Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_18)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO DICIOTTESIMO. Controversie trinitarie in Occidente; l'aggiunta "Filioque" nel simbolo.  



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO DICIOTTESIMO.
Controversie trinitarie in Occidente; l'aggiunta "Filioque" nel simbolo.

§ 1.

Intorno al 686, i vescovi spagnuoli, per testimoniare il pieno assenso alla definizione del concilio ecumenico sesto, inviarono a Roma una professione di fede o apologia, composta da Giuliano di Toledo, e divisa in quattro capitoli. Papa Benedetto II vi trovò alcuna cosa di meno esatto e di offensivo, come ne scrisse ai vescovi; e a voce significò ai loro inviati quei tratti, che parevano a lui bisognare di correzione. Ma i sessanta vescovi accolti nel XV concilio toletano, del 688, sotto la presidenza di Giuliano, difesero, come già di anzi avevano fatto, risolutamente le espressioni biasimate dal papa. Queste erano: 1) Rispetto alle relazioni del Figliuolo di Dio col Padre, dicevasi: «La volontà genera la volontà, come la sapienza genera la sapienza». Ma in contrario opponevasi la difficoltà: Cognizione e volontà sono dallo spirito, non reciprocamente lo spirito dalla volontà e dalla conoscenza. Il Figliuolo è dal Padre; ma il Padre non è dal Figliuolo.
A che gli spagnuoli replicavano, non aver essi parlato secondo analogia dello spirito umano; né usato le parole «volontà, sapienza» in modo relativo, indicando le persone, ma sì assoluto, a designare la natura, accostandosi in ciò alle espressioni di Atanasio e di Agostino (Trin. XV, 20), simiglianti alle parole del simbolo «Lume da lume». Degli uomini non potersi dire: «La volontà genera la volontà», ché la volontà procede anzi dallo spirito. Ma in Dio volontà e pensiero sono una cosa, e la essenza di Dio identica con la sua sapienza e volontà. Quindi nella proposizione «la volontà genera la volontà» non doversi immaginare due diverse volontà o sostanze, ma una sola volontà e una sola sostanza: i nomi assoluti convenire a tutte e tre le divine persone, sì unitamente insieme, e sì in particolare, doveché i relativi o appropriati non convengono che ad una sola persona. Intesa dunque l'espressione impugnata, in senso relativo, è assurda; volontà si nomina di solito lo Spirito Santo, e così l'espressione «volontà dalla volontà» varrebbe quanto: «lo Spirito Santo dallo Spirito Santo»; il che nessuno immaginava. Ma il Figliuolo si chiama «volontà dalla volontà, sapienza dalla sapienza, sostanza dalla sostanza» a denotare l'origine sua dai Padre e la sua consustanzialità con lui. 2) Strano pareva altresì che gli spagnuoli avessero fatto parola di tre sostanze in Cristo. Essi però si giustificavano con questo, che Cristo, come uomo, consta di anima e di corpo; e come Dio ha pure natura divina: questa essere dottrina conforme alla Scrittura ed ai padri. 3) In fine difendevano i due ultimi capitoli, tassati di meno esatti, dicendoli tolti quasi a verbo da s. Ambrogio e da s. Fulgenzio.
Giuliano insorse allora con certa vivezza contro i rimproveri mossigli; ma scrisse però ancora una seconda apologia, a fine di assicurare la Sede apostolica della sua propria ortodossia. Di essa papa Sergio I nel 689 si dichiarò pienamente soddisfatto; e indi a non molto (690) l'arcivescovo Giuliano passò di vita (245).

§ 2.

Il principio sempre ammesso in Occidente che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre, ma anche dal Figliuolo, fu affermato da prima, contro le contraddizioni sorte, nella Spagna, sì che venne inserito nel simbolo niceno-costantinopolitano, verisimilmente fino dal 589; quando il concilio terzo toletano proclamò il simbolo con l'aggiunta «Filioque» (a Patre et Filio), e ordinò si cantasse ad alta voce, durante la messa. Il che, da indi in poi, i sinodi spagnuoli rinnovavano regolarmente (246). E questo uso, nel volgere del secolo settimo e ottavo, si distese all'impero de' franchi e all'Inghilterra, e poscia nell'Italia settentrionale, e pare che già verso al 767 i greci ne facessero le maraviglie. Carlomagno si diede assai viva premura per il dogma della processione dello Spirito Santo, che egli espresse nella sua lettera ad Elipando, il 794, e così lo difese Alcuino più volte. Nei libri carolini pubblicati in nome di Carlo è biasimata espressivamente la formola degli orientali: lo Spirito Santo procede dal Padre per il Figliuolo. L'antica formola dei greci più non bastava ai franchi; i quali intendevano che si dovesse dire: dal Padre e dal Figliuolo. Papa Adriano I prese anche qui le parti di conciliatore e difese nella sua risposta l'espressione impugnata, come quella che era già stata usata dai padri. Senonché a poco a poco s'introdusse in tutto il regno franco l'aggiunta Filioque.
In un sinodo friulano, il patriarca Paolino di Aquileia nel 796 fece notare essere necessari schiarimenti sulla processione dello Spirito Santo, come sulla dottrina degli adoziani: questi schiarimenti nondimeno aversi a considerare solo come spiegazioni più esplicite, non quasi mutazioni degli antichi sinodi o del simbolo, poiché non si voleva punto violare i decreti di Efeso e di Calcedonia, che vietavano di stabilire altro simbolo. Con ciò egli preveniva il rimprovero, tanto sovente poi ripetuto dai greci; mostrando nel tempo stesso, come anche il sinodo del 381 aveva aggiunta una più ampia spiegazione al simbolo del 325. Quindi Paolino propose il simbolo con l'aggiunta Filioque, ne porse una distesa spiegazione e prescrisse ai suoi preti di averla a memoria fino al prossimo sinodo (247). Il simile si fece probabilmente in altre diocesi, durante il regno di Carlomagno. Così nella cappella reale di Carlo e nella maggior parte delle chiese del suo impero venne sempre più frequente il costume di cantare nella messa il simbolo con l'addizione Filioque.
Una controversia fu suscitata da prima in Gerusalemme, nell'808, tra i monaci franchi del monte degli Olivi e Giovanni monaco greco del monastero di s. Saba. Costui tacciò i franchi di eresia, a cagione della dottrina loro sullo Spirito Santo, e si provò di aizzare il popolo contro di loro. Anzi mosse pure un tentativo di scacciare in tutto i latini dalla cappella di Betlemme, nella festa di Natale: esempio questo dei susseguenti intrighi dei greci per ottenere da soli il possesso dei luoghi santi. A difendere la loro dottrina e le diversità del rito biasimate dai greci, i monaci franchi si appellavano alla fede della cattedra di Roma, a cui niuna eresia poteva essere imputata. Sventarono poi col loro ardito coraggio le mene degli avversari e diedero una testimonianza scritta della propria ortodossia, segnando un formolario diretto contro tutte le eresie, ma pure ammettendo liberamente le divergenze del loro rito dal greco. E quantunque da prima la procella sembrasse quetata, i monaci però non si sentivano ancora troppo sicuri, e ragguagliarono dell' accaduto il papa, Leone III. Gli rappresentavano in loro difesa le parole di s. Gregorio Magno nell'omiliario pubblicato da Carlo, e il cosiddetto simbolo atanasiano e la regola riveduta dei benedettini e gli usi della cappella reale de' franchi: indi supplicavano al papa d'informare il loro ardente protettore e re Carlo degli intrighi dei greci e delle loro cagioni. Fu spedito con questa lettera al papa il prete Giovanni e n'ebbe insieme un'altra dal patriarca Tommaso, il quale pare non avesse preso parte allo zelo cieco dei monaci greci (248).
Il papa inviò la lettera dei monaci a Carlo, unita con la loro esposizione di fede, ov'era riconosciuto, lo Spirito Santo procedere egualmente dal Padre e dal Figliuolo; e raccomandò i monaci alla sua protezione (249). L'imperatore prese molto a petto questo negozio, dette commissione a Teodulfo, vescovo di Orleans, di compilare uno scritto sulla questione dogmatica e, nel novembre 809, la fece discutere al concilio di Aquisgrana. Quivi fu espressivamente affermata la dottrina e l'usanza della chiesa dei franchi; e l'addizione Filioque nel simbolo fu approvata e con essa la pratica di cantarlo durante la messa, salvo però l'assenso del papa. E per ottenere questo, gli atti del sinodo furono recati a Roma dal vescovo Bernario di Vormazia e dall'abate Adelardo di Corbia. Verisimilmente lo scritto del vescovo Teodulfo e un altro dell'abate Smaragdo di s. Michele nella diocesi di Verdun erano stati letti e approvati nel sinodo, e quindi amendue rimessi ai legati insieme con gli altri atti del concilio (250). Smaragdo raccolse di preferenza testi della Scrittura, di cui, alquanti vi si potevano solo tirare nel senso figurato (come dell'Apocalisse, XXII, 1), e Teodulfo soprattutto testi dei padri, pochi dei greci (Atanasio, Didimo, Cirillo, Proclo), molti dei papi (Leone I, Ormisda, Gregorio) e dei dottori latini (Ambrogio, Ilario, Agostino, Prospero, Fulgenzio, Isidoro ed altri).
Gli atti dei concilio d'Aquisgrana e le testimonianze raccolte in favore furono lette in un'assemblea, che il papa raccolse dopo l'arrivo degli ambasciatori, nell'810. Leone III convenne appieno nella dottrina della processione dello Spirito Santo come in una verità cattolica incontrastata, la quale potevasi e dovevasi anche spargere e divulgare, ma si chiarì avverso all'aggiunta del Filioque nel simbolo e al costume di cantare esso simbolo nella liturgia con questa giunta. E su ciò si tennero lunghe discussioni. I legati franchi sostenevano che se la giunta esprimeva una verità cattolica, era dunque giusto inserirla nel simbolo della messa. Ma il papa negava la conseguenza: non tutte le verità aversi da credere esplicitamente, né tutte inchiuderle nel simbolo. Ognuno potere conseguire salute, anche se non conosca esattamente le più profonde verità della fede, ma niuno che le conosca e ricusi di crederle. Agli indotti bastare una fede implicita, in fino a tanto che la Chiesa non ha dichiarato espressamente, una verità doversi universalmente accettare. Quindi Leone III era d'opinione che convenisse restare a quanto i padri e i concilii avevano definito, non già proporsi di riformare l'opera loro senza necessità. E in ciò con assai prudenza egli aveva l'occhio all'antichità, cui studiava fedelmente, e alle spiegazioni dei suoi antecessori, a cui inviolabilmente si atteneva, e sopra tutto alle disposizioni dei greci, la cui avversione a cotale «novità» più volte si era manifestata. Né era da dire che si scorgesse necessità di recitare il simbolo e tanto meno con l'aggiunta. Nella chiesa romana cotale addizione non era in costume, e né pure la recita del Credo nella messa: e solo assai tempo dopo l'uno e l'altro venne in uso. Quindi il papa non voleva porgere altro pretesto agli Orientali di separarsi, ma sforzarsi a tenere pace con essi. Anche per umiltà egli non voleva levarsi al di sopra dei padri, né dare ombra, quasi pretendesse di avanzarli in saggezza. Nel giorno seguente fu continuata la conferenza. Gl'inviati dei franchi opposero che anche il papa aveva consentito si cantasse il simbolo nella messa: il papa replicò, averne bensì permesso il canto, ma non l'introdursi dell'aggiunta: e che anche allora ei consentiva che si cantasse, ma senza aggiunta, sebbene la dottrina in quella significata si potesse divulgare senza contrasto.
Ma, insistevano i messi di Carlo, ove si rimuova al presente il Filioque, potrebbe ciò equivalere agli occhi del popolo quasi una condanna, e così restarne pregiudicata la stessa dottrina. Leone trovò la difficoltà mossagli non priva di fondamento e si contentò a dichiarare semplicemente che se innanzi d'inserire l'addizione nel simbolo, l'avessero interrogato, egli ne li avrebbe dissuasi: ma che dopo ammessala, ei consigliava che a poco a poco si smettesse nel palazzo imperiale, per ragione che a Roma non si usava; di poi le altre chiese lascerebbero andare questa giunta, e di tal modo, senza pregiudizio della verità, sparirebbe quest'usanza non mai permessa, né approvata dalla Sede apostolica.
In questo mostrava il papa singolare saggezza. Così nulla ei pregiudicava al dogma; serbava la pace con gli Orientali, manteneva l'autorità della Sede apostolica. Ciò che senza intervento e facoltà di questa era avvenuto, comeché in sé non riprovevole, poteva però recare grandi inconvenienti, che sarebbero tornati in danno della S. Sede. E il papa bene antivide il pericolo, ma non diede però alcun ordine; diede solo un consiglio, di cui prevedeva certo l'inutilità. Quindi, a non destare nel popolo scandalo o maraviglia, nel regno de' franchi si mantenne il costume fino allora seguito: i concilii e gli scrittori continuarono a valersi del simbolo con l'addizione Filioque, che il papa non poteva in sé riprovare. Leone III per altro fece deporre sulla confessione di s. Pietro due tavolette d'argento, del peso di quasi cento libbre incirca, su cui stava inciso in lingua greca e latina il simbolo senza l'aggiunta Filioque, come era costume in antico (251). Di questo fatto i greci si fecero poi forti, quando mossero accusa contro la Chiesa di Occidente per cagione di tale aggiunta, da loro non ammessa, anzi vivamente impugnata. La chiesa romana non aveva dato cagione a siffatto rimprovero, anzi aveva usato ogni opera a fine di estinguerlo in germe; ma ella stette risolutamente per la verità dogmatica, anche innanzi di avere accettato l'usanza di recitare il simbolo nella messa e l'addizione Filioque, come di poi fece, prudentemente conformandosi alle altre chiese. Ma ciò non avvenne da parte sua che allora quando la lotta rinnovata coi greci e le moltiplicate esperienze la costrinsero a porre in minor conto i riguardi.


NOTE

(245) Quanto alla dottrina degli spagnuoli intorno alla Trinità cf. C. Passaglia, Commentar. theol. Pars I (Romae 1850), tract. III: De nominibus absolutis etc.

(246) Concil. Tolet. III, 589; IV, 633; VIII, 653; XI, 670: XII, 681; XIII, 683; XV, 688; XVII, 694. Concil. Bracar. III, 670. Concil. Emerit. 666.

(247) Concil. Foroiul. Mansi l. c. XII, 830 s.). Le Quien, Op. Damasceni diss. I, § 2 (Par. 1712). p. 6 s. Ormisda (Ep. ad Iustin. [Mansi l. c. VIII, 521]) dice chiaramente: «Proprium esse Spiritus Sancti, ut de Patre et de Filio procederet».

(248) Ep. monach. peregr. in monte Oliveti (Migne l. c. CXXIX, 1257-1262; Le Quien, Op. Damasceni § 13 s., p. 7; Or. christ. III, 347 s.

(249) Leo III, Ep. (Mansi l. c. XIII, 978; Jaffè l. c. n. 2034.

(250) Concil. Aquisgr. 809 (Mansi l. c. XIV, 22 s.). Theod. Aurel., Lib. de Spiritu Sancto (Migne l. c. t. CV). Smaragdi Lib. s. ep. Caroli (Mansi l. c. p. 23 s.).

(251) Lib. pontif. in Leone III.

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