Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_25)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO VENTICINQUESIMO. Efficacia della Chiesa nella vita morale dei popoli di Occidente. 



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO VENTICINQUESIMO.
Efficacia della Chiesa nella vita morale dei popoli di Occidente.

§ 1.

La Chiesa per la sapienza e le virtù dei suoi più illustri rappresentanti, per la condizione politica dei vescovi e per la sua intima unione con lo Stato, aveva già universalmente un'efficacia notabile nella vita sociale. Ma ella operò anche più in particolare, dando ordine e norma alla vita di famiglia, ponendo leggi sui parentadi, predicando l'obbedienza dei figliuoli verso i genitori, dei sudditi verso i re, per i quali eziandio stabiliva solenni preghiere. Fondava scuole popolari (377) e con le sue facoltà dirigeva tutta quanta l'educazione e l'insegnamento. E come l'istruzione, così da lei per intero dipendeva la cura dei poveri. I beni della Chiesa si erano avuti in ogni tempo come beni dei poveri; e però tanto più riccamente fu dotata da Carlomagno la Chiesa, perché aveva da provvedere anche ai poveri. Le cattedrali, di tutte le loro entrate dovevano dare la quarta parte ai poveri, le chiese di campagna la decima. I chierici ne davano conto, facevano un catalogo di tutte le persone da sovvenire, quali erano anzi tutto gli uomini liberi sprovvisti di sostanze, che però divennero sempre più rari, non già i vagabondi nemici del lavoro e mendicanti; erigevano per essi case speciali e ricoveri, compartivano i beni dispensabili in presenza di testimoni, cercavano i poveri nelle loro case e risvegliavano anche la privata beneficenza. I monasteri e le collegiate vi concorrevano fedelmente con l'erezione di ospizi per gli stranieri, i poveri, gl'infermi. Oltre questi si erigevano di sovente grandi ospedali e dovevano essi altresì dare non rade volte ai poveri una parte delle entrate e delle donazioni loro fatte. Parimente la cura e sollecitudine degli orfani e dei trovatelli ricadeva alla Chiesa. Secondo una legge di Carlomagno, i padroni di beni stabili avevano da provvedere in tempo di carestia al sostentamento dei loro soggetti poveri, e solo quando le loro facoltà non bastassero, entrava a supplire la carità della Chiesa, I possessori di feudi erano sottentrati in luogo della comunità, la quale un tempo (ad es. nel concilio di Tours 567 can. 5) era tenuta a sostentare i suoi poveri (378).
La Chiesa mitigò, per altre vie ancora, la sorte delle classi inferiori, e in particolare degli schiavi; i quali dal secolo ottavo in poi, stabiliti i loro diritti e loro doveri, furono via via sottratti alla tirannia dei loro padroni. L'uccidere o vendere un servo era delitto severamente punito. Il diritto d'asilo valeva di frequente a salvarli. Con somma cura tutelata la libertà degli affrancati. I servi della Chiesa avevano tre giorni della settimana per lavorare liberamente a loro proprio conto, godevano di molte agevolezze e assai di leggieri ottenevano libertà.
Essi avevano libero l'adito agli ordini sacri ed ai monasteri; e ciò nobilitava il loro stato agli occhi del popolo, il quale mirava uniti spesso in un medesimo offizio e i figliuoli dei re e i figliuoli dei servi. Così, senza lesione di diritti, la Chiesa con molti provvedimenti soavissimi e graduali, che operavano alla lunga ma con sicurezza, abolì a poco a poco la servitù o certo la mitigò di maniera che non fosse più, come per 1'innanzi, oppressiva e crudele (379). Anche l'agricoltura e i mestieri furono agli occhi del popolo nobilitati per opera di ferventi monaci; ed esercitandosi nei fondi dei re, principi, vescovi e abati, introdussero strette relazioni coi padroni e vennero sollevati ad uno stato molto pregevole per la sua utilità.
Ma più malagevole assai tornava migliorare il mestiere delle armi, tanto barbaro ancora e pur tanto pregiato, e l'abolire il diritto della privata giustizia e di rappresaglia, le vendette di sangue e gl'infiniti duelli. La Chiesa si sforzò di estirpare a poco a poco siffatte barbarie, per via di una ordinata procedura giuridica, e con la forza spirituale e con la minaccia delle censure. E i Carolingi le davano braccio, attribuendosi il diritto o per se stessi o per i loro conti e i loro messi, d'interdire sotto le pene più severe i combattimenti privati. Per contrario esaltavasi come onor vero dell'uomo libero, nobile e abile nell'armi il proteggere gli innocenti, gli abbandonati, gli oppressi, le vedove, i pupilli e le chiese (380). Gli uffiziali dello stato avevano cosi un offizio quasi sacro, e il monarca stesso si teneva per il ministro di Dio, il protettore dei deboli, sottomesso del pari che l'ultimo dei suoi sudditi, alla legge di Dio e parimente tenuto di rendere ragione a Dio. Coloro poi, che si porgevano infedeli a Dio e disubbidivano ai suoi sacerdoti, non potevano, secondo il ragionare di Carlomagno, essere fedeli al re della terra, e quindi erano esclusi dal suo favore (381).

§ 2.

La procedura giuridica tra i germani era quasi un' imitazione dei duelli. La Chiesa cercò di mitigarla non solo col diritto di asilo, onde scampò la vita a tante persone e ad altre almeno procacciò ristoro, non solo con l'intera sua legislazione, dai Carolingi accolta pure nelle leggi dello Stato, ma ancora per diversi provvedimenti introdotti contro non poche forme barbare di giudizio. Vero è che non venne a lei fatto di sopprimere in tutto i così detti giudizi di Dio (ordalie) sovente pericolosi alla vita, perché avevano messo troppo fonde radici nei costumi e nelle menti del popolo. Ma ella studiossi almeno di avviarli per una via più mite, di porli sotto la vigilanza del clero e sostituire in loro scambio altre forme giudiziarie, con tutto che alcuni vescovi stessi fossero impigliati nei pregiudizi dei loro contemporanei. Né contro tali giudizi insorse Carlomagno, né Luitprando venne a capo di sradicarli presso i longobardi (382).

Nei tempi pagani il duello giudiziale era l'unico mezzo di procedura nelle querele tra uomini liberi e tale si rimase ancora per gran tempo dopo, almeno quando non era possibile produrre testimoni e a giuramento si contrapponeva giuramento. Per i servi e le donne si ricorreva ad altri espedienti, come le sorti, il passare a piedi nudi su carboni roventi, e simili. I giudizi di Dio si appoggiavano alla credenza che Dio protegge sempre una causa giusta, e in termine di necessità eziandio con miracoli, né consente mai che l'innocenza soggiaccia: di che si trovavano anche nelle Scritture assai testimonianze. Diverse maniere di giudizi vennero man mano in costume (383). E non poche leggi e sinodi ne trattarono. Così nei sinodi bavaresi di Dingolfing e di Neuching (circa al 769 e 772) fu permesso l'accordo pacifico tra accusatori ed accusati, innanzi che fosse consentito il duello (Wehadink), e ai duellanti prescritto di premunirsi bene con gli esorcismi dalle arti magiche e diaboliche. Il sinodo di Vermeria, nel 753, trattandosi di contesa tra due coniugi per mancata fede matrimoniale, prescrisse la prova della croce alle due parti; e questa parimente il sinodo di Heristal (779) volle che si usasse a decidere se altri fosse reo di spergiuro.
Per le persone non libere, costumandosi già nel regno de' franchi, in luogo di un'ordalia, la tortura per estorcere la confessione dall'accusato, la Chiesa cercò sostituirvi in particolare il giuramento, e per l'appunto un giuramento con mallevadori, confermato da testi giurati, integerrimi (d'ordinario sei o sette), i quali giurassero l'accusato essere degno di fede. Il che dipoi ebbe nome di «purgazione canonica» opposta alla purgazione volgare. Che se tali persone non si trovavano, doveva allora succedere il giudizio, il quale nondimeno, potevasi incontrare per via di rappresentanti. Così quando il vescovo Pietro di Verdun si dovette purgare col giuramento dall'accusa mossagli di maestà offesa, e i vescovi non erano propensi a fargli da mallevadori, egli supplicò di potere sostenere il giudizio mediante un suo servo. Il giudizio seguì e verisimilmente con buon esito, poiché al 794 Carlomagno lo restituì nella sua prima dignità. I sinodi particolari commendavano di solito le Ordalie, ma la Sede romana costantemente le rigettò (384) e dopo una lunga lotta di secoli finì con trionfare, ottenendone l'abolizione. Da prima ella ne interdisse l'applicazione ai tribunali ecclesiastici e tenne fermo che ai chierici fosse imposto solo il giuramento confortato da altri testi giurati; il che nell'803 fu da Carlomagno confermato (385). Il giuramento porgevasi in chiesa e si faceva sulle reliquie dei santi (386): per molti concilii particolari ne fu promossa di poi la diffusione.
Di tempo in tempo sorsero impugnatori delle ordalie, ma non mancavano anche i difensori, che presumevano di mostrarle conformi alle preghiere e alle sorti che si costumavano nella primitiva Chiesa (387). I giudizi di Dio, a fine di prevenir mali maggiori, si tenevano di frequente nella chiesa o almeno sotto la vigilanza de' chierici. Nella Germania e nel regno de' franchi si ebbero tosto speciali formolari quanto ai riti da osservarsi (388). Del resto non poche innocenti vittime della superstizione furono salvate dal clero.


NOTE

(377) Concilio di Chalons 813 c. 3.

(378) Carol. M., Capitular. de presb, c. 4. Concil. Aquisgr. 801 c. 7; a. 802 c. 27 (Pertz, Leg. II, 87,94, 161). Concil. Turon. IlI, 813 c. 36, 116. Concil. Aquisgr. 813 c. 12; 816 c. 116. Regula Chrodcg. c. 41. Vita Chrodeg. (Pertz. Script. X, 563).

(379) Carol. M. Capitular. pro pago Cenom, (Pertz, Leg. I, 82),

(380) Capitular. de disc. palatii Aqu. (Pertz l. c. I. 159). Capitular. Missis domin. dat. 802 c. 20, Constit. Wormat. 829 c. 9. Capitular. Wormat. Cf. Pertz l. c, I, 34, 40, 75, 122, 132, 153.

(381) Carol. M., Capitular. eccl., presso il Labbé l. c. IX, 231 s. Capitular. Franc. I, 43. S. Renig. ad Chlodow. 507 ep. 2. Gallandi l. c, XI, 804.

(382) Ordale, giudizio, secondo alcnni da or (grande) e dele (parte, porzione), Ordele appare già in Decr. Thassil. c. 8, anche «iudicium Dei» (Greg. Tur. VII. 14. Leg. Baiuv. XVII, 2. Leg, Fris. de Thiubba III, 6, 8. Cf. Phillips, Deutsche Gesch. I, 246-267. Dahan, Zur Gesch. der deutschen Gottesurteile, Munchen 1857. Altra bibliografia in Zopfl, Deutsche Rechtsgesch. III, 397 ss.), riconoscinto dalle leggi civili: Capitular, 630 c. 2. Carol. M. Capitular. 794, c. 9. Salisb. 799) c. 15. Carol. II. 873. Capitular. Caris. (Pertz l. c. l. I, 519-521). Otto I ot II (ibid. II, 33-35).

(383) Specie di ordalie: Duello detto anche Wehadink (giudizio sacro, a cagione degli esorcismi fatti sulle armi contro gl'incantesimi), camphius (Kampf=lotta) pugna, Orest (Ernst=serio; lotta seria per opposizione a giuoco). Laddove Teodorico aveva interdetto agli ostrogoti la lotta gindiziaria (Cassiod., Var. III, 24. Muratori, Annal. d'Ital. a. 505, III, 296), Carlomagno la permise (Concilio di Francoforte del 794 c. 9. Cf. Pertz, Leg. I, 73) e Ottone I lasciò perfino che si usasse a decidere questioni giuridiche, come la questione, se i nepoti di un testatore, morti i genitori, dovessero partire l'eredità con gli zii (Giesebrecht, Gesch. der deutschen Kaiserzeit I (3a ediz.), 280); I combattenti dovevano giurare, in presenza del clero, di avere una causa giusta; il vincitore aveva ragione anche innanzi al giudice. II. Le sorti, sortes (cf. Tacit, Germ. c. 10; Walter, Corp. iur. Germ. ant. II, 8, 360), ristrette da Ludovico II nell' 856 (Pertz, Leg. I. 442). III. La prova della croce (Concilio di Vermeria 753 c. 17; Concilio di Heristal 779 c. 10; Walter l. c. II, 35, 218). Amendne le parti stavano, durante la messa, con le braccia tese in forma di croce; chi primo lasciava cadere le braccia, era tenuto colpevole. Questa prova compare anche sotto il nome di iudicium crucis, Stapsacken. Ludovico il Pio la proibì nell' 816 (Walter l. c. III, 306). IV. La prova della Eucaristia era specialmente in uso per i monaci e cherici accusati di furto, di stregoneccio, di omicidio, di adulterio (Concilio di Worms 868 c. 10. 15; Concilio di Chalons 894; Concilio di Magonza 1049; Concilio di Tribur 895 c. 22 [c. 4, C. II, q. 5]; Regino, Chron. a. 869). V. Invece di questo si usava spesso il giudizio del boccone benedetto (iudicium offae, panis adiurati, casebrodeum [Walter l. c. III, 572]). VI. Il gindizio o diritto del feretro, ius feretri s. cruentationis. Il presunto uccisore era condotto innanzi al cadavere ed obbligato a toccarlo; se questo sanguinava o moveva, era segno della sua colpa. VII. Il giudizio della caldaia (iudicium aquae ferventis, caldariae). L'accusato doveva togliere fuori con le braccia nude da una caldaia piena di acqua bollente un pezzo di ferro o altro oggetto; se il braccio restava illeso, egli passava per innocente. Questa prova, usata fra i goti, longobardi, frisoni e franchi, fu dovuta sostenere nel 1028 in Eichsfelde da un nobile accusato di omicidio (Hefele, Conciliengesch. IV, 686). VIII. La prova del fuoco aveva ancora altre forme, come: passare a piedi nudi sopra brace o sopra vomeri ardenti, ovvero per mezzo a cataste di legno acceso, porre la mano in un guanto di ferro infocato, e somiglianti (Walter l. c. I. 380). Questa prova del fuoco fu ordinata dal sinodo di Magonza, dell' 847 c. 24, per i servi uccisori di sacerdoti. IX. La prova dell'acqua fredda (examen aquae frigidae) stava in questo, che legato ad una fune l'accusato, lo si gettava nell'acqua; se egli galleggiava alla superficie era riguardato come innocente. Questa prova fu interdetta da Ludovico il Pio verso l' 829 (Pertz, Leg. I, 352); ma non potuta estirpare. Intorno alle disposizioni ecclesiastiche di questi tempi contro le ordalie, v. Hefele, Conciliengesch. IV, 2a ediz nell'indice, sotto la parola «Gottesurteile».

(384) Nicol. I., Ep. ad Carol. Calv. (c. 22, C. II. q. 5). Stephan. V, Ad Colon. Aep. (c. 20. c. cit.). Alex. II, c. 1070 (c. 7, § 1, C. II, q. 5). Luc. III, c. 8: Ex tuarum V, 34 de purg. canon. Coelestin. III, Innoc. III, Honor. III (c. 1-3): de purgat. vulg. V, 35). Innoc. III, l. XII, ep. 134; 1. XIV, ep. 138.

(385) Sopra i compagni di giuramento (consacramentales, coniuratores, aidi) e sopra il giurare cum septima vel sexta manu v. il concilio di Magonza dell' 851, c. 8; Phillips. Lehrbuch des Kirchenrechts § 217, p. 648 ss.

(386) Capitular. 744 c. 14. Statuta S. Bonifat. ser. I, c. 14 (Hartzh. l. c. I, 54 s.).

(387) In favore delle ordalie si dichiarò Incmaro di Reims (Ep. 39 e Opusc. de divort. Loth.: Opera II, 676); conlro il duello Agobardo di Lione (Lib. ad Ludov. P.: adv. legem Gundopaldi [di Borgogna] et impia certamina quae per eam geruntur: Opera I. 107 s.) e Attone di Vercelli (De Pressur. eccl. P. I).

(388) Formole per le ordalie: Ordo diffusior probandi homines de crimine suspectos per ignitos vomeres, candens ferrum, aquam ferventem s. frigiam v. Pez, Thes. anecd. II, 2; Mansi, Concil. XVIII, 353 s.; Rockinger, Quellenbeitrage zur Kenntnis des Verhthrens bei Gottesurteilen in seinen Formelsammlugen aus den Zeiten der Karolinger. Munchen 1857; Mabillon, Vet. Analect. (Par. 1723) p. 161 s. Cf. Phillips, Ueber die Ordalien. Munchen 1847; Schindler, der Aberglanbe des Mittealters. Breslau 1858; Wuttke, der deutsche Aberglaube. Berlin 1869. Mayer, Gesch. der Ordalien. Iena 1795; Grimm, Deutsche Rechtsaltertumer p. 908 ss.; Augusti. Denkw. X, 245: Patetta. Le ordalie. Roma 1890.

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