Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_23)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO VENTITREESIMO. Il culto divino e la disciplina ecclesiastica.



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO VENTITREESIMO.
Il culto divino e la disciplina ecclesiastica.

§ 1.

L'antica liturgia gallicana, usata nelle Gallie e nelle Spagne (vedi vol. II, p. 454), decadeva sempre più, non avendo in questi paesi un proprio centro religioso che la svolgesse. Solo in Ispagna, dopo che vi fu stabilmente fondata la Chiesa dei visigoti, ne fu regolato con norme proprie il culto dai decreti dei sinodi di Toledo, fondandosi nel rito gallicano.
In Francia noi troviamo per qualche tempo questo rito insieme col rito romano, giacché i missionari venuti da Roma tenevano la liturgia romana, e s. Bonifacio in particolare si adoperò anche ad introdurre questa ben ordinata liturgia. Il re Pipino soppresse con particolare decreto il rito gallicano (345), gli imperatori Carlomagno e Ludovico il Pio operarono del pari allo stesso fine. Tuttavia la liturgia romana ritenne alcune aggiunte della gallicana, le quali poi con i tanti libri di liturgia, così compiti, trovarono anche adito in altre parti. Simile fu lo svolgimento in Inghilterra, dove i vescovi missionari di Roma portarono seco la liturgia romana, i missionari d'Irlanda la liturgia gallicana.
Nel regno de' franchi si celebravano le feste del Signore, il Natale, per quattro giorni dal 25 al 28 dicembre, con l'ottava al 1° di gennaio, l'Epifania con ottava, la Pasqua per quattro giorni, ovvero anche per tutta la settimana, l'Ascensione del Signore, la Pentecoste, le Rogazioni, la Trasfigurazione: indi le quattro feste della madre di Dio; Purificazione di Maria, Annunziazione, Assunzione e Natività: poi la festa parimente della Natività di s. Giov. Battista, la festa di s. Pietro e s. Paolo, di s. Andrea, di s. Martino, s. Remigio, s. Michele, come anche dei martiri e confessori, di cui si possedevano le reliquie, e in fine la festa molto solenne della dedicazione della chiesa (346). L'uffizio divino consisteva tutto nella celebrazione della messa, a cui d'ordinario aggiungevasi la domenica una predica in volgare (347), e nel canto delle ore canoniche. Ma l'intervento agli uffizi divini delle parrocchie, ove si procurava di sollevarli col canto e con la pompa esteriore, era impedito non poco dalle molte cappelle dei borghi, le quali però a mano a mano si cercò di diminuire. I fedeli erano esortati a partecipare al sacrifizio e al bacio di pace; i sacerdoti proibiti di celebrare la messa da soli e senza serviente (missae solitariae) (348). La regola di Crodegango (can. 32) presuppone già che in luogo delle antiche offerte si costumasse dare al sacerdote limosine o stipendio per la messa (349). Anche si davano a quel tempo fondazioni di messe per i defunti, e così pure delle associazioni di sacerdoti con quest'obbligo di dire ciascuno la messa per ogni socio defunto (350).
Carlomagno volle eziandio che si provvedesse al miglioramento della fabbrica (per lo più in legno) delle chiese e degli altari, alla consecrazione loro ed agli arredi sacri necessari. Nelle chiese era severamente interdetto tenere giudizi civili (placita), conviti e feste mondane, e di seppellirvi altri fuori dei vescovi (351). Le campane e la benedizione (battesimo) delle campane erano già in costume (352). I missi o commissari reali avevano obbligo di sopravvedere in particolare lo stato della fabbrica delle chiese, e il tetto e l'ornato di quelle (Capitul. 807).
Nel ministrare i sacramenti si teneva l'uso della Chiesa romana, e segnatamente nel battesimo. La forma del battesimo sub conditione in casi dubbi, è mentovata già da s. Bonifacio, e dal sinodo di Magonza fu prescritta, l'anno 813 (353). I padrini si assumevano l'obbligo, del pari che i genitori, d'istruire i figliocci e dovevano quindi sapere almeno l'orazione domenicale ed il simbolo (354). Ai genitori interdetto differire il battesimo dei figli (355).
L'amministrazione della cresima facevasi dai vescovi (356), spesso durante la loro visita. I preti erano obbligati di domandare al vescovo il crisma e l'olio degli infermi (357), e l'uno e l'altro recar seco nei viaggi, come anche l'eucarestia, per ministrare il battesimo ai bambini, e ai moribondi il viatico e l'estrema Unzione (358): ma avevano severissimo divieto di dare alcuna cosa del crisma a uso di pratiche superstiziose (359). Quanto alla comunione durava sempre il precetto per i laici di riceverla tre volte l'anno (360).

§ 2.

La penitenza poi distinguevasi in penitenza segreta innanzi al prete, e in pubblica innanzi al vescovo (361).
Quest'ultima era già venuta assai rara, ma vigeva ancora in Francia per i delitti pubblici più gravi (362); sebbene il colpevole ne avesse già ricevuto il castigo dal magistrato civile. Il parroco era in obbligo di ricercare i peccatori pubblici, di ammonirli e di condurli a presentarsi innanzi al decano, arcidiacono o arciprete: questi li interrogava e ne ragguagliava il vescovo, dal quale in fine il peccatore riceveva la penitenza. Ma oltre di ciò nei sinodi si dava eziandio conto al vescovo dei gravi delitti commessi, ed egli ne imponeva la penitenza. A questo servivano i libri penitenziali attribuiti (sebbene con dubbio) a bretoni ed irlandesi, e nominatamente a Vinniano (+552), Colombano (+615), Cummeano (+661), Teodoro arcivescovo di Canterbury (+690), Beda (+735), Egberto arcivescovo di York (+767). Tali libri, in processo di tempo, arricchiti di molteplici aggiunte e rimaneggiati, porgevano indici di peccati e specchietti per le confessioni, con testi presi dai canoni dei concilii e dagli scritti dei padri, con dichiarazioni più o meno distese intorno all'uso da farsene, e con formole e preghiere. Ma stante la varietà dei penitenziali, nascevano ragioni di consulta, quale si avesse da preferire, come fu nell' 813 a Tours (can. 22), e di lamenti per gli errori in essi trascorsi, come nello stesso anno a Chalons (can. 38). Del resto spesse volte ricorrevasi all'autorità dei padri, e altre volte alle decisioni degli ultimi concilii: ma non si riuscì in tutto a rimovere ogni difficoltà, comeché molti lavori si facessero su questo intento (363). Il concilio di Chalons dell'813 (can. 32 e segg.), insiste sulla integrità della confessione da farsi innanzi al sacerdote, confessione di tutti e singoli i peccati di opera e di pensiero, e obbliga i sacerdoti a procedere come veri medici delle anime, senza umane inclinazioni e avversioni, nel giudizio della penitenza, conforme alla regola posta dalla Scrittura, dai canoni, e dalla consuetudine della Chiesa.
Nella Chiesa greca vi fu in particolare il patriarca Niceforo che nei suoi ordinamenti fermò norme e decisioni sulla penitenza (364). Il segreto di confessione era mantenuto con ogni rigore tanto in Oriente, come in Occidente (365). La confessione più frequente era prescritta per certi stati di vita. Secondo la regola di Crodegango (can. 14), i canonici dovevano confessarsi due volte l'anno al vescovo, ovvero al prete da lui designato.
I costumi dei germani, riconosciuti per legge, consentendo che si scontassero certi delitti per danaro, ne seguiva che, almeno in parte, in cambio delle gravose penitenze prescritte, altre più leggiere se ne sostituivano, come p. es. limosine, ed erano permesse tali così dette commutazioni (commutationes) e riscatti (redemptiones). Chi, ad esempio, non valeva a digiunare, doveva dare in elemosina per sette settimane incirca 20 solidi (soldi), i poveri solo per tre settimane, e questi andavano per la redenzione dei prigionieri o per altre buone opere, per le chiese e per i poveri. Anche si poteva compensare il digiuno con la recita dei salmi. Così, in cambio della penitenza di un mese a pane ed acqua, si dovevano recitare in ginocchio 1200 salmi, e chi non potesse ginocchioni, 1680.
La riconciliazione dei penitenti pubblici, salvo quei che si trovavano in pericolo di vita, si faceva, come prima, nel giovedì santo dal vescovo, avanti al quale si presentavano i penitenti, vicini alla loro riconciliazione (366).

§ 3.

Le censure seguivano ad essere in uso nella Chiesa, particolarmente la scomunica. Questa era nel tempo stesso castigo e rimedio all'emendazione. Era castigo singolarmente per i peccatori pubblici, i quali negassero di soggettarsi alla penitenza della Chiesa, e veniva solennemente fulminata dal vescovo con l'anatema, dichiarando gli scomunicati simili a gentili e a pubblicani. Ogni commercio con essi restava interdetto: esclusi dalle cariche dello stato, dalla milizia, dal contrarre matrimonio (367): da parte dell'autorità civile, sovente incarcerati ovvero anche sbanditi, quando fra un termine posto (il più un anno) non avessero dato soddisfazione. I chierici venivano puniti con la deposizione o degradazione fra grandi cerimonie e con la prigionia: per delitti meno gravi era posta la pena di esclusione temporaria dall'uffizio o dal percepirne l'entrate (sospensione). Del resto poteva sempre aver luogo l'appellazione a giudici superiori, ai metropolitani o ai sinodi provinciali.
Fra i laici erano ancora frequenti e la celebrazione di feste pagane e 1'osservanza delle costumanze idolatriche, la credenza negl'incantesimi e stregonecci.
Il sinodo di Paderbona del 785 pronunziò pena di morte contro di quelli che bruciavano senz'altro i supposti stregoni, accusati di mangiare gli uomini, e ne divoravano la carne e ne davano a mangiare ad altri. Il sinodo di Riesbach e di Frisinga del 799 ordinò d'imprigionare maliardi e stregoni e di condurli a confessare, senza però metterli a morte (368).
Molti delitti si commettevano eziandio contro la purezza del matrimonio e non di rado si conchiudevano maritaggi in gradi proibiti. La proibizione poi andava generalmente sino alla settima generazione; ma in Germania per dispensazione del papa fu ristretta alla terza generazione. Nel secolo ottavo si permettevano i matrimoni nella quarta generazione, dopo compita una convenevole penitenza (369).

§ 4.

La venerazione dei santi fu tosto presso ai germani largamente propagata; ma dal concilio di Francoforte nel 794 fu proscritto il culto di santi sconosciuti.
Anche le reliquie erano in sommo onore, e non si perdonava a spese, anzi né ad astuzie, né a violenze, pure di ottenerne qualcuna. E poiché ciò dava luogo a molti inganni, fu ordinato di esaminarle.
Così papa Adriano I indisse nel 780 un sinodo, che doveva occuparsi nel ricercare se niun inganno fosse intervenuto con le reliquie di s. Candido, che egli intendeva d'inviare a Carlo (370).
I pellegrini, i quali erano dichiarati franchi da imposte e presi nella protezione del re, cercavano di procurarsi reliquie nei luoghi più celebrati, massime a Roma e a Tours. Ma quivi pure chierici e laici pellegrinavano spesso per superstizione o per fini meno puri (371). L'esagerazione dei pellegrinaggi fu da Alcuino e da altri flagellata; ma il pellegrinare per vera divozione riconosciuto costantemente per buono. Esso valeva sovente a scontare gravi delitti e molto conferiva al risveglio della vita religiosa. I germani erano ancora immersi in molte esteriorità, ma a poco a poco furono anch'essi compenetrati da uno spirito profondamente religioso, e promossero quindi per diversi lati la vita di fede.


NOTE

(345) Bohme = Muhlbacher, Regesta n. 292. Harduin. Concil. IV, 843.

(346) Indicazioni di feste in Statuta S. Bonifat. c. 36. Concilio di Aquisgrana dell' 809 c. 19; Concilio di Magonza dell' 813, c. 36. Festa di s. Michele, Acta Sanctor. d. 29 Sept.

(347) Capitular. Aquisgr. 813 c. 14; Concilio di Arles h. a. c. 10; Concilio di Magonza h. a. c. 25; dell' 847 c. 2.

(348) Conc. di Magonza dell' 813 c. 43,44; c. 6, d. 1 de cons,; Capitular. V, 159. Mansi l. c. XV, 572.

(349) Thomassin. l. c. III 1. c. 72. Bened. XIV, De Synod. dioec. V, 8, 9. Franc. Berlendis, Dis.. storico-teol. delle oblazioni. Venez. 1733. Binterim, Denkw. IV, 376 ss. Geier, De Missar. stipendiis. Mogunt. 1864.

(350) Beda Vener., Prologo ad Eadfr. Ep. in vita S. Cuthbert. Bonifat., Ep. 106 ad Optat. abb. Mabill., Acta Sanctor. O. S. B. Praef. in saec. III, pars I, Observ. 27, n. 101.

(351) Prescrizioni per le chiese: Statuta S. Bonifat. II, C. 21. Capitular. Aquisgr. 789, III c. 18; Concilio Aquisgr. 809, c. 5-7,14; Concilio di Arles 813 c. 21; Concilio di Magonza c. 40-52. Capitular. Aquisgr. 813 c. 20, 21. Sopra le cappelle v. Walafr. Strab., De reb. eccl. c. 31: Dicti sunt primitus Capellani a capa s. Martini, quam reges Francorum ob adiutorium victoriae in proeliis solebant secum habere. Similmente Mon. Sangall. de vita Carol. M.

(352) Le campane (campanae, nolae, clocae, tintinnabula) già in uso abbastanza universale nel secolo IX, erano da principio assai piccole e formate di latta; solo nel secolo XI si fecero più grosse. Cf. Vita s. Columbae (abate di Hy + 599), Mabillon, Saec. I, Bened, I, 349, c. 22, 25. Bonifat., Ep. 124, ed. Wurdtw. Capitular. 789 c. 3, n. 18 (Baluze l. c. I, 178, ed. Venet.). Conc. Aquisgr. 802 c. 8. Bona, Lit. I, 2-2 § 6,7. t. II, 135. Bened. XIV, Inst. eccl., Inst. 20 p.120 s. particolarm. n. 47, p. 347. 348, ed. Ingolst. 1751 c. 4. Il nome «Glocke» è originato dal tedesco antico clachan frangi, clangere; mentre il latino «campana», viene dalla Campania, dove pare che si facessero le migliori campane.

(353) Statuta Bonifat. II, c. 28. Concil. Mogunt 813 c. 4.

(354) Statuta Bonifat. II c. 26. Concil. Mogunt. cit. c. 47; Concil. Arel. h. a. c. 19.

(355) Carol. M., Capitular. 789 c. 19.

(356) Capitular. VI, 83, 177; VII. 383 (Mansi l. c. XV, 625, 637, 740) Concil. Suession. 744 c. 4.

(357) Sopra i santi Olii: Statuta Bonifat. II, c. 4, 24. Concil. Aquisgr. 801, c. 21; a. 809, c. 16; Capitular. I, 156; II, 58. Regino l. c. I, 75. Burcard. l. c. 1. I, IV, c. 75.

(358) Bonifat. l. c. c. 5. Conc. Arel. 813. c. 18; Concil. Mogunt. h. a. c. 27. Capitular. Aquisgr. 813, c. 17.

(359) Unctio extrema: Capitular. VI, 75, 179 (Mansi l. c. XV, 624, 637).

(360) Secondo il sinodo di Agde c. 18; Concilio di Tours 813, c. 50.

(361) Statuta s. Bonifat. 745, II, c. 31. Mansi l. c. XII, 383: Ouret unusquisque presbyter (al che il Capitul. VI, 206 aggiunge: Iussione episcopi de occultis tantum, quia de manifestis episcopos semper convenit iudicare) statim confessionem poenitentium singulos data oratione reconciliare.

(362) Concil. Arel. c. 26. Capitular. Aquisgr. h. a. c. 25. Molto esattamente il concilio di Reims dell' 813, c. 3, distingue la penitenza pubblica e la segreta. Quello di Chalons dice, c. 25: «Poenitentiam agere iuxta antiquam canonum constitutionem in plerisque locis ab usu recessit et neque reconciliandi antiqui moris orda servatur. Ut a D. Imperatore impetretur adiutorium, qualiter si quis publice peccat, publica mulctetur poenitentia. Ivi. c. 38 dei libri penitenziali.

(363) Alcuin., De div. off. (Migne l. c. CI, 1192 s.). Capitular. V, 116 s. (Mansi l. c. XV, 564 s.). Halityar., Com. de vitiis et virtutibus libri V. (Migne l. c. CV). Regino Prum., De eccl. discipl. ed. Helmest. 1659. ed. Baluze. Par. 1671; ed, Wasserschleben, Lips. 1840. Hincmari Capitular. presso il Mansi l. c. XV. 491.

(364) Nicephori Patr. capitula, canones, constitut., presso il Pitra, Ius eccles. Graecor. II, 320-348.

(365) Sigillum confess. Capitular. Aquisgr. 813, c. 27. Mansi l. c. XIV, Append. p. 344 s. Concil. Cabill. 813, c. 38; Concil. Par. 829, c. 32; Conc. Mogunt. 847, c. 36.

(366) Regino l. c. II, c. 438, 443. Redemt. Theod. c. 7, presso il Kunstmann l. c. p. 109.

(367) Conc. di Verneuil 755 c. 9. Capitular. Franc. V, 300; VII, 215, 245. Lothar., Constit. 825 (Pertz l. c. III, 248). Divieto di comunicare con gli scomunicati, Capitul. V, 25, 62, 75; VI, 142, 199; VII, 10, 26, 295 (Mansi l. c. XV, 553, 559 s. 633 s. 690, 729).

(368) Concil. Rom. 743 c. 9: Conc. Suession. 741 c. 6; Capitular. Carlom. 742, c. 5; Capitular. 769, c. 6; Capitular. Franc. VI, 195 s. 215; Concilio di Paderbona 785, c. 6; Concilio di Riesbach 799. c. 15.

(369) Schulte, Handbuch des Eherechts. p. 160 ss. Sopra le disposizioni di Gregorio II rispetto ai germani, e il contegno di papa Zaccaria, v.. Hefele, Conciliengesch. III, 517.

(370) Concilio di Roma 780, presso il Mansi I. XII, c. 900; Concilio di Francoforte 794 c. 42; Capitular. 805 c. 17, ed. Baluze l. c. I, 299.

(371) Concilio di Verneuil 755, c. 22. Capitular. Lombard. 782, c. 10. Sinodo di Chalons 813, c. 45. Zettinger, Die Berichte, uber die Rompilger aus dem Frankenreiche bis zum Jahre 800. Rom 1900.

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