Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_17)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO DICIASSETTESIMO. La controversia degli adoziani.



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO DICIASSETTESIMO.
La controversia degli adoziani.

§ 1.

Autore del cosiddetto adozianismo fu Elipando arcivescovo di Toledo, il quale rinnovò sotto altra forma il nestorianesimo. Egli insorse contro l'eresia di Migezio (vedi sopra, a pag. 54), ma trascorse egli pure in errore, quanto alla persona del Figliuolo di Dio. Gli adoziani insegnavano: il Figliuolo di Dio avere assunta la umanità, cioè adottatala; considerato come uomo, Cristo è figliuolo adottivo di Dio, ma secondo la Divinità, è figliuolo per natura. L'Unigenito (del Padre) è vero Figliuolo di Dio, il Primogenito (di Maria) figliuolo adottivo. Ma non potendo la medesima persona, rispetto al medesimo Padre, essere ad un'ora figliuolo naturale e adottivo, così si davano perciò due figliuoli, due persone distinte, un doppio Cristo, con tutto che non si volesse concedere la conseguenza, ma sostenere l'unione ipostatica delle due nature nella sola Persona del Verbo.
L'adozianismo, che presumeva di tenersi in tutto alla definizione di Calcedonia, distingueva Cristo come Verbo di Dio, il quale veramente e per natura è Figliuolo di Dio e Dio egli stesso, da Cristo come uomo, il quale è Figliuolo di Dio, perché adottato in luogo di figlio, e Dio solamente per denominazione (nuncupative). Cristo perciò è figliuolo vero di Dio, secondo la Divinità; è figliuolo adottivo, secondo l'umanità.
Questa dottrina si diversificava da quella dei bonosiani, perché questa appropriava l'adozione alla natura divina del Verbo, il che gli adoziani rifiutavano.
Costoro poi si appoggiavano su diversi passi dei padri e della liturgia mozarabica: ove a significare che la umanità fu assunta dal Verbo, si adoperava sovente il termine concreto «uomo» per l'astratto «umanità» e l'espressione particolare «prendere in luogo di figlio (adoptare)» in iscambio dell'espressione più generale «prendere» semplicemente (assumere) (234).
È vero che potevasi dire la natura umana essere adottata da Cristo, ma non già questa in sé chiamarla Figliuolo, poiché solo ad una persona può darsi un tale nome. Così potevasi dire: Cristo adottò la natura umana, ma non già Cristo è stato adottato: e parimente potevasi parlare di un'adozione attiva, non di un'adozione passiva di Cristo.
A cotale dottrina Elipando acquistò ben tosto il favore del vescovo Felice di Urgel, che già pendeva a simili idee e le sostenne con dialettica valentia. Il numero dei loro seguaci crebbe subito nelle Spagne, e anche di là dei Pirenei, nell'Aquitania. Nell'Asturia vi aderirono il vescovo Ascarico e l'abate Fedele. Due uomini solamente ebbero il coraggio di contrapporsi all'invadente eresia, il prete e abate Beato, da cui gli adoziani intitolavano i loro avversari «eretici beatini», e il vescovo Eterio di Osma, suo discepolo. Elipando spregiava Eterio, perché giovine, e nel resto assaliva tutti i suoi avversari con virulenza, rinfacciando loro le più scandalose eresie. Laonde, avendo con uno scritto assai veemente tacciato i due suoi contradittori quali eretici degni di scomunica, questi si videro costretti a scoprire e ribattere in una lunga scrittura l'errore degli adoziani (785) (235). Anche papa Adriano I inviò una copiosa lettera su questo argomento ai vescovi di Spagna (236). Elipando, la cui sede stava sotto la dominazione dei mori, poté sprezzare tutti i provvedimenti presi da Roma contro di lui. Ma non così il suo compagno Felice, il cui vescovado apparteneva alla marca spagnuola, conquistata da Carlomagno. Pervenuto a notizia della corte francese il suo errore, egli fu obbligato, nel 792, di comparire ad un sinodo in Ratisbona. Quivi ne fu discussa la dottrina e condannata. Egli l'abiurò e promise di non più sostenerla. Dietro ciò, Carlo inviò lui con l'abate Angilberto a Roma per fargli ottenere la conferma ai decreti di Ratisbona, e rinnovarvi la propria ritrattazione. E questo pure egli fece e porse al papa una professione di fede ortodossa. Ma ricondottosi nella Spagna, ricadde tosto nel primo errore. Dal che mosso il dotto Alcuino gli scrisse una lettera mite e conciliante, recandogli testimonianze dei padri, affine di ridurlo sulla via della verità (237).

§ 2.

In questo mentre Elipando e i vescovi suoi partigiani si erano volti a re Carlo, e a lui avevano portò supplica di sbandire dall'impero suo la rovinosa dottrina di Beato e restituire nella propria sede Felice. Con indegna adulazione lo sollecitavano che definisse egli stesso in quella controversia dogmatica e gli esprimevano fiducia che da se medesimo ei si persuaderebbe della falsità delle dottrine di Beato, non avere il Figliuolo di Dio nel seno della Vergine preso l'adozione della carne. Parimente scrissero ai vescovi delle Gallie, dell'Aquitania e dell'Austria assai diffusamente, per dare fondamento alla loro sentenza coi padri e mettere Beato in sospetto di prete scostumato e degno di castigo (238).
Re Carlo, dagli adoziani invocato per giudice, mandò la loro lettera a papa Adriano, per avere da lui assistenza e consiglio; indi convocò, nell'estate del 794, un gran sinodo a Francoforte, a cui, oltre i due legati del papa, intervennero assai vescovi d'Italia, tra cui Paolino di Aquileia e Pietro di Milano. Ma né Felice, né verun altro adoziano vi comparve. Dopo un'allocuzione del re, i vescovi si restrinsero a consiglio e si proposero due trattati contro l'adozianismo: uno composto in nome dei vescovi italiani da Paolino d'Aquileia, l'altro in forma di una lettera dei vescovi franchi agli spagnuoli. Il primo contiene gli argomenti biblici, l'altro di preferenza le prove dei padri. Amendue gli scritti ebbero l’approvazione del sinodo, e aggiunti ad una lettera scritta da papa Adriano agli spagnuoli in un sinodo contro questo errore, e ad un'altra lettera accompagnatoria del re, furono mandati in Ispagna. Nella sua il re Carlo scongiura Elipando e i suoi amici di rinunziare all'errore e non anteporre la privata loro opinione alla fede promulgata universalmente nella Chiesa. A ciò non erano punto disposti Elipando, Felice e i loro settatori; ma proseguirono ostinati a difendere le proprie loro dottrine (239).
Dopo la chiusura del sinodo di Francoforte, Alcuino mandò, per via di Benedetto d'Aniano, ai monaci e abati di Linguadoca, una confutazione dell'adozianismo (240). Ma Felice lo difese con ogni calore e la risposta sua alla monizione di Alcuino egli inviò, non a lui, ma al re Carlo (241). Questi la trovò assai importante da inviarla, sopra consiglio di Alcuino, a papa Leone III ed anche a Paolino d'Aquileia e ad altri vescovi, con preghiera di dichiararsi intorno ad essa per iscritto. Papa Leone III in un sinodo romano del 799 condannò Felice, il quale per la terza volta aveva rotto la fede data e scritto contro Alcuino un libro pieno di bestemmie. Alcuino compose allora i suoi sette libri contro Felice, e similmente Paolino di Aquileia una nuova opera in tre libri (242).
Intanto per non lasciare durante la controversia mettere più fonde radici all'eresia nella marca spagnuola, Carlo spedì nel paese di Urgel gli arcivescovi Leirado di Lione e Nefrido di Narbona, insieme con 1'abate benedettino Benedetto di Aniano, a fine di ridurre i traviati e con la predicazione e con le istruzioni familiari. Essi convertirono migliaia di ecclesiastici e di laici; e persuasero anche Felice, il quale se ne era tornato in quelle parti, di rappresentarsi un'altra volta al re Carlo. Al sinodo di Aquisgrana, nello autunno del 799, Alcuino stette per sei giorni alle prese con l'ostinato eresiarca, infino a tanto che questi si rese per vinto, e ripudiò di nuovo il suo errore, a ciò sforzato singolarmente e dalle testimonianze dei padri a lui addotte e dal giudizio della Sede romana. Egli riconobbe nelle due nature, divina ed umana, un Figliuolo unico vero e proprio, cioè l'unigenito del Padre e suo proprio Figliuolo, tanto che le proprietà di ciascuna natura in lui sono rimaste. «Quegli che nacque di Maria è il vero e proprio Figliuolo di Dio; né altro è il Figliuolo di Dio ed altro il Figliuolo dell'uomo; ma Dio e uomo sono l'unico, il proprio e vero Figliuolo di Dio Padre, non per adozione, non per denominazione o intitolazione, ma perché nelle due nature è un unico, vero e proprio Figliuolo di Dio».

Alcuino e gli altri teologi 1) dimostravano anzi tutto che secondo le Scritture e la tradizione, Cristo è, anche quanto alla natura umana, vero Figliuolo di Dio; né può essere concepito se non come Figliuolo di Dio uno, indiviso ed indivisibile: quegli che per noi tutti fu sacrificato è l'unico Figliuolo di Dio (Rom. VIII, 32), il Figliuolo prediletto (Matt. III, 17), il Figliuolo di Dio vivo (ivi XVI, 16). 2) Essi provavano in secondo luogo come l'adozione presuppone uno che prima fosse straniero all'adottante; il che in Cristo non può essersi avverato, da che mai non vi fu momento, che egli non fosse ad un'ora anche Dio. La Madre del Signore in tanto solo può nominarsi «Madre di Dio» in quanto chi nacque di lei è veramente e propriamente Iddio e con ciò naturale Figliuolo di Dio. La figliuolanza si fonda sulla natura; non si fonda sulla persona, le due nature non costituiscono due figliuoli; poiché non sono punto in sé divise, ma in un solo Cristo inseparabilmente unite, e niuna delle due nature scompagnata dall'altra si può chiamare Figliuolo, ma solo tutto Cristo intero è naturale Figliuolo di Dio e naturale Figliuolo dell'uomo. Dunque non si può dare in Cristo una figliuolanza adottiva, stanteché la naturale, che ad ogni modo avrebbe dovuto precedere l'adottiva, in tutto l'esclude. E senza ciò, quando in Cristo si distinguesse un figliuolo naturale e un figliuolo adottivo di Dio, si avrebbero due figliuoli e quattro persone nella Trinità. 3) Ancora, in Felice e in Elipando si vede una strettissima somiglianza con Nestorio e il costui maestro Teodoro, sì nelle espressioni particolari, e sì nelle prove e nel tutto insieme delle idee. Secondo essi, Cristo è uomo, che porta Iddio; e il Figliuolo di Dio inabita nell'uomo come in un tempio; l'adozione quindi essere necessaria, acciocché in tutto Cristo fosse a noi simigliante; questa si fece al battesimo di Gesù, con quelle parole: Questi è il mio Figliuolo diletto. Cristo abbisognava del battesimo, non per venire purificato da colpe, ma per esserne spiritualmente rigenerato. Egli era servo per natura: dopo il battesimo divenne, per grazia dell'adozione Figliuolo di Dio. Cotale adozione si sarebbe svolta come per gradi e compiutasi nella risurrezione ecc. 4) Infine i teologi cattolici mettevano in chiaro l'incomprensibilità del mistero dell'Incarnazione, conforme Isaia (LIII, 8). A noi basti sapere il fatto, ché il modo è inutile investigarlo, e può condurre facilmente a perdersi (243).

Felice troppo sovente aveva mutato opinione; quindi non fu creduto, con tutte le sue assicurazioni, che avrebbe perseverato. Laonde il re Carlo più non consentì che tornasse nella Spagna, ma lo diede a custodire all'arcivescovo Riculfo di Magonza, e il prete con lui venuto all'arcivescovo Arnone di Salisburgo. Per consiglio poi di Alcuino, fu data commissione in questo mezzo all'arcivescovo Leirado di Lione di averli a sé amendue e assicurarsi della sincerità di loro conversione. Felice inviò intanto la sua professione di fede cattolica agli spagnuoli, da sé dianzi sedotti; e condusse la vita fino all'816, in una comoda libertà, senza più destare sospetti. Ad Alcuino poi, già da lui tanto odiato, egli fece una visita con 1'arcivescovo Leirado, a Tours, e gli diede non poche mostre di affetto. Vero è nondimeno che dopo la sua morte si rinvennero carte da lui lasciate, che sembravano mostrare aver lui recato con sé nella tomba il suo antico errore. Contro di lui scrisse ancora Agobardo di Lione.
Elipando similmente pare abbia persistito ostinato nell'eresia. Ma con la morte dei due capi questa a poco a poco si spense. Una nuova missione poi, intrapresa dagli arcivescovi di Lione e di Narbona e dall'abate Benedetto (800), ridusse pure molti ecclesiastici e laici all'abiura. Anche di poi nondimeno vi ebbe qua e là qualche dotto (come, circa al 1160, Folmaro) accusato di adozianismo (244).


NOTE

(234) I passi dei Padri allegati dagli adoziani erano questi principalmente: a) S. Ilario, De Trinit. II, 27, 29: Ita potestatis dignitas non amittitur, dum carnis humilitas adoptatur; altra lezione: adoratur. Secondo Incmaro (De praedestin. [Migne, Patr. lat. OXXV, 55]), Felice fn convinto di avore introdotto nel testo adoptatur, invece di adoratur, corrompendo un bibliotecario di Aquisgrana; o anche Alcuino (l. VII, c. 6, c. Fel. [Migne l. c. 01, 206]) lo accusa di falsità. Pure i migliori manoscritti hanno «adoptatur«» (qui evidentemente in forza di «assumitur», e Felice anche prima aveva letto in questa maniera. La controversia fu rinnovata nel secolo XVI e XVIII, dopo che il Coustant nella sua edizione difese l'adoptatur, mentre il Germon stette per l'adoratur. Quest'ultimo ottenne nel 1707, per mezzo del Le Tellier, la interpolazione dei più antichi manoscritti d'Ilario conservati in Vaticano, a favore della sua lezione. Di ciò il Le Bret, Gesch. der Bulle In Coena Domini 1772, I, 52. b) Isidoro di Siviglia, citato dagliadoziani (Migne l. c. 01, 1322 s.). parla semplicemente dell'assunzione della natura umana fatta da Cristo. c) Diversi tratti della liturgia mozarabica parlano dell'adozione dei fedeli, non dell'adozione di Cristo. Spesso negli antichi ìl concreto sta in cambio dell'astratto: adoptivus homo per natura adoptata sc. assumta; homo per humana natura, come in S. Agostino, De div. quaest. q. 73, n. 2; in S. Leone M., Ep. 28 c. 4: Invicem sunt et humilitas hominis et altitudo deitatis; e così anche in Alcuino, C. Fel. III, 17; VII, 2 (Migne l. c. CI, 172, 213). Nel Simbolo del conc. Tolet. IV, del 633, si dice di Cristo: Suscipiens hominem, manens quod erat, assumens quod non erat; ma nel Simb. del conc. Tolet. XI del 675: Hic etiam Filius Dei natura est Filius, non adoptione.

(235) Beati et Etherii Libell. de adopt. Filii Dei adv. Elipand. (imperfetto), in Canisius-Basnage, Lect. ant. II, 297-375 (Migne l. c. XCVI, 373 s.).

(236) Hadr. I., Ep. ad Episc. Hisp., presso il Jaffé, Reg. n. 2479.

(237) Conc, Ratisbon. presso il Mansi l. c. XIII, 1031. Annal. Fuld. a. 792 (Pertz l. c. I, 350). Paulin. Aquil., O. Fel. I, 5 (Migne l. c. XCIX, 355). Alcuin., Ep. ad Fel. (ibid. CI, 119). Hefele, Conciliengesch. III (2a ed.), 658 ss. Il concilio di Narbona del 788 (Mansi l. c. XIII, 522) è da tenere come spurio, almeno per ciò che si attiene agli Atti che ne abbiamo.

(238) Elipand., Ep. (Migne l. c. XCVI, 867; CI, 1321).

(239) Paulin. Aquil., Libell. sacrosyllab. (Migne l, c. XCIX, 151. Mansi l. c. XIII, 833); Ep. Episcop. Germ., Gall. et Aquit. ad Hisp. (Migne], c. CI, 1331 s. Mansi l. c. p. 883 s.). Hadrian. I., Ep. (Migne l. c. XCVIII, 374 s. Mansi l. c. XII, 865 s.). Carol. M., Ep. (Mansi l. c. p. 899 s.). Hefele l. c. III (2a ed.), 671-688.

(240) Alcuin, presso il Migne l. c. CI, 86 s.

(241) Felic., Fragm. ap. Alcuin. et in ep. Elipand. (Migne l, c. XCVI, 880).

(242) Alcuin. l. VII c. Fel. (Migne l. c. CL 119 s.). Paul. Aquil., Adv. Fel. (ibid. XCIX, 350 s.).

(243) Cone. Rom. et Aquisgr. (Mansi l. c. XIII, 1030, 1034 s.). Migne l. c. XCVI, 883. Hefele l. c. III (2a ed.), 721 s.

(244) Alcuin, Ep. 92, 108, 117 (Migne l. c. C, 297, 329, 351). Cf. Gams. Kirchengesch. Spaniens II, 2, p. 261 ss.

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