Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_22)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO VENTIDUESIMO. Il monachismo e la vita canonicale nei capitoli. Benedetto di Aniano e Crodegango di Metz.



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO VENTIDUESIMO.
Il monachismo e la vita canonicale nei capitoli.
Benedetto di Aniano e Crodegango di Metz.


§ 1.

In Francia i monasteri, durante il regno di Carlomagno, a poco a poco si rilevarono dal miserevole stato, a che li avevano condotti e le devastazioni e i guasti di nemici, e sopra tutto il mal governo degli abati laici (abbatocomites o abbaccomites) (336). Il vescovo Pirmino, tra il 720 e il 750, fondò una congregazione di benedettini riformati, i cui monasteri si sostenevano e s'invigilavano a vicenda (337). A questa appartenevano Reichenau, Dissentis, Pfefers, Murbach, Hornbach ed altri. La regola benedettina vi fu introdotta fino dal 742. In florido stato si mantenevano nella Germania i monasteri di Ettenheim, Lauresheim, Prum, Ober-Altaich, e Nieder-Altaich, Monsee, Hirschfeld, Fritzlar, Fulda. Essi erano come seminarii del clero, come centro dell'opera di conversione dei popoli, promotori delle scienze e della agricoltura. Meno fiorenti si trovavano i monasteri nell'Ovest, dove dalle tante violenze erano stati più abbattuti.
La podestà dei vescovi sui monasteri in generale era tuttavia molto estesa. Il concilio di Francoforte del 794 (can. 17) sottopose l'elezione dell'abate al consenso del vescovo; quello di Magonza, dell' 813 (can. 20) ordinò si facesse la visita dei monasteri sì dai vescovi e sì dai messi imperiali, e si aspettasse la permissione del vescovo per avviare processi in nome degli abati. Vero è che la visita era già stata inculcata per l'addietro. Parimente fu prescritto di accettare gratuitamente ed esaminare i candidati, comandata l'osservanza della clausura e posto un limite ai viaggi dei monaci (338).
Il sinodo di Aquisgrana celebratosi nel 789 condannò pure l'abuso che le abadesse con l'imposizione delle mani e col segno di croce dessero la benedizione agli uomini, e con una benedizione quasi sacerdotale porgéssero il velo alle monache. Gran numero di monaci erano tuttavia laici, ma si annoveravano con tutto ciò fra il clero, e non pochi eziandio ne venivano poi assunti al sacerdozio, massime gli abati. I monaci, che erano preti, non ascoltavano da principio se non le confessioni dei loro confratelli; ma da poi il secolo nono potevano confessare anche altri e ricevevano altresì la cura di parrocchie.
L'abate Benedetto di Aniano, dall'802, rimise in fiore nei monasteri di Aquitania la stretta regola di s. Benedetto e ne divisò in 80 articoli una spiegazione e compimento, che si distese poi anche in Italia. Egli visitò appresso, coll'abate Arnolfo di Marmoutier, per commissione imperiale, i monasteri, riformò di molte abbazie, e fu il ristoratore della monastica disciplina (821) (339).
I Carolingi non solamente liberarono i monasteri dagli abati laici, ma eziandio accordarono loro beni e giurisdizione indipendente. E segnatamente crebbero le possessioni dei monasteri per i cosiddetti precarii, cioè dire le cessioni di beni, per cui il donatore serbava a sé o ai suoi discendenti l'usufrutto, ovvero (ad uso di prestarii) li riceveva dal monastero sotto un annuo censo, ovvero anche ricercava per condizione il mantenimento nel monastero. Spesse volte pure si dava al monastero una parte dei beni, come precarii, in cambio di riceverne, vita durante, un'altra; si che alla morte del possessore amendue i beni ricadevano al monastero. Molti, senza perdere la libertà civile, si davano da se stessi a un monastero per averne protezione.
Per compenso i monasteri avevano pure dei carichi assai gravosi, come di sostenere le scuole, di esercitare ospitalità, con altre obbligazioni e pesi, che non erano in tutti i medesimi (340). Le grandi abbazie stavano sotto la protezione del re; ma perciò appunto i re mettevano innanzi particolari pretensioni. Nell'anno 817, tre classi di monasteri distinguevansi nell'impero dei franchi: quelli che avevano obbligo di somministrare danaro e soldati, come Corbia, Tegernsee, san Benedetto di Fleury; appresso, quelli che solo erano tenuti a contribuire in danaro, quali. Fulda, Benediktbeuern, Kempten; e in ultimo, quei che avevano solo a porgere preghiere per la famiglia regnante e per il regno, come Mosburg, Wessobrunn. A quest'ultima classe appartenevano, su ottantaquattro monasteri, cinquantaquattro, alla prima quattordici, alla seconda, sedici (341). I più di cotali monasteri erano assai popolati; i meno numerosi dovevansi aggregare ad altri.

§ 2.

I collegi dei presbiteri (presbyteria), i quali un tempo erano i consiglieri dei vescovi, sia per le istituzioni fisse di cura d'anime, stabilite nel contado, sia per i disordini politici o per altro, erano venuti mancando di numero e decadendo. Quindi pure i legami tra il vescovo e il suo clero si erano assai rilassati, massime per cagione dei chierici, che s'intertenevano nei castelli della nobiltà e bravavano spesso i loro vescovi. Questo era perniciosissimo all'educazione dei giovani chierici, e alla disciplina del clero in generale. Laonde, mentre con varii ordinamenti si cercava rimedio agli scandali dei chierici vagabondi e licenziosi (342), molti vescovi zelanti, e segnatamente quelli usciti dai monasteri, riunirono intorno a sé, conforme all'esempio degli antichi, i chierici abitanti nella città episcopale, formandoli alla vita comune e regolare. Da ciò i chierici viventi nella cattedrale, secondo una determinata regola «sotto la guida del vescovo», si chiamarono «canonici» (343). A pro di cotale istituzione molto si adoperò s. Bonifacio, sforzandosi d'introdurla o di restituirla in ogni parte. Essa quindi già esisteva lungo tempo innanzi a Crodegango, vescovo di Metz (760). Questi non altro fece che riformare una tale forma di vita, già in uso, ma purtroppo degenerata, e con ciò sradicare gli abusi che provenivano dalla mancanza di una regola uniforme. Crodegango, appartenente all' ordine benedettino, si deliberò di stabilire una regola per iscritto, giusta il modello del suo ordine e dei canonici di Laterano; per la quale tutti i suoi chierici dovevano vivere in una abitazione in comune: tutti recitavano insieme le ore canoniche, usavano a tavola comune, a cui d'ordinario, secondo la prescrizione del terzo Toletano (589, can. 7), si faceva una lettura della Scrittura sacra, e avevano proprii dormitori; vivevano insomma quasi monaci, occupandosi nel lavoro delle mani, nello studio, nella lezione pia e negli esercizi convenevoli al grado degli ordini ricevuti. Essi dovevano insieme convivere come fratelli, a guisa dei monaci; e la loro casa chiamavasi la corte dei fratelli, il monastero (monasterium). Erano diversi solo in questo dai monaci; che 1) non portavano cappa o cocolla monacale; 2) non facevano voti religiosi; 3) potevano avere beni proprii. Al loro entrare consegnavano i loro beni al capitolo, ma ritenevano però l'usufrutto delle entrate e potevano accettare eziandio doni ordinari e i diritti di stola. Essi avevano, sotto la vigilanza del vescovo, i loro superiori, prepositi e decani. Dal leggere, che facevano ogni dì nella loro comune adunanza, un capitolo delle regole, il luogo ove si adunavano, indi l'adunanza stessa prese nome di capitolo (capitulum), onde poi venne il nome di capitolario. Ben tosto i chierici delle cattedrali furono denominati canonici, e costituivano da sé una speciale comunità ovvero ne possedevano i diritti. Ma di mano in mano anche nelle altre chiese si vennero formando consimili società, di chierici viventi in comune; di maniera che, oltre i canonici delle cattedrali vi ebbe i canonici delle collegiate, e oltre i capitoli delle cattedrali, i capitoli delle collegiate.
La regola di Crodegango fu presto introdotta in molte diocesi, e nominatamente dal vescovo Eddone di Strasburgo, come quella che rispondeva ad un bisogno profondamente sentito e concordava bene col risveglio del sentimento religioso destatosi nell'impero dei franchi. Pipino la favorì; e sotto Carlomagno i vescovi furono obbligati a introdurla e dai decreti sinodali e dalle leggi del re, ovunque i mezzi lo consentissero. Nel 782 fu pure stabilita in Lombardia e prescritta a tutti i tonsurati, che non fossero monaci. Il numero dei membri non era determinato, ma doveva ogni capitolo accettare solo quei tanti che potesse mantenere. La regola di Crodegango fu poi soggetta a non poche modificazioni; e in particolare all'816 nel sinodo di Aquisgrana, per mossa del diacono Amalario di Reims e altri, fu migliorata e cresciuta. Indi a mano a mano i capitoli coi beni della corte supplirono alle loro dotazioni mancanti, e pervennero eziandio a grande ricchezza. Ma l'unione di tale austero tenore di vita fondato su l'astinenza e la mortificazione, con la facoltà di possedere, e la mancanza del voto di povertà e della esteriore uguaglianza necessaria a chi vive in comunità di casa e di vitto, recarono seco gravi abusi. La proprietà privata molto conferiva a rilassare e abolire la regola. Onde in processo di tempo molti capitoli degenerarono; perché non si risolvettero a migliorare la loro vita conforme alla povertà evangelica. Così il fiorire della vita canonicale, secondo la forma posta da Crodegango, poco durò oltre al regno di Carlo magno e di suo figlio Ludovico. Circa a quel tempo, sorsero altresì delle case di canonichesse, ovvero sia capitoli di dame per le figlie dei nobili, i quali pensavano alla loro dotazione, con una regola, ora più ora meno claustrale (344).


NOTE
 
(336) Gesta abbat. Fontanell. c. 11 (Pertz., Mon. Germ. hist. Script. II, 284). Concil. Troslei, 909 c. 8.

(337) Diploma del vescovo Widegerno di Strasburgo, presso il Grandidier, Hist. de l'église de Strasbourg I, n. 39; Trouillat, Monum. de l'éveché de Bàle I, 64, 68; Fredrich, Kirchengesch. Deutschlands II, 130 s. 580-602.

(338) Prescrizioni per i monasteri: Conc. Germ. 742 c. 7; Concilio di Soissons 744 c. 3; Concilio di Verneuil 755 c. 5, 6; Statuta s. Bonifat. II, C. 13; Sinodo di Aschaim c. 8; Sinodo di Herital 779 c. 3; Concil. di Aquisgrana 789 c. 72; Concilio di Francoforte 794 c. 11-19, 24, 32, 46, 47; Concilio di Riesbach-Frisinga c. 18-22,26,29; Concilio di Salisburgo 804 c. 5; Concilio di Arles 818 c. 6-8. e via via.

(339) Capitular. Aquisgr. De vita et conversat. monach. presso il Mansi l. c. XIV, 341; Append. p. 393; Pertz, Mon. Germ. hist. Leg. I, 200; Hefele l. c. IV, 24 s.

(340) Thomassin. l. c. I, 3, c. 47, n. 2; II, 3, c. 22; III, 1, c. 8. n. 7 s.

(341) Pertz, Mon. Germ. Leg. I, 223 S. Hefele l. c. IV. 27.

(342) Contro i «clerici vagi» si procedette: 1) con dar facoltà ai vescovi di rinviarli alle loro diocesi o imprigionarli (Concil. Mogunt. 813 c. 22); 2) con difficoltare l'erezione di oratorii privati e mantenere la sopraveglianza dei vescovi su di essi; 3) con rinnovare il divieto delle ordinazioni assolute, e il precetto di non ordinare sacerdoti se non quelli che contassero 30 anni (Concil. Francof. 794, c. 28, 49).

(343) Canonici si chiamavano: a) canoni seu matriculae Ecclesiae adscripti; b) canonem frumentarium percipientes; c) clerici secundum regulam communiter viventes. Murat., Diss. de canonicis, in Antiq. Ital. med. aev. V, 163 s. Du Cange, Glossar. verbo Canonicus. Euseb. Amort., Vetus disciplina canonicor. Venet: 1747. Thomassin. l. c. I, 3, c. 2-9. Gabriel Pennot (di Novara, abate di s. Giuliano presso Spoleto) General. hist. totius s. ord. cleric. canonicorum tripart. Rom. 1624. A. Theiner, Gesch. der geistlichen Bildungsanstalten p. 20 ss. Phillips, Lehrbuch des Kirchenrechts (1.a ed.) p. 398 s. Hinschius, Kirchenrecht der Katholiken und Protestanten II, 49 ss. Schneider, Die Entwicklung der bischoflichen Domkapitel bis zum 14. Jahrhundert. Wurzburg 1882. Ginzel, Die kanonische Lebensweise der Geistlichen- Regensburg 1851. Canonici nella prima significazione sopra citata si trova in Concil. Avern. del 535, c. 15; nell'ultima in Statuta s. Bonifat. II, c. 12. 15. Concilio di Verneuil del 755 c. 3, 11; Concilio di Aschaim, c. 9. Monasteri di canonici di monaci e di monache sono menzionati dal Concil. Mogunt. dell'anno 813, c. 19.

(344) Paulin. Diac., Gesta episc. Meténs. (Pertz l. c. II 267 s.). Hefele, Conciliengesch. IV, 17 ss. Sinodo d'Aquisgrana del 789 c. 71, 72; Sinodo di Riesbach del 799, c. 8; Sinodo di Aquisgrana dell' 802; Sinodo di Magonza dell' 813 c. 19, 20. Trithem.. Chron. Hirsaug. a. 973, ed. s. Galli 1690.

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