Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_21)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO VENTUNESIMO. Il clero e la gerarchia ecclesiastica. 



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO VENTUNESIMO.
Il clero e la gerarchia ecclesiastica.

§ 1.

Il primato della Sede romana, riconosciuto ancora pienamente dall'Oriente (296), si trovava in Occidente nel pieno possesso dei suoi antichi diritti e nella più alta venerazione dei popoli. Questa Sede aveva spedito i messaggi della fede nei paesi occidentali e settentrionali, dato loro pastori e ordinamenti ecclesiastici; manteneva i diritti dei metropoliti o li rimetteva quando fossero scaduti, ovvero alterati, come successe nel regno dei franchi. Dietro a un decreto del papa, il sinodo di Francoforte decise nel 794 (can. 3) la lite fra Vienna ed Arles, di maniera che quella avesse quattro, questa nove suffraganei; ma sulle metropoli di Embrun, Aix e Tarantasia non fu presa veruna risoluzione per non esservi su ciò decreto del papa, e a lui quindi riservato il negozio. Come il papa Zaccaria eresse in metropoli Magonza, così Leone III Colonia (297) e parimente Salisburgo (298). Adriano I nel 788 ristabilì la metropoli di Vienna (299) e restituì a quella di Reims i diritti, che aveva perduti in gran parte sotto 1'usurpatore Milone (+753) e che per decreto del papa tornò ad esercitare sotto Tilpino (+794) (300).
Tutti i metropoliti furono obbligati, in un concilio generale de' franchi, a domandare il pallio da Roma. Era il pallio simbolo e condizione della dignità arcivescovile, e per alcuni vescovi una personale onorificenza. Così Carlomagno, bramando vedere restituita Bourges alla dignità di metropoli (301), sollecitò il vescovo Ermenberto di richiedere a vive istanze dal papa Adriano, la concessione del pallio (302). Anche la promessa di ubbidienza era già in uso (303).

§ 2.

Mentre nell'impero greco i sinodi provinciali si avevano da tenere una volta l'anno (304), nell'impero franco erano assai rari. Per contrario si raccoglievano di frequente ogni anno due volte, grandi sinodi, o insieme con le diete dell'impero o senza. E il più delle volte vescovi di varie province si assembravano e ad essi riunivansi, come concilii provinciali, i sinodi diocesani (305). Ma contuttoché, mediante i grandi concilii nazionali, si porgesse favorevole occasione ai metropoliti più autorevoli di soggettare a sé i meno potenti, non però mai fu loro dato di prendere una autorità preponderante. Carlomagno vietò espressamente di portare titolo di primate, salvo che l'autorità della Sede apostolica, ovvero un decreto sinodale ne facesse facoltà (306). I vescovi suffraganei avevano stretto obbligo di ubbidienza ai metropoliti (307), e questi a loro volta il dovere di invigilare su quelli e ammonirli (308).
In caso di negligenza dei propri doveri nei vescovi, in Oriente i metropoliti dovevano procedere contro i suffraganei, e contro i metropoliti i patriarchi. In Occidente i metropoliti avevano consimile facoltà contro i vescovi, ma essi erano giudicati solo da sinodi, che il re convocava, o dal papa. Con tutto ciò, questo (che fu detto diritto di devoluzione) non prese forma che assai dopo (309).
L'obbligo di residenza era molto stretto per i vescovi e così rigidamente mantenuto che Carlomagno richiese al papa e al concilio la permissione di tenere alla sua corte dei vescovi in qualità di arcicappellani. E come Pipino aveva già tenuto l'abate Fulrado di s. Dionigi, cosi Carlomagno, con dispensa del papa, ritenne da prima il vescovo Angilramo di Metz (+791), indi l'arcivescovo Ildeboldo di Colonia. Questi arcicappellani (archicapellani) erano da un lato i moderatori del numeroso clero, destinato alle sacre funzioni della cappella imperiale, e dall'altro eziandio cancellieri e rappresentanti della Chiesa presso il re. Essi chiamavansi apocrisiarii, perché facevano in molti casi i negozi del papa e dei vescovi dell'impero; poi arcivescovi del palazzo, perché avevano la cura degli affari ecclesiastici portati innanzi al re, e occupavano un grado consimile a quello che nei tempi moderni i ministri del culto. Dal clero di palazzo frequentemente sceglievansi vescovi e abati; onde assai per tempo i chierici ambiziosi e cupidi aspiravano a qualche grado nella cappella reale, la quale era in certa guisa come un seminario di vescovi. La dignità poi di arcicappellano durò anche sotto i seguenti carolingi (310).

§ 3.

L'elezione dei vescovi si era mantenuta costantemente libera in Italia; ma negli stati franchi e negli inglesi spesse volte soppressa per l'ingerenza dei re, e sottentrata la nomina arbitraria che questi si arrogavano. Il che in Oriente quasi non accadeva, salvo per la sede di Bisanzio; attesoché nell'impero greco si governavano ancora le elezioni dei vescovi conforme alle leggi di Giustiniano. Carlomagno, sollecitato da papa Adriano, rimise da capo nell'803 la libertà delle elezioni de' vescovi (311). Il clero ed il popolo dovevano trascegliere un ecclesiastico della diocesi, il quale possedesse tutte le qualità necessarie, di che i vescovi della provincia potevano esser giudici. Con tutto ciò, richiedevasi ancora l'approvazione del re, al che già porgevano cagione i beni temporali, loro dati in feudo. Il giuramento feudale però, Carlomagno non l'esigeva punto, come vollero i suoi ultimi successori; egli si contentava di una semplice promessa di fedeltà (312). Vero è che Carlo rinnovò l'ordinamento dei re merovingi che niun uomo libero, senza suo consenso, entrasse allo stato ecclesiastico; ma egli dava spesso cotale permesso e voleva altresì che i figli dei liberi fossero accettati nelle comunità dei canonici e dei monaci (313).
I vescovi, conforme ai capitolari ed ai canoni, dovevano celebrare un sinodo diocesano ogni anno, ovvero anche raccogliere intorno a sé i preti delle loro diocesi, in varii drappelli gli uni dopo gli altri, affine d'interrogarli e d'istruirli personalmente, o per via dei loro cooperatori, intorno all'adempimento del loro uffizio. Alla visita della diocesi, già ab antico prescritta, si aggiunse, dopo il secolo ottavo, la missione, cui il vescovo o il suo arcidiacono teneva ogni anno in ciascuna comunità. Quivi sette uomini giurati, in qualità di testimoni sinodali, s'interrogavano intorno ai delitti pubblici commessi, ai vizi dominanti, alle condizioni morali delle parrocchie; se ne istituivano sottili inchieste; s'imponevano castighi ai colpevoli e mediante il braccio secolare si riducevano gli ostinati all'obbedienza. I conti erano obbligati a sostenere in questo i vescovi, e in generale a mostrarsi loro ubbidienti (Concilio di Arles, 813, canone 13) (314). La giurisdizione ecclesiastica per i chierici era mantenuta senz'altro in tutti i casi (315); e sui laici eziandio stendevasi in molti, come segnatamente nelle violazioni del matrimonio, negli incesti, nel parricidio, fratricidio, spergiuro, incendio, furto, falsar moneta, sbarrare le vie, usureggiare e simili (316). Di molte cose altresì era commessa in particolare la cura ai vescovi. Questi avevano obbligo d'invigilare che si usasse da per tutto un giusto peso e una giusta misura (317); che si osservassero le domeniche (318) e le feste, che si praticassero le ordinanze reali concernenti alla vita religiosa; e dovevano poi denunziare i disubbidienti al magistrato civile, perché ne fossero puniti.
I vescovi nell'adempire i loro carichi si valevano, come prima, degli arcidiaconi, i quali li rappresentavano nella visita e godevano di grande autorità. Contro la loro cupidigia ebbero i vescovi a prendere non pochi provvedimenti. Nell'ottavo secolo si incominciò a ripartire le grandi diocesi in varii arcidiaconati (decanati), di che vi furono in breve molti arcidiaconi. Il vescovo Eddone di Strasburgo divise a questo modo il suo vescovado in sette parti e ne ottenne da papa Adriano l'approvazione (774). Gli arcidiaconi non si potevano deporre che per giudizio canonico; e a poco a poco si ebbero una giurisdizione ordinaria (319).
I corepiscopi si arrogavano di continuo le funzioni del vescovo; onde furono rinnovati gli antichi canoni (il vigesimo di Antiochia e il decimo terzo di Ancira), che nulla facessero senza permissione del vescovo. Essi non avevano altro carico che di sollevare il vescovo come coadiutori, e di amministrare la diocesi vacante.
In Oriente avevano facoltà di ordinare lettori, come gli abati benedetti dal vescovo (320).
A cagione di difendere i diritti e le entrate della Chiesa, come per adempire le obbligazioni non comportabili con lo stato ecclesiastico, ad esempio quella dell'eribanno, i vescovi e abati volentieri si eleggevano degli avvocati o difensori (advocati). Carlomagno ne fece loro una legge e determinò eziandio le parti richieste a cotale uffizio. Questi avvocati, che rappresentavano la Chiesa innanzi ai tribunali e nella guerra, avevano da lei determinate ingerenze, uffizi e feudi. Molti però opprimevano le chiese e i loro soggetti, maneggiavano feudi o beni ecclesiastici come loro patrimonio, e cercavano di straricchire a danno della Chiesa (321).
L'autorità e la ricchezza dei vescovi, ma in pari tempo anche la loro dipendenza dalla corte, si era notabilmente cresciuta. Assai tosto ebbero le chiese ampii privilegi, il diritto di ricogliere pedaggio, di battere moneta, tenere mercati e fare giustizia. Così per decreto di Carlomagno (803) fu dato ai vescovi il diritto di amministrare la giustizia criminale sui loro soggetti più poveri, coloni e servi; indi questo si estese, dopo che molti liberi o per timore delle angherie dei conti o per divozione donavano i loro beni alla Chiesa e si facevano suoi sudditi. I vescovi quindi ed anche molti riguardevoli abati erano tra i primi vassalli dell'impero e nelle diete imperiali avevano voce decisiva. Ma senza i religiosi sentimenti di Carlomagno assai volte si sarebbero smossi dalla loro vocazione ecclesiastica e avviluppatisi negli affari temporali. Senonché appunto l'imperatore stesso aveva i negozi religiosi come la sua mira precipua; onde bene spesso rammentava pure ai vescovi dell'impero i sublimi loro doveri, e quello eziandio della predicazione (322). E molti sinodi anche presero ad esaminare gli obblighi loro. Il viaggio alla tomba degli Apostoli in Roma non pare che fosse peranco in uso universalmente; solo vi si recavano di frequente dei vescovi in qualità di legati del re. Papa Zaccaria (743 can. 4) prescrisse ai vescovi ordinati in Roma di ritornarvi ogni anno al 15 di maggio, ai troppo lontani di inviarvi una relazione scritta (323). Ciò toccava singolarmente ai vescovi italiani, ché i più degli altri erano ordinati nei loro paesi; ma sussisteva per fermo il diritto del papa, anche rispetto agli altri vescovi.

§ 4.

Il clero inferiore ebbe a risentire in più modi i trambusti e disordini dei tempi innanzi a Pipino; ignoranza e rozzezza, occupazioni mondane, simonia, concubinato, vagabondaggio, cupidigia, ubbriachezza erano spesse volte argomento delle più amare lagnanze. Quindi è che severi ordini furono posti, affine di rilevare gli ecclesiastici alla dignità della loro missione (324). Il minor grado di cultura che da loro si ricercasse, era che avessero a mente il simbolo apostolico e atanasiano, l'orazione domenicale, le preghiere della messa, e le formole usate nell'amministrazione dei sacramenti; che le sapessero dichiarare in volgare, che intendessero il penitenziale, il calendario della Chiesa, il canto romano, l'omiliario loro comunicato e il pastorale di s. Gregorio Magno (325), e fossero abili a compire decorosamente il loro ministero. Nella Chiesa greca richiedevasi principalmente, anche per il vescovo, che si avesse a memoria il Salterio (326). Le questioni, che nell'802 Carlomagno fece proporre al clero (327), erano in tutto ordinate a questo: recare loro a mente e imprimere sempre meglio nel cuore la loro missione e i loro doveri. Furono rinnovati gli antichi canoni contro il concubinaggio (328), il lusso, lo sfarzo mondano (329), l'ubbriachezza, il gioco e altre sregolate azioni e abiti viziosi (330). Parimente fu provvisto che il clero fosse libero dalle sollecitudini del procacciarsi il vivere e avesse perciò un convenevole sostentamento (331). Ogni chiesa doveva possedere qualche fondo esente da imposte (mansus), oltre le decime, ovvero una nona parte delle entrate raccolte dai frutti della campagna, anche dei beni del re, almeno per qualche tempo. La ripartizione delle decime alle chiese episcopali facevasi d'ordinario, conforme all'antica usanza, in quattro parti; ma ove le chiese parrocchiali ricoglievano ab antico le decime, potevano conservarle (332). Le chiese poi, state già tributarie al re, duravano tali (333), se pure non ne ricevevano esenzione per privilegio. Gli ecclesiastici e tutti gli altri che ritraevano entrate dai beni di Chiesa, avevano il carico delle spese dell'edifizio (334). Anche fu inculcato per tempo al clero di fare testamento in favore della Chiesa, delle facoltà acquistate sui beni ecclesiastici dopo l'ordinazione (335). Ma per le chiese edificate su grandi latifondi, i padroni di questi si arrogavano spesso non solo una cotale signoria nel temporale, ma la tutela altresì nello spirituale, - la quale pretensione, sebbene combattuta dai vescovi, diede però fondamento alle tendenze dei principi temporali, contro di cui dovette poi la Chiesa difendersi con tutte le sue forze nella lotta per le investiture.


NOTE

(296) I patriarchi Tarasio e Niceforo salutano il papa come successore di Pietro e possessore della sua Sede (Galland. l. c. XIII, 372. Mai, Spicil. X, 2, p. 156); Niceforo; anzi nella sua Apol. pro imag. c. 25 (Mai, N. PP. Bibl. V, 2, p. 3lJ) fa rilevare come niun decreto sinodale abbia forza giuridica senza i romani ***. Giovanni VI di Costantinopoli (Ep. ad Constant. P. [Combefis, Auctar. Bibl. Patr. gr. II, 211 s.]) chiama il papa capo del sacerdozio cristiano, colui al quale il Signore comandò nella persona di Pietro che confermasse i suoi fratelli. Teodoro Studita (l. II, ep. 12, p. 1153) dice addirittura a Pasquale I: «A te Cristo ha detto le parole registrate in s. Luca XXII, 32 s.». Egli scrive (l. I, ep. 33, p. 1017) a Leone III: «Santissimo e sublimissimo Padre dei Padri, Papa apostolico. Poichè Cristo commise al grande Pietro, con le chiavi del regno dei cieli, anche la dignità dell'uffizio pastorale, si deve a Pietro o ai suoi successori dare ragguaglio di tutto ciò che nella Chiesa cattolica si tenti di novità da coloro i quali traviano dalla verità. Questo noi abbiamo appreso dai Padri». Egli quivi nomina il papa ***; altrove (l. I, ep. 34, p. 1021) ***. A Pasquale I egli scrive (l. II, ep. 12, p. 1152): «Ascolta, capo apostolico, da Dio posto a pastore del gregge di Cristo, custode delle chiavi del regno dei cieli, rocca della fede su cui la Chiesa cattolica è fondata. Perchè tu sei Pietro, tu occupi la Sede di Pietro e la illustri». Più oltre (Ep. 13, p. 1156): «Voi siete in verità, sin da principio, la fonte, non intorbidata nè falsata, della vera fede, voi il porto sicuro e tranquillo per tutta la Chiesa contro ogni tempesta di eresia; voi la città, da Dio predestinata, di rifugio e di salvezza». Degli Occidentali basti mentovare Alcuino (Ep. 20 ad Leon. III e Ep. 70). Più tardi Incmaro di Reims dà egualmente al papa il titolo di «Pater Patrum, primae ac summae Sedis apostolicae et universalis Papa» (Mansi l. c. XV, 765, 767, 772, 783). I vescovi e i re lo chiamano: «universalis Papa» (ibid. XV, 791, 796, 83l): l'appellazione «Apostolatus vester» è oltremodo frequente (p. es. ibid. XV, 785, 843).

(297) Thomassin. l. c. I, l, c. 41, n. 10-12 (secondo lo Knopfler, nel Kirchenlexikon di Wetzer e Welte VII.[2a ed.], 834, intorno al 798).

(298) Salisburgo dal 798. Hanthaler nel Kirchenlexikon di Wetzer e Welte; X (2a ed.), 1591.

(299) Thomassin. l. c. c. 43. n.7.

(300) Ibid. c. 43, n. 7 e c. 33 n. 9.

(301) Thomassin. l. c., c. 35, n. 1.

(302) Sopra il pallio v. Bened. XIV, De Synod. dioec. II, 6, 1 s. Ph. Vespasiani, De sacri Pallii origine disquis. Romae 1856. Grisar, Das romische Pallium und die altesten liturgischen Scharpen (Festschrift des deutschen Campo santo in Rom [1897] p. 83 ss.); inoltre: dello stesso, Analecta Romana 1. 675 ss.; Wilpert, Un capitolo di storia del vestiario (L'Arte 1898, p. 102 ss.); Braun, Die pontifikalen Gewander (Freiburg i. Br. 1898) p. 132 ss.

(303) Della promessa di obbedienza dei vescovi (Phillips, Kirchenrecht II, § 81, particolarm. p. 1841 ci dà un formulario s. Gregorio Magno (l. X, ep. 21i, e di poi l'«Indiculus Episc. de Longobardia» e il «Liber diurnus». Quest'ultima formola è riportata anche nelle collezioni di diritto canonico, per es. in Deusdedit, Coll. can. LIV, ed. Martinucci, p. 505; dove pure, c. 182, p. 503, si reca una formola di Alessandro II per i vescovi consecrati in Roma, e una di Gregorio VII; e più addietro l. I, c. 190. p. 129, una lettera di Gregorio II ai vescovi della Toscana longobarda, che ricorda questo giuramento. Cf. L II, c. 94 s. p. 212-215.

(304) Conc. Trull. c. 8. Concil. VII oecum. c. 6.

(305) Del sinodo annuale parlano ancora il concilio di Soissons del 744 c. 2 e il concilio tedesco del 742, c. 1: ma di due sinodi i concilii di Verneuil del 755 c. 4; e di Aquisgrana del 789 c. 13. Intorno ai concili i tenuti sotto Pipino e Carlomagno v. Thomassin. l. c. III, 3, c. 52 s.

(306) Capitular. VIII, 34, 356. Thomassin. l. c. I, 1, c. 32, n. 2; c. 33, n. 7.

(307) Concilio di Heristal del 779, c. 1.

(308) Concilio di Aquisgrana dell' 813 c. 3.

(309) Concil. VII, c. 11. Thomassin. l. c. II, 1, c. 51, n. 1 s.

(310) Thomassin. l. c. I, 2, c. 109, n. 10; c. 110, n. 1 s.; c. 112, n. 8, 9. Concil. Francof. 794 c. 4.

(311) Hadr. I, Ep. Concil. Gall. II, 96, 120. Carol. M., Capitular. I, 78, 84. Concil. Aquisgr. 803, c. 2; cf. a. 816, c. 2. Baluze, Capitular. I, 778. Mansi l. c. XV, 484. Walter, Corp. iur. Germ. II, 171. Gratian., Decr., c. 34, d. 64. Thomassin. l. c. II, 1, c. 42, n. 1; II, 2, c. 20, n. 1 s.

(312) Il Conc. Tur. dell'813 c. 1 ricorda la fidem, quam Imperatori promissam habent Episcopi.

(313) Capitular. 805 c. 15. Concil. Aquisgr. 789 c. 71.

(314) Statuta s. Bonifat. III, c. 15. Carol. M., Capitular. 757, c. 7; Capitular. II, 783, c. 1; Capitular. VII, 129, 148, 465. Regino, De discipl. eccl. II, 1 s. Thomassin. l. c. II, 3, c. 78 s. Dove, Ueber die bischofl. Sendgerichte (Zeitschr. fur Kirchenrecht 1864 s.). Bibliografia presso il Phillips, Kirchenrecht VII, § 357, p. 145 s.; nota.

(315) Capitular. 789 c. 38. Capitular. Longob. 803 c. 12. Concil. Francof. 794 c. 39 (Pertz., Leg. I, 50, 74, 110). Capitular. V. 137; VI, 155.

(316) Capitular. Il, 813 c. 1 (Pertz, l. c. p. 187): Ut episcopi circumeant parochias sibi commissas et inquirendi studium habeant de incestu, de parricidiis, fratricidiis, adulteriis, cenodoxiis et aliis malis quae contraria sunt Deo. Statuta s. Bonifitt. c. 20, 22, 25, 27. Concilio di Heristal del 779, c. 5; Concilio di Aquisgrana del 789, c. 15; Capitular. Reg. Franc. VI, 355.

(317) Conc. di Soissons del 744 c. 5; Concilio di Aquisgrana del 789 c. 73, dell' 813 c. 13: Concilio di Arles dell' 813 c. 15.

(318) Concil. Francof. 794 c. 2; Conc. Arel. 813 c. 16; Conc.. Rhemens. 813. c. 35; Concil. Mogunt. 813. c. 37; Conc. Aquisgr. 789 c. 15; Capitular. I, 789 c. 79.

(319) Statuta s. Bonifat. I. c. 12. Thomassin. l. c. I, 2, c. 19 s.; III, 2, c. 32, n. l s. J. G. Pertsch, Abhandl. von dem Ursprunge der Archidiakonen. Hildesheim 1748. Plank, Gesch. der christl. Gesellsch.= Verfass. II, 584 ss. Grandidier, Hist. de l'église de Strasbourg II, 176, 291, doc. 66. Già da tempo vi erano arcipreti (decani rurali) che soprastavano a piccoli distretti. Concilio di Riesbach del 799 c. 15; Concilio di Salisburgo c. 7.

(320) La soppressione dei corepiscopi in Occidente, che si appoggiò sopra falsi documenti, non cade in qnesto tempo: Binterim, Deutsche Konzilien II, 319; Denkw. I, 1, p. 407. Weizsacher, Der Kampf gegen den Chorepiskopat. Tubingen 1859. Hefele, Conciliengesch. III (2a ed.), 745. Cf. Concil. Aquisgr. 780, c. 9, 80-2 (Excerpta can. capitula); per l'Oriente Concil. VII, can. 14. Schroder, Ueber die Chorbischofe des 8. und 9. Jahrhunderts (Zeitschr. fur kathol. Theol. 1891, p. 176 ss.).

(321) Advocati s. Vicedomini. Pipin. Capitular. Longob. 782 c. 6 (Pertz, Leg. I, 43): Ubicumque pontitex substantiam habuerit, advocantum habeat in ipso comitatu. Capitular. Carol. M. 802 (ibid. II. 16) c. 20: Ut omnes (episcopi et abbates) habeant bonos et idoneos vicedominos et advocatos. Concil. Concil. Aquisgr. 813 c. 14 (ibid. I, 188). Concil. Aquisgr. 802 c. 13; Conc. Mogunt. 813. c. 50. Questi advocati togati, armati, diversi dagli economi dovevano di solito avere domicilio e proprii possedimenti nella diocesi. Thomassin. I. c. III, 2, c. l, § 5-9. E. Montag, Gesch. deutschen staatsblirgerlichen Freiheit II, 187 ss. 458 ss. Walter, Deutsche Reichs=und Rechtsgesch. (2a ed.) p. 213 ss.

(322) Capitular. Aquisgr. 813, c. 14. Concil. Aquisgr. 802, c. 4; Conc. Rhem. 813, c. 14, 15; Concil. Mogunt. c. 25. Cf. Concil. Trull. c. 19.

(323) Zachar., Concil. Rom. 743, c. 4; c. 4. d. 93. Phillips, Kirckenrecht II, § 82, p. 203.

(324) Capitular. 789 c. 68. Baluz. l. c. I, 172. Sinodo di Aquisgr. dell' 802 (Pertz, Leg. I, 106). Sinodo di Cloveshove 747, c. 10, 11. Respons. Steph. can. 13, 14, presso l'Harduin. l. c. III, 1987.

(325) Sopra il libro pastorale di s. Gregorio M. v. Raumer, Die Einwirkung des Christentums auf die althochdeutsche Sprache p. 223.

(326) Sopra il Conc. VII oecum. c. 2, si trova un antico scolio greco, il quale scusa il poco che si pretendeva dal vescovo, per il decadimento degli studi introdotto dagli iconoclasti. (Il testo fu pubblicato dall' Hergenrother [Photius III, 114, not. 23], e poi dal Pitra [Ius graec. eccl, II, 647]).

(327) Capitular. interrogato Baluze l. c. I, 327 s. Pertz, Leg. I, 105 s.

(328) Conc. Rom. 743 c. 1, 2; Concilio di Soissons 744, c. 8; Concilio di Riesbach-Frisinga c. 17.

(329) Sinodo franco 745 C. 7; Statuta s. Bonifat. I, c. 4; Concil. Rom. cit. c. 3; Concil. VII, C. 16

(330) Concilio del Friuli 796 c. 3, 5, 6; Concilio di Riesbach 799, c. 10.

(331) Lndov. Pii Capitular. 816, C. 10. Thomassin.1. c. III, l. c. 18 s. Tubinger Theol. (Quartalschr. 1645, p. 235 ss.

(332) Decimae et Nonae: Concil. Francof. 794 c. 25; Concil. Aquisgr. 809 c. 4, 9, 10; Concil. Rhem. 813 c. 38; Concil, Arel. c. 9; Concil. Mogunt. c. 28; Capitul. Aquisgr. 813 c. 7; Concilio del Friuli 796 c. 14. Thomassin. l. c. III, l. c. 3 s. Fr. A. Dur, Comm. de decim. (Schmidt, Thesaur. iur. eccl. VII, 5, s.). G. L. Bohmer. Diss. de orig. et rat. decim. in Germ. 1748. Goschl, Ueber den Ursprung dee kirchlichen Zehntrechts. Aschaffenburg 1837. Decime delle cattedrali: Concilio di Riesbach-Frisinga 799 c. 13; delle chiese parrocchiali: Capitular. Aquisgr. 801 c. 6, 7; Capitular. ad Salz. 803 c. 3.

(333) Capitular. Reg. Franc. III. 86; Capitular. Aquisgr. 812 c. 11.

(334) Concil. Francof. 794 c. 26; Concil. Arel, 813 c. 25; Concil. Mogunt. c. 42; Concil. Aquisgr. 813 c. 24.

(335) Statuta s. Bonifat. I Cc. 11. Concil. Aquisgr. 809, c. 11.

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