbe equivalere a un anno. Sono due casi particolari dov'è detto esplicitamente che Dio “assegna in giorni gli anni” (Ezechiele 4, 5); ossia in quel caso specifico farà che “un giorno corrisponda a un anno” (Ezechiele 4, 6). Se vi fosse una regola biblica per cui sempre un giorno equivale a un anno, non ci sarebbe stato bisogno che Dio assicurasse Ezechiele che i suoi quaranta giorni di penitenza sarebbero computati come quarant'anni. Inoltre, se vi fosse la regola biblica di equivalenza tra giorni e anni, sempre che nella Bibbia si parla di giorni, bisognerebbe intendere anni.  Così, per citare solo qualche esempio, gli esploratori mandati da Mosè nella terra di Canaan  sarebbero ritornati  dopo  quarant'anni (cf. Numeri 13, 25); Mosè sarebbe rimasto col Signore quarant'anni senza mangiare pane né bere acqua (cf. Esodo 34, 28); Cristo avrebbe digiunato quarant'anni (cf. Matteo 4, 2) e sarebbe rimasto nella tomba tre anni ecc. Quante assurdità nell'abuso che i tdG fanno della Scrittura! 3. - Il terzo errore riguarda la spiegazione che i geovisti danno dell'intero capitolo quarto di Daniele. E' una spiegazione nettamente contraria alla lettera e allo spirito del Sacro Testo. a) Contraria alla lettera: Il regno, di cui Daniele racconta le vicende, non è il regno dì Geova, che Nabucodonosor avrebbe distrutto nel 607 a.C. Si tratta del regno di un uomo, a cui Dio aveva conferito autorità sulla terra conforme a Romani 13, l. Dice Daniele: “Quell'albero sei tu, o re, che sei divenuto grande e potente; la tua grandezza ha toccato il cielo e la tua potenza l'estremità della terra” (Daniele 4, 18-19). “Questo è il significato, o re, e la decisione dell'Altissimo che giunge al mio signore, il re, è questa: ti si allon- tanerà dagli uomini e la tua dimora sarà con le bestie selvatiche (…) e sette tempi passeranno su di te (... ). Il regno se ne va da te...” (Daniele 4, 21-22.28, Garofalo). b) Contraria allo spirito: Certo la profezia di Daniele ha un adempimento o piuttosto un significato maggiore. Quale? L'albero tagliato e che risorge come prima, meglio di prima, ha come insegnamento che “i viventi sappiano che l'altissimo domina sul regno degli uomini e lo distribuisce a chi vuole e vi mette sopra anche il più umile degli uomini” (Daniele 4, 14; cf. 4, 22). Paolo direbbe: “Non vi è autorità che non venga da Dio” (Romani 13, 1). In effetti, Nabúcodonosor, dopo la dura prova dei sette anni, ristabilito nel suo potere, benedisse l'altissimo, “poiché la sua potenza è eterna e non c'è chi possa porre freno alla sua mano e possa dirgli " Che fai? "” (Daniele 4, 31-32, Garofalo). Nulla di tutto questo nella spiegazione geovista. Ma vi è ancora di peggio. Introducendo abusivamente Gesù Cristo come rappresentante di Geova e l'infimo del genere umano, cadono nel blasfemo. Cristo non è rappresentante di Geova, ma molto, molto di più. Egli è l'Emmanuele, che significa Dio-con-noi (Matteo 1, 23), il vero Dio e vita eterna (1 Giovanni 5, 21). Il suo regno non è di questo mondo come quello di Nabucodonosor (cf. Giovanni 18, 36). La spiegazione geovista del capitolo quarto di Daniele è perciò contraria alla lettera e allo spirito del Sacro Testo e frutto solo di farnetiche elucubrazioni settarie. 4. - Il quarto errore infine riguarda l'anno 607 a.C., in cui secondo il calcolo geovista sarebbe stato abbattuto il regno di Geova. E' una data della massima importanza in tutto l'apparato propagandistico dei tdG, ma non ha nessun fondamento storico. Il calcolo geovista è superficiale Il e solo di comodo. In effetti, oggi è universalmente affermato da tutti gli storici e gli studiosi della Bibbia che la fine del regno di Giuda (= regno di Geova secondo i tdG) deve essere datata nel 587 a.C., vale a dire venti anni dopo il 607. E' certo anzitutto che nel 607 a.C. Nabucodonosor non era ancora imperatore. Egli sali al trono di Babilonia solo nel 605 a.C. In quell'epoca re di Giuda era Joakim con l'appoggio dell'Egitto. Joakirn regnò undici anni (cf. 2 Cronache 36, 4-5). La politica di Joakim favorevole all'Egitto provocò la prima spedizione di Nabucodonosor, che assediò Gerusalemme nel 598 a.C. e dopo alcuni mesi la costrinse ad arrendersi. Si ebbe così la prima deportazione, ma non la fine dei regno di Giuda (cf. 2 Cronache 36, 6-7; 2 Re 24, 1-2). Il nuovo re Sedecia, installato da Nabucodonosor, regnò a Gerusalemme per undici anni (cf. 2 Cronache 36, 11). Dopo alterne vicende provoca una nuova spedizione da parte di Nabucodonosor, e questa volta è la fine. Le mura di Gerusalemme vengono rase al suolo come pure i palazzi e le case borghesi e persino il Tempio, dopo essere stato saccheggiato (2 Cronache 36, 17-21). Ouesto avvenne nell'anno 587 a.C.. Raymond Franz, una volta membro del Corpo Direttivo, che si distaccò dalla setta geovista dopo 40 anni di servizio e in seguito a una forte crisi di coscienza, racconta: “La data del 607 a.C. era ritenuta come il tempo della distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor (... ). Noi dedicammo molto tempo nella ricerca di prove, cioè di qualche fondamento storico a favore di questa data così importante, anzi cruciale nei calcoli per arrivare all'anno 1914. Carlo Ploeger, membro del quartier generale, in qualità di mio segretario fece ricerche in tutte le biblioteche dell'arca di New York per trovare qualcosa che potesse dare valore storico a quella data. Non trovammo assolutamente nulla a favore del 607 a.C. Tutti gli storici indicavano una data più tardiva di 20 anni, cioè il 587 a.C.” . Stando così le cose, quando i tdG scrivono che “entro i primi di ottobre del 607 a.E.V., scomparve l'ultima traccia di sovranità giudaica”, affermano una cosa falsa, che nessuno, dico nessuno storico, condivide.   3. La prova dei segni La  Bibbia  dunque  non  indica  il  nostro  tempo come quello della fine. Le parole di Gesù “Questa generazione ecc.” non si riferiscono alla nostra generazione; e il calcolo geovista dei sette tempi o anni di Daniele non ha alcuno valore. La data del 607 a.C., fissata dai tdG come punto di partenza, è completamente errata. No, nessuno conosce il quando della venuta del Signore (cf. Matteo 24, 36; Marco 13, 32; Atti 1, 7). L'errore Malgrado questa evidenza biblica, malgrado la esplicita dichiarazione dei geovisti che “non sono profeti ispirati” e che “hanno fatto sbagli nel loro intendimento di quello che sarebbe accaduto alla fìne di certi periodi di tempo”, essi continuano a suonare la stessa musica, ad affermare cioè che “ora siamo nel tempo della fine: - Matteo 24:3-14; 2 Tim. 3: 1-5; Luca 17: 26-30” . Ne La Torre di Guardia del 15 ottobre 1982, pag. 9, è detto “che fra breve Dio (= Geova) metterà fine a questo malvagio sistema di cose”. La stessa rivista del 15 febbraio 1986, a pag. 6, annuncia la veniente ira di Dio (= Geova) e assicura che “anche se nessuno può conoscere con esattezza il giorno e l'ora precisi dell'apocalisse, le prove indicano che stiamo vivendo l' èra dell'apocalisse”. E benché nessuno possa conoscere il giorno e l'ora precisi ne La Torre di Guardia è detto che “fra breve (... ) Geova 'ridurrà in rovina quelli che rovinano la terra” . Dopo, di che i membri della setta, i soli a essere risparmiati dall'ira di Geova, avranno una vita beata con abbondanza di cibi e di bevande come mostra con illustrazioni la stessa rivista (pagine 6 e 7). Infatti “Geova degli eserciti per certo farà per tutti i popoli... un banchetto di piatti ben oleati, un banchetto di vini chiariti, di piatti ben oleati pieni di midollo”. Questo è l'imminente paradiso dei testimoni di Geova! Per convincere la gente (ignorante) di questo prossimo avvenire radioso, oggi la intellighenzia della setta insiste in modo particolare sul “segno plurimo o composito”. Sfruttando in modo particolare e con insistenza ossessiva alcuni testi biblici come 2 Timoteo 3, 1-5; Matteo 24, 7-24; Luca 21, 11-26 e altri ancora, afferma che tutti questi segni profetici si sarebbero avverati, tutti insieme, solo nella nostra epoca, e con precisione a comiciare dal 1914. Dunque l'ira di Geova è prossima, imminente: “alcuni che videro l'inizio di questi tempi di afflizione saranno ancora in vita quando il celeste regno di Dio (= Geova) porrà fine all'attuale sistema di cose (Matt. 24: 8,34)”. La verità Quanto sia distorto e settario l'uso che i geovisti fanno della Bibbia anche nella prova dei segni o segno plurimo apparirà dall'analisi che ora faremo dei principali testi biblici da loro sfruttati in questa nuova manovra. Cominciamo dalle parole di san Paolo a Timoteo in 2 Tim. 3, 1-5. Di questo testo biblico i tdG hanno scritto: “La Parola di Dio predisse che in questi "ultimi giorni " gli uomini sarebbero stati 'amanti di se stessi, senza affezione naturale, senza padronanza di sé, senz'amore per la bontà' (2 Tim. 3: 1-5). Rispondiamo: Riportiamo anzitutto per intero il testo paolino: “Sappi poi questo, che negli ultimi giorni sopravverranno tempi difficili. Infatti gli uomini saranno pieni di amor proprio, amanti del denaro, millantatori, orgogliosi, diffamatori, incontinenti, spietati, senz'amore per il bene, delatori, temerari, gonfi, amanti del piacere più che amanti di Dio, simulanti una pietà la cui vera forza disprezzano. Anche da costoro allontanati!” (Garofalo). Spiegazione: a) Notate, prima di tutto, che san Paolo non dice questi 'ultimi giorni', ma soltanto ultimi giorni, senza questi. I tdG vi aggiungono questi, e allora gli ultimi giorni', diventano nella loro astuta insinuazione i nostri giorni. L'inganno è già fatto senza che i meno accorti se ne avvedano. b) L'espressione biblica “ultimi giorni o tempi” non indica il quando della fine del mondo o l'era dell'apocalisse, ma tutto il tempo che va dalla prima venuta di Cristo sulla terra, circa duemila anni fa, alla sua seconda venuta. In Atti 1, 17, per esempio, sono detti “ultimi giorni” quelli in cui lo Spirito Santo discese sui credenti in Cristo. Parimenti san Pietro, nella sua Prima Lettera (1, 20), riferendosi alla vita terrena di Cristo dice che “si è manifestato negli ultimi tempi”. c) Ultimi tempi o  giorni in senso biblico equivalgono a un periodo indeterminabile da mente umana, che si estende dal tempo di Cristo fino alla sua seconda venuta o parusìa. Agli “ultimi tempi o giorni” in senso biblico appartiene sia l'epoca in cui visse Timòteo sia quella in cui i missionari cattolici dall'Italia portarono la Bibbia e la fede nel Regno di Dio ai popoli anglosassoni semibarbari (alto Medioevo) sia la nostra epoca; e appartengono pure tutte le epoche che verranno, compresa l'ultima, quando “cieli e terra bruceranno” (2 Pietro 3, 3-7), che solo Dio conosce (cfr. Atti 1, 8). d) Aggiungiamo ancora, a conferma della nostra spiegazione, che se Paolo voleva indicare i nostri giorni con l'espressione “ultimi giorni”, la sua raccomandazione a Timoteo di tenersi lontano dai malvagi (2 Tim. 3, 5) non  avrebbe senso. Timòteo è morto da secoli!  A lui Paolo raccomandava di tenersi lontano dagli uomini del suo tempo e chiamava quel tempo “ultimi giorni”. Il segno plurimo o composto Come già abbiamo detto, oggi le squadre geoviste, nella loro ossessiva propaganda e nello sforzo di far seguaci (il numero è denaro!), annunciano prossima la fine in base al segno composito formato da molte prove. A loro avviso, tutti gli aspetti di questo segno sarebbero visibili nell'arco di questa generazione, quella iniziata alcuni anni prima del 1914. Dunque ci siamo!   “Gesù promise che alcuni della generazione di quelli abbastanza grandi da essere testimoni del suo inizio sarebbero stati in vita quando la grande tribolazione vi avrebbe posto termine” (Matteo 24:32). Ma dove sono gli aspetti visibili del segno composito?" Ecco la verità contrapposta all'errore: I. - “Insorgerà, infatti, popolo contro popolo e regno contro regno” (Matteo 24, 7). I geovisti ci dicono che “secondo un calcolo effettuato nel 1969 dall'Accademia norvegese delle Scienze, dal 3600 a.E.V. (= avanti Cristo) a oggi il mondo ha visto 14.531 guerre”. Non è dunque vero che le parole dell'Apocalisse “Al cavaliere fu dato il potere di togliere la pace dalla terra” (Apoc. 6, 4) hanno compimento solo in queste generazioni. Tutte le epoche o generazioni, fin da tempi remotissimi, hanno subìto il castigo o flagello della guerra su scala mondiale. Basta pensare, nei secoli prima di Cristo, alle grandi potenze di Assiria, Babilonia, Persia, Egitto, Grecia col suo Alessandro Magno, Roma. Tutto il mondo allora conosciuto era in guerra con o contro una delle grandi potenze belligeranti. Le cose non sono molto cambiate dopo Cristo: Vandali, Bisanzio, Islam, Turchi, Carlo Magno, Imperatori tedeschi; poi le potenze coloniali di Portogallo e di Spagna dall'Europa fino al Giappone e nelle terre del Nuovo Mondo; poi l'Inghilterra col suo immenso impero coloniale, la Francia col suo Luigi XIV, sulle cui terre non tramontava mai il sole; poi Napoleone e la Russia coi suoi Zar. No, non è vero che la nostra epoca abbia visto o subìto più guerre rispetto alle epoche prece- denti. E' vero piuttosto il contrario nel senso che la tregua seguita alla guerra del 1939-1945 si può designare come il più lungo periodo di pace che l'umanità abbia goduto, anche se non sono mancate guerre locali con numerose vittime. Nel nostro tempo qualsiasi iniziativa di guerra è condannata da tutti i benpensanti. Prima non era così. Dispiace dirlo, ma bisogna dirlo: i tdG sono contrari ad ogni movimento pacifista. Allo scopo della loro propaganda, per poter mostrare a gente ignorante e interessata gli inesistenti segni d'una prossima fine, a loro fa comodo che si parli di guerra, che vi siano pericoli di guerra. Ma questa sì che è barbarie! La Bibbia non dice così. Quanto sono belle le parole di Gesù: Beati gli operatori di pace! (Matteo 5, 9). 2. - “In ogni luogo vi saranno carestie” (Matteo 24, 7). I tdG vorrebbero far credere che nel secolo XX l'umanità sia stata colpita da carestie in misura maggiore che nei secoli passati. Ma che cosa dicono i fatti? a) Uno sguardo al presente. Se diamo uno sguardo alle nazioni d'Europa e d'America come pure dell'Asia e dell'Africa, bisogna dire che mai l'umanità ha visto tanto benessere come negli ultimi 70 anni, dopo cioè il 1914. C'è, stata certamente fame e miseria durante e dopo le due guerre mondiali. Ma sia tra la prima e la seconda guerra, sia specialmente dopo la seconda, è andata sempre crescendo quella che si dice la società del benessere e del consumo. Oggi sia l'Europa sia l'America come pure l'Asia e in parte anche l'Africa producono tanti beni da superare il fabbisogno dei popoli di tutta la terra. Nel Medio Oriente lo sfruttamento delle immense risorse petrolifere ha arricchito quelli che una volta erano poveri. b) Uno sguardo al passato. Ecco quanto scriveva l'Enciclopedia Italiana (Treccani) nel 1931: Il Medioevo e anche l'età moderna conobbero pure forti carestie. Ricorderemo le carestie generali che afflissero l'intera Europa nell'879, nel 1016 e nel 1162; quelle che ingerirono in varie parti d'Italia nel 1334, 1591, 1632 (di cui parla il Manzoni), 1669; quella provocata in Germania dalla guerra dei contadini, le carestie inglesi del 1005 e del 1586, le carestie francesi del 1709, 1752, 1788, quella che afflisse l'Irlanda nel 1846-47, provocando l'esodo in massa della popolazione; le carestie del 1891-92, 1905, 1921 in Russia e quelle del 1887-89 e 1916 in Cina; infine, tra le terribili carestie scoppiate in tutta l'India o in vaste regioni, quelle del 941, 1022, 1033, 1149, 1790-92, 1838, 1861, 1899-1901”. Se un paragone si vuol fare tra il secolo XX e quelli precedenti il conto torna senza dubbio a favore del presente. 3. - “Vi saranno grandi terremoti” (Luca 21, 1 1). a) “Dai cataloghi sismici compiuti dai sismologi (Mallet, Perrey, Fuchs, O'Reilly, Rudolph, Montessus de Ballore, Mercalli, Baratta ecc.) e dai bollettini italiani e stranieri, che riportano le registra zioni di tutti gli osservatori sismici della Terra, si raggiunge una media di 80 scosse al giorno, ossia 30.000 terremoti all'anno sulla superficie della Terra e di questi una ventina con effetti letali per l'uomo... Quello che è certo è, che i terremoti scuotono la Terra fin dalle prime ere geologiche; è noto che i movimenti orogenetici furono massimi nell'era primaria della Terra, poi subirono una fase di quiete nel Secondario, per riprendere l'attività nel Terziario e Quaternario”. Da questi dati scientifici appare chiaro quanto sia settario il tema di propaganda dei tdG, secondo cui l'epoca posteriore al 1914 sarebbe stata caratterizzata da una recrudescenza di terremoti. Questo la scienza non lo dice. Semmai, è vero il contrario. b) Ecco ora un breve elenco dei famosi terremoti dell'epoca moderna.   5 dicembre 1456. - Napoli e Italia meridionale: 30.000 vittime. 11 gennaio 1693. - Val di Noto (Siracusa): 60.000 vittime. 1 novembre 1755. - Lisbona: 60.000 vittime. 5 febbraio 1783. - Calabria: 30.000 vittime. 13 agosto 1868. - Perù: 70.000 vittime. 27 agosto 1883.     Stretto della Sonda: 35.000 vittime. 28 ottobre 1891.    Giappone: 200.000 vittime. 15 giugno 1896.     Kamaishi (Giappone): 30.000 vittime. 8 settembre 1905.   - Calabria: 3.000 vittime. 18 aprile 1906. -   San Francisco di California: 2.000 vittime. 28 dicembre 1908.   - Messina e Reggio Calabria: 100.000 vittime. 13 gennaio 1915. -  Marsica: 30.000 vittime. 1 settembre 1923. - Tokyo e Yokohama: 300.000 vittime. 27 dicembre 1939.    Anatolia di NE: 42.000 vittime. 23 novembre 1980.     Irpinia: 9.000 vittime.   4. - “Qua e là pestilenze” (Luca 2 1, 1 1). Certo, anche nell'arco di vita delle persone oggi esistenti vi sono stati milioni di morti a causa di malattie e pestilenze. L'influenza spagnola fece morire molte persone subito dopo la prima guerra mondiale. Ogni anno milioni di persone muoiono per affezioni cardiache o di cancro. L'AIDS fa le sue vittime e crea panico dappertutto. Questo è l'aspetto negativo del fenomeno. Ma perché non dire l'altro aspetto della verità? Perché non dire che anche nei secoli passati milioni e milioni di creature umane sono state mietute dalla peste, dalla malaria, dalla tubercolosi, dalla lebbra? Perché non dire che negli ultimi decenni - dopo il 1914 - la medicina ha fatto maggiori progressi che non nei millenni che ci hanno preceduto? Perché non dire che la malaria, la tubercolosi, la peste, le febbri influenzali sono oggi controllate meglio che nel passato o addirittura scomparse? Perché non dire che oggi la media della mortalità è diminuita in tutte le parti del mondo e si pone il problema degli anziani in modo più assillante che nelle generazioni passate? 5. - “Moltiplicandosi la iniquità, si raffredderà la carità dei più” (Matteo (24, 12). Ai tdG, che strumentalizzano settariamente Matteo 24, 12, rispondiamo con la Bibbia e con un breve riferimento alla storia. a)  Parlando  alla  folla  accorsa a Gerusalemme da ogni parte della terra san Pietro disse: “Guardatevi da questa generazione perversa” (Atti 2, 40). Dunque anche allora illegalità e criminalità dilagavano dovunque in modo tale che quella generazione era qualificata come perversa .Alcuni decenni dopo san Paolo scrisse a Timoteo nei termini che conosciamo (pp. 49-50). Dunque anche nel primo secolo dell'Era Cristiana vi era tanta malvagità! b) E ve ne fu, non meno di,  oggi, nei secoli che seguirono. Pensate ai disordini sociali durante la decadenza dell'Impero Romano (secolo quarto e quinto). Pensate ai Vandali, la cui efferatezza diede origine alla parola vandalismo. Pensate al Medio Evo coi suoi odi e vendette fino al sangue tra famìglie e famiglie, tra città e città. Pensate agli Innominati e ai don Rodrigo dell'epoca moderna coi loro bravi e i loro crimini contro persone incrini ed indifese. Pensato al banditismo, alle società segrete del secolo scorso. c) Ma dobbiamo anche ammettere onestamente che anche nella nostra epoca vi è tanta brava gente - e sono i più! - amante del bene e della pace, laboriosa, onesta, sinceramente avversa a qualsiasi forma di criminalità, e con una forte. carica di amore. Appartengono alla nostra epoca quei milioni e milioni di persone, giovani, adulti, donne, d'ogni nazione e d'ogni lingua che protestano contro ogni tipo di malavita organizzata, o dedicano parte o tutta la loro vita al servizio del prossimo, specie degli emarginati, handicappati, tossicodipendenti, lebbrosi. La Chiesa Cattolica e le comunità veramente cristiane assistono milioni di persone, senza distinzione di fede, in migliaia di ospedali, pensionati per anziani, orfanotrofi, e centri di assistenza di ogni tipo. Lo fanno non per politica, come malignamente van dicendo i tdG, ma unicamente perché Cristo ci ha insegnato di vedere Lui stesso in ogni uomo che soffre (cf. Matteo 25, 34-40). I tdG non fanno nulla di tutto questo. Il segno dei segni Dicono i geovisti: Il messaggio del regno è predicato in oltre 200 paesi e isole. Ora, secondo Matteo 24, 14, questo è un segno che Geova metterà fine all'intero sistema di cose malvagio. Dunque ci siamo! Come rispondere? 1 - Vediamo come di fatto stanno le cose. Facciamo solo alcuni esempi: - In India e nel Bangladesh, in mezzo a una popolazione di 900 milioni di creature umane, c'erano nel 1986 solo 7203 tdG, uno per ogni 100 mila abitanti in India, e per 4 milioni e mezzo in Bangladesh. Quanti indiani hanno avuta predicata la buona notizia del regno? Quanto tempo deve ancora passare prima che abbiano la possibilità di sentirla e decidersi a favore o contro Geova? Oppure Geova li stritolerà nel nulla eterno in un prossimo futuro, entro questa generazione? Che razza di dio crudele è questo Geova? - In Algeria, in mezzo a una popolazione di 22 milioni di abitanti, vi erano nel 1986 solo 43 Proclamatori geovisti, uno su 5 1 1000 persone. Quante di queste hanno ricevuto il messaggio del regno? E che dire della Cina"e della Russia dove la popolazione raggiunge complessivamente un miliardo e 300 milioni di abitanti e dove la propaganda geovista è quasi inesistente? Com'è possibile vedere avverata la profezia di Gesù “E questa buona novella del regno sarà proclamata per tutta la terra, in testimonianza in tutto il mondo. Allora verrà la fine?” (Matteo 24, 14, Garofalo). - E le cose non stanno diversamente nelle altre parti della terra. In tutto il mondo i tdG sono circa 3 milioni, lo 0,06 per cento dell'intera popolazione globale (5 miliardi). Una goccia nell'oceano! Mentre è imminente (al dire dei geovisti) Armaghedon, col tremendo giudizio di un dio vendicativo (Geova), solo una infinitesima parte delle creature umane ha avuta predicata la buona notizia del regno. 2. - Questo, comunque, non è un problema per i tdG. A loro avviso, non sarebbe un proposito dell'amorevole Geova che tutte le genti arrivino alla conoscenza del Vangelo. Per salvare la faccia, i geovisti sono del. parere che solo delle persone, ossia soltanto alcune persone da tutte le nazioni, debbano essere fatte discepoli di Cristo. Per giustificare questa loro eresia, i geovisti hanno corrotto la Bibbia, manomettendo il testo di Matteo 28, 19, che dice: “Andate, dunque, istruite tutte le genti” (Garofalo). il testo greco originale ha: pantatàéthne, che vuol dire tutte le genti. I tdG hanno tradotto: “Andate e fate discepoli delle persone di tutte le genti”, oppure, più recentemente: “Fate discepoli di persone di tutte le nazioni”; l'errore o eresia o corruzione della Parola di Dio rimane immutato.   Siamo ora nel “tempo della fine?” In base alle spiegazioni e prove bibliche date finora appare chiaro quanto sia equivoca e ingannevole l'espressione geovista.- Ora siamo nel tempo della fine. Si tratta d'un inganno. Per scoprirlo facciamo alcune precisazioni: a) Si può' dire che siamo “nel tempo della fine” solo perché anche il nostro tempo appartiene agli' ultimi tempi, ossia all'epoca ultima della storia umana, iniziata con la venuta di Cristo sulla terra 1987 anni fa, e che sarà conclusa con la sua seconda venuta. Ma è antiscritturale e quindi errato insinuare o affermare esplicitamente che il nostra tempo sia “il tempo della fine - come se fosse prossima, imminente la fine di questo sistema di cose malvagio. I tdG hanno fatto sbagli nel loro intendimento di quello che sarebbe accaduto alla fine di certi periodi di tempi; la loro insistenza su una prossima fine è solo una orchestrata propaganda per ingannare la gente. Continuano a voler sbagliare! b) Gesù ha previsto questo uso disonesto della sua Parola e perciò avvertì: “.Badate a non farvi ingannare. Molti verranno in nome mio dicendo: " Sono io! " e: " Il tempo è giunto Non li seguite. Ma quando sentirete parlare di guerre e di sconvolgimento, non vi sgomentate: deve, infatti, prima accadere tutto questo, ma non è subito la fine” (Luca 2, 8-9; Garofalo'cf. Marco 13, 5-8; Matteo 24, 4-6)”. Raramente, forse mai, troverete citate queste parole nei libri e nelle riviste dei tdG. Dalla bocca stessa di Gesù siamo, dunque, avvertiti che le guerre, le carestie, i terremoti, le persecuzioni ecc. non sono segni (segno composito) d'una prossima fine. “Deve, infatti, prima accadere tutto questo, ma non è subito la fine”. c) Deve  accadere tutto questo, vale a dire tutti questi eventi dolorosi avranno ancora luogo durante gli ultimi tempi, fanno parte del piano provvidenziale di Dio per condurre gli uomini alla salvezza. In altre parole, questi eventi straordinari appartengono alla storia - a tutta la storia - anche a quella iniziata con la venuta di Cristo, e sono segni della caducità del tempo presente. Dio vuol avvertirci continuamente che “Non abbiamo qui una città permanente, ma ne cerchiamo una futura” (Ebrei 13, 14, Garofalo). Giustamente è stato osservato: “Ogni epoca ha i segni predetti da Cristo affinché gli uomini pensino che la loro epoca sia quella della venuta del Signore e siano pronti. Ma la vera data della sua venuta Cristo non l'ha voluto dire”. Perciò Gesù ha concluso il suo discorso dei segni con le parole tante volte ricordate: “Quanto poi a quel giorno e a quell'ora, nessuno ne sa nulla, neppure gli angeli del cielo, né il Figlio: lo sa sol- tanto il Padre” (Matteo 24, 36, Garofalo; cf. Marco 13, 32). La creatura umana deve solo attendere - con grande fede e umiltà - vigilante e operosa. Ma l'umiltà è la virtù che manca assolutamente ai tdG. “Parola di Qoélet, figlio di David, re di Gerusalemme: Non dire: " Perché in passato andava meglio che non ora?", perché non è da saggio una tale domanda I” (Qoélet 7, 10; Garofalo). “Niente è nuovo sotto il sole” (Qoélet 1, 10).
Ev - Testimoni di G.: Geova, chi era costui?
di Nicola Tornese. OPUSCOLO N° 3 DELLA PICCOLA COLLANA "I TESTIMONI DI GEOVA".

Nota: La truffa continua Elenchiamo ora i principali errori - truffa, coi quali ancora oggi il Corpo Direttivo tenta di oscurare la verità.   1 - L'errore: “"Geova" è la versione italiana del Tetragramma ebraico (JHVH), che significa "Egli fa divenire"”.   La verità: a) La parola “versione” vuol dire “traduzione in altra lingua” (Nicola Zingarelli), ossia dare il significato d'una parola di lingua diversa nella propria lingua. Un alunno di scuola media o superiore fa la versione dall'inglese o dal greco o dal francese quando dà in lingua italiana il significato delle parole e frasi inglesi o greche o francesi. “Versione” è lo stesso che “traduzione”. Dire perciò che “Geova” è la versione del Tetragramma e ggiungere che significa “Egli fa divenire” equivale a confondere  volutamente le idee. “Geova” non è né versione né traduzione del tetragramma, ma è una sua “trascrizione” errata. b) Il significato del tetragramma, ossia la sua versione o traduzione è “Egli è”, oppure al limite “Egli fa divenire”. La parola “Geova” non è traducibile, non ha “versione” o “traduzione” per- ché non ha alcun significato. Ha scritto un ex testimone di Geova, che sa' il fatto suo: “Se sostituiamo YHVH con “Yehowah”, quest'ultimo in ebraico (e in nessun'altra lingua), non significa nulla” I tdG cadono nella più grossa irriverenza verso Dio quando insistono - e lo fanno sempre - che bisogna chiamarlo con un nome - Geova appunto - che non ha nessun significato.   2 - L'errore: “Dove si trova il nome di Dio in alcune delle principali traduzioni bibliche?” 40.   La verità: a) La forma - Geova” non si trova in nessuna traduzione biblica degli ultimi cinquant'anni, eccetto naturalmente nella Bibbia e negli scritti dei tdG. Il Corpo Direttivo cita sempre traduzioni fatte tra il 1530 e il 1930, come quella di Antonio Martini (Torino -1769-1781), di Giovanni Diodati (Ginevra 1607), del dr. Giovanni Luzzi (Roma 1911-1930). La stessa cosa vale per le traduzioni in altre lingue. Sono state fatte quasi tutte nell'ex impero coloniale inglese da Bibbie anglosassoni, tra il secolo XVI e XIX. Ecco l'inganno! Prestare attenzione. Nelle traduzioni della Bibbia anteriori al 1530 non si trova la forma “Geova”. b) Stando così le cose, quando il Corpo Direttivo insiste che la forma “Geova” è preferita perché nota e comune e largamente diffusa a differenza di “Yahweh”, afferma una cosa non vera e continua a ingannare persone incapaci di accertarsi di ogni cosa o che non vogliono usare più il proprio cervello.   3 - L'errore: “Un tempo il nome di Dio, rappresentato dal Tetragramma, era usato nella decorazione di molti edifici religiosi.   La verità: a)  Il fatto che il sacro tetragramma era usato nelle decorazioni di molti edifici religiosi non com- porta che il nome di Dio sia “Geova”. Il tetragramma va letto Jahve, non Geova. b) Se poi in alcuni edifici religiosi anche cattolici (chiesa di S. Agata a Santhià di  Vercelli,  presbiterio di Vezzo, duomo  di  Fossano  ecc.)  si  trova  la  forma “Jehova”, non bisogna dimenticare che tutte queste iscrizioni risalgono al tempo in cui anche i cattolici credevano che “Geova” fosse la trascrizione esatta del tetragramma, vale a dire tra il secolo XVI e XIX. Nessuno ha scritto “Geova” negli ultimi cinquant'anni né lo scriverà mai, eccetto i suoi testimoni.   4 - L'errore: “"Geova" è la pronuncia più nota e tradizionalmente accettata, essendo stata in uso per secoli nella lingua ita- liana. Vedi alla voce "Geova' il Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, XI ediz.; il Novissimo Dizionario della Lingua Italiana, di Fernando Palazzi; il Dizionario della lingua italiana, di Devoto e Oli”   La verità: a) Sì, la pronuncia “Geova” è nota e comune e largamente diffusa, ma solo nella Bibbia e negli scritti e nella propaganda dei tdG. Centinaia di milioni di veri cristiani che leggono e conoscono la Bibbia meglio dei geovisti non chiamano “Geova” il Dio della Bibbia. Essi sanno che Geova è una pronuncia sbagliata. Hanno corretto onestamente l'errore a differenza degli aderenti alla setta geovista. b) Il fatto poi che “Geova” sarebbe la pronuncia tradizionale aggrava la situazione. I tdG si scagliano contro coloro che fanno uso della tradizione. Come mai proprio essi si appellano alla tradizione? Sono dunque tra coloro ai quali Gesù ha detto: “Avete annullata la Parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti ... !” (Matteo 15, 6-7). Che se poi il ricorso alla tradizione ha qualche valore, bisogna dire che la pronuncia Jahve ha dietro di sé una tradizione di millenni, mentre quella errata di “Geova” ha avuto inizio quattro secoli fa (nel 1530) e si è rivelata errata fin dal principio del nostro secolo. c) -Il ricorso ai Dizionari di lingua italiana è una scappatoia buona per gli ignoranti. Infatti, chi ragiona e capisce, sa benissimo che il dizionario linguistico ha solo il compito di far conoscere il significato d'una parola, che si può incontrare nei libri del passato e del presente. Tale è il caso di “Geova”. Lo Zingarelli ed altri vi dicono che quando in qualche scritto trovate la parola “Geova”, essa indica (o indicava) il nome di Dio d'Israele. Il dizionario linguistico non entra in merito agli eventuali errori di pronuncia. Questo spetta ai dizionari specializzati e aggiornati, nel caso specifico ai Dizionari biblici e anche di cultura generale. Nessuno di questi vi dice oggi che il nome di Dio è “Geova”. Lo Zingarelli, a saperlo leggere, vi fa capire che Geova risulta dalla fusione del tetragramma (JHVH) con le vocali di Adonai (Signore).   Gesù e Geova L'errore: I tdG riconoscono che gli israeliti probabilmente pro- nunciavano il nome di Dio “Yahweh”. Se tale è il caso - aggiungono - non sarebbe meglio usare la forma che potrebbe avvicinarsi di più alla pronuncia originale? Non necessariamente, perché questo non è ciò che di solito si fa con i nomi biblici. Come esempio principale, prendiamo il nome di Gesù Forse lo chiamavano Yeshua (o forse Yehoshua). Una cosa è certa: non lo chiamavano Gesù. Comunque, quando i racconti della sua vita furono scritti in greco, gli scrittori ispirati resero quel nome ebraico in greco, lesoùs. Oggi viene reso in modo diverso secondo la lingua dei lettori. Gli spagnoli trovano nella loro Bibbia Jesùs. Gli inglesi Jesus (si pronuncia Gisus). Anche i tedeschi scrivono lesus (ma lo pronunciano lèsus). E lo stesso può dirsi del nome Geova .   La verità: a) Prendiamo atto che gli Israeliti probabilmente pronunciavano “Yahweh”. E' dunque ragionevole usare questa pronuncia per il fatto che non c'è nessuna lettura valida della Bibbia, nessun documento anteriore al 1530 d.C., che giustifichi co- me probabile la pronuncia Geova. b)Ciò che di solito si fa coi nomi biblici è conservare la pronuncia più corrispondente all'originale. Il caso del nome di Gesù ne è una prova. Anche se gli Israeliti forse pronunciavano Jeshua, noi abbiamo nella Bibbia la pronuncia Jesous (greco) numerose volte. Chi ha dato questa pronuncia, conosceva bene sia l'ebraico che il greco. Possiamo essere certi che Jesous riproduce la Pronuncia più probabile dell'ebraico Jeshua. In effetti, il greco Jesous conserva fedelmente non solo le consonanti, ma anche le vocali di Jeshua (e ed u), che danno la pronuncia esatta d'una parola in ogni lingua: Jesus (latino), Gesù (italiano), Jesùs (spagnolo), Jesus (tedesco), Jesus (inglese). Il fatto che gli inglesi pronuncino Gisus non cambia le cose: anche in inglese abbiamo le stesse vocali. c) Non così Geova. Nessun traduttore greco ha dato la pronuncia Jehova o Geova aul tetragramma. In Geova o Jehova le vocali dell'originale a ed e sono scomparse. Al contrario, più di un autore greco dell'antichità ci ha conservato la pronuncia corrispondente all'originale (Jaouè, Jabè). Lo stesso Processo va fatto per tutti i nomi biblici. il ragionamento dei tdG è un cumulo d'equivoci, cioè un inganno. Prestare attenzione!   PARTE TERZA SIGNIFICATO DEL NOME DIVINO   Interesse maggiore Conoscere l'esatta pronuncia del Nome divino è per noi di secondaria importanza. E lo stesso si deve dire per chiunque si accosta alla Bibbia con serietà e amore per la verità. Se ci siamo soffermati a dare alcune spiegazioni, a fare delle precisazioni, ciò l'abbiamo fatto soprattutto per mettere a nudo gli errori e i cavilli dei tdG. Astutamente essi tentano di capovolgere la situazione, di tenere la gente nell'ignoranza, per far credere agli ingenui che la verità si trovi tutta e solo dalla loro parte. Le cose stanno in modo completamente diverso. Non è la Chiesa Cattolica, ma sono loro - i geovisti - che non sanno o non vogliono dare alla gente la vera conoscenza della Bibbia. Essi preferiscono creare confusione, confondere le idee, mettere in crisi allo scopo di far seguaci perché il numero è denaro. Per chi cerca sinceramente la verità è di maggiore interesse conoscere il significato del Nome divino. Ciò porta alla vera conoscenza del Dio del- la Bibbia e fa constatare quanto sia distorta e peggio quella che di Lui propinano i tdG. Questo ora noi faremo a beneficio di quanti cercano la verità.   Il nome nella Bibbia 1 - Ripetiamo ancora una volta quanto già abbiamo detto, che il nome nello stile biblico non è un segno convenzionale, una parola per distinguere una persona da un'altra come avviene presso di noi. Nella Bibbia il nome serve a indicare, nel suo essere e nel suo operare, la persona che lo porta. “Nell'Antico Testamento, lungi dall'essere una semplice etichetta, una pura descrizione esteriore, il nome esprime la realtà profonda dell'essere che lo porta . Tutto questo si applica al Nome divino. L'essenziale, perciò, è conoscere “Chi è Dio in se stesso” e “Chi vuol essere per l'uomo”. Questo si ottiene conoscendo il significato profondo di Jahve, ossia del sacro tetragramma, Nome con cui Dio ha qualificato se stesso e la sua opera per il suo popolo. 2 - La risposta a questa questione l'abbiamo già data, ma giova ripeterla. Tradotto in lingua italiana Jahve significa Egli è oppure lo sono oppure Colui che è. Il Nome divino, ossia il Nome proprio del Dio della Bibbia, ci fa capire che “Dio è Colui che ha in sé la pienezza dell'Essere”, ossia tutte le perfezioni, senza limiti e misura. Va notato tuttavia che Dio rivela a Mosè il proprio Nome nel momento in cui lo manda a liberare il popolo d'Israele - il suo Popolo - dalla schiavitù del faraone (cfr.  Esodo 3, 7-12; 6, 6-8). Questo particolare ha la sua   importanza perché, rivelando proprio allora il suo   nome, Dio intende far capire il proposito della sua  volontà, che è la salvezza del Popolo. Mettendo insieme  le due cose, possiamo affermare che Jahve significa Colui che è per salvare. in altre parole, il Dio della Bibbia fa conoscere all'uomo la pienezza del suo essere in vista della salvezza che Egli intende dare. Essere e salvare, ossia essere per salvare, caratterizzano la personalità di Jahve, il Dio della Bibbia. “Questo è il mio Nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” (Esodo 3, 15).   Ho fatto conoscere Il tuo Nome Alla luce di queste precisazioni possiamo capire meglio che cosa intenda la Bibbia quando dice che bisogna conoscere il Nome divino, soprattutto possiamo comprendere con gioia che cosa ha voluto dire Gesù con le parole: “Ho fatto conoscere il tuo Nome” (Giovanni 17, 6).   a) Negativamente “conoscere il Nome divino” non vuol dire che sia necessario sapere la parola Geova e ripeterla continuamente “per essere identificati con quelli che Dio trae per essere un popolo per il suo nome”. A conferma vale il fatto che Gesù non ha detto ai discepoli di rivolgersi a Dio, chiamandolo iahve (e tanto meno Geova). Gesù ha preferito chiamare Dio col nome di Padre (Abbà): “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto (    ... ). lo ho fatto conoscere loro il tuo Nome e lo farò conoscere” (Giovanni 17, 25-26). E ai discepoli Gesù aveva insegnato di pregare, invocando Dio come Padre: “Padre nostro che sei nei cieli...” (Matteo 6, 9). b) Positivamente “conoscere il Nome divino” vuol dire: - credere e professare che solo il Dio della Bibbia così come si è rivelato mediante Gesù Cristo è il vero Dio - Uno e Trino - (cf. Matteo 28, 18-20; Giovanni 10, 30; 1 Giovanni 5, 20; Apocalisse 22, 13 ecc.); - credere e professare che il proposito o piano operativo di Dio è la salvezza di tutti gli uomini (cfr. 1 Timoteo 2, 3-7). Egli ama tutti con uguale amore e provvidenza senza prefabbricate discriminazioni (cfr. Romani 2, 11). Il Dio della Bibbia distruggerà solo le potenze del male (cfr. 1 Corinzi 15, 25-28), non le creature umane, che egli ha creato perché vivano e siano felici; - credere con la mente e col cuore nella Paternità di Dio. Nell'insegnamento dei Figlio Unigenito Dio è soprattutto Padre. Gesù Cristo, come nessun altro mai, ha rivelato all'uomo il volto paterno di Dio, giusto e misericordioso.   Rivelando che Dio è soprattutto Padre, Gesù Cristo non ha fatto altro che esplicitare il significato profondo del Nome divino (Jahve). E l'ha fatto con autorità. Padre è colui che dà la vita e la incrementa in virtù di un atto di amore che non conosce limiti di ternpo. Jahve è la Fonte della vita e della salvezza, che segue e quasi persegue l'uomo fino alla sua maturità nel Regno di Dio e il raggiungimento della stabile dimora nella Casa del Padre. Questo e non altro voleva intendere Gesù con le parole: “Ho fatto conoscere il tuo Nome”, come ci assicurano i migliori commentatori della Bibbia.   La Bibbia di Gerusalemme: “Il Cristo fu mandato per rivelare agli uomini il 'nome', cioè la persona del Padre”. “'Il tuo nome' designa, la persona stessa del Padre”.   La Sacra Bibbia di Salvatore Garofalo: “li nome persona in ebraico) è Dio stesso in quanto Padre di un Figlio unico a lui uguale, e di tutti gli uomini”46.   La Sacra Bibbia a cura dell'Istituto Biblico di Roma: “Gesù ha manifestato agli uomini che Dio è Padre e che ha un Figlio, mistero, che prima di Gesù era ignorato dagli uomini” 47.   La Bibbia TOB: “La missione di Gesù non consiste nel trasmettere una parola nuova, ma nel far percepire la realtà del Padre attraverso ciò che egli dice, attraverso ciò che fa e che è” 48.   L'elenco potrebbe continuare.   Natura fisica di Dio    1 - Dio non ha corpo.  L'errore:  A parere dei geovisti “non esiste intelligenza senza una mente. E sappiamo che se c'è una mente ci dev'essere un cervello in un corpo di forma ben definita. La grande mente che ha creato ogni cosa appartiene a quella grande Persona che è l'Iddio Onnipotente. Anche se non ha un corpo materiale, ne ha uno spirituale. Una persona spirituale ha un corpo? Sì, la Bibbia dice: "Se vi è un corpo fisico, ve n'è anche uno spirituale". - 1 Corinti 15: 44; Giovanni 4:24” .   La verità: a) In 1 Corinzi 15, 44 san Paolo parla solo del corpo umano, del corpo del primo uomo, Adamo, e del corpo di tutti coloro che risorgeranno col corpo glorioso o spirituale o non carnale, come fu quello di Cristo, in quanto uomo. Cristo è primizia di coloro che sono morti (1 Corinzi 15, 20) e che alla sua venuta risorgeranno col corpo per essere simili al suo corpo glorioso (cfr. Filippesi 3, 21). E' semplicemente assurdo voler ricavare dalla parola di san Paolo che l'Iddio Onnipotente debba a- vere un corpo sia pure spirituale. b) La Bibbia dice tutto il contrario. In Giovanni 4, 24 Gesù dice alla samaritana “Dio è spirito” e lo Spirito non ha né carne né ossa, non ha un cervello in un corpo di forma determinata. Se Dio avesse un corpo di forma determinata, poteva essere localizzato o sul monte Garizim come volevano i samaritani o a Gerusalemme come pretendevano i Giudei.   2 - Dio è onnipresente.  L'errore:  “Essendo una persona con un corpo spirituale, Dio deve avere un luogo in cui vivere. La Bibbia dice che i cieli sono "lo stabilito luogo di dimora" di Dio (1 Re 8:43). Ci è anche detto che "Cristo entrò   ... nel cielo stesso, per apparire ora dinanzi alla persona di Dio, per noi" (Ebrei 9:24).    La verità: a) Ricordiamo anzitutto che una conoscenza elementare della Bibbia  fa rapire  che le espressioni “nei cieli”, “sul trono” e simili non vanno prese in senso letterale. Sono solo immagini per indicare che Jahve è al di là e al di sopra dì ogni realtà creata, anzi di ogni concezione umana: indicano la trascendenza assoluta di Dio. Questa idea altissima del Dio della Bibbia faceva dire a Mosè: “Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore (Sahve) è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra” (Deuteronomio 4, 39)     ' E Salomone, nell'atto di consacrare il tempìo di Gerusalemme, esclamava: “Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che ti ho costruitala (1 Re 8, 27). Dio è dovunque! b) Anche il testo di Ebrei 9, 24 non comporta assolutamente che Dio abbia un corpo e una dimora fissa, un luogo stabilito. L'autore sacro vuol dire semplicemente che Cristo si è immolato una sola volta; dopo di che è rientrato nella sfera dell'invisibile, del divino, dove continua a intercedere per noi (cfr. Ebrei 7, 25; Romani 8, 34). Essere dinanzi alla persona di Dio, o al sospetto di Dio o davanti a Dio non comporta assolutamente che Dio abbia un corpo di forma ben definita o che la sua dimora sia in un luogo determinato dei cieli.   L' errore: Si chiedono i geovisti: “Se Dio vive in un determinato luogo ,del  cielo, come fa a vedere tutto a esercitare dovunque il suo potere? .. La risposta è molto semplice: Pur stando nei cieli, in uno stabilito luogo di dimora, egli invia il suo spirito, la sua forza attiva, a compiere qualsiasi cosa egli voglia. Come “una centrale situata in un determinato luogo distribuisce l'elettricità a tutta la zona” .   La verità: a) Veramente la Bibbia dice semplicemente: “Dio è Spirito” (Giovanni 4 24). In Lui Divinità e Spirito si identificano, anche se lo Spirito di Dio si è fatto conoscere come una Persona distinta. Dov'è dunque lo Spirito di Dio, ivi è pure Dio, tutto Dio. Dio è presente là dove è presente il suo Spirito: “Dove andare lontano dal tuo Spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell'aurora per abitare all'estremità dei mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra” (Salmo 139, 7-10). Parimenti san Paolo affermava davanti ai dotti ateniesi che Dio - proprio Dio - non è lontano da ciascuno di noi (cfr. Atti 17, 27). San Paolo non parla di spirito proiettato da Dio. Parla dell'unico, immenso, onnipresente Dio, che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere. b) L'immagine che il Corpo Direttivo dà dell'Iddio Onnipotente è irriverente e ridicola: lo rassomiglia a una centrale elettrica o a una grande bombola di gas, da cui si sprigiona energia elettrica o un fluido misterioso. Ma questa è pura immaginazione, che non ha nulla a che vedere con la sublime e inafferrabile onnipresenza di Jahve.     3 - Dio non ha sensi. L'errore: A parere dei geovisti, Geova è incorruttibile Persona spirituale, con sensi di vista, udito ecc. A conferma citano alcuni versetti biblici: “Riguardo a Geova, i suoi occhi scorrono tutta la terra per mostrare la sua forza a favore di quelli il cui cuore è completo verso di lui” (2 Cron. 16:9). “Gli occhi di Geova sono in ogni luogo, vigilando sui cattivi e sui buoni” (Prov. 15:3). E altri ancora.   La verità: a) A parte il fatto che mediante i testi biblici accuratamente selezionati i tdG danno di Geova la immagine d'un poliziotto sempre vigile alla difesa dei giusti (che sarebbero loro) e alla punizione dei malvagi (che saremmo tutti gli altri), dire che Dio sia una Persona spirituale dotato dì sensi (vista, udito ecc.) è una contraddizione. La vista, l'udito, i sensi in genere sono organi di conoscenza propri della creatura composta di spirito e materia. Dio è solo Spirito (Giovanni 4, 24). Dire sensi è lo stesso che dire dipendenza e condizionamento dalla materia. Jahve è al di sopra di ogni raffigurazione umana.- “Non dobbiamo pensare che la divinità abbia qualcosa della immaginazione umana” (Atti 17, 29). b) Buona parte dei tdG - quelli che nelle sale del regno recepiscono passivamente tutto ciò che dicono i loro maestri comandati sono convinti che il loro Geova se ne stia su un trono o di oro o di marmo o di legno pregiato situato nella stratosfera, sulle nostre teste. Da lì egli dispensa sorrisi e abbondanti benedizioni (quali?) ai membri della setta, e solo ad essi; mentre per gli altri - tutti gli altri! - ha solo rampogne e maledizioni, e tra non molto assai di peggio!   La moralità di Jahve L'errore:  A sentire i tdG, chi non conosce e non usa il nome di Geova non può essere identificato con quelli che Dio trae per essere il suo popolo". Che cosa significano queste parole? Che per essere ben voluti e non odiati da Geova bisogna far parte, di buona o di mala voglia, della setta che da lui prende il nome. Chi ne è fuori per esplicito rifiuto (e sono tanti!) o per ignoranza, sarebbe un immorale, un empio, un operatore di iniquità, oggetto dell'odio di Geova e destinato alla distruzione eterna. “Chi abbandona Geova perirà!”. E' questo il minaccioso monito martellato con ossessiva pertinacia da La Torre di Guardia, organo ufficiale della setta geovista. Nel 1973 scriveva: “L'ira di Dio (= Geova) è specialmente accesa con- tro la cristianità. Sarà spazzata via mediante il fuoco tra breve. Nessuno deve provar simpatia e far cordoglio su di essa, Geova non lo vuole”.   E il terribile Rutherford, il secondo presidente della società geovista, aveva rivolto a Geova la sua preghiera: “O Geova, Eterno degli eserciti, non mostrare misericordia. Distruggili nella tua ira, distruggili e non siano più” .  Questo equivale a dire che Geova è un dio crudele!   La verità:  Vogliamo fare alcune considerazioni: a) Dei circa quattro miliardi di creature umane oggi viventi sulla terra solo una infinitesima percentuale appartiene alla setta geovista. La stragrande maggioranza degli uomini d'oggi - della nostra generazione - non sono testimoni di Geova e mai lo saranno. Centinaia di migliaia, anzi milioni, si sono dissociati dalla setta perché disillusi e disgustati dei suoi insegnamenti e del suo comportamento settario. Altri hanno avuto e hanno bbastanza intelligenza per capire la vacuità della propaganda geovista e la inconsistenza delle sue promesse: promette un paradiso terrestre prossimo, imminente, ma sempre rimandato dopo la mancata scadenza. Centinaia di milioni sono abbastanza equilibrati e si beffano giustamente delle minacce dei geovisti. Credono in Dio, ma non in Geova! Perché questi miliardi di creature umane devono essere odiati da Dio? Perché devono essere qualificati come criminali, immorali, ipocriti, corrotti? b) La Bibbia non giustifica, anzi condanna il comportamento dei tdG: “Spetta forse a voi giudicare quelli di fuori? Quelli di fuori li giudicherà Dio” (1 Corinzi 5, 13; cf. Romani 14, 4; Giacomo 4, 11). Ci dispiace dirlo, ma una lunga esperienza coi geovisti sia mediante la loro velenosa propaganda, di cui è piena La Torre di Guardia, sia mediante l'amara e spesso tragica esperienza, fatta in mezzo a loro da persone oneste, onestissime, che hanno abbandonato la setta, ci autorizza a dire che i tdG hanno degradato in modo blasfemo l'altissima levatura morale del Dio della Bibbia, riducendolo a un piccolo dio tribale, assetato di odio e di vendetta.   La testimonianza di un ex-testimone Tra le centinaia di migliaia, che in questi ultimi anni si sono dissociati dalla società geovista, uno dei più noti è il tedesco Gúnther Pape. Dopo matura riflessione assai sofferta divenne cattolico. In un libro di larga diffusione racconta la sua esperienza e scrive tra l'altro: “Di quale religione ti professi. Sei cattolico? Evangelico? Fai parte d'una delle tante sette cristiane? Sei un seguace di Maometto? Di Budda? 0 di qualche dottrina non cristiana? Sappi dunque che sarai annientato nel giorno di Armaghedone (Apoc. 16). Perché? Perché quello che tu preghi, in realtà, è Satana, l'avversario di Dio. Così ho predicato io, questo annunciano ancora oggi i testimoni di Geova”. Geova, dunque, il dio della setta geovista, ha predisposto che l'umanità fosse divisa in due gruppi: uno dei suoi, dei puri, dei salvati; l'altro, quello di satana, cioè dei non-testimoni, malvagi ed empi, destinati inesorabilmente allo stroncamento eterno.     La grande meretrice Come già abbiamo accennato, l'ira di Geova è accesa specialmente contro la cristianità, e in modo particolare contro la Chiesa Cattolica, rea di essere la grande diffamatrice del suo nome. “Diffamatrice del suo nome” vuol dire che centinaia di milioni di veri cristiani rifiutano di accettare gli errori geovisti ed evidenziano, Bibbia alla mano, quanto essi siano radicalmente contrari agli insegnamenti genuini della Bibbia. Hanno scritto: “Oggi la cristianità ha mille milioni di aderenti. In modo significativo Gesù predisse che, al tempo della sua presenza al potere del Regno, non pochi, ma molti professanti cristiani lo avrebbero supplicato, dicendo: 'Signore, Signore, non abbiamo profetato in nome tuo, e in nome tuo espulso i demoni, e in tuo nome compiuto opere potenti?'. Saranno come estranei per Gesù, che risponderà: 'Non vi ho mai conosciuto! Andatevene da me, operatori di iniquità' - Matteo 7.22-23”.   Due osservazioni a riguardo di questo velenoso linguaggio de La Torre di Guardia:   La prima.  Nel testo citato di Matteo (7, 22), è detto che le terribili parole di condanna saranno pronunciate da Gesù in quel giorno, ossia nel giorno dell'ultimo giudizio (cfr. Matteo 25, 31). Non deve dunque qualificarsi come una presunzione inqualificabile il voler anticipare quel giudizio? Il voler sostituirsi all'Unico Giudice dei vivi e dei morti? (cfr. Giovanni 5, 22-27; Atti 17, 31; Apocalisse 2, 23).   E da parte sua san Paolo avverte: “Non vogliate giudicare innanzi tempo di alcuna cosa finché non venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e farà palesi i disegni dei cuore, e allora ciascuno si avrà da parte di Dio la sua lode” (1 Corinzi 4, 5).   Fedeltà alla Bibbia esige che il vero cristiano attenda quel giorno prima di pronunciare sentenze di condanna nei riguardi degli altri. Ma questa fedeltà alla Parola di Dio manca ai tdG. Essi usano ed abusano della Bibbia per propagandare i loro errori, tra i quali domina un autentico odio verso chi non si piega alla loro prepotenza.   La seconda.  E' poi vero che molti professano, cristiani saranno come estranei a Gesù? Facciamo qualche esempio: - Siete una madre di famiglia che crede in Gesù, Figlio di Dio e Nostro Salvatore; come voi ve ne sono centinaia, migliaia, decine di migliaia in ogni continente; tutte si sforzano di vivere secondo il Vangelo, compiendo fedelmente la propria missione di sposa e di madre, a costo spesso di grandi sacrifici. Perché queste pie e oneste madri di famiglia dovrebbero essere estranee a Gesù Cristo e meritevoli della sua condanna? - Siete un operaio, un contadino, un professionista, un impiegato, uno studente... Vi . impegnate a fare coscienziosamente il vostro dovere perché credete in Gesù Cristo, il Maestro ineguagliabile, e avete scelto la via della salvezza nella Chiesa Cattolica. Siete convinto della vostra fede. Perché dovreste essere un ipocrita, un malvagio, un operatore di iniquità? - Siete un ex-testimone di Geova. Avete abbandonato la setta - come hanno fatto centinaia di migliaia! - perché avete voluto vedere coi vostri occhi, rompere la gabbia di ferro in cui i tdG chiudono i loro associati; e vi siete reso conto che la loro spiegazione della Bibbia è incompleta, falsa, ingannatrice. Ora avete la coscienza di essere nella verità e di vivere in modo conforme ai veri insegnamenti di Cristo. Perché dovreste essere tra coloro che Cristo non riconoscerà come suoi? Vi sentite veramente un Giuda come i geovisti vi qualificano.    Dio è Amore (1 Giovanni 4, 8)  Anche i tdG dicono che Dio è Amore. Non possono non dirlo. Il punto, comunque, è vedere in che senso essi intendono la meravigliosa definizione di Dio data da san Giovanni: Dio è Amore.   L'errore: I tdG sono d'avviso che Dio o piuttosto Geova è amore perché usa la sua potenza per un giusto scopo e per il bene di quelli che amano ciò che è giusto. E qual è questo scopo e il bene di quelli che amano ciò che è giusto? Ecco: che la nostra adorazione sia rivolta a lui, a Geova, e sia una devozione esclusiva. In parole più chiare, per essere amati da Geova bisogna associarsi, volenti o nolenti, alla setta che da lui prende nome. Sull'esempio di Geova si comportano i suoi testimoni. A loro avviso, “non sono da amare tutti e tutto” né “provare amore per quelli che odiano Geova”  E poiché nel gergo geovista “quelli che odiano Geova” sono tutti coloro che non pensano né vogliono pensare come loro, ne segue che i geovisti devono amare soltanto i membri della loro setta e odiare tutti gli altri.   La verità: Forse qualche espressione dell'Antico Testamento può dare appiglio ai tdG di giustificare ed imporre la strana morale d'un amore settario. Ma quelle espressioni vanno spiegate onestamente, alla luce del Vangelo di Cristo, che venne a portare la Legge a compimento (cfr. Matteo 5, 17). “Avete inteso che fu detto:  Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?” (Matteo 5, 43-47; Luca 6, 27-38).
Ev - Testimoni di G.: VIVI O MORTI ?
di Nicola Tornese. Morti dicono i Testimoni di Geova. Vivi afferma la Bibbia. Opuscolo n° 2 della Piccola Collana "I Testimoni di Geova"

Nota: Io sono la risurrezione e la vita (Gv. 11,25) Un esempio della maggior luce apportata da Gesù sul destino dell'uomo dopo la morte si ha nel dialogo tra lui e Marta, la sorella di Lazzaro, che Gesù risuscitò da morte (cf. Giovanni 11, 1-44). Appena incontrata quella donna che piangeva la morte del fratello, Gesù le dice: “Tuo fratello risorgerà” (Gv. 11,23). E poiché Marta, da buona giudea, era abituata all'idea della risurrezione futura, risponde prontamente a Gesù: “So che mio fratello risorgerà nell'ultimo giorno” (Gv. 11,24). Ma Gesù rettifica quell'idea, completa quella speranza e dice a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore vivrà; anzi, chi vive e crede in me non morirà mai” (Gv. 11,26). Sì, Gesù è la Vita, ora, presentemente: Io sono la Vita. Egli dà la vita ora, al presente a quanti si legano a lui con la fede: “Chiunque vive e crede in me non morirà mai. Credi tu questo?” (gv.11,26).   Che cosa chiede Gesù a quella donna?   Un atto di fede non nella futura risurrezione in cui Marta già credeva, ma accettare una nuova idea, che quella donna nn riesce a capire. E' comunque sicura che il Maestro dice la verità: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire in questo mondo” (Gv. 11,27).   Cos'è questa nuova idea?   Lazzaro, suo fratello, che ha creduto nel Figlio di Dio, non è morto. Chiamandolo d'oltretomba, Gesù dà la prova che le sue parole sono verità e vita Errori e verità 1 - L'errore: In Giovanni 11,26 Gesù non dire “non morirà mai”, ma “non morirà in eterno” che è ben di verso. Così traducono anche alcune Bibbie cattoliche. ora l'espressione “non Morirà in eterno” (greco eis tòn aiona) fa pensare più a una morte completa, totale, senza sopravvivenza, ma con la speranza, anzi la certezza della risurrezione. La verità: Sì, è vero che alcune traduzioni della Bibbia anche cattoliche, rendono la frase greca eis tòn aiona con le parole “in eterno”; ma molte altre Bibbie cattoliche e non cattoliche, traducono “non morirà mai” (iamais, never). Anche la Bibbia dei tdG traduce così! Il mio corrispondente da Cagliari non conosce neppure la propria Bibbia! 2 - L'errore: “Jn Giov. 11,25-26, oltre alla speranza della risurrezione, Gesù indicò qualcos'altro per coloro che sarebbero stati in vita quando l'attuale mondo malvagio avrebbe avuto fine. Quelli con la speranza di essere sudditi terreni del Regno di Dio avrebbero avuto la prospettiva di sopravvivere senza mai morire”. La verità: Questo è contrario alla Bibbia. Infatti, specie nel vangelo di Giovanni, Gesù ripetutamente afferma che, per chi crede in Lui, la vita eterna non comincia in un futuro indeterminabile, ma è già Posseduta ora, al presente. In Giov. 3,15 Gesù dice: Affinché chi crede abbia (greco éke, al presente) la vita eterna”. E in Giov. 5,24 leggiamo: < chi ascolta la rnia parola e crede a colui che mi ha mandata>, ha la vita eterna (... ), è passato dalla morte alla vita” (cf. 1 Giov. 3,14). Parimenti in Giov. 8,51 Gesù afferma: , In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte”.     3 - L'errore: in tutti questi testi di Giovanni, Gesù vuol dire che “le persone,  che esercitano fede nel riscatto di Cristo sono da Dio considerate carne nella via della vita eterna.   La verità: In tutti questi testi di Giovanni, Gesù parla di un fatto compiuto, d'un passaggio dalla morte alla vita già avvenuto, d'una vita eterna già posseduta, non di una via alla vita eterna. Dio considera tutte queste persone già in Possesso d'una vita, su cui la morte non ha più Potere. b) Si ricordi pure che in Apocalisse 20,4-5, Giovanni parla di una prima risurrezione per “quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua ecc.”. Risurrezione vuol dire “passaggio già avvenuto dalla morte alla vita”. Si tratta evidentemente di una risurrezione spirituale, distinta da quella del corpo che avverrà alla fine dei tempi. Tutti costoro hanno già la vita eterna e continuano ad averla anche dopo la morte. Tutti, non soltanto uno sparuto numero di 144.000!   4  -  L'errore: Lazzaro risuscitato non disse nulla della vita d'oltretomba. Quindi non è vita d'oltretomba.   La verità: a)I vangeli non ci hanno conservato tutti i fatti sulla vita di Gesù, Se fossero stati scritti uno per uno, il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere (cf. Giovanni 21, 24-25). b) Tanto meno i vangeli sono stati scritti per soddisfare a curiosità di uomini cavillosi, ma “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita eterna nel suo nome” (Giovanni 20,21). Gesù risuscitò Lazzaro non perché egli, un uomo come tutti gli altri, prendesse il posto di Gesù nel rivelarci la vita d'oltretomba, ma perché i testimoni del miracolo, presenti e futuri, “credano che tu mi hai mandato” (Giovanni 11,42).   L'insegnamento di san Paolo 1 - Scrisse ai Filippesi: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno (...) Sono stretto in questa alternativa: ho il desiderio d'andarmene per essere con Cristo, che è cosa -di gran lunga migliore; ma il rimanere nella carne è più necessario a riguardo di voi” (Filippesi 1,21-24). Spiegazione:  San Paolo guarda alla morte come a un guadagno, non come a una non-esistenza e neppure come a una vita inconscia e tenebrosa. Se dipendesse da lui, egli sceglierebbe, preferirebbe di andarsene per essere con Cristo. Questo stato, o modo di essere, che egli considera molto migliore (verso 23), è una esistenza con Cristo, che succede direttamente alla morte senza attendere la risurrezione dei corpi. L'essere con Cristo ricorda certamente le parole di Gesù al buon ladrone: “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso” (Luca 23,43). 2 - In termini simili scriveva ai Corinzi: “Preferiamo piuttosto sloggiare da questo corpo per andare nella patria, presso il Signore” (2 Corinzi 5,8). Spiegazione: Qui come in Filippesi 1,21-24 Paolo intravede una unione del cristiano con il Cristo immediatamente dopo la morte individuale. Questa attesa di una beatitudine dell'anima separata risente dell'influsso greco, che d'altra parte era già sensibile nel giudaismo contemporaneo'. La novità di questa fede deriva da una rivelazione radicalmente nuova del significato della vita e della salvezza". Commenta la Bibbia di Salvatore Garofalo. “Le anime dei giusti (in questo caso quella di Paolo), subito dopo la morte, senza aspettare la risurrezione dei corpi saranno ammesse alla presenza di Dio e alla sua visione. Questa concezione supera quella ebraica dello Sceol dove le anime sarebbero restate fino alla risurrezione finale vivendo una vita grama”. Anime sotto l'altare (Apocalisse 6,9) Leggiamo nell'Apocalisse, capitolo 6, versetti da 9 a 11: “Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della Parola... Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto di pazientare ancora un poco fìnché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro”. Spiegazione: Per capire questa visione di Giovanni bisogna tener presente che egli poco prima (Apocalisse 6, 1-8) descrive la dolorosa realtà della vita qui sulla terra. In contrasto con ciò che avviene sulla terra è rivelato a Giovanni quel che accade in cielo. Nel santuario celeste egli vede le anime (psychai) dei fedeli che hanno subìto il martirio per amore di Cristo. Esse sono attualmente e realmente ai piedi dell'altare celeste. La loro vita, con la morte, non fu spazzata via dall'esistenza.   Falsa spiegazione L'errore:  I tdG sono del parere che Giovanni voleva dire che “gli uomini avevano ucciso i loro corpi umani, ma non avevano potuto uccidere le loro anime, cioè il loro diritto o titolo alla vita celeste nel regno di Dio. La verità: a) San Giovanni ha visto anime (psychai), non titoli di futura gloria. In nessun vocabolario greco è detto che la parola psychè significa titolo o diritto. Essa significa vita reale. In questo caso, vita umana trasferita in cielo, cioè anime nello stato di gloria. b) L'autore ispirato parla di vita celeste già raggiunta, non di diritto alla vita futura. Come il “Testimone fedele e verace” (Apoc. 3,14) ha compiuto sulla croce il sacrificio di sé al Padre ed è ora assiso sul trono (Apoc. 7,17), così anche i martiri cristiani sono già nel santuario del cielo vicinissimi a Dio (Apoc. 7,9-17).   PARTE TERZA   LA VERITA' SULLA PSYCHE E LO PNEUMA   I tdG equivocano con le parole greche psychè e pneuma come fanno con la parola ebraica nefesh. Lo scopo è sempre lo stesso, distruggere cioè la dottrina biblica della sopravvivenza dell'uomo subito dopo la morte e convincere i loro seguaci che la fine dell'uomo è come quella delle bestie. Per scoprire l'inganno geovista bisogna precisare quali siano nella Bibbia i significati di psychè e di pneuma. La Psychè come persona Nella maggior parte dei casi il termine greco psychè corrisponde all'ebraico nefesh ed ha perciò gli stessi signiíìcati che sono: essere vivente, persona, animale, vita. Questi possono essere espressi coi pronomi corrispondenti: io, tu, egli, ella, noi, voi, loro, esso, essa, essi, esse. L'equivoco o imbroglio geovista, simile a quello che essi fanno abusando dell'ebraico nelesh, può essere espresso nei termini seguenti: la Bibbia dice che la psychè muore, ma la psychè è l'anima, dunque l'anima muore. Per inoculare il loro errore, i tdG traducono sempre psychè con la parola anima. E' una traduzione infelice, per dirla col gesuita  McKenzie.   1 - In Luca 6,9 Gesù domanda- “t lecito in giorno di sabato salvare una vita umana (psychè) oppure perderla?”. Questa è la traduzione dei veri cristiani. I tdG traducono: “E'  lecito di sabato salvare o distruggere un'anima?”. Questa traduzione è inesatta ed equivoca. Nel testo citato di Luca psychè significa uomo che Gesù vuole curare come fa effettivamente. 1 tdG insinuano che si tratta della distruzione di un'anima! 2 - In Apocalisse 16,3 si legge: “E il secondo versò la sua coppa sul mare; e vi fu sangue come di un morto, ed ogni essere vivente (psychè) morì nel mare” (Garofalo). 1 tdG traducono: “Ogni anima vivente morì nel mare” e si servono di questa inesatta traduzione per provare che l'anima muore come gli animali inferiori. Le parole citate dall'Apocalisse 16,3 si riferiscono a pesci, che muoiono nel mare.   3 - Hanno pure scritto: “Il cristiano apostolo Paolo mette in risalto questo fatto quando scrive, in 1 Corinzi 15:45. 11 primo uomo Adamo divenne anima (psyché) vivente'. Adamo, nostro primo padre umano, fu un" anima vivente'. Egli non ebbe qualche ombrosa, invisibile, imponderabile, intoccabile cosa dentro di sé che potesse fuggire dal suo corpo quando mori e che potesse continuare ad esistere come 'anima vivente' in un reame spirituale che fosse proprio così invisibile come si pensa che sia l'anima. umana. No; non secondo il racconto della creazione della Parola di Dio” La verità: a) Il cristiano Apostolo Paolo mette in risalto che Dio, nella creazione dell'uomo, diede origine a un “essere vivente umano”, cioè a una persona modellata prima dalla polvere e senza vita (cf. supra p. 8). Nel testo paolino  psychè vuol dire persona come traducono quasi tutte le Bibbie moderne, eccetto naturalmente i tdG. b) Sì, le Scritture Greche concordano con quel- le ebraiche nel dire che Dio creò una persona o essere vivente umano (nefesh) ". Ma da ciò non segue che questo essere vivente umano non abbia una componente spirituale e immortale o anima (psychè) come abbiamo appreso alla scuola del Maestro Gesù, che è Via, Verità, Vita.   4 - Atti 3:23: “In realtà, ogni anima (greco psychè) che non ascolterà quel Profeta sarà completamente distrutta di fra il popolo” La verità: Traduzione infelice e settaria: Il senso è che chiunque, ossia qualunque persona non ascolterà quel Profeta, sarà escluso dall'appartenere al Popolo di Dio. Qui non c'entra la morte dell'anima e tanto meno la sua distruzione completa.   La psychè come anima Quanto detto finora sulla psychè è dottrina biblica e rimane valida. Ma alla scuola di Gesù i veri cristiani hanno imparato a conoscere meglio la psychè: vi è stato un approfondimento e arricchimento di significato. La psychè umana è conosciuta nella sua interezza solo quanto la si concepisce dotata di una dimensione spirituale e immortale. A questo proposito ripetiamo le belle parole del gesuita McKenzie: “La novità della fede del Nuovo Testamento non deriva da una nuova idea del nefesh-psychè, ma da una rivelazione radicalmente nuova del significato della vita e della salvezza”. a)  Gesù ha detto chiaramente che nell'uomo a componente spirituale che è sede della soprannaturale e in quanto tale sfugge alla morte terrena e si proietta nell'aldilà: è immortale. Diceva ai discepoli: “Non temete coloro che uccidono il corpo ma non uccidere l'anima (psychè). Temete, piuttosto, Colui che può far perire e anima (psychè) e corpo nella Geenna”  (,Matteo 10,20, Garofalo). Oltre dunque alla vita umana, che può essere stroncata dall'uomo, Gesù afferma l'esistenza d'una vita (psychè), che sfugge alla morte terrena. L'uomo  non ha potere su di essa. Continua anche dopo la morte del corpo e può essere gettata  nella Geenna (cf. Luca 12,4) b) si tratta d'una realtà presente non  di una di futura felicità; di un tesoro già  posseduto che bisogna custodire gelosamente, preservare per la vita eterna, costi quel che costi. Perciò  diceva Gesù: “Chi ama la sua vita  (psychè) la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” Giovanni 12,24, Garofalo). Il significato è che esiste nell'uomo una realtà  che bisogna conservare per la vita eterna: nulla vieta di chiamarla anima come parte spirituale e immortale dell'uomo. Per conservarla, è necessario non amarla d'un falso amore, cedendo cioè alle passioni e al peccato, ma di quell'amore vero, che al mondo può sembrare odio, ma di fatto è vero amore c) I fedeli discepoli di Cristo capirono bene quale tesoro fosse presente nell'uomo e ne fecero oggetto delle loro cure pastorali. Certo Cristo stesso continua ad essere pastore e guardiano delle anime (psychai) (cf. 1 Pietro 2,25), ma ha voluto che anche i suoi rappresentanti fossero responsabili della loro salvezza. Paolo pieno di zelo assicurava i cristiani di Corinto: “Ora  molto  volentieri  per le vostre anime (psychai) Io spenderei tutto e spenderei anche interamente me stesso” (2 Corinzi 12,15). Qui san Paolo parla in qualità di ministro di Cristo. La sua generosità verso quei cristiani non aveva come scopo il loro benessere materiale e sociale, ma i loro interessi eterni, la salvezza delle loro anime. Lo stesso interesse dimostra l'apostolo quando esorta i destinatari della Lettera agli Ebrei di non venire meno davanti alle prove: “Noi però non siamo di quelli che si ritirano a rovina, ma di quelli che credono a salvaguardia dell'anima (psychè)” (Ebrei 10,39). E consiglia loro di obbedire alle loro guide perché esse vegliano per le vostre anime (psychai) come coloro che devono renderne conto (Ebrei 13,17). Non meno zelante si mostra san Giacomo quando scrive: “Rigettando ogni sozzura ed eccesso cattivo, accogliete con dolcezza la parola in voi seminata, che può salvare le anime (psychai) vostre” (Giacomo 1,21). Un testo di san Giacomo (5,20) L'errore: Giacomo ammette che l'anima muore. In- fatti scrive: “,Colui che converte un peccatore dall'errore della sua via salverà la sua anima dalla morte” (Giacomo 5,20). La verità: Riportiamo, anzitutto, per intero il testo di san Giacomo: “Fratelli miei, se qualcuno tra voi avesse errato lontano dalla verità e qualcuno l'avesse avvertito, sappia che chi converte un peccatore dal suo traviamento salverà l'anima sua dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Giacomo 5,19-20, Garofalo). Spiegazione: a) San Giacomo assicura una ricompensa divina allo zelo o amore di colui che riesce a ricuperare dalla cattiva strada un traviato. Questa ricompensa è espressa con le parole: “Salverà l'anima sua dalla morte”. Che cosa dobbiamo intendere per “morte dell'anima”? Se per anima (greco psychè) s'intende la “persona”, è chiaro che Dio non ha mantenuto mai la sua promessa. Infatti, vi sono stati moltissimi uomini, cristiani e non cristiani, che hanno avvertito e ricuperato tantissimi altri dalla via dell'errore; eppure sono morti! In tantissimi casi Dio non sarebbe stato fedele alle sue promesse. E' impossibile! Egli è “Dio di fedeltà” (cf. Deuteronomio 32,4). b) San Giacomo dunque aveva in mente l'anima in quanto parte spirituale e immortale dello uomo. Quest'anima può morire in quanto può essere separata da Dio, non distrutta (cf. Matteo 10, 28). Infatti, nella stessa lettera san Giacomo parla del peccato che genera la morte (1,15, cf. 1 Giovanni 5.16). Anche qui non si tratta di morte fisica * distruzione perché molti peccano e continuano a vivere fisicamente. Si tratta invece di quella morte spirituale opposta alla vita che Dio dà all'uomo fedele, virtuoso, collaudato dalle prove come dice lo stesso san Giacomo (cf. 1,12). li pensiero dunque di san Giacomo è che lo zelo o carità del cristiano nel ricuperare il fratello traviato sarà ricompensato mediante la sua salvezza: la sua anima non morrà nel senso che non subirà la morte spirituale, ossia la separazione da Dioper la vita e per l'eternità. Su di lei non avrà potere la seconda morte (cf. Apocalisse 20,6). c) Una conferma a questa spiegazione si ha da ciò che segue, vale a dire che al cristiano zelante sarà perdonata una moltitudine di peccati. Mediante il perdono dei peccati l'anima è liberata dalla morte spirituale. Il cristiano zelante avrà come ri- compensa la salvezza eterna perché “la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pietro 4,8; cf. Proverbi 10,12).   Lo pneuma (spirito) nell'A.T. Nella Bibbia dell'Antico Testamento al vocabolo italiano spirito corrisponde l'ebraico rúah e anche nishmat (o nesbamah). Alla base dei due vocaboli vi è l'idea del vento e del respiro o alito come segno di forza invisibile. Così, per esempio, in Genesi 8,1, è detto: “Dio fece passare un vento (rúah) sulla terra e le acque si abbassarono”. Parimenti in Esodo 15,8 leggiamo: “Al soffio delle tue narici (rúah  alito), si accumularono le acque”. Per quanto riguarda l'uomo, che a noi ora inte- ressa, il signìficato della rúah o neshamah (nishmat) appare chiaro dal racconto della creazione di Adamo in Genesi 2,7, che abbiamo già spiegato. Aggiungiamo qui alcune osservazioni: a)Il soffio divino (rúah) è la fonte di ogni vita sulla terra, anche degli animali (cf. Genesi 6,17; 7,15). Ma nell'uomo è ispirato direttamente da Dio e lo distingue perciò da tutte le creature viventi. Gli animali sono modellati dal suolo, ma non si parla a loro riguardo di forza vitale soffiata direttamente da Dio (cf. Genesi 2,19).  Nell'uomo il soffio vitale è la causa di tutte le attività proprie di una persona, vale a dire non solo di quelle che l'uomo ha in comune con le altre creature viventi, ma soprattutto di quelle specifiche come la sapienza, la scienza, il senso religioso e morale, l'amore del bello ecc. Non si tratta di poteri e di sapienza superiori a quelli degli animali", ma essenzialmente o radicalmente diversi. Gli animali non sono dotati in nessun modo di sapienza o di amore e giustizia. Essi vivono d'istinto. In  virtù del soffio divino solo l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di -Dio (Genesi 1,27), e non trovò sulla terra nessuno che gli fosse simile (cf. Generi 2,20). L'uomo lascia il vuoto intorno a sé in tutto il creato'. b) Dio, comunque, rimane sempre il padrone del soffio vitale, ossia della vita. Nella Bibbia la morte è vista come il ritiro da parte di Dio del soffio vitale:   Se egli riconduce a sé il soffio (rúah) e ritrae a sé il suo spirito (neshamah),  muore ogni carne all'istante. (Giobbe 34,14-15, Garofalo) Questo però non si deve intendere come un ritorno dell'uomo in uno stato di inesistenza, ma solo come la fìne della vita umana così come noi la vediamo. Quando perciò il sálmista dice: Esce il suo spirito e torna alla sua terra  in quel giorno tramontano i suoi piani  (146,4, Garofalo) non vuol dire che lo spirito “non produce intelligenza separatamente dal corpo fìsico”, come erro- neamente spiegano i geovisti. Qui l'autore sacro non si pone il problema dell'aldilà. Egli vuol mettere in evidenza la caducità della vita umana (cf supra, p. 23) Errori ed orrori 1 - Hanno scritto: “Al tempo della creazione di Ada- mo, Dia fece vivere i miliardi delle cellule del suo corpo, perché in esse fosse la forza vitale. Questa attiva forza vitale è ciò che qui si intende con la parola 'spirito' (ru'ahh). Ma perché la forza vitale continuasse ad essere nei miliardi di cellule di Adamo, esse avevano bisogno di ossigeno, e questo doveva essere provveduto mediante la respirazione. Perciò, Dio quindi 'soffiò nelle narici un alito (neshamah) di vita. Allora i polmoni di Adamo cominciarono a funzionare e a sostenere in tal modo col respiro la forza vitale delle cellule del corpo. - Genesi 2:7, Ga” 55. La risposta: Si tratta d'una spiegazione settaria della Bibbia. Nel racconto della creazione di Adamo (cf. Genesi 2,7) si parla di un solo atto divino per cui la polvere plasmata e senza nessuna vita cominciò a vivere in modo normale e perfetto. Dio aggiunse il soffio di vita (neshamah) alla polvere inerte e Adamo cominciò a vivere perfettamente. Non vi fu prima lo “spirito” (rúah) e poi il “respiro” (neshamah). Basta leggere il testo biblico. I tdG hanno modificato la Parola di Dio (cf. Apocalisse 22,18). E' poi assurdo e blasfemo affermare che Dio abbia creato il primo uomo come un bambino anormale, che per respirare ha bisogno di essere sculacciato". Dio ha fatto ogni cosa in modo perfetto. “E Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” (Genesi 1,31). Solo i tdG possono immaginare Adamo come fisicamente deficiente e solo i loro seguaci possono accettare tali idiozie.   2 - Insistono i geovisti: “Da Giobbe 34:14,15 apprendiamo che ci sono due cose che l'uomo (o qualsiasi altra creatura terrena cosciente) deve avere per essere e restare in vita: lo spirito e il respiro. Ivi leggiamo: 'Se egli (Dio) volge il cuore a qualcuno, se raccoglie a sé lo spirito (ebraico, ru'ahh) e il respiro (ebraico, 'neshamah') di lui, ogni carne spirerà, e l'uomo terreno stesso tornerà alla medesima polvere”.   La risposta: A tutti gli studiosi seri e coscienziosi della Bibbia è noto il parallelismo poetico, largamente usato specie nei Libri poetici dell'Antico Testamento. Esso consiste nell'esprimere la stessa cosa o idea per mezzo di termini equivalenti (sinonimi).  I geovisti ignorano o fingono di ignorare questa elementare norma di ermeneutica e fanno dire alla Bibbia ciò che essi vogliono. Gli esempi sono innumerevoli, specie nei salmi. In Giobbe 34,14-15 l'autore sacro applica il parallelismo poetico e dice la stessa cosa con due parole equivalenti, o sinonimi. Non si tratta di due cose, che l'uomo deve avere per essere e restare in vita, ma di una sola cosa, chiamata con due vocaboli equivalenti (rúah e neshamah). Nel Salmo 1,04,29-30 è detto:   Ritrai il loro spirito (rúah),  muoiono e tornano alla loro polvere; mandi il tuo spirito (rúah),  vengono creati e rinnovi la faccia della terra (Garofalo)   Secondo la chiara affermazione del salmista una sola cosa basta per vivere cioè la rúah (soffio di vita), se manca la quale l'essere vivente muore. Non si parla di due cose diverse.   3 - L'errore: “Mentre l'anima umana è la persona vivente stessa, lo spirito è semplicemente la forza vitale che permette a tale persona d'essere in vita. Lo spirito non ha nessuna personalità, né può fare le cose che può fare la persona. Esso non può pensare, parlare, udire, vedere e sentire. Sotto tale aspetto, può paragonarsi alla corrente elettrica nella batteria di un'automobile. Quella corrente può incendiare il combustibile che fa produrre al motore energia, accendere i fari, suonare la tromba (...). Ma, senza il motore, i fari, la tromba o la radio, potrebbe la corrente di quella batteria fare alcuna di queste cose? No, poiché è semplicemente l'energia che permette agli apparecchi di funzionare e compiere tali cose.   La verità: a) Come dimostrato precedentemente la Bibbia non dice che bisogna aggiungere lo spirito alla persona vivente perché essa possa pensare, parlare ecc. Al contrario, la Bibbia dice che lo spirito (neshamah) fu aggiunto alla materia inerte e in virtù di questa sola aggiunta essa divenne persona vivente, cioè un essere vivente (nefesli hayydh) capace di pensare, parlare ecc. (cf. Genesi 2,7). Fu dunque lo spirito (neshamah) a conferire alla materia inerte (non alla persona) la sua personalità. Se l'ha conferita, lo spirito ha in se stesso la personalità. Nessuno dà ciò che non ha. A conferma basta ricordare che nella Bibbia gli spiriti (come Dio, angeli, demoni) sono persone, cioè pensano, parlano ecc. senza bisogno di alcun motore.   b) Il paragone con l'energia elettrica conferma la spiegazione da noi data ed è contro quella errata dei geovisti. In effetti, l'energia elettrica ha in se stessa tutta la potenzialità, come per dire la personalità. Anche senza il motore può compiere tante cose. Pensate, per esempio, agli effetti dinamici e calorifici d'una scarica elettrica. Il motore senza l'energia non può far nulla; l'energia senza il motore può fare tanto.   Lo spirito dell'uomo nel N.T. 1 - Alla parola ebraica rúah (e anche neshamah) corrisponde nel Nuovo Testamento il greco pneuma, tradotto spirito nella lingua italiana. I significati di pneuma nel N.T. sono molteplici: può indicare realtà impersonali come il vento (Cf. Giovanni 3,8; Ebrei 1,7 ecc.), o il respiro, ossia l'alito (Cf. Giovanni 20,22; 2 Tessalonicesi 2,8 ecc.); e anche persone come gli angeli buoni (Cf. Ebrei 1,14) e cattivi (Cf. Matteo 12,43), soprattutto Dio (Cf. Giovanni 4,24) e in modo specifico la Terza Persona della SS. Trinità (cf. Giovanni 16,13-14) -11. A noi interessa sapere se nel Nuovo Testamento lo spirito (pneuma) è riferito all'uomo; vogliamo cioè conoscere il significato antropologico di spirito (pneuma) e se sopravviva alla morte dell'uomo. Eminenti studiosi moderni della Bibbia affermano concordemente e documentano copiosamente che la dottrina veterotestamentaria riguardante la natura dello spirito (rúah, neshamah) fu approfondita ed esplicitata da dotti giudei (i rabbini) sia dentro che fuori la Palestina, anche prima della venuta di Cristo. Questo approfondimento gettò maggior luce sulla natura dello spirito (rúah, neshamah), ossia sull'alito divino immesso nel primo uomo, e confermò la loro fede nella sopravvivenza dell'uomo subito dopo la morte. Lo spirito dell'uomo dopo la morte continua ad esistere in uno stato di felicità o di sofferenza in attesa di riunirsi al corpo nella risurrezione. “E' dunque chiaro che al tempo di Gesù il giudaismo crede tanto nella risurrezione dell'uomo quanto nella sopravvivenza dell'anima (pneuma) in uno stato intermedio successivo alla morte.   Gesù, con la sua divina autorità confermò questa dottrina, e i suoi fedeli discepoli l'hanno insegnata e l'accettano tutti i veri cristiani. 2 - E lo spirito (pneuma) tornò in lei (Luca 8,55,).  Riferisce san Luca, “Egli (Gesù) disse.- 'Non piangete; essa non è morta, ma dorme'. E quelli, sapendo che era morta, lo deridevano. Ma egli (Gesù) la prese per mano e disse ad alta voce:    'Fanciulla, lèvati!”. E lo spirito (pneuma) tornò in lei Luca 8,52-55). Sarebbe ridicolo pensare che Gesù abbia rianimata la fanciulla mediante una boccata di ossigeno come pensano i geovisti o con una scarica di energia elettrica. La fanciulla era già morta. L'ossigeno o l'energia elettrica non possono ridare la vita a un morto. Gesù pronunciò solo due parole, diede un ordine: “Fanciulla, lèvati!”. E il medico Luca spiega lo straordinario fenomeno dicendo: “E lo spirito (pneuma) tornò in lei”. Lo spirito (pneuma), che ritorna, non può essere una nullità, ma qualcosa o qualcuno, che continua ad esistere anche dopo la morte. Qui lo spirito (pneuma) “appare come una parte dell'uomo che sopravvive alla morte”.   3 - Padre, nelle tue mani, rimetto lo spirito mio (Luca 23,46).   a) Anche Gesù, in quanto vero uomo, aveva lo pneuma come componente spirituale e immortale della sua umanità. Lo afferma chiaramente al punto di morte con le parole: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito (pneuma) mio” (Luca 23,46). Gesù si serve delle parole del Salmo 31,6, ma ne rivela il significato oggettivo. Rimettere lo spirito nelle mani di Dio significa allo stesso tempo esalare l'ultimo soffio e rimettere, cioè consegnare, a Dio la propria ricchezza, lo stesso essere". In effetti, Gesù quel giorno, anche in quanto uomo, non fìnì nel nulla, ma andò nell'Ade o regione dei morti, mentre il suo corpo attendeva incorrotto la risurrezione nel sepolcro (cf. Atti 2,31-32; 1 Pietro 3,18-20). E non vi andò solo, ma accompagnato dallo spirito del buon ladrone, al quale aveva detto: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Luca 2,3,43) (pp. 34-3,6). Qui come in Luca 8,55 lo pneuma “appare come una parte dell'uomo che sopravvive alla morte”. b) A imitazione del suo Maestro anche il primo martire Stefano, prima di chiudere gli occhi alla scena di questo mondo, consegna il suo spirito (pneuma) al Signore Gesù: “Signore Gesù, accogli l'anima mia” (greco pneuma) (Atti 7,59, Garofalo). il verbo “accogliere” (greco dèchomai) indica l'atto di chi accoglie o riceve qualcuno, per esempio, nella sala di un festino. Lo spirito o anima del martire Stefano al momento della morte terrena non si dileguò nel vuoto del nulla, ma venne accolta dal Signore Gesù nella dimora eterna (cf. Luca 16,91). In Atti 7,59 come in Luca 8,55 e 23,46 lo spirito “appare come una parte dell'uomo che sopravvive alla morte” ".   4 - L'autore della Lettera agli Ebrei afferma e conferma la stessa verità quando invita i suoi lettori a guardare in alto alla Gerusalemme celeste, dove con miriadi di angeli vi sono gli spiriti (pneumata) dei giusti resi perfetti (cf. Ebrei 12,23, Garofalo). Spiegano i biblisti: “Una certa tradizione ebraica chiama 'spiriti' le anime degli uomini, soprattutto quando sono separate dal corpo. Questi giusti, questi santi (senza limite di numero) sono arrivati alla perfezione nel senso che godono della felicità suprema”  In Ebrei 12,23 pneuma (spirito) sta per anima separata dal corpo'.   Obiettano i geovisti: L'anima non è la stessa cosa che lo spirito. Come prova citano 1 Tessalonicesi 5,23 ed Ebrei 4,12.   Si risponde: Come già è stato detto, la parola spirito nella Bibbia può avere molteplici significati, di cui uno non esclude l'altro. In Ebrei 4,12 e in 1 Tessalonicesi '5,23 lo spirito (pneuma) è la parte più intima dell'uomo, che non si pone in contrasto con l'anima (psychè), ma ne è l'espressione più elevata. Paolo afferma che la Parola di Dio penetra e giudica i movimenti del cuore e le intenzioni più segrete (.pneuma) dell'uomo (in Ebrei 4,12) e augura che Dio conservi irreprensibile l'uomo tutto intero, fìn nelle parti più recondite ed elevate del suo essere (pneuma) (in 1 Tessalonicesi 5,23). Nell'uno e nell'altro testo l'apostolo non mette in dubbio la sopravvivenza dello spirito subito dopo la morte. Egli è sicuro che, morendo, “saremo con Cristo” (cf. Filippesi 1,23;    2 Ccrinzi 5,6-8), non in uno stato di inesistenza.
Ev - Testimoni di G.: Uomini di serie B
di Nicola Tornese. Il Paradiso terrestre dei Testimoni di Geova. Opuscolo n°1 della Piccola Collana "I Testimoni di Geova".

Nota: PARTE TERZA LA VERITA'   Vera nozione della comunità cristiana La nozione della vera Chiesa di Cristo che ci dà la Bibbia non è certamente quella inventata dalla orgogliosa fantasia di Rutherford e pubblicizzata dalla propaganda geovista. Alla luce della Sacra Scrittura noi possiamo facilmente cogliere i seguenti tratti caratterizzanti la vera Chiesa di Cristo.   a) Sostanziale uguaglianza Vista nella sua intima natura la comunità dei credenti in Cristo gode di una sostanziale uguaglianza. Mediante la fede e il battesimo tutti i credenti in Cristo sono insigniti della stessa dignità di figli di Dio (cfr. Giovanni 1, 12-13; 1 Giovanni 5, 1). Tutti sono fatti partecipi della natura divina (cfr. 2 Pietro 1, 4). Di tutti i suoi discepoli, provenienti da ogni tribù e lingua, popolo e nazione, Cristo, immolandosi sulla croce, ha fatto un regno di sacerdoti, " e regneranno sopra la terra " (Apocalisse 5, 10). E già prima san Pietro aveva detto di tutti i battezzati: "Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose…" (1 Pietro 2, 9). In nessuna parte della Bibbia è detto che sia Giovanni nell'Apocalisse, sia Pietro nella sua Prima Lettera avessero in mente i cristiani del loro tempo, che sarebbero tutti del numero 144.000. No, Giovanni e Pietro si riferiscono a tutti i redenti dal sangue di Cristo di ogni tempo. - Dio ha voluto che la sua Chiesa o comunità di credenti in Cristo godesse d'una perfetta unità. Consapevole di questa verità san Paolo poteva dire ai cristiani della Galazia: "Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo (…). Tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Galati 3, 26-28).   - Perciò la vera Chiesa di Cristo è paragonata a un ovile (cfr. Giovanni 10, 1-16). Nell'ovile la sola differenza sostanziale è tra pastore e gregge; ma i componenti del gregge sono uguali per natura, siano essi pecore, capri o agnelli. Altra immagine della vera Chiesa di Cristo è quella della casa (cfr. 1 Timoteo 3, 15), nella quale abita la famiglia di Dio (cfr. Efesini 2, 19-22). Ora i membri o componenti della casa o famiglia sono per natura tutti uguali, anche se diversi per età e per funzioni: tutti hanno la dignità di creature umane, sia i genitori che i figli. La differenza esiste solo tra i componenti della famiglia e il cagnolino, l'uccellino, il cavallo.   - Identico è pure il nutrimento per tutti i membri della famiglia di Dio. "Noi, pur es sendo molti, siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane" (1 Corinzi 10, 17 greco). Tutti i discepoli di Cristo hanno diritto di partecipare alla Cena del Signore e nutrirsi del suo Corpo e del suo Sangue. E' chiaro che san Paolo ha in mente qui tutti i discepoli di Cristo, non già un numero ristretto di privilegiati.   - In effetti, l'altra immagine pure paolina della Chiesa è quella del corpo (umano). "Noi tutti fummo battezzati in un solo Spirito, per costituire un solo corpo" (1 Corinzi 12, 13). Ora come tutte le membra del corpo umano, anzi tutte le cellule, formano un solo organismo, sostanzialmente uno, così i fedeli in Cristo (cfr. 1 Corinzi 12, 12). Non vi è differenza sostanziale tra le varie parti del corpo umano, tra le centinaia di lilioni di cellule che lo costituiscono: tutte hanno la stessa natura, anche se funzioni diverse. Come dunque unica è l'origine della vera Chiesa di Cristo, ossia la fede e il battesimo, così pure unica è la dignità e la natura di tutti i suoi membri.   - Infatti, a tutti i credenti in Cristo è stato dato lo Spirito (cfr. Giovanni 7, 39); tutti sono guidati dallo Spirito (cfr. Romani 8, 14); per tutti lo Spirito è caparra della futura eredità (cfr. Efesini 1, 13-14).   b) Identica eredità - In realtà, tutti i membri della vera Chiesa di Cristo, dell'unico Popolo di Dio, del corpo di Cristo sono avviati verso un'unica terra promessa. Nel battesimo, che unisce a Cristo tutti i battezzati, san Paolo vede già avverata questa futura glorificazione: " Ma Dio, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere in Cristo. Con Lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatto sedere nei cieli (Efesini 2, 4-6). L'Apostolo si riferisce qui a tutti i battezzati, a tutti i credenti in Cristo. Altrove san paolo è ancora più esplicito: "Se siamo figli, siamo anche eredi. Eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (Romani 8, 17).   - Partecipare alla gloria di Cristo vuol dire essere rinati " a una eredità incorruttibile (…) riservata nei cieli per voi, che per la forza di Dio siete custoditi, mediante la fede, in vista della salvezza pronta ormai per essere rivelata nell'ultimo tempo " (1 Pietro 1, 4-5). La condizione che sia san Paolo che san Pietro mettono per conseguire l'eredità nei cieli, non è l'appartenenza al numero dei 144.000, ma essere figli di Dio e conservare la fede in Cristo. Ora sono figli di Dio tutti quelli che accolgono la Parola di Dio (cfr. Giovanni 1, 12-13; 1 Giovanni 5, 1), ossia che aderiscono a Cristo mediante la fede. Perciò ancora san Paolo poteva scrivere ai cristiani di Efeso: "Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati per la vostra vocazione" (Efesini 4, 4). E ancora: "Se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo" (2 Timoteo 2, 12).   c) Diversità di funzioni La fondamentale e sostanziale uguaglianza in dignità e natura, e la comune eredità di gloria con Cristo nei cieli non contrastano col fatto che nella vera Chiesa di Cristo vi siano funzioni o servizi diversi. Già l'immagine di organismo o corpo umano applicata da san paolo alla Chiesa comporta questa diversità di funzioni senza vanificare l'uguaglianza di natura. Non vi è differenza di natura tra le varie parti dello stesso organismo, benché abbiano funzioni diverse per il bene comune. - Alla sua vera Chiesa Cristo…. "ha donato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per preparare i santi, (ossia i credenti al ministero), per la costruzione del corpo di Cristo" (Efesini 4, 11-12; cfr. 1 Corinzi 12, 28-30). In nessuna parte della Bibbia è detto che l'assegnazione di queste funzioni è stata data da Cristo solo a una categoria di privilegiati. I criteri sono chiaramente indicati nella Bibbia. Nella scelta dei Dodici Apostoli prima (cfr. Marco 3, 13-19; Luca 6, 12-16) e dei settantadue discepoli dopo (cfr. Luca 10, 1-16) non si ha nessun cenno a una loro appartenenza al numero dei 144.000. La Bibbia dice solo che essi erano dei “piccoli” (Luca 10, 21), ossia i più umili socialmente, ma grandi nella fede e nella disponibilità per l’opera della salvezza iniziata da Cristo (cfr. 1 Corinzi 1, 26-30):   - Dopo l’Ascensione del Signore la distribuzione degli uffici o servizi o ministeri ha come fonte lo Spirito Santo, che li distribuisce a ciascuno come vuole (cf. 1 Corinzi 12, 11; Atti 20, 28); ma lo Spirito si serve di persone concrete e visibili per questa scelta. I criteri seguiti da queste persone ignorano completamente un’immaginaria appartenenza al numero dei 144.000. Così, per esempio, nella scelta di Mattia, che prendesse il posto del ministero del traditore, il gruppo degli elettori non esige che il candidato sia del numero dei 144.000, ma solo che sia stato alla sequela di Gesù “per tutto il tempo in cui dimorò tra noi il Signore Gesù (…) e divenga testimone della risurrezione” (Atti 1, 21-22). - Anche Paolo ebbe cura di affidare il governo delle varie chiese ad altre persone (cf. Atti 14, 23). Non consta che egli si sia mai preoccupato di indagare e di sapere se queste persone fossero del numero dei 144.000. Unica sua preoccupazione erano che fossero persone forti nella fede, capaci di ammaestrare gli altri, pronti a soffrire come buoni soldati di Cristo Gesù (cf. 2 Timoteo 2, 1-3), e conoscessero bene le Sacre Lettere (cf. 2 Timoteo 3, 15; Tito 1, 5-9; 1 Timoteo 3, 1-12): - Si, nella cera Chiesa di Cristo nessuno è escluso da qualsiasi servizio o funzione o ministero anche il più alto. Non vi è una classe di predestinati al governo e all'amministrazione, e una di sudditi o pecore destinate all'ubbidienza per il tempo e l'eternità. Nella vera Chiesa di Cristo chiunque può arrivare ad essere papa o vescovo o pastore o ministro. - Infine è da ricordare che la diversità di servizi o ministeri o funzioni caratterizza la Chiesa solo nella presente fase terrena. Dopo la restaurazione finale, col ritorno del Signore, ogni diversità sostanziale scomparirà. Dio sarà tutto in tutti (cf. 1 Corinzi 15, 28). L'Agnello sarà l'unico pastore (cf. Apocalisse 7, 17). Tutte le cose saranno fatte nuove.   d) Vera fraternità Alla luce di questo chiaro insegnamento biblico si rivela in tutta la sua bellezza l'affermazione di Gesù:" Voi siete tutti fratelli (…) Uno solo è il vostro Padre, quello celeste " (Matteo 23, 8-9). Gesù poteva dire questo perché aveva insegnato che tutti isuoi discepoli sono figli di Dio in base al battesimo e alla fede e a una nuova rinascita (cf. Giovanni 1, 12; 3, 5: 1 Giovanni 5, 1 ecc.); tutti sono chiamati alla stessa eredità: " Se siamo figli, siamo anche eredi " (Romani 8, 17). Commenta sant' Agostino: "Quando dico fratelli, quando dico sorelle, è chiaro che intendo parlare di una sola e medesima eredità". Con questo richiamo alla paternità di Dio, Gesù condanna ogni atteggiamento discriminatorio tra i suoi discepoli. Cosa direste di un padre sulla terra che privilegiasse solo alcuni dei suoi figli? Che non desse a tutti la stessa eredità? Non lo chiamereste debole e ingiusto? Non ripugna alla coscienza morale un tale comportamento? Com'è possibile che ci sia in Dio, nel Padre celeste ed universale, ciò che è disordine nell'uomo? Chi attribuisse a Dio una condotta discriminatoria e razziale, farebbe un'offesa alla sua paternità, modello di ogni paternità (cf. Efesini 3, 15). Il Dio della Bibbia è un Dio imparziale, senza favoritismi (cf. Romani 2, 11; 1 Pietro 1, 17). I 144.000 (Apocalisse 7, 4; 14,1) Davanti a tanta evidenza deve qualificarsi come una grossolana distorsione la spiegazione che i tdG danno di alcuni testi scritturistici per puntellare la loro pretesa di una classe di privilegiati destinata al comando nel tempo e nell'eternità. Psseremo ora in rassegna i principali testi biblici distorti e strumentalizzati dalla intellighenzia geovista, e primo tra tutti il testo di Giovanni nell'Apocalisse. Scrisse Giovanni: " E udii il numero dei segnati col sigillo: centoquarantaquattromila segnati col sigillo da ogni tribù dei figli d'Israele" (Apocalisse 7, 4, Garofalo). E ancora: " E vidi : ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e con esso centoquarantaquattromila, che hanno il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulle loro fronti. E udii una voce dal cielo come voce di acque molte e come voce di tuono grande, e la voce che udii era come di arpisti arpeggianti sulle loro arpe. E cantano come un canto nuovo davanti al trono e davanti ai quattro viventi e agli anziani. E nessuno poteva imparare il canto, all'infuori dei centoquarantaquattromila, i quali sono stati riscattati dalla terra. Questi sono coloro che non si sono macchiati con donne: sono infatti vergini…(Apocalisse 14, 1-4; Garofalo). A parere dei geovisti, nei centoquarantaquattromila sarebbe stato rivelato a Giovanni il numero matematico della classe dei privilegiati, dei santi o dei unti, destinati a regnare in terra e in cielo.   La verità Questa spiegazione geovista è sbagliata. A Giovanni non fu rivelato un numero matematico e chiuso di privilegiati signori della terra e del cielo. Perché?   a) Senso allegorico, non letterale La prima ragione è che nei testi citati dell'Apocalisse (7, 4 e 14, 1-4) hanno un senso allegorico o simbolico, non letterale. In questa spiegazione sono concordi tutti i grandi biblisti di ogni tempo. Il senso allegorico s'impone, altrimenti dovremmo ammettere almeno tre inammissibili conseguenze. La prima: Seguendo il senso letterale, si dovrebbe ammettere che tutti i 144.000 siano ebrei, ossia di razza ebraica, scelti in egual numero dalle dodici tribù di Israele secondo la carne cioè storico. Ma questa conseguenza è inammissibile. Tutti infatti, perfino i tdG, affermano che i 144.000 sono tratti da tutto il genere umano, non solo cioè di razza o sangue ebraico. La seconda: Attenendosi al senso letterale, bisognerebbe ammettere che i 144.000 siano tutti vergini. Di fatto, la maggior parte dei santi o unti della setta geovista sono sposati, generando figli e figlie. La verità è che il modo di parlare di Giovanni è simbolico. Infatti, come tutti sanno, nello stile biblico l'evitato rapporto con le donne sta a simboleggiare la fuga dall'idolatria o l'integrità e purezza della fede. La terza: spiegando letteralmente Apocalisse 14, 1, i 144.000 dovrebbero essere collocati sul monte Sion, ossia a Gerusalemme, in Palestina. Ma ci avvertono i geovisti: "l'Agnello a cui si fa riferimento è, per certo, Gesù Cristo; e questo monte Sion non è sulla terra, ma in cielo dove si trova Gesù" . Dunque "monte Sion" va preso in senso simbolico, non letterale (cf. infra, p. 50), e così pure l'Agnello. La nostra analisi potrebbe continuare. Il risultato sarebbe che Giovanni avrebbe usato un linguaggio simbolico in tutte le sue espressioni, eccetto in quella dei 144.000. Appare assurdo che in un contesto interamente simbolico debba essere intesa in sanso letterale una sola espressione.   b) Sulla terra, non in cielo Vi è, poi un altro grave errore nella spiegazione dei tdG. Essi collocano i 144.000 in cielo, spiegando simbolicamente monte Sion, come già si è detto. Ma Giovanni non dice questo. I 144.000 sono sulla terra. In effetti, nella prima visione (cf. Apocalisse 7, 14) lo scenario terreno è minuziosamente descritto: si parla di terra (4 volte), di mare (3 volte), di venti, di piante. E' la terra, questa nostra terra, sconvolta, in balia d'una imminente calamità, dalla quale rimarranno illesi i segnati col sigillo, ossia i figli dell'Israele di Dio (cf. Galati 6, 16), che sono tutti i discepoli di Cristo. Nella seconda visione (Apocalisse 14, 1-4) i 144.000 sono pure collocati sulla terra, precisamente sul "monte Sion". Nel linguaggio profetico "il monte Sion" è visto come il centro simbolico della comunità messianica - del nuovo Israele - su questa terra (cf. Gioele 3, 5; 14, 17). A questa comunità sulla terra si fa sentire una voce che viene dal cielo (Apocalisse 14, 2). Il canto celeste è percepito e capito dai 144.000 che sono sulla terra, ossia dalla comunità dei salvati che sono sulla terra.   c) Una schiera innumerevole A motivo di tanti errori ed incongruenze in cui cadono i tdG, possiamo dire con certezza che il numero dei 144.000 non indica una quantità limitata e matematicamente chiusa, bensì una schiera innumerevole. In effetti, san Giovanni, per indicare questa immensa schiera, si serve di numeri simbolici, che sono 12 e 1000. Il 12 era considerato un numero sacro (12 erano le tribù di Israele), mentre il 1000 serviva a simboleggiare una quantità considerevole, una moltitudine (cf. 2 Pietro 3, 8).  Per indicare una moltitudine sacra, di gente cioè segnata col sigillo divino, san Giovanni si serve della cifra 144.000 che è il quadrato di 12 per 1000 (12x12x1000). Altri propongono interpretazioni diverse. Ma tutti convengono nel dire che si tratta di numeri simbolici. Il servo fedele ed accorto (Matteo 24, 45-51) Oltre ad Apocalisse 7, 4-7 e 14, 1-4 finora analizzata, i tdG strumentalizzano anche la parabola del servo fedele ed accorto: "Chi, dunque, è quel servo fedele ed accorto che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici perché dia loro il cibo a suo tempo? Beato quel servo se il padrone, alla sua venuta, lo troverà occupato. In verità vi dico: gli affiderà tutti i suoi beni. Ma se è un servo malvagio che dice in cuor suo: "Il mio padrone tarda", e si mette a picchiare i servi dei suoi compagni, a mangiare e bere con gli ubriaconi, il padrone del servo verrà nel giorno in cui quello non l'aspetta e nell'ora che quello non conosce, e lo punirà severamente, facendogli subire la sorte degli ipocriti; là sarà il pianto e lo stridor dei denti" (Matteo 24, 45-51, Garofalo; cf. Luca 12, 35-48; Marco 13, 33-37) A parere dei tdG, "il servo fedele ed accorto" sarebbe la classe dei 144.000, a cui Geova avrebbe affidato il compito di distribuire il cibo spirituale, ossia di insegnare, di governare, di amministrare gli averi della congregazione. Ma la Bibbia non dice così.   La verità a) In questa parabola, come nelle altre, Gesù non parla d'una classe di privilegiati. Egli tratta unicamente e ripetutamente della vigilanza che tutti i suoi discepoli devono avere, e della loro fedeltà al proprio dovere, nell'attesa della sua venuta per il giudizio finale. A tal fine, Gesù porta come esempio la vigilanza del padrone di casa per non essere colto all'improvviso dal ladro (cf. Matteo 24, 42-44;Luca 12, 39-40), oppure quella dei servi o delle vergini che aspettano lo sposo (cf. Luca 12, 35-38; Matteo 25, 1-2) oppure quella dell'uomo che affida i suoi beni ai propri servi (Matteo 25, 14-30). Il servo fedele ed accorto non è simbolo d'una classe di privilegiati, ma di colui - di ogni discepolo di Cristo - che si preoccupa di fare il suo dovere nell'attesa del ritorno del suo padrone: fare il suo dovere, qualunque esso sia.   b) Nel testo parallelo di san Luca (cf. Luca 12, 41-48) la parabola è introdotta da una domanda di Pietro: "Disse allora Pietro: "Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?" (Luca 12, 41). La parabola, a cui Pietro si riferisce, è quella del padre di famiglia che vigila contro un'eventuale ladro (cf. Luca 12, 39-40). Questa domanda introduce, o forse crea un passaggio, al brano seguente, cioè alla parabola del servo fedele ed accorto. In altre parole, la domanda di Pietro dà occasione a Gesù di precisare il suo pensiero nei termini seguenti: quello che costituisce un dovere per tutti (vigilanza e fedeltà), vale a maggior ragione, per chi nella comunità ha il peso della responsabilità.   c) A conferma vale il fatto che "il servo fedele ed accorto" ha l'incarico di dare il cibo a suo tempo "ai servi suoi compagni" (greco conservi, Mt. 24, 49). Dunque egli non rappresenta una categoria a parte, ma uno dei tanti, uno di tutta la servitù, aventi tutti un unico Padrone (= il Signore Gesù). Che se poi si vuole vedere in questi suoi compagni la classe dei 144.000, ne segue che il cibo a suo tempo va dato solo a loro, e non agli altri. Infatti è volontà del padrone che dia cibo e abbia rispetto per i suoi conservi.   d) In san Luca la parabola del "servo fedele ed accorto" si conclude con due versetti che ne fanno capire meglio il significato (cf. Luca 12, 47-48). Gesù insiste che il monito alla vigilanza e alla fedeltà è per tutti, sia per quelli che conoscono bene la volontà del padrone, ossia le guide della comunità, sia per quelli che non la conoscono, perché " a chi molto fu dato, molto sarà domandato" (Luca 12, 48). Lo scopo dunque della parabola o delle parabole non è quello di indicare chi sia il Corpo Direttivo e tanto meno un numero di privilegiati ristretto a 144.000, ma di inculcare a tutti i credenti in Cristo il senso della vigilanza e della fedeltà al proprio dovere, qualunque esso sia, nell'attesa del ritorno del Signore. Il quale scruta i beni ed i cuori e retribuirà a ciascuno secondo le proprie opere (cf. Apocalisse 2, 23). Uomini di Serie B Dopo, o piuttosto sotto, la classe dei 144..000, la intellighenzia geovista colloca quella delle "altre pecore", che comprende tutti coloro che sono disposti a ubbidire ciecamente al Corpo Direttivo con la speranza di continuare ad ubbidire in un paradiso su questa terra in un prossimo futuro sempre rimandato. A fare questa scoperta fu - come abbiamo detto - il secondo presidente Joseph Franklin Rutherford. Scrivono i geovisti: "vi fu il 31 maggio 1935, una rivelazione di verità relativa alle 'altre pecore'. Essa indicò che la 'grande folla', vista dall'apostolo san Giovanni diciannove secoli fa e descritta in Rivelazione 7, 9-17, doveva essere formata dalle 'altre pecore', la cui chiamata è alla vita eterna in un paradiso globale qui sulla nostra terra". La verità Riportiamo anzitutto il testo di Apocalisse 7, 9-17): "Dopo ciò vidi: ed ecco una folla numerosa, che nessuno poteva computare, d'ogni gente e tribù e popolo e lingua: ritti davanti al trono e davanti all'agnello, ravvolti in vesti bianche, e con palme nelle mani. E gridano a gran voce dicendo: "La salvezza appartiene al Dio nostro seduto sul trono e all'agnello!" E tutti gli angeli stavano ritti intorno al trono e agli anziani e ai quattro viventi; e si prostrarono davanti al trono sulle loro facce e adorarono Dio dicendo: Amen. La benedizione, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l'onore, la potenza e la forza al Dio nostro per i secoli dei secoli. Amen. E uno degli anziani mi rivolse la parola dicendo: "Questi, ravvolti in vesti bianche, chi sono e donde vennero?" (…) E disse a me: "Questi sono coloro che vengono dalla grande tribolazione (…). Perciò sono davanti al trono di Dio, e lo servono giorno e notte nel suo tempio, e colui che siede sul trono dimorerà sopra di essi. Non soffriranno più la fame (…) poiché l'agnello che è verso il mezzo del trono sarà il loro pastore…" (Garofalo).   Spiegazione: a) La folla numerosa vista da Giovanni va collocata in cielo, non sulla terra. La prima ovvia ragione è che essi sono "ritti davanti al trono e davanti all'Agnello". Il trono, di cui qui si parla, è il trono di Dio, che si trova in cielo (cf. Isaia 66, 1; Matteo 5, 34; 23, 22 ecc.). Anche l'Agnello, ossia il Figlio di Dio immolato per la nostra salvezza, è asceso al cielo (cf. Efesini 4, 8-10; Ebrei 9, 24 ecc.). Dunque i componenti della "folla numerosa) dimorano in cielo alla presenza di Dio e dell'Agnello.   b) La seconda ragione è che per loro "la grande tribolazione" è passata. Solo sulla terra essi hanno potuto affrontare tribolazioni, persecuzioni, e anche il martirio. Tutte queste cose accompagnano la vita sulla terra. Nella celeste Gerusalemme non vi è nulla di tutto questo (cf. Apocalisse 21, 4).   Una nuova rivelazione Per puntellare la distorsione della Parola di Dio operata da Rutherford nel 1935, il suo successore Frederick Franz nel 1981, ossia 46 anni dopo, ebbe una nuova rivelazione. Geova ha mostrato ai veggenti di Brooklyn, N.Y. che 2la grande folla" vista da Giovanni in Apocalisse 7, 8 e seguenti deve essere collocata nella parte esterna del tempio, che sarebbe la terra. La verità a) Notate, prima di tutto, che l'autore ispirato ha usato la parola naòs, che vuol dire "parte interna del tempio", il "Santo dei Santi", dov'era collocata la presenza di Dio. Altrove invece lo stesso Giovanni usa la parola ieron che vuol dire "tempio in generale", compresa la parte esterna (cf. Giovanni 2, 14; cf. Matteo 21, 12). La "folla numerosa" so trova nel naòs, ossia nella parte interna, nel santuario, non nel ieron.   b) E' pure detto che "la folla numerosa" "presta servizio notte e giorno"; ora il servizio sacro si svolgeva all'interno del santuario. I protagonisti di questo servizio sacro, ossia i componenti la "folla numerosa", hanno come sede la parte interna, non quella asterna del tempio. Infine è detto che l'Agnello "sarà loro pastore". Dunque anche l'Agnello dovrebbe essere collocato sulla terra in mezzo alle altre pecore, e non già nel cielo coi 144.000, come insegnano i tdG. I miti erediteranno la terra (Mt. 5, 5) Il cavallo di battaglia geovista per tralasciare sulla terra "la folla numerosa" sono le parole di Gesù in Matteo 5, 5:" I miti possederanno la terra" (Garofalo). Imiti o giusti sarebbero i componenti la grande folla di Apocalisse 7, 8. Dunque a loro spetta la terra, sulla quale vivranno felici per sempre. Chiaro? Chiarissimo!!! La verità a) La Bibbia non dice questo. Il pensiero di Gesù va spiegato alla luce della Scrittura perché la Bibbia si spiega con la Bibbia. Infatti, la frase di Matteo 5, 5 è una citazione del Salmo 37, 11.29, e va capita alla luce di quanto è detto in quel Salmo. Il salmista si pone il problema: come mai la giustizia di Dio permette che i malvagi prosperino e possano opprimere i giusti (= i miti)? La risposta, per un antico Ebreo, non riusciva facile. Non avendo chiara idea della vita d'oltretomba, egli trovava la soluzione nell'ambito della vita terrena. Jahve - egli dice - punirà gli empi, e a lungo andare premierà i giusti con una vita felice su questa terra o direttamente nelle loro persone oppure nella loro discendenza. b) Ma Gesù aprì la mente dei suoi discepoli all'intelligenza delle Scritture (cf. Luca 24, 45). Ai miti o giusti, chiamati anche poveri in spirito, egli promette il Regno di Dio (Luca 6, 20) o dei cieli (Matteo 5, 3). La terra, che Gesù promette, si identifica col Regno dei cieli o di Dio. E il Regno di Dio non è mai presentato nella Bibbia come una vita edonistica su questa terra. (cf. Romani 14, 17). c) Possiamo dire le stesse cose in un modo diverso. L'antico Ebreo si consolava al pensiero che Jahve avrebbe ricompensato i giusti con un pezzetto del nostro pianeta: una vigna, un giardino di ulivi, di fichi, di melograni, in quella terra dove erano entrati i suoi antenati liberi dalla schiavitù dei faraoni: la terra promessa (cf. Deuteronomio 1, 6-8). Ma Gesù ha spiegato come vanno intese le cose, qual è la vera terra promessa. Egli non parla mai di questa terra dove i suoi discepoli (= miti, i giusti, i poveri di spirito) avrebbero avuto la loro ricompensa. Egli ha promesso la restaurazione totale dell'universo, un nuovo modo di essere di tutta la creazione (cf. Matteo 19, 28; Atti 3, 21; Romani 8, 19). Questa è la vera terra promessa. d) Spesso questa terra promessa è chiamata cielo o cieli. Così san Paolo rimprovera quelli che sono tutti intenti alle cose della terra specificando che: "La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso" (Filippesi 3, 19-21). Lo stesso Apostolo corregge il pensiero dell'antico salmista (cf. salmo 37) e afferma che ai giusti perseguitati, ai miti d'Israele sarà data una patria celeste: "Nella fede morirono tutti costoro (…), dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio; ha preparato infatti per loro una città" (Ebrei 11, 13-16). Nuovi cieli e nuova terra Anche alcune parole della seconda Lettera di san Pietro sono strumentalizzate dai tdG per affermare l'esistenza d'una sede celeste per i 144.000 (nuovi cieli) e una dimora terrena (nuova terra) per le altre pecore. Ha scritto san Pietro:   Il giorno del Signore verrà come un ladro: allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati da fuoco si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta (…). E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà dimora stabile la giustizia (2 Pietro 3, 10-13).   Spiegazione: a) L'espressione biblica "cielo e terra" o al plurale "cieli e terra" indica un'unica realtà, ossia tutto l'universo, tutta la creazione. Così in Genesi 1, 1, con le parole "Dio creò il cielo e la terra", l'autore ispirato vuol dire che Dio creò tutte le cose, che apparivano come terra e come astri del firmamento.   b) Dopo il peccato dell'uomo, Dio promette di rinnovare tutto l'universo: è la restaurazione di cui abbiamo parlato prima (cf. Matteo 19, 28), la liberazione della creazione tutta dalla schiavitù della corruzione (cf. Romani 8, 21). Questa promessa si trova già in Isaia 65, 17; 66, 22, a cui san Pietro deve la sua espressione.   c) Qualora per cieli dovessimo intendere la sede dei 144.000, ne seguirebbe che anche i santi o unti già destati incorruttibili subiranno la stessa sorte di questa terra: la loro dimora celeste si dissolverà tra breve consumata dal fuoco….   d) E' vero che nella Bibbia i cieli indicano alcune volte la sede di Dio e degli angeli, come pure la dimora dell'umanità rinnovata e salvata in Cristo. Ma questo significato non si trova nelle parole di san Pietro. La spiegazione geovista che vorrebbe ricavare da 2 Pietro 3, 13 la netta distinzione tra celesti e terrestri, dividere cioè l'umanità in due categorie radicalmente distinte, con due speranze specificamente diverse, è priva di qualsiasi fondamento biblico. E' solo una settaria strumentalizzazione della Parola di Dio per giustificare un deprecabile razzismo. Il re Davide e Giovanni Battista A parere dei tdG la Bibbia dice che il re Davide e Giovanni Battista non andarono in cielo (cfr. Atti 2, 29-34; Matteo 11, 11). La verità a) In Atti 2, 29-34 san Pietro applica a Cristo Risorto le parole del Salmo 110, 1: "Disse il signore al mio Signore: siedi alla mia destra" (Garofalo). Il Primo degli Apostoli fa notare che Davide non fu risuscitato ed elevato alla destra di Dio. La profezia del salmo trovò pieno compimento in Gesù di Nazareth "asceso al cielo": Non è affatto detto che vi sia una dimora celeste, da cui sarebbe escluso Davide, e una dimora terrestre per "le altre pecore".   b) In Matteo 11, 11 Gesù dice: "Il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui (del Battista)" (Garofalo). L'espressione "regno dei cieli" usata abitualmente da Matteo, corrisponde all'altra "regno di Dio" usata da Luca, Marco, ecc., come tutti sanno. Gesù voleva dire che il Regno di Dio (o dei cieli) da Lui fondato (cfr. Marco 1, 15; Luca 4, 18-21; 11, 20; 17, 21; ecc.) è di molto superiore a quello di prima, nel quale era nato Giovanni. Questi, comunque, credette in Gesù Messia e ora certamente regna con Lui in cielo (cfr. 2 Timoteo 2, 12; Ebrei 11, 16).   Il piccolo gregge (Luca 12, 32) L'errore: A parere dei tdG il piccolo gregge, a cui il Padre darà il regno, sono i 144.000. La verità: a) Commenta la Bibbia di Salvatore Garofalo: "Lo sparuto gruppo di discepoli è un piccolo gregge fra una torma di lupi, i farisei, ma è forte della forza di Dio". Gesù parla del numero dei suoi primi discepoli, contrapposti alle migliaia della folla.   b) Tra pochi anni, grazie all'opera dei primi discepoli, diventerà una moltitudine immensa, che Giovanni vede in cielo intorno al trono di Dio, nel suo tempio, assieme agli angeli, agli anziani e ai quattro viventi (cf. Apocalisse 7, 9.11.15). Infatti l'annuncio della Parola di verità giunse ben presto in tutto il mondo, fruttificando e sviluppandosi (cf. Colossesi 1, 6).

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