Il diciottenne Miguel-José Ferrer assume questo nome facendosi francescano per ricordare uno dei primi compagni di Francesco d’Assisi. Sacerdote, a 36 anni va missionario in Messico, che all’epoca è soggetto alla Spagna. Padre Serra percorse moltissimi chilometri tra terra e navigazione per portare agli uomini di quel continente, insieme alla fede, la spinta a costruirsi una vita degna della persona e della famiglia. Nessuno prima di lui ha fatto tanto per le popolazioni della California.

Benedetto Odescalchi nacque a Como il 19 maggio 1611. A Napoli ricevé la tonsura il 18 febbraio 1640. A Roma intraprese la carriera ecclesiastica, ma conducendo una vita ritirata ed austera. Nel 1650 il papa lo nominò vescovo di Novara. Il 21 settembre del 1676 fu eletto papa, assumendo il nome di Innocenzo XI. Durante il suo pontificato combatté il nepotismo, l’usura e il lusso, esortando alla carità e alla beneficenza, dando il suo personale esempio e cercò di abolire il commercio degli schiavi. Riuscì a coalizzare le forze europee contro l’avanzata turca e nella difesa di Vienna e di Buda dall’offensiva musulmana. Innocenzo XI morì il 12 agosto 1689 e, acclamato santo dal popolo dei fedeli, fu sepolto in S. Pietro. Fu dichiarato beato da papa Pio XII il 7 ottobre 1956.

Delle suore rastrellate nella regione della piana del Rodano facevano parte due suore cistercensi, una benedettina, ben sedici Orsoline e tredici Sacramentine. In prigione non smisero di proseguire le pratiche della loro vita conventuale. La prima sacramentina a salire la ghigliottina il 7 luglio, perché non volle venire meno alla sua fedeltà alla Chiesa, fu la B. Ifigenia di San Matteo. Le suore tennero un comportamento eroico eccezionale, testimoniato da quanti sfuggirono al massacro. La causa per la loro beatificazione fu introdotta il 14 giugno 1916 e il loro martirio fu riconosciuto il 19 marzo 1925; la beatificazione delle 32 suore martiri fu celebrata il 10 maggio 1925, da papa Pio XI e la festa celebrativa fissata per tutte al 9 luglio.

Luisa Teresa de Montaignac de Chauvance, nacque il 14 maggio 1820 a Le Havre in Francia in una famiglia di nobili origini, imparentata con i reali di Francia e tra i suoi avi ci furono numerosi Crociati e il santo abate Amabile. L’8 settembre 1843 pronunciò il voto di consacrazione al Sacro Cuore. Seguì la famiglia che si era trasferita nel 1848 a Montluçon, dove diede vita a tante attività benefiche tra cui la “Pia Unione delle Oblate del Sacro Cuore”. Dopo il 1854 a 34 anni, fu colpita da una malattia grave alle gambe che la costrinse a stare più a letto che in piedi. Morì il 27 giugno 1885 a Montluçon a 65 anni. Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata il 4 novembre 1990.

Nato nel 1782 a Roma come Lorenzo Maria Salvi, nel 1801, nonostante le difficoltà determinate dal clima antireligioso del periodo post-rivoluzionario, entrò tra i Passionisti, che Pio VI aveva chiamato per calmare gli animi. Quando fu costretto a lasciare il convento per la soppressione degli ordini religiosi, esercitò il suo apostolato nel rione di Sant'Eustachio. Ma è noto come «l'apostolo del Bambin Gesù». Fino alla morte predicò missioni nel Lazio, nelle Marche, in Toscana e in Abruzzo. Morì nel 1856 a Capranica (Viterbo). È beato dal 1989.

Sacerdote nato il 10 dicembre 1827 a Bergamo. Fu fondatore dei Fratelli della Sacra Famiglia e delle Piccole sorelle dei Poveri, le «suore Poverelle» che in tempi recenti si trovarono accanto al letto dei contagiosissimi malati di Ebola, alla fine vittime esse stesse del virus . Il carisma del fondatore è infatti legato all’assistenza a malati, bisognosi e anziani. Morì il 15 giugno 1886. Palazzolo è stato beatificato nel 1963.

Trascorse la sua vita in una grande semplicità e quasi come un anacoreta, sempre intento alla preghiera e alla guida del suo popolo. La S. Sede, nel 1893, gli diede un coadiutore nella persona di Mons. Massimo Decelles al quale lasciò la cura degli affari temporali della diocesi. Costui, nei processi canonici, attestò che la piena devozione al Papa, che inculcò nei diocesani, "fu veramente uno dei tratti più caratteristici della sua anima e della sua pietà. Per lui Chiesa e Papa formavano una cosa sola. Egli amava il Papa con lo stesso amore con cui amava la Chiesa: con la stessa tenerezza, con lo stesso zelo, con la stessa fede".

Benché la sua salute fosse quasi continuamente malferma, Ippolito digiunava tre volte la settimana e si cibava di pane, frutta e legumi, raramente di carne e di pesce. Se il confessore glielo avesse permesso, avrebbe fatto volentieri uso anche dei cilici e dei flagelli, per prendere parte ai dolori del Figlio di Dio, alla contemplazione dei quali difficilmente riusciva a trattenere le lacrime. Fu tuttavia lieto di potere almeno offrire a Dio le sofferenze che gli procurava al petto una piaga da lui tenuta nascosta a tutti per quattordici anni. Di notte riduceva le ore di sonno per attendere alla preghiera, alla meditazione del Vangelo e della Imitazione di Cristo e preparare diligentemente le lezioni di catechismo.

Nel 1897, durante gli esercizi spirituali, Don Orione stese i suoi propositi in trenta punti minuti e severi. Tra l'altro scrisse: "O Signore Gesù, oggi comincio vita nuova, come un secondo battesimo. Prometto di fare tutto ciò che vedrò e che potrà farmi santo, di abbandonarmi in tutto nelle braccia di Gesù... Voglio fare penitenza dei miei peccati e amare il Signore con il cuore e con le opere, tanto da morire arso dalla sua carità. Vivrò, con il permesso del confessore, a pane, acqua e minestra. Mi confesserò possibilmente tutti i giorni e non meno di ogni tre giorni. Andrò a confessarmi da chi mi farà più santo... Mi farò la disciplina e metterò il cilicio. Parlerò poco, pregherò molto e lavorerò tanto da cadere alla sera stanco nelle braccia di Gesù, mio bene e mio tutto".

Martire, secondo la Chiesa Cattolica, è colui che, volontariamente, preferisce subire la morte corporale piuttosto di rinnegare la fede in Dio. Al B. Liberato e ai suoi due compagni è stato riconosciuto questo titolo, perché, in Etiopia, preferirono lasciarsi lapidare dai monofisiti anziché rinnegare l'esistenza in Gesù Cristo delle due nature, quella divina e quella umana.

Al rigido controllo dei pensieri e dei sensi unì una calcolata distribuzione del tempo libero, all'uso frequente delle giaculatorie, una rigida mortificazione, specialmente degli occhi. Geremia Bonomelli, in quel tempo professore in seminario, depose nei processi canonici: "Il chierico Scalvinoni per l'ubbidienza, la modestia, la diligenza, l'umiltà, per un certo candore che traluceva da tutte le sue parole e azioni, conciliava gli animi di tutti i suoi compagni, dirò meglio che imponeva un certo rispetto e una cotale riverenza. Il solo vederlo edificava, benché facesse ogni cosa con tutta semplicità e fosse estremamente schivo di ogni singolarità".

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Conseguita nel 1893 la laurea in filosofia, Versiglia per tre anni fu assistente e insegnante dei novizi a Foglizzo, mentre attendeva allo studio della teologia. Coloro che lo conobbero attestarono che da tutti esigeva l'osservanza della regola, ma che egli era il primo a praticarla. Benché fosse per temperamento severo, godeva la stima e l'affetto di tutti perché imparziale, signorile nel tratto e fine psicologo. Nelle ricreazioni e nei passaggi che faceva con loro parlava sovente della bellezza della vita missionaria e del desiderio che ne provava.(.).
Benché la famiglia non fosse in grado di mantenere il figlio agli studi, nel 1917 i salesiani accolsero Callisto ugualmente nell'Oratorio di Valdocco come interno. I professori rimasero subito ben impressionati di lui per la compostezza, l'attenzione nella scuola e l'assiduità alla comunione e alla visita al SS. Sacramento. Nel 1918 fu ammesso al noviziato di Foglizzo (Torino) durante il quale dimostrò quanto grande fosse il suo ardore per le missioni.

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In quattro anni, sotto la sapiente guida spirituale di Don Augusto Crestanello, confessore nell'attiguo Collegio dei salesiani, Laura si sarebbe santificata e avrebbe consumato il suo olocausto per la conversione della mamma. Appena la Beata, a contatto delle suore, comincio a conoscere meglio la verità della fede e le preghiere, propose di "essere sempre buona". Per non venire meno al suo proposito, con umiltà e semplicità era solita chiedere loro spiegazioni circa la maniera di praticare questa o quella virtù, dando così a vedere di possedere, secondo la direttrice, "un criterio superiore alla sua età e una vera inclinazione alla pietà".

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Quest'umile Frate Minore recolletto, apostolo dell'Umbria e degli Stati Pontifici, nacque a Gaiche (Perugia) il 30-10-1732 da benestanti contadini e cristiani esemplari: Giuseppe Croci e Antonia Giorgi. Giovanni ricevette da essi un'educazione profondamente religiosa. I primi rudimenti del catechismo e delle lettere egli li apprese dal vicino parroco di Greppoleschieto. Era tanto grande il desiderio che aveva d'imparare che studiava persino sorvegliando il gregge al pascolo.

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Francescano, ardente testimone della carità di Cristo

 

L'avventuriero dell'amore

C'è un detto di san Francesco - a lui attribuito dallo Specchio di Perfezione, ma usato dal beato Egidio, uno dei suoi primissimi compagni - che può essere assunto come emblema per rappresentare l'operoso impegno di carità evangelica e francescana di P. Ludovico da Casoria (al secolo Arcangelo Palmentieri): Tantum scit homo quantum operatur, «Tanto l'uomo sa quanto opera».

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