L'oratoriano Giovanni Giovenale Ancina era nato a Fossano il 19 ottobre 1545. Nell'anno 1574 andò a Roma dove resta affascinato da S. Bellarmino, ma soprattutto da San Filippo Neri, il quale lo accoglie nella sua congregazione. Diventato sacerdote, inizia a Roma il suo ministero e poi accompagna San Filippo a Napoli, dove le sue prediche sono talmente partecipate che le chiese non sono sufficienti a contenere tutti coloro che lo vogliono ascoltare. Papa Clemente VIII, lo propone per la sede episcopale di Mondovì, ma egli sceglie quella di Saluzzo perché più povera e difficile. Sa che qui la fede è minacciata non solo dall’eresia, ma soprattutto dalla scarsa preparazione del clero. Muore il 30 agosto 1604, a 17 mesi dal suo ingresso in diocesi, e la sua fine è avvolta dal mistero: fu avvelenato da chi non condivideva la sua azione riformatrice e il suo zelo apostolico?  Fu beatificato il 9 febbraio 1890 da papa Leone XIII.

La beata Giovanna Maria della Croce, fondatrice delle Piccole suore dei poveri, era nata come Giovanna Jugan a Cancale, in Francia, nel 1792. La sua vocazione era di aiutare gli anziani soli. Aderì al Terz'ordine della Madre Ammirabile, fondato da san Giovanni Eudes e con l'amica Francesca Aubert affittò una casa e cominciò ad accogliervi vecchi soli e malati. Per delle incomprensioni venne destituita dal ruolo di superiora e passò gli ultimi anni come questuante. Morì nel 1879. È beata dal 1982.

In Giappone molti cristiani subirono il martirio dal 1617 al 1632 in diversi modi e in varie città. Tra essi figurano quelli di cui si parla qui di seguito e che non erano soltanto missionari e sacerdoti.

Nacque nel 1304 da una ricca famiglia di Siena, e divenne ben presto agiato mercante di lana, tessendo un’ampia rete di rapporti commerciali che lo portarono ad entrare nel governo della città. Seguì un felice matrimonio, allietato da due figli. Ma una occasionale lettura della vita di una S. Maria eremita in Egitto gli procurò una profonda crisi spirituale, una svolta di vita decisiva. Il governo di Siena decise di allontanarlo come pericoloso, ma lui si trasformò “bandito dagli uomini in banditore di Dio” utilizzando l’esilio per diffondere il suo richiamo al radicalismo evangelico. Morì in pace con la Chiesa dopo esserne stato fieramente perseguitato.

Nacque in Valencia (Spagna) il 5 gennaio 1530. Abbandonò la carriera militare che aveva intrapreso per entrare nell'Ordine dei Minimi. Si manifestò sempre colmo di Dio, capace di decisioni impegnative e spesso provvidenziali. Eccelse nell'osservanza della Santa Regola e per la sua grande umiltà. Già in vita veniva additato come "Santo", e gli si attribuirono numerose intercessioni e miracoli. Morì il 14 luglio 1604 e venne beatificato da Pio VI il 17 settembre 1786.

Nacque a Monlogis, nella parrocchia di Polminhac (diocesi di Saint-Flour), il 26 novembre 1838 e morì per la fede ad Ambiatibé (Madagascar) l'8 giugno 1896. Fu ordinato sacerdote nel 1864. Sacerdote della Compagnia di Gesù fu mandato  missionario nel Madagascar. Scoppiata nel 1894 la seconda guerra dei malgasci contro la Francia, il Berthieu fu catturato dagli insorti. Invitato varie volte ad abbandonare la fede, egli si rifiutò sempre e i feticisti, irritati dalle sue ripulse, lo sottoposero a morte crudele e gettarono il suo cadavere nel fiume Mananara.

Il gesuita José de Anchieta, missionario, apostolo del Brasile, nacque a S. Cristobal de la Laguna nell’isola di Tenerife (Canarie) il 19 marzo 1534.
Il 1° maggio 1551 a 17 anni entrò fra i gesuiti di Coimbra in Portogallo. A seguito della salute cagionevole, nel 1553 fu inviato in Brasile per ristabilirsi e qui divenne un infaticabile missionario. E ad Anchieta, padre José, morì il 9 giugno 1597 a 46 anni in concetto di santità. Il Brasile deve molto a questo gesuita missionario. Infatti lo considera un santo nazionale per le sue virtù, la dedizione, le doti di taumaturgo e il dominio prodigioso sulle forze della natura, sulle belve della foresta e sulle malattie.
Molto vasto è l’elenco dei suoi scritti sui più svariati argomenti religiosi, canti, poesie, grammatica, poemi, lettere e comunicazioni, nelle lingue latino, portoghese, tupi e guaranti. Il 22 giugno 1980 papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato.

Nacque in Francia, a Bouxières-aux-Chênes, il 12 marzo 1831 e morì a "Roma", nell'attuale Lesotho, Africa, il 29 maggio 1914. Sacerdote della Congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, il beato francese Giuseppe Gérard si recò missionario nel Basotholand, in Africa, ove annunciò senza sosta il Vangelo agli indigeni. Giovanni Paolo II lo beatificò il 15 settembre 1988.

Il beato Giovanni da Prado, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori fu un martire. Egli fu mandato in Africa per offrire assistenza spirituale ai cristiani costretti in schiavitù nei regni degli infedeli; arrestato, testimoniò coraggiosamente la propria fede in Cristo davanti al tiranno Mulay al-Walid, per ordine del quale subì il martirio.

Quando, durante la rivoluzione francese, fu imposto ai sacerdoti di giurare la costituzione civile del clero, il Moye incoraggiò i confratelli alla resistenza finché fu costretto a rifugiarsi a Treviri con le Suore e il noviziato. Si preparò alla morte trascorrendo il tempo nel pregare, nell'assistere i poveri e nel visitare i malati dell'ospedale, a contatto dei quali contrasse il morbo che lo portò alla tomba. Pio XII lo beatificò il 21-11-1954.

Nel mese di Ottobre 1869 Don Pelczar fu trasferito nel seminario di Przemys'l con l'incarico di prefetto e di professore. Fin d'allora si distinse per la difesa che fece del primato e dell'infallibilità papale, provocando reazioni negli ambienti dominati dai radicali. Un anno dopo, gli fu affidato l'insegnamento della teologia pastorale. Egli molto lo amò, perché gli offriva l'occasione di formare gli alunni allo spirito sacerdotale. Nella primavera del 1873 pubblicò la sua prima opera intitolata: Vita spirituale. Nel 1924 aveva già raggiunto l'ottava edizione. Durante il suo episcopato darà alle stampe altri 42 libri di complessive 27.503 pagine in cui, con grande erudizione, prudenza e sollecitudine pastorale, difenderà la fede cattolica dal modernismo, dal socialismo e dalla massoneria. Nello stesso tempo nei fedeli inculcherà la devozione al S. Cuore di Gesu e alla Vergine SS.

Benché alla scuola dei Gesuiti Don Giovanni avesse imparato l'arte di convertire gli eretici e la maniera di esercitare con frutto il ministero sacro, agli inizi del suo apostolato non ebbe molto successo. Il Card. Dietrichstein nel 1609 lo mandò ad Opava perché aiutasse il fratello, Don Nicola, nella vicina parrocchia di Jaktar, ma ben presto vi rinunciò. L'anno successivo, fu nominato viceparroco di Unicov, ma fu costretto ad abbandonare l'ufficio perché, insieme al fratello, era stato accusato di cospirazione contro l'imperatore d'Austria, Rodolfo II (+1612), il quale nonostante gli sforzi compiuti con l'aiuto dei Gesuiti per una restaurazione cattolica, con la pace di Vienna nel 1606, era stato costretto a concedere la libertà di culto ai protestanti d'Ungheria e di Transilvania. Arrestato e interrogato dalle autorità ecclesiastiche, il Beato fu riconosciuto innocente.

Don Giacomo moltiplicò gli sforzi per invogliare i frequentatori della sua chiesa a nutrirsi, anche tutti i giorni, di quello che amava chiamare "boccone eucaristico", capace di placare la fame di tutti gli uomini. Personalmente egli attingeva ogni giorno alla Messa la forza di donarsi continuamente e senza riserve ai bisognosi. La celebrava con grande esattezza e attenzione tenendo la testa leggermente inclinata da una parte e senza mai omettere la preparazione e il ringraziamento. Quando la celebrava da solo vi impiegava anche un'ora. Al momento della consacrazione, facilmente prorompeva in infuocati sospiri e in un pianto dirotto. Diverse volte fu visto sollevato da terra.

E’ il primo romeno, fratello laico cappuccino, ad essere elevato all'onore degli altari… Un giorno, sulla piazza del mercato dove si era recato per vendere il frutto del suo lavoro, Ion s’imbatté in un vecchio mendicante che gli disse: "Tu andrai al di là dei monti, in una terra che si chiama Italia. Percorrerai una strada lunghissima e avrai molto da soffrire, ma non avere paura perché non ti succederà alcun male. Giunto al termine del tuo viaggio ti metterai con amore e con gioia al servizio di un grandissimo signore e ne sarai magnificamente ricompensato".

La Bonomo trascorse un'infanzia molto edificante, poco interessata alle belle vesti o ad altre vanità. Ogni mattina si recava in parrocchia ad ascoltare la Messa. Ogni giorno recitava l'Ufficio della B. Vergine. Dio le aveva concesso di comprendere la lingua latina e di parlarla come se l'avesse studiata. Le aveva pure dato una grande intelligenza dei divini misteri motivo per cui era in grado di spiegarli ai bambini del vicinato o ai poveri che soccorreva nelle loro necessità.

A chi la conobbe, Suor Giuseppina diede l'impressione di essere "un angelo in terra", una religiosa "straordinariamente virtuosa" benché non praticasse eccezionali penitenze. Essendo persuasa che doveva restare nel mondo tanto tempo quanto il Signore avrebbe voluto, senza mostrare preferenze e gusti, per lei tutto era buono, tutto era di troppo. In cima a tutte le sue aspirazioni c'era il desiderio di ubbidire sempre e con sollecitudine ai superiori. Non le mancarono difficoltà nella vita religiosa, sgarbatezze da parte di consorelle poco pazienti. Anziché confidare ad altre consorelle la sua angustia si limitava a dire: "Passa tutto: facciamo ogni cosa per il Signore". A lui e di lui parlava sovente.

Eugenio IV rimase tanto soddisfatto del lavoro pittorico dell'Angelico che, per dimostrargli la sua riconoscenza, avrebbe voluto nominarlo vescovo di Firenze al posto del defunto Mons. Zabardella (+1446), ma l'umile figlio di San Domenico, che si sentiva chiamato da Dio a glorificare il suo nome con le splendide scene delle sue pitture, declinò il compito al quale non si sentiva preparato. Propose tuttavia al sommo pontefice di destinare a quella carica il P. Antonino Pierozzi che tutti chiamavano "Antonino dei consigli" per la saggezza di cui dava continuamente prova nelle relazioni con i confratelli e nei contatti con i penitenti. Il papa accolse il suggerimento del beato. S. Antonino per Firenze fu una vera benedizione.

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Un sacerdote della parrocchia, vedendo che Giuliano preferiva passare in preghiera il tempo che i suoi coetanei passavano in trastulli, gl'insegnò i primi rudimenti del latino e lo mise in condizione di frequentare a Rennes, da esterno, il collegio dei Gesuiti (1620-1625). Giuliano non subì l'influsso delle cattive compagnie, anzi, da buon associato alla congregazione mariana, persuase alcuni condiscepoli a bruciare i libri perversi, altri a non frequentare le osterie, altri a moderare la passione del gioco. È considerato l'apostolo della Bretagna (Francia) a causa della straordinaria opera missionaria che vi svolse per quarantadue anni.

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A dodici anni Caterina, con il permesso del confessore, fece il voto di ubbidienza, di non fissare in volto persone dell'altro sesso, di non andare a letto senza aver fatto prima la meditazione, di non commettere peccati veniali deliberati e di esercitarsi ogni giorno nella pratica dell'umiltà. Tuttavia le fu proibito di dormire per terra, di andare leggermente vestita d'inverno per sentire il freddo, di mangiare soltanto pane e acqua per portare la sua porzione di carne ai malati. Ogni giorno diventava sempre più seria, pensosa e raccolta con l'idea fissa nella mente di farsi santa. Scrisse nell'autobiografia: "Era una voce potente quella che mi chiamava. Mi dava grande pena tutto ciò che non tendeva a Dio e alla pratica della virtù; provavo come una specie d'agonia nelle conversazioni della sera... Mio babbo mi chiamava il piccolo leone, la fiera, la romita, e io provavo gran pena perché non comprendevano e non mi lasciavano libera da tante ciarle inutili".

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Giovane sacerdote, P. Giorgio fu mandato dal vescovo di Kielce a fare da coadiutore a un parroco di campagna, ma dopo due mesi, la malattia di cui era affetto lo costrinse a ritirarsi e a recarsi per rimettersi in salute, prima a Kreuznach (Germania), e poi a Friburgo nella Svizzera, dove si iscrisse all'Università Cattolica per laurearsi in teologia. Per provvedere alla sue quotidiane necessità prestò aiuto al parroco di S. Giovanni in Basseville di lingua francese, nella cura dei poveri e degli operai. Poiché era costretto ad abitare in una camera molto umida, il suo male si aggravò talmente che dovette subire un intervento chirurgico alla gamba con l'inserimento di chiodi che portò fino alla morte.

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Fra Giovanni, per non esporre le cristianità del Shen-Si a troppo gravi pericoli, si rifugiò nell'Hou-Pé, in attesa di ordini da parte di Mons. Salvetti. Anche là egli diede indubbia prova del suo disprezzo per qualsiasi pericolo, quando si trattava di guadagnare anime a Cristo. L'intera cristianità di Huo-Panh, spaventata dalle pene minacciate, aveva apostato. Appena il Beato ne venne a conoscenza, sprezzante della vita, decise di raggiungerla per ricondurla alla fede benché tutti coloro che vennero a conoscenza del suo disegno lo avessero sconsigliato. Il suo solito catechista si rifiutò di accompagnarlo, ma Fra Giovanni, anziché scoraggiarsi, vi andò in compagnia di un altro. Sul posto tanto fece e tanto esortò gli sventurati apostati da ricondurli in seno alla Chiesa.

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Gian Pietro nacque nel 1832 a Sainte-Catherine-sur-Riviere, nella diocesi di Lione. Dopo la prima comunione manifestò ai genitori il desiderio di farsi sacerdote. Felice di questa sua risoluzione la mamma gli fece apprendere le prime nozioni di latino presso il vicario d'Aubepin, e poi lo mandò nel seminario di Montbrison donde passò, per lo studio della filosofia, in quello d'Argentière. Mentre si preparava al sacerdozio il beato ebbe dal cielo l'ispirazione di farsi missionario. Durante le vacanze del 1855 fece domanda di essere ammesso nel seminario delle Missioni Estere di Parigi. Appena la sua richiesta fu accolta, nel mese di ottobre dello stesso anno partì per la capitale francese benedicendo Dio in cuor suo di poter attuare il Suo disegno.

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Dopo l'ordinazione Don Allamano cominciò a frequentare come esterno il Convitto Ecclesiastico, eretto a Torino presso la chiesa di S. Francesco d'Assisi, dal teol. Luigi Guata (+1848), e da lui lasciato in eredità a S. Giuseppe Cafasso perché lo dirigesse e vi insegnasse la morale cristiana secondo i principi di S. Alfonso M. de' Liguori. Nell'ottobre del 1876 Mons. Gastaldi nominò il beato direttore spirituale del seminario diocesano. Il regolamento auspicava per i formatori degli aspiranti al sacerdozio la laurea in teologia e l'aggregazione al collegio dei dottori. Per conseguirla l'Allamano fece tali sforzi che cadde gravemente malato con emottisi. Gli furono amministrati gli ultimi sacramenti, e furono fatte speciali preghiere per lui nel santuario della Consolata per la durata di tre giorni. Con grande sorpresa dei medici, in breve tempo il beato guarì. Non aveva ancora portato a termine il compito che Dio gli aveva assegnato da tutta l'eternità.

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Redazione Segnala "Poiché diffidava di se stessa, la beata, prima di prendere una decisione importante, chiedeva abitualmente consiglio a chi la dirigeva e persino a Don Bosco. Il canonico Nicco non condivideva la sua idea che l'Istituto dovesse vivere soltanto di questua e delle offerte dei benefattori. Su questo punto Madre Giovanna Francesca fu irremovibile come S. Chiara d'Assisi con le "Damianite". Un giorno fu trovata in un angolo della casa che esclamava piangendo: "Signore, dammi un'anima che mi comprenda, mandami un sacerdote che mi aiuti!" Costretta a sostenere da sola il suo punto di vista più volte fu udita dire: "Dovessi cominciare dieci, cinquanta volte l'istituzione la comincerei perché sono sicura che è voluta da Dio"."
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La formazione all'umiltà era uno dei temi su cui Don Giaccardo si fermava di più nel dettare le meditazioni. Diceva: "Per me il Vangelo è il libro dell'umiltà". Ne deduceva la necessità quindi, di "farsi piccoli, sentirsi piccoli, restare piccoli". Esortava; "All'umiltà non dite mai di no perché più entrate nell'umiltà, più assomiglierete a Gesù Cristo... Umiliamoci anche quando dovessimo inchiodare con Gesù la nostra volontà alla croce". Perché "l'amore alle comodità non fa mai i santi", mentre "chi uccide l'io, trova Dio". Stimolava i suoi uditori a praticare qualsiasi virtù in maniera pronta, facile e dilettevole. Sottolineava sempre e specialmente l'ultimo avverbio perché era convinto che "un uomo scontento è un uomo a metà".

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Quando vestì l'abito religioso, stando in orazione, disse al Signore che era disposta a patire per amor suo tutti i dolori che le avrebbe mandato. Dopo una grave malattia la Beata udì una voce interna che la esortava a scegliere se restare tre anni paralitica o muta. Per non essere di peso alla comunità scelse di restare muta. "L'infermità l'aiutò a restare più unita a Dio. Anche quando lavorava non interrompeva la sua orazione mentale. Quando guarì prese a osservare il silenzio non solo nelle ore stabilite, ma anche nei momenti di distensione. A chi gliene muoveva rimprovero rispondeva: "È bene tacere e restare in casa", cioè conservare un abituale raccoglimento.

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In perfetta concordia con il parroco, Don Donato Brighenti, che gli concesse piena fiducia e libertà di azione, Don Giuseppe, in meno di due anni, con l'aiuto dei parrocchiani, specialmente dei giovani, da lui sapientemente mobilitati e organizzati, restaurò la vecchia chiesa parrocchiale, riorganizzò le istituzioni e le confraternite già esistenti, ne istituì delle nuove come quella delle Madri cristiane, del Terz'Ordine Francescano e della Madonna del Carmine. Ripristinò la funzione delle cosiddette "Quarantore", del mese di maggio, la Compagnia e la Festa del Rosario e la funzione del Perdono di Assisi benché la parrocchia contasse soltanto un migliaio di anime.

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La maggior parte dei sacerdoti della Mayenne aveva rifiutato il giuramento alla costituzione civile del clero benché fosse stata sancita dal re Luigi XVI (1790), perché rifletteva lo spirito giansenistico e gallicano in quanto pretendeva sottrarre il clero all'ubbidienza al papa, fondando una Chiesa nazionale scismatica, soggetta al potere civile. Coloro che si opposero al giuramento furono seguiti e sostenuti dalla maggior parte del popolo. Tuttavia le autorità incaricate di applicare la legge non li tolleravano. Per sorvegliare più da vicino i refrattari, il direttorio del dipartimento aveva ingiunto loro (1792) di andare ad abitare a Laval, e di rispondere ogni giorno all'appello.

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Non omise mai le pratiche di devozione proprie dell'Istituto, la meditazione, il rosario, con grande edificazione dei prigionieri. Essendo stato privato della corona, recitò ugualmente il rosario prima con corone fatte e annodate con lo spago, e poi con corone fabbricate con ossi di olivo. La sua cella praticamente era un centro di pietà. In essa tanti giovani e uomini furono preparati da lui e dai confratelli alla confessione. Quando vedeva qualcuno triste correva a consolarlo o a divertirlo. Se da parte di qualche benefattore riceveva cibi o capi di vestiario speciali, preferiva privarsene per distribuirli ai più sfortunati di lui. Da tutti perciò era stimato e trattato con i riguardi dovuti a un religioso esemplare e santo.

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Il martirio dei 99 uomini e donne si consumò al momento dell'insurrezione dei Vandeani contro la prepotenza dei rivoluzionari che non permettevano la libertà di culto, e con i loro speciali decreti miravano al progressivo annientamento della religione cattolica. La rivoluzione francese cominciò praticamente quando il Re Luigi XVI, nel 1789, convocò gli Stati Generali a Versailles. Per iniziativa del terzo stato prevalse l'idea di dare alla Francia una nuova costituzione, e di governarla con un'assemblea generale che assunse successivamente i nomi di Costituente, Legislativa, Convenzione e Direttorio. La maggioranza si pronunciò per l'accettazione del contratto sociale di Rousseau, la soppressione dei privilegi feudali, la dichiarazione dei diritti dell'Uomo.

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