Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_19)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO DICIANNOVESIMO. La controversia sulla predestinazione. 



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO DICIANNOVESIMO.
La controversia sulla predestinazione.

§ 1.

Autore della controversia sulla predestinazione fu Gottescalco, di nobile famiglia sassone (252). Egli era stato da suo padre, il conte Bernone, affidato, ancor fanciullo, al monastero di Fulda e quivi educato. Appresso, mal contento del suo stato, richiese la dimissione dal monastero, che egli non aveva eletto liberamente, e l'ottenne dal sinodo di Magonza, tenutosi l'anno 822, sotto l'arcivescovo Otgaro. Ma il dotto abate di Fulda, Rabano Mauro, in ciò troppo severo e poco prudente, per rispetto alle conseguenze vi si oppose, e in una sua dissertazione s'ingegnò di provare che i fanciulli consecrati dai loro genitori a vita monastica, dovevano perseverare in essa, eziandio contro loro inclinazione: e così in vero dichiaravano anche i sinodi toletani (III, 633, c. 49; X, 656, c. 6) (253). Egli ottenne per tanto dall'imperatore Ludovico il Pio che Gottescalco fosse obbligato a rimanere nell'ordine benedettino e solo tramutato in un altro monastero, ad Orbais, nella diocesi di Soissons. Quivi Gottescalco si diede a studiare particolarmente in s. Agostino e in s. Fulgenzio, e nell'ingegno suo torbido si venne formando un sistema sulla predestinazione divina, conforme a quello del prete Lucido sorto in Gallia nel secolo quinto (vol. II, p. 241). Egli proponeva sovente ai monaci testi particolari e smembrati dei padri, onde si fece parecchi seguaci; e dai suoi amici, come Valafrido Strabone, già suo condiscepolo, si ebbe il soprannome di Fulgenzio. Servato Lupo si provò, ma invano, a ritrarlo dai suoi vaneggiamenti: Gottescalco s'immergeva sempre più nelle sue speculazioni e ne scriveva di frequente agli amici (254).
Gottescalco anzitutto presupponeva e studiavasi di stabilire l'immutabilità e l'indipendenza dei divini decreti, e insieme una doppia predestinazione; alla beatitudine l'una, e l'altra alla dannazione. Iddio, insegnava egli, predestina, della stessa maniera incondizionata, sì alla morte come alla vita. Mediante la predestinazione alla morte, l'uomo è necessitato a peccare, sicché niuno dei non predestinati può convertirsi e divenire beato. Cristo non ha patito che per i soli predestinati, non per i presciti. Nessuno dei redenti da Cristo può andar perduto, appunto perché i soli predestinati sono redenti. I sacramenti sussistono solo a vantaggio dei predestinati; per i reprobi non sono che vane cerimonie. I non predestinati quindi non sono validamente battezzati né membri della Chiesa: per essi non puossi pregare Dio se non al più che loro mitighi le pene, a cui sono destinati. La predestinazione e la prescienza divina sono al tutto una medesima cosa. All'uomo caduto non resta che la libertà al male. Iddio fa mostra della Sua giustizia nei malvagi, come della sua misericordia negli eletti. Che poi egli voglia tutti gli uomini salvi (I Tim. II, 4), si ha da intendere solo dei predestinati (255). Alle volte Gottescalco si esprimeva meno arditamente, ma ciò solo da principio, quando gli stava a cuore di scampare alla condanna della Chiesa e farsi degli amici.

§ 2.

Gottescalco erasi avvolto nelle quistioni più difficili senza una sufficiente istruzione nel dogma, com'egli stesso confessava (256). Essendo nei 40 anni ricevette, senza saputa del suo vescovo Rotado di Soissons, gli ordini sacri dal corepiscopo Ricboldo di Reims. Nel tornare da un lungo viaggio, e nominatamente da un pellegrinaggio a Roma, nell'847, egli si trattenne presso il conte Eberardo del Friuli, assai ospitale, che aveva menato in moglie Gisela figlia di Ludovico il Pio, e vi guadagnò seguaci alla sua dottrina. Ma la dottrina di Gottescalco parve in sommo scandalosa al vescovo eletto di Verona, per nome Nottingo: egli ne scrisse per tanto a Rabano Mauro, il quale fra questo mezzo era già salito alla sede arcivescovile di Magonza. Rabano scrisse in forma di lettera a Nottingo, l'anno 848, un trattato sulla predestinazione. Egli stima per cosa temeraria e insensata l'aver mosso così fatte questioni; pone in chiaro l'insussistenza e la perversità delle proposizioni a sé comunicate, siccome quelle che contrariavano alla ragione, alla Scrittura ed alla tradizione, e distruggevano la giustizia e la santità di Dio non meno che la libertà dell’uomo; dichiara il concetto della predestinazione, secondo S. Prospero e l'opera intitolata Hypomnesticon (VI, 1-3), a quel tempo attribuita per errore dalle due parti a s. Agostino, e stabilisce infine la differenza tra predestinazione e prescienza, conforme alla sentenza dell'Apostolo ai Romani (VIII, 29). Questa, egli dice, è tutt'altro concetto da quella: così Iddio prevede il male, ma non lo predestina come il bene: solo predestina il castigo dei malvagi, non i malvagi come tali. Prevede che alcuni per propria colpa si perderanno: a questi predestina la punizione, ma senza averli però innanzi predestinati alla pena. Allo stesso tempo Rabano scrisse altresì ad Eberardo, commendandone l'ospitalità e rappresentandogli la perniciosità delle nuove dottrine. In essa lettera fa conoscere il nome di Gottescalco, taciuto nel trattato scritto a Nottingo; e lo designa per un semidotto e un sofistico saccente, che per la sua dottrina molti traeva in perdizione e ad altri porgeva materia di sommo scandalo, affermando che l'uomo per la divina predestinazione restava così legato, che ove pure volesse ottenere salute e adoperarsi a fare il bene, si affannerebbe invano, se non apparteneva al numero degli eletti: quasi Iddio per la sua predestinazione forzasse l'uomo a perdersi, laddove egli è autore della nostra salute, non è della nostra perdizione. Rabano poi non lascia a Gottescalco rifugio in S. Agostino: questi essere il difensore della grazia, non il distruttore della vera fede: nelle opere a Prospero e ad Ilario aver mostrato indipendente la predestinazione dalla prescienza: quella egli concepiva come una preparazione alla grazia, e la grazia come un effetto di quella: dipinge Iddio bensì come autore del giudizio, ma non della colpa. Rabano per ultimo supplica il conte di stare fermo nella vera fede e porre fine alla seduzione di tanti che Gottescalco ingannava (257).
Gottescalco dall'Italia passò in Germania (258) e nell'ottobre 848 si presentò al numeroso sinodo di Magonza, porgendo una sua professione di fede e uno scritto in confutazione della lettera di Rabano a Nottingo. In esso egli non pure sostenne la sua dottrina, ma s'ingegnò di mettere in sospetto l'arcivescovo di Magonza, quasi seguace di Cassiano e di Gennadio. I vescovi adunati lo condannarono e con una lettera sinodale inviaronlo al suo metropolita Incmaro, acciocché lo rinchiudesse e gli vietasse più oltre lo spargere i suoi errori. Gottescalco fu astretto eziandio di giurare che non sarebbe mai più entrato nel regno di Ludovico il Germanico.
Rabano era tuttavia irritato contro Gottescalco, perché senza licenza dei suoi superiori avesse abbandonato il monastero, andato vagando lungo tempo in paesi stranieri, esercitato le funzioni sacerdotali, senza potere dar prove della sua ordinazione. L'arcivescovo di Magonza insisteva poi sulle rovinose conseguenze della dottrina di cotesto monaco; dacché molti dicevano, a nulla dunque profittare l'affannarsi nel servizio di Dio, se non ostante tutti i peccati pur si ottiene salute da chi appartiene agli eletti; e per contrario si cade nella morte eterna da chi è stato ad essa predestinato, quando pure si studiasse a praticare sempre la virtù (259).
Gottescalco fu da prima consegnato in custodia al vescovo Rotado di Soissons, indi nell' 849 condotto avanti al sinodo di Quierzy (Chiersy) sull'Oise. Quivi fu condannato per eretico, spogliato della dignità sacerdotale e oltre ciò punito di pena corporale e di prigionia, e questa in un monastero della diocesi di Reims, ad Hautvillers, giacché stimavasi Rotado troppo indulgente verso di lui. La flagellazione data a Gottescalco fu ritenuta per alcuni quasi crudele ed inaudita. Incmaro la giustificò, riportandosi alla regola di s. Benedetto e al concilio di Agde (506 c. 38), non meno che al giudizio degli altri abati, e ricordando le ingiurie vomitate da Gottescalco contro i vescovi (260). Invano Incmaro fece ogni opera di smuovere dai suoi errori il monaco prigioniero, il quale sulle prime fu trattato assai benignamente e consentitogli lo scrivere lettere e trattati. Gottescalco allora compose due professioni di fede, una breve e l'altra prolissa; e si profferse disposto a sostenere la prova del fuoco, immergendosi in quattro vasi pieni di acqua bollente, di grasso, di olio e di pece, passando per mezzo ad un rogo ardente, da cui egli senza manco uscirebbe illeso. Accusava i suoi avversari quasi eretici e seguaci di Rabano, e ostinavasi nell'insegnare: Cristo non avere patito per tutti; nelle opere di Dio prevedere e predestinare essere tutt'uno, e la doppia predestinazione divina essere dottrina dei padri. I sinodi contemporanei, e la testimonianza dell'arcivescovo Amolo di Lione, che aveva letto egli stesso le opere di Gottescalco, e di più la circostanza che l'ostinato monaco negò sottoscrivere una formola d'Incmaro, la quale comportava un senso più benigno, e più che tutto i frammenti, che di lui ci rimangono, fanno troppo chiaro che Incmaro e Rabano punto non isvisarono le dottrine di Gottescalco, né le concepirono esageratamente, mostrando che esse in verità insegnavano la predestinazione assoluta (261).

§ 3.

Ben presto la contesa intorno alla ortodossia o alla eterodossia di Gottescalco prese larga estensione e fu discussa a lungo in più opere. Incmaro, il quale segnatamente premunì i monaci contro Gottescalco, e il suo suffraganeo Pardulo di Laon, che la sentiva con lui, si volsero per questo proposito a diversi dotti (262). Fra questi si davano alcuni che temevano con la condanna di Gottescalco potersi leggermente censurare la dottrina di S. Agostino e favorire il pelagianismo. Molti ritenevano per lecita l'espressione di «duplice predestinazione», laddove altri la trovavano riprovevole, come Rabano Mauro, il quale stimava la dottrina di una predestinazione dei malvagi non potersi discompagnare da quella di una predestinazione al male; e per tanto riteneva meglio non parlare che di una semplice predestinazione (263). Il monaco Ratramno di Corbia nella diocesi di Amiens riprovava che Incmaro spiegasse per una semplice permissione di Dio le parole di Fulgenzio: Dio ha preparati i malvagi alla espiazione delle pene; e le parole della Scrittura: Dio ha indurato il cuore di Faraone. L'abate Servato Lupo di Ferrière presso Sens scrisse ad Incmaro, suo sentimento essere che la predestinazione sia preparazione alla grazia nei buoni e sottraimento o privazione della grazia nei malvagi, per cui questi cadono in tentazione e in peccato; ma sì nei giusti, come nei malvagi non toglie il libero arbitrio (264). Prudenzio vescovo di Troyes esalta in una sua lettera a Incmaro e a Pardulo la somma autorità di S. Agostino, pone una doppia predestinazione, ma rispetto ai malvagi sostiene solo una predestinazione alla pena (non alla colpa), dipendente dalla prescienza divina del peccato originale. E afferma altresì, Cristo non avere sparso altrimenti il suo sangue che per gli eletti (per molti, Matt. XX, 28 e altrove) (265).
In questa, come nelle altre controversie teologiche, pigliava parte assai viva il re Carlo il Calvo. L'abate Lupo, nel dicembre 840, venne a trovarlo in Bourges, e gli espose la propria sentenza, cui appresso dichiarò anche più largamente in forma di lettera contro varii contradittori. Egli insegna: 1) Per il peccato di origine tutta la massa del genere umano precipitò in perdizione. Ma Iddio nella sua eterna previsione ed innanzi alla creazione del mondo, elesse da questa massa quelli che per la sua grazia volle scampare dai meritati castighi, abbandonando gli altri al giusto giudizio meritato coi loro peccati: questi sono predestinati alla pena, non quasi necessitati a perdersi, ma perché il loro abbandono è immutabile per parte di Dio. 2) Il libero arbitrio verso il bene è stato perturbato dalla colpa e quasi legato; per la grazia di nuovo restituito. 3) Cristo é morto per molti, cioè dire per i fedeli (secondo S. Girolamo), non per tutti (giusta il Grisostomo). Lupo si spiega pure alla diffusa in questo sentimento nell'opera «sulle tre questioni», rigetta l'opinione che Dio sia l'autore della mala volontà nei riprovati e insegna che Iddio predestina ciò che egli stesso fa; non predestina i peccati degli uomini, cui semplicemente prevede. Così non predestina già alla colpa, ma bensì alla pena eterna della colpa. Nei suoi Collectanea poi egli arreca testi dei Padri a conforto della sua tesi (266).
Anche Ratramno di Corbia pubblicò a quel tempo (850) un'opera sulla predestinazione, in due libri. La predestinazione è per lui la preparazione eterna delle opere future di Dio: essa è doppia: una per gli eletti, cioè, alle buone opere ed alla ricompensa loro; ed una per i riprovati, non alla colpa, che non può essere da Dio, ma alla pena, cui la colpa da Dio prevista si trae dietro a sé. Quest'ultima predestinazione non distrugge il libero arbitrio; poiché il prevedere Iddio le libere azioni di ciascuno, non importa per queste azioni necessità veruna; né però è condannato il peccatore perché da Dio predestinato alla pena, ma in contrario perciò è predestinato perché Iddio antivede il suo libero indurarsi nel male. Anche la predestinazione alla pena è in sé cosa buona, essendo un atto della giustizia divina, poiché i presciti, lasciati nella massa dannata per il peccato di origine, hanno meritato appunto la riprovazione (267).
Avendo re Carlo inviato all'arcivescovo Incmaro questi scritti a lui contrari, Incmaro richiese il Magonzese di sostenerlo nella lotta. Ma Rabano, allegando la grave età e le malattie, si scansò dal più immischiarsi in questa controversia, e riportandosi alle precedenti sue lettere indirizzate a Nottingo e al conte Eberardo, si chiarì in tutto avverso alla doppia predestinazione, non trovando egli nella Scrittura che una predestinazione al bene, e contrario a si fatte investigazioni temerarie dei più alti segreti di Dio. Fa poi le meraviglie che Incmaro avesse dato facoltà ad un uomo cotanto pernicioso, come Gottescalco, di scrivere, con che egli potrebbe recar maggior danno che con la viva parola; e lo supplica d'impedirlo e far pregare per quel monaco accecato dall'orgoglio, affinché si riduca pentito alla Chiesa (268).
Altri dotti parimenti richiese Incmaro di consiglio, e fra essi il diacono Amalario, ingegno fantastico, e il filosofo Giovanni Scoto Eriugena. Quest'ultimo scrisse nell'851 un libro sulla predestinazione, ma riguardò la questione sotto il rispetto filosofico, non teologico, e incespò in assurdi e in errori notabili nel dogma. Laonde fu tosto impugnato vivamente e in particolare a cagione delle sue strane fantasticherie sulla natura del peccato e del suo castigo e per la negazione di ogni differenza tra predestinazione e prescienza. Tutto ciò che si predica di Dio, egli insegnava non essere che l'espressione del concetto soggettivo dell'uomo intorno alla sua essenza: né altro che impropriamente ammettersi prescienza e predestinazione in Dio: il male rispetto a Dio non esistere punto, essere una pura negazione: Iddio avere così disposto il mondo, che il male torni in punizione a se stesso e resti contenuto in certi limiti per le leggi divine immutabili, e così via via (269).
L'arcivescovo Wenilone di Sens dall'opera di Scoto raccolse diciannove proposizioni riprovevoli e le inviò da confutare al suo suffraganeo Prudenzio di Troyes. Questi compose un lungo trattato contro Scoto, in cui lo incolpa a ragione di rinnovare antiche eresie, di combattere la dottrina cattolica e trascorrere a grossolani errori: e verisimilmente egli scorse in qualche maniera il panteismo insegnato dall'avversario (270). Un'opera eccellente scrisse altresì il Maestro Floro diacono di Lione, che al pari di Prudenzio sostiene la doppia predestinazione; ma dà Gottescalco per eretico a motivo del falso concetto che ne formava. Iddio, egli dice, predestina gli eletti al bene ed alla vita; i riprovati poi, per cagione dei loro peccati da lui previsti, alla pena: onde questi rovinano in perdizione non perché non possano essere buoni, ma perché non vogliono essere buoni. E similmente in questo sentimento si espresse l'arcivescovo Amolo di Lione, al quale si era indirizzato più volte Gottescalco, e sollecitò questo monaco indurito di rinunziare al suo errore. Più avanti scrisse Floro, nel medesimo sentire di Prudenzio, contro Scoto, il cui assalto, più che pregiudicare a Gottescalco, gli aveva giovato. Di più la compassione della sorte misera di questo monaco, l'avversione contro l'arcivescovo di Reims, poco ben veduto, e insieme la predilezione dei teologi per la doppia predestinazione concorrevano a favorire ancora la causa di Gottescalco (271).
Fra questo, Incmaro e Pardulo inviarono alla chiesa di Lione due lettere e con esse una copia della lettera di Rabano a Nottingo (onde il nome di «tre lettere»), affine d'intendersi meglio con questa chiesa; ma non conoscevano ancora il libro di Floro contro Scoto. Morto poi Amolo (il 31 marzo 852), il successore di lui Remigio compose tosto uno scritto «sulle tre lettere», in cui s'ingegna di confutarle e difendere la dottrina di Gottescalco rappresentandola sotto una luce più benigna. Egli pone il vivo della controversia nella quistione della doppia predestinazione, quasi il solo averla difesa si fosse notato d'eresia in Gottescalco; e soggiunge, non trattarsi in quella se Dio abbia predestinato i malvagi all'empietà per maniera che siano forzati ad esser empi, il che nessuno aver mai insegnato; ma dibattersi la questione se Iddio quelli di cui ha preveduto l'empietà e l'indurimento in essa, abbia predestinato nel suo giusto giudizio alla pena eterna: Rabano non avere toccato il punto e contentatosi a provare che Dio non poteva essere autore del male, né sforzare al peccato, il che nessuno rivo cava in dubbio. Remigio pone le seguenti proposizioni: 1) La prescienza e predestinazione divina sono di necessità immutabili ed eterne. 2) Ciò che Iddio fa, è predestinato per consiglio eterno, sia la beatificazione degli eletti, sia la punizione dei reprobi. 3) Ciò che Iddio prevede quale opera sua, lo predestina altresì, e per tanto egli ha predestinato non meno i reprobi alla pena che gli eletti alla vita. 4) All'incontro, in ciò che prestano le creature ragionevoli, non vanno insieme prescienza e predestinazione divina: così i peccati sono da Dio previsti, ma non predestinati. 5) Dalla prescienza e predestinazione divina non conseguita necessità al male. 6) Nelle parole della Scrittura, in cui sovente prescienza e predestinazione si scambiano, è da porsi mente innanzi tutto, come fa S. Agostino, al senso. 7) Dei riprovati nessuno ottiene salute, non perché non possano gli uomini emendarsi, ma perché non vogliono. Egli osserva più avanti, che se Gottescalco si esprime impropriamente, non perciò si vuole combattere la verità contenuta nelle sue proposizioni; il passo dell'Apostolo (I Tim. II, 4) interpretarsi in diversa maniera dai padri, e nel fatto non tutti certo conseguire la salute: il dire poi che niuno appresso il peccato di Adamo poteva servirsi del libero arbitrio a fare il bene, non abbisognare che di una parola dichiarativa: cioè senza la grazia di Dio: «l'opera» Hypomnesticon attribuita a s. Agostino essere apocrifa, come la spiegazione attribuita a s. Girolamo sull'induramento del cuore di Faraone: biasimevole poi essere il dar peso e credito a uomini, come Scoto e Amalario (272).

§ 4.

Nell'853 in un concilio adunato a Quierzy (Carisiacum), Incmaro, presente il re Carlo, fece stabilire e sottoscrivere quattro capitoli sulla predestinazione. Essi definivano: 1) Una sola predestinazione si dà, il cui oggetto è o il conferimento della grazia o il guiderdone della giustizia. Iddio prescelse dalla massa di dannazione, giusta la Sua prescienza, quelli che per sua grazia predestinava alla vita, e loro predestinò la vita eterna. Gli altri poi che per suo giusto giudizio lasciò in questa massa dannata, Dio non li ha predestinati sì che debbano dannarsi, ma preveduto che essi vorrebbero andare dannati: nondimeno come giusto, loro predestinò la punizione eterna. 2) Noi abbiamo libero 1'arbitrio per il bene e per il male: ma per il bene abbisognamo della grazia preveniente e adiuvante. 3) Iddio vuole salvi tutti gli uomini senza eccezione, poniamo che non tutti in effetto si salvino. Che gli uni si salvino, è grazia del Salvatore; che gli altri si dannino, è colpa loro che se l'hanno meritato. 4) Cristo ha patito e ha versato il suo sangue per tutti, ancorché non tutti abbiano a conseguire salute. Che se non tutti si salvano, ciò si vuole ascrivere non già alla grandezza e alla pienezza della redenzione, bensì agli infedeli e a coloro che non hanno fede la quale operi mediante la carità. In sé la Passione di Cristo ha virtù da giovare a tutti, ma non giova, se noi non ce l'applichiamo (273).
Cotesti quattro capitoli, secondo Incmaro, li aveva segnati anche Prudenzio di Troyes; ma egli di poi se ne pentì. E quando l'arcivescovo Wenilone di Sens, per la consecrazione del nuovo vescovo Enea di Parigi, convocò un'assemblea di vescovi, egli, essendo ammalato, vi mandò per mezzo di un prete, una lettera, in cui dichiarava di riconoscere il novello vescovo, posto che questi riconoscesse non solo i decreti della Sede apostolica e delle opere dei padri, ma eziandio i quattro capitoli che la Chiesa avea contrapposto a ribattere i pelagiani. Questi recavano: I. La libertà perduta per il peccato di Adamo, ci fu restituita per via di Cristo e dataci prima in isperanza, poi in effetto, per maniera che noi abbisognamo però della grazia di Dio ad ogni opera buona così all'inizio, come all'operare ed al perseverare, né senza la grazia possiamo pensare, volere od operare nulla di buono. II. Alcuni sono predestinati per misericordia di Dio alla vita, altri, giusta la sua imperscrutabile giustizia, alla pena, per forma che Iddio in amendue le classi di uomini predestina ciò che prevede di avere poi come giudice a sentenziare. III. Il sangue di Cristo è stato versato a pro di tutti che credono in lui, non per quelli che non credono adesso, né hanno creduto mai, né crederanno: quindi è stato versato per molti. IV. Iddio salva tutti quei che vuole far salvi: ma la volontà di Dio non si stende a quelli che non si salvano. Enea sembra aver accettato questi articoli; certo fu riconosciuto da Prudenzio. Vero è nondimeno che qui non si trattava solo di uno speciale indirizzo teologico, ma di una sconvenevole mania di opposizione contro ad Incmaro (274).
Anche più viva fu la resistenza contro i Quierzy nella diocesi di Lione, appartenendo quattro capitoli di questa al regno di Lotario, ed essendovi i più per motivi politici avversi in particolar maniera ad Incmaro. Avendo gli avversari di questo arcivescovo spedito a Lione i quattro capitoli, Remigio li dichiarò inaccettabili, perché opposti alle Scritture ed ai padri: ma nella sua confutazione alterò la più parte delle proposizioni che assaliva, storcendole a capriccio: presupponeva confutati certi punti che non si erano per nulla messi in controversia; ammetteva la predestinazione alla pena, ma ne trovava il concetto manchevole e tale da favorire il pelagianesimo; egli insisteva di più che Cristo era morto solo per molti, non semplicemente per tutti (275). Appresso, l'imperatore Lotario avendo convocato a concilio in Valenza i metropoliti delle tre province Lione, Vienna e Arles coi loro suffraganei, (gennaio 855), Remigio di Lione, confortato da Ebbone vescovo di Grenoble, nipote del precedente arcivescovo di Reims e da Incmaro creduto lungamente per autore della resistenza contro la dottrina dei suoi capitoli, colse l'occasione per inserire fra i 23 canoni alcuni canoni dogmatici, indirizzati contro i capitoli d'Incmaro. In essi, dopo dichiarato generalmente che nella questione della prescienza e predestinazione è da attenersi alla dottrina dei padri, si definiscono alcuni punti, secondo il suono delle parole contrariamente ad Incmaro, ma quanto alla sostanza, nulla discordi da lui. Insegnasi una «doppia predestinazione», dove Incmaro non ne ammetteva che una sola, ma avente duplice oggetto: similmente non ponevasi predestinazione alla colpa, ma solamente alla pena: rigettavasi poi il dire universalmente Cristo esser morto per tutti gli uomini, ma senza fare menzione delle distinzioni date dai padri: rappresentavasi quasi dottrina degli avversari, avere Cristo redento col suo sangue anche quelli che già erano dannati, e il sangue suo giovare in atto agli uomini di tutti i tempi, laddove a Quierzy erasi definito solo che il sacrifizio di Cristo a ragione del prezzo infinito della vittima e dell'intenzione dell'offerente era più che bastevole alla redenzione di tutti. Né questo era stato punto condannato a Valenza, quantunque si fosse designata come un errore mostruoso l'opinione dei sostenitori di una redenzione universale (detti universalisti). I canoni di Valenza insegnano: Iddio prevedere il bene e il male degli uomini, senza che la prescienza delle opere malvagie da parte di Dio induca nell'uomo necessità di peccare: i dannati essere dannati per loro propria colpa, non perché non potessero essere buoni, ma perché non vollero: darsi pertanto una predestinazione degli eletti alla vita e dei presciti alla morte: nei primi precedere la misericordia di Dio ai meriti dell'uomo, nei secondi il demerito al giusto giudizio di Dio. E quanto ai malvagi, Iddio ne prevede la malvagità, che da loro stessi proviene, non la predestina, giacché questa da lui non ha origine, ma ne predestina solo, conforme alla sua giustizia, il castigo che conseguita al loro demerito. Che poi Iddio alcuni predestini al male per modo che debbano essere malvagi, essere dottrina al tutto insoffribile. L'universalità infine della redenzione di Cristo doversi negare nel senso che tutti, anche gli empi e infedeli, dal principio del mondo fino alla Passione di Cristo, avessero dovuto ottenere in effetto il frutto di essa: anzi facevasi notare che anche i fedeli ne sarebbero stati privi, qualora non perseverassero nel bene. Quanto ai quattro capitoli di Quierzy, stati incautamente accettati, se ne premunivano i fedeli, non meno che contro gli errori di Scoto (276).

§ 5.

È cosa da stupire che uomini i quali schiettamente cercavano la verità, potessero contrastare sì lungo tempo. La quistione di una semplice o doppia predestinazione era divenuta una pura contesa di parole: quanto alla dottrina della grazia e del libero arbitrio non vi aveva differenza dogmatica; la universalità della redenzione era bensì dagli uni affermata e negata dagli altri, ma solo perché riguardata sotto due diversi rispetti. I concilii di Quierzy e di Valenza, nonché contraddirsi, si compivano l'un l'altro. Ma il fuoco della disputa faceva velo ai più e non lasciava intendere giustamente le spiegazioni che davano gli avversari. I decreti di Valenza consegnati a re Carlo furono per lui rimessi (nel settembre 856) all'arcivescovo Incmaro, che allora pose mano all'opera sua della predestinazione. In questa egli si lagna delle citazioni monche fattesi dei suoi capitoli, del senso alteratone, e dell'averli messi al paro con gli errori mostruosi di Scoto: pone in dubbio la legittimità degli atti sinodali di Valenza, stimando difficile che i suoi fratelli, senza ascoltarlo né istruirlo, si fossero comportati con tanto malanimo contro di lui. Il re Carlo il Calvo mostravasi pure ben poco inclinato ad accettare i canoni di Valenza (277).
In un'assemblea tenuta a Langres, i membri di questo sinodo rivocarono la loro censura contro i quattro capitoli di Quierzy, circa un due settimane prima del gran concilio nazionale di Savonières presso Toul (giugno 859), a cui intervennero il Carlo il Calvo, Lotario II di Lotaringia e Carlo di Provenza, e insieme coi vescovi di dodici province, anche Remigio e Incmaro. Quivi si lessero e i canoni riveduti di Valenza e i capitoli di Quierzy, rimettendone la spiegazione più ampia al prossimo sinodo (278). Prima di questo, Incmaro scrisse una nuova opera con diversi documenti e testimonianze in sua difesa. In essa parla assai vivamente contro i compilatori dei canoni di Valenza e di Langres, riassume gli errori di Gottescalco e la condanna di lui pronunziata a Magonza ed a Reims, sostiene l'autenticità dell'Hypomnesticon, accettata altresì da Scoto e da Floro, e studiasi a dimostrare che i padri non avevano mai insegnata una doppia predestinazione di sorte che i reprobi fossero predestinati nello stesso modo alla morte come gli eletti alla vita. La caduta degli uni essere effetto del peccato di Adamo, non della predestinazione: l'espressione invece di “predestinazione alla morte” significare quasi Iddio operi che alcuno vada dannato: doversi all'incontro dire con s. Agostino che Iddio indura, non quasi ingeneri la malvagità, ma perché non mostra la sua misericordia. Ciò non pertanto Incmaro concede pure una doppia predestinazione, non però nel senso di Gottescalco, ma in quanto 1) gli eletti sono predestinati alla vita e la vita è predestinata agli eletti, 2) laddove ai reprobi è predestinata la pena, ma non i reprobi alla pena (279).
Un gran sinodo raccoltosi a Toucy l'ottobre 860 pose alla perfine un termine a questa lunga controversia. Quivi si trovarono uniti i sinodi di Quierzy e di Valenza, mediante i vescovi di 14 province ecclesiastiche, e senza entrare nei decreti di questi due sinodi convennero in approvare una lettera sinodale proposta da Incmaro. Essa conteneva le verità riconosciute da ambe le parti; in particolare, darsi una predestinazione degli eletti, sussistere tuttavia il libero arbitrio dopo il peccato di Adamo, ma liberato, sanato, confortato dalla grazia e per essa rialzato dalla sua debolezza: il mondo essere stato salvato per la grazia e per sua volontà sottomesso al giudizio: Iddio volere la salvezza di tutti gli uomini e Cristo essere morto per tutti i soggetti alla legge della morte: la grazia ineffabile di Dio mostrarsi nella beatitudine degli eletti. Con ciò fu ricondotta la pace tra i vescovi franchi (280). Gottescalco però non vi prese parte e ricusò ogni ritrattazione. Sempre in astio con Incmaro egli lo assalì eziandio, allorché da un inno della Chiesa ebbe tolte le parole trina deitas, che gli sonavano di arianesimo e di triteismo. Altri, per contro, come Ratramno le difendevano. Rabano, pur giustificando l'espressione, la riteneva per superflua, non essendo usata dai padri; con tutto ciò fu mantenuta nell'officio della Chiesa (281).
Nei suoi ultimi anni Gottescalco dava in pazzie, che fecero quasi credere avesse smarrito la ragione. Essendosi poi trattato in Roma dell'asprezza d'Incmaro contro Gottescalco, l'arcivescovo nell'862 vi mandò l'opera sua, intorno alla predestinazione, e nell'863 un disteso ragguaglio, protestandosi disposto, ove il papa l'ordinasse, di rimettere a lui Gottescalco ovvero ad un giudice da lui designato. Un monaco per nome Guntberto, nell'865 ovvero 866, fuggì, come si narrava, da Hautvillers, affine di recare a papa Niccolò l'appello di Gottescalco: per il che Incmaro istruì per suo rappresentante in questa causa l'arcivescovo Egilone di Sens, che era in viaggio per Roma. Da ciò non seguì alcuna nuova inchiesta. Gottescalco poi, dopo rigettato una nuova professione di fede propostagli da Incmaro, passò di vita senza essersi riconciliato con la Chiesa, l'anno 868 od 869 (282).


NOTE

(252) Il gesuita Sirmond (Hist. Praedestin. Par. 1647) confutò l'opinione dell'anglicano Usher favorevole a Gottescalco (Gotteschalci et praedestin. controversiae. Dubl. 1631), e seguita poi da Giansenio (De Pelag. haeresi l. VIII). Il giansenista Gilberto Mauguin (Veterum auctorum, qui IX saeculo de praedestin. et gratia scripserunt. Par. 1640) cercò di purgare Gottescalco dal sospetto di eresia; mentre il Cellot S. I. (Hist. Gotteschalci Par. 1655) difese il Sirmond già defunto. La Hist. littéraire de la France V. 352 s., fu di nuovo favorevole a Gottescalco. Cf. Dupin, Hist. des controverses agitées dans le IX. siècle (Bibl. ecclés. VII, 10). Contraria a Gottescalco si dichiarò la maggior parte degli scrittori cattolici, come Alfonso de Castro, Didaco Alvarez, il Baronio, il Bellarmino, il Binio, lo Spondano, il Petavio, Natale Alessandro, il Kilber (Theol. Wirceb. t. II, disp.4, c. 4 § 3 p. 375 s.). Il Cardinale Noris, il Roncaglia, il Tournely cercarono di tenere una via di mezzo, rispetto alla controversia della predestinazione.

(253) Raban. Maur., De oblatione puerorum s. de iis qui repugnant institutis B. Renedicti (Migne l. c. CXXV. 419 s.). Inoltre Seidl, Die Gottverlobung von Kindern oder De pueris oblatis. Passau 1871.

(254) Hincmar., Ep. Rd Nicol. P. (Migne l. c. CXXVI, 45). Walafrido Strabo, Carm. ad Gottesc. (ib. CXIV, 1116). Gottesc., Ep. ad Ratramn. (ib. CXXI, 367). Servat,. Lup., Ep. 130 libid. CXIX, 491 s.)

(255) Gottescalco presso Incmaro, De praedest, c, 5: Gemina est praedestinatio: sive electorom ad requiem, sive reproborum ad mortem, qui a sicut Deus incommutabilis ante mundi constitutionem omnes electos suos incommutabiliter per gratuitam gratiam suam praedestinavit ad vitam aeternam, similiter omnino omnes reprobos,,, per iustum iudicium suumpraedestinavit ad mortem merito sempiternam, Cf. ibid. c, 21, 24, 27,

(256) Gottesch., Ep. ad Ratramn.: Namque magisterio vix uno subditus anno, nec didici deinceps, dubiis ambagibus anceps, Stultorum princeps, abrupta per omnia praeceps, Nemo fuit mihi dux, ideo minime patuit lux.

(257) Raban. Maur., Opusc, de praedestin, (Migne l. c. CXII, 1530 s,), Cf. Kunstmann, Hrabanus Maurus (Mainz 1841) p, 121-124, Ep. ad Eberhard, (Migne l. c, p. 1553 s.).

(258) Annal. Bertin. a. 849 (Pertz, Mon. Germ, hist. I, 443),

(259) Annal. Fuld. Xant. (Pertz l. c. I, 365; H, 229, Migne l. c. CXII, 1574 s.). Himcmar., Ep. ad Nicol., presso il Mansi l. c. XIV, 914. Kunstmann, Briefe des Rabanus Maurus im Pradestinationsstreit (Histor=polit. Bl. 1852. p. 254 ss.).

(260) Flodoard. III, 21 presso il Migne l. c. CXXXV, 204. Concil. Carisiac. 849, presso il Mansi l. c. XIX. 919. Himcmar., De praedestin. c. 2, ed. Migne, p. 85; Ep. ad Amol. Lugd. in Remig. Lib. de tribus capit. (Migne l. c. CXXI, 1027); Ep. ad Nico1. (Migne l. c. CXXVI. 43). Annal. Bertin. (Pertz l. c. I. 443 s. Migne l. c. CXV 1402).

(261) Remig. l. c. p. 1028, 1030. Flodoard. l. c. Gottsehalci Conf. presso il Mauguin l. c. I, 1 p. 7, 9; Migne l. c. CXXI, 347, 350. Himcmar., De praedestin. c. 29, 34 s., p. 291, 363, 370, s.

(262) Himcmar., Opusc. ad reclus. et simpl. (perduto), presso Raban. Maur., Ep. 4 ad Hincmar., ed. Migne p. 1519. Cf. Hist. littér. de la France, V, 580; Pardul. Laudun. presso il Migne l. c. CXXI, 1052.

(263) Servat. Lup., Lib. de tribus quaest. (Mauguin, Vindic. de praedestin. et gr. II. 28): De his praedestinationem Dei dici horrent plerique atque refugiunt, in quibus et quaedam praeclara praesulum lumina, scil. ne credatur Deus libidine puniendi aliquos condidisse et iniuste damnare eos, qui non voluerint peccatum, ac per hoc nec supplicium declinare. Qui si attenderent, sicut in Adam illo voluntate peccante omnes peccaverunt, ita prius, illo absque vitio existente, omnes absque vitio extitisse, Denm autem non homini necessitatem casus intulisse, potestatem tamen permisisse, ipsum vero et casum praescivisse et, quid casum sequeretur, constuisse, ut videl. genus humanum sua sponte corruptum, nec totum propter institiam salvaretur, nec totum propter misericordiam damnaretur, nullam patientur caliginem, Deum, quos rectos origine condidit, voluntas propria vitiavit, quos non liberat elementia, sic punire iudicio. ut non ipse, verum ipsi convincantur suae damnationis auctores.

(264) Ratramn. presso Raban, Maur., Ep. 4, ed. Migne l. c. p. 1522. Servat. Lup. (Migne l. c. CXIX, 606).

(265) Prudent, (ibid., CXV. 971 s.).

(266) Servat. Lup,. Ep, 128; Lib. de tribus quaest.; Collect. de trib. quaest. (Migne l. c. CXIX. 601 s. 619 s. 647 s.).

(267) Ratramn., De praedestin. (Migne l. c. CXXI, 14 s.).

(268) Hincmar.., De praedestin. c. 5, p. 90. Raban. Maur., Ep. presso il Mauguin l. c. II, 100, 109, 112; Migne l. c. CXII, 1518. Remig. Lugd. presso il Mauguin l. c. II, 230; Migne l. c. CXXI, 1052. 1054.

(269) Scotus, De praedestin. ed. Migne l. c. CXXII, 355 s.

(270) Prudent. Trec., De praedestin, c. Ioann. Scotum Migne l. c. CXV, 1009 s.).

(271) Flori Mag., Serm. et c. Scotum (Migne l. c. CXIX, 95 s. 101 s.). Amolo Lugd. presso il Mauguin l. c. II, 195 s. 211 s.

(272) Remig. Lugd. presso il Mauguin l. c. II, l, p. 67 s. II, 223, 229, 234 s.; Migne l. c. CXXI. 985-1068. Di più, l'appendice De generali per Adam damnatione omnium et speciali per Christum ex eadem ereptione electorum (Migne l. c. p. 1068 s.).

(273) Capitula Carisiaca presso il Mansi l. c. XIV, 9-20, 996; Denzinger, Enchirid. n. 279 s., p. 123 s., ed. 4. Nel cap. 2 si distingue «libertas» e «liberum arbitrium» nel senso di S. Agostino (Ad Bonifac. I, 2 [vol. II, p. 280 s. nota 2]), onde il «perdidimus» non può fare maraviglia.

(274) Prudent. Trec., Capitul., presso Hincmar., De praedestin. Praef. (Mauguin l. c. II, 279; Migne l. c. CXXV, 64).

(275) Remig., Lib. de tenenda immobiliter Scriptur. veritate etc. (Mauguin l. c. I, 2, p. 178 s.; cf. II, 283 s. Migne l. c. CXXI, 1083 s.).

(276) Concil. Valent. III, presso il Mansi l. c. XV. 1 s.; Denzinger l. c. n. 283 s., p. 124 s.

(277) Flodoard., Hist. Rhem, III, 15. Hincmar., presso il Migne l. c. CXXV, 49 s. 55, 67, 297.

(278) Concil. in Andemant. Lingon. presso il Mansi l. c. XV. 537. Concil. Tull.. presso Saponaria (ibid. p. 527 s.; Pertz, Leg. L 462 s.).

(279) Hincmar., l Ep. ad Carol. Calv.. e Liber de praedestin. Dei et lib. arbitrio, presso il Migne l. c. CXXV. 55 s. 66.

(280) Ep. synod., presso Hincmar., Ep. 21 (Migne l. c. CXXVI. 122 s. Mansi l. c. XV, 563).

(281) Sopra la «trina deitas». v. Hincmar., De praedestin. c. 31; De una et non trina deitate. ep. 9, 10. Nell'inno (Offic. commune Martyr. in Vesp.) si diceva: Te trina deitas unaque poseimus. Incmaro intese «trina» in forza di «triplex» e vi sostituì «summa» ovvero «sancta». Egli si volse a Rabano Mauro e gl'inviò parecchi scritti, anche quelli di Ratramno. Rabano gli riscrisse ancora due lettere (Kunstmann l. c. append. V, 6, p. 215 ss. 219 s.). Nell'ultima iusiste espressamente: «Nihil in S. Trinitate ad se dietum plurali numero esse dieendum, quia simplex illa summae divinitatis natura singulari numero designari debet, non plurali, ae ideo nec tres Deos nec tres omnipotentes, nec tres essentias in Deo dicere fas est.». Ma potevasi opporre, che l'astratto sta sovente in luogo del concreto, segnatamente in poesia; onde «trina deitas» stava per «trinus Deus», né «trinus» era lo stesso che «triplex».

(282) Sopra le pazzie e la fine di Gottescaleo v. Hincmar., De una et non trina deitate c. 19; intorno al suo brigare presso la Sede romana V. Epist. 2, 11 ad Nicol. Flodoard. 1. c. III, 12-14.

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