Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_16)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO SEDICESIMO. La controversia sulle immagini in Occidente.



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO SEDICESIMO.
La controversia sulle immagini in Occidente.

§ 1.

Le controversie orientali non passarono senza effetto sull'Occidente, e massime nell'impero franco si attraversarono gravi difficoltà al riconoscimento del settimo concilio ecumenico. Fino dal 767 l'imperatore Costantino V aveva ricercato il consenso dei franchi nella sua guerra contro le immagini, ma nulla ottenuto dal concilio di Gentilly; gli atti del quale appagarono il papa, Paolo I, ma nei particolari non giunsero a nostra notizia (226). Papa Adriano I, non dandosi fretta di approvare formalmente il settimo concilio ecumenico, il quale però aveva sopra tutto importanza per i greci, ne aveva a Roma fatto voltare in latino gli atti. Ma questa versione era al sommo difettosa e, rendendo pedantescamente parola per parola il testo, riusciva quasi del tutto inintelligibile. Quando perciò fu spedita dal papa nel regno dei franchi, alla corte di re Carlo destò vive opposizioni. Questi era a quel tempo inasprito contro 1'imperatrice Irene, perché aveva rotto le pratiche di matrimonio tra il figlio di lei e la propria figlia Rotrude, e aveva accolto Adelchi, figlio del re spodestato dei longobardi e sostenutolo con un esercito nell'Italia inferiore. Oltre a ciò, egli non voleva senz'altro accettare le leggi ecclesiastiche di un sinodo celebratosi in Oriente, senza partecipazione dei vescovi del suo impero; e ordinò per tanto ai suoi dotti, e particolarmente ad Alcuino, che ne prendessero ad esame gli atti a lui inviati. Anche lasciando stare i molti errori di versione, ma non riconosciuti per tali, si trovavano in questi atti assai cose che ripugnavano alle consuetudini e alle idee dei paesi germanici. Perocché, essendosi in essi da poco abbattuto il paganesimo e non per anche schiantato appieno dallo spirito del popolo, portavasi con ciò pericolo che le rozze menti del popolo ancora mezzo pagano fraintendessero questo culto esteriore prestato alle immagini e lo convertissero in idolatria. Così eransi, è vero, permesse le immagini, del resto ancora assai rare per mancanza di sentimento artistico, ma erasene evitata la venerazione.
Nell'impero greco da tempo immemorabile porgevansi grandi mostre di onore non pure agl'imperatori, ma altresì alle immagini e statue loro e si veneravano con gl'incensi e la prostrazione (la proskunesis degli Orientali, in latino adoratio); quindi credevasi di ragione che fossero da onorare non meno le immagini del Salvatore e dei santi. I germani per contrario non si prosternavano innanzi ai loro re, né meno conoscevano tali segni di rispetto e di venerazione. Essi riputavano 1'atto di prostrarsi e d'inginocchiarsi come atto a Dio solo dovuto, di adorazione (latreia), e ne prendevano scandalo, se tributavasi ad altri che a Dio. Di più erano essi consapevoli del contrasto fra la venerazione spesse volte fastosa, resa dagli Orientali all' imperatore (basileolatria), quale mostravasi anche nelle acclamazioni che a lui si facevano, e tra il procedere più libero della Chiesa in Occidente. Quindi il sospetto contro i greci e l'avversione ai loro usi erano ai franchi d'allora troppo naturali.
Da ciò venne che, intorno al 790, fu compilata nell'impero franco una confutazione, la quale abbracciava un ottantacinque capitoli; contro il settimo concilio e spedita a papa Adriano per via dell'abate Angilberto.
Appresso, lo scritto fu di nuovo rimaneggiato e compito con più copiosi argomenti. E in questa forma ne risultarono i quattro «libri carolingi» nei quali s'induce a parlare lo stesso Carlomagno (227). Ma per quanto viva si fosse la opposizione contro il concilio del 787, non vi ebbe però mai opposizione dogmatica contro la sua dottrina. I libri carolingi non volevano punto riconoscere il sinodo iconoclasta del 764 (erroneamente posto in Bitinia), il quale interdiceva di pur guardare le immagini; ma neppure volevano sentire del sinodo del 787, perché ingiungeva l'adorazione delle immagini, com'era stato falsamente tradotto (228). Laonde niuno dei due si aveva da intitolare settimo concilio ecumenico.
I compilatori ammettevano bene, potersi le immagini adoperare ad ornamento delle chiese ed a memoria dei grandi avvenimenti; ai santi, alle loro reliquie e immagini convenire una opportuna venerazione (opportuna veneratio), il rigettare le immagini dalle chiese e il distruggerle essere cosa al tutto ingiusta e sconveniente. Il loro scandalo principale si era nella parola adoratio, cui essi intendevano per adorazione, dove per contrario la proskunesis dei greci non valeva se non un omaggio reso con la genuflessione. Anzi tutto essi stabiliscono queste due proposizioni: 1) L'adorazione a Dio solo conviene; ai santi la venerazione solamente. 2) Le immagini sono in sé indifferenti, senza diretta attinenza con la fede; ma possono tornare di utilità e sono quindi permesse, comeché meno pregevoli delle reliquie, della croce, delle sante Scritture. Indi riprovano pure i trasmodati omaggi che si porgevano agli imperatori greci, e l'esaltazione anticanonica di Tarasio e in fine l'interpretazione di certi passi delle Scritture e dei padri. Alcune cose da essi appropriate al concilio del 787 appartengono in vece al conciliabolo, qui vi lettosi, del 754. Molte sono senza fondamento, e travolte quasi a disegno; altre per contrario sono pur troppo fondate, come quelle riportate contro le deboli prove, onde certi vescovi meno istruiti avevano cercato di sostenere la loro opinione a Nicea. Insomma, l'opera non è al certo scevra di gravi parzialità e falsificazioni.
Papa Adriano rispose diffusamente nel 794 agli 85 capitoli presentatigli. Arreca a sostegno del culto delle immagini il sinodo romano celebratosi innanzi a quel di Nicea con 1'intervento di dodici vescovi franchi; ribatte molte delle obbiezioni mosse, e dimostra, appoggiandosi a s. Gregorio Magno, che non si vogliono né spregiare, né adorare le immagini, ma venerarle. Difende con riserbo il secondo concilio niceno, sul quale non aveva per anche inviato risposta alla corte greca, e fa anche intendere che egli stesso avrebbe pure avuto bastevole motivo di esser scontento dei greci, i quali ancora non gli avevano restituito le giustizie e i beni rapiti alla Chiesa romana (229).
Verisimilmente prima che pervenisse a Carlomagno questa lettera del papa, la quale cade negli ultimi tempi del pontificato di Adriano I (+796), già il concilio di Francoforte del 794, alla presenza dei legati del papa, Teofilatto e Stefano, che non possedevano su ciò veruna istruzione e forse pure niun mezzo da chiarire l'equivoco, aveva condannato appunto il secondo concilio niceno, ma solo per il falsissimo presupposto che questo avesse dato nell'estremo opposto degli iconoclasti e riconosciuto alle immagini l'onore e l'adorazione debita a Dio: dal che esso era infinitamente lontano (230). In effetto i franchi non erano per la sostanza di diverso sentire dai greci: ammettevano essere lecito l'uso delle immagini sacre così dentro come fuori delle chiese, e illecito il distruggerle, non meno che l'adorarle. Carlo Magno inviò gli atti del sinodo di Francoforte a Roma, e richiese la condanna di Irene e di Costantino VI. Il prudente papa, che non poteva a questo assentire, trovò modo di ovviare con una saggia moderazione a tutte le difficoltà che minacciavano per la irritazione di Carlo. E certo è che ne conservò 1'amicizia fino alla morte. Anzi pure sembra che quegli a poco a poco siasi quetato e resosi a più giusto sentire. Solamente il secondo concilio di Nicea restò senza essere riconosciuto nel regno dei franchi.

§ 2.

Ma la differenza rinacque, allorché l'imperatore greco Michele II deputò nell'824 una legazione a Ludovico il Pio e a papa Eugenio II, a cagione della controversia sulle immagini. Persuadendosi Ludovico di potere agevolmente riconciliare l'antica e la nuova Roma, ricercò il papa di permettere che i vescovi franchi raccogliessero dai padri que' passi, che potessero valere a dare un giusto concetto della controversia. Il papa vi consentì, ed egli nell'825 raccolse a Parigi dotti vescovi e teologi, i quali composero varii scritti, come una memoria sulle immagini e diverse prove di lettere ufficiali. Anche quivi gli atti del 787 furono al tutto frantesi, come nel 794 a Francoforte. Il defunto papa Adriano vi è biasimato quasi avesse ordinato indiscretamente che si tributasse alle immagini una superstiziosa adorazione, e sui capitoli da re Carlo inviati gli perché con il suo giudizio e la sua autorità li correggesse, dato quella risposta, non già che meglio si conveniva, ma che più gli piaceva, stante la sua propensione pei greci; e infine asseverato più cose che, salva l'autorità papale, si potevano dire contrarie alla verità. Dalla lettera di Michele II scorgesi il desiderio di tenere una via di mezzo tra i nemici implacabili e gli amici superstiziosi delle immagini e di accordare le due fazioni. Ma colà ove dovrebbesi correggere l'errore, gli si dà invece protezione, e perciò si cerca nel regno dei franchi di stabilire coi padri la verità.
L'assemblea raccolse pochi passi contro gl'iconoclasti, e molti più contro i cultori delle immagini, dei quali ultimi molti per nulla dimostrativi.
Di più, negava che le immagini fossero poste nelle chiese per motivo di ricevervi un culto religioso, e presupponeva non vi fossero altrimenti che ad ornamento degli edifizi e a risvegliare sentimenti divoti per le persone istruite e ad istruzione per le ignoranti. All' immagine della croce riconosceva bensì un culto di venerazione, ma lo negava all'immagine stessa di Cristo.
Essa consigliava in ultimo all'imperatore Ludovico di adoperarsi, in maniera prudente e riserbata, a ritrarre il papa dalla sua opinione e indurlo a scrivere, nel senso da loro desiderato, ma dando alla corte greca un giusto biasimo, che toccasse tanto agli iconoclasti come ai cultori e amici superstiziosi delle immagini.
Ludovico il Pio seguì in parte il consiglio e destinò l'arcivescovo Geremia di Sens e il vescovo Giona di Orleans che recassero le lettere al papa; ma ordinò loro di raderne prima tutti quei tratti che potessero offendere il papa, e di condurre il negozio con modestia e riverenza.
Di questo modo non poté venire a notizia della Sede romana tutto il contenuto dell'opera dei vescovi franchi, e togliere così tanti equivoci.
Ludovico scrisse a Eugenio II, ricordandogli il permesso da lui dato di raccogliere testimonianze dei padri, e la sua prontezza in porgere sostegno alla santa Sede. Avvertiva poi che egli mandava questo lavoro dei suoi vescovi e teologi, a fine di sollecitare da parte sua al possibile i negoziati coi greci, non già per insegnare ad alcuno in Roma; pregava in ultimo il papa di operare a rimettere l'unità nell'impero d'Oriente, e gli offriva, in caso che spedisse legati a Michele II, i buoni uffici e l'aiuto dei suoi proprii inviati, che egli intendeva di aggiungere a quelli.
Intorno al successo di questa deputazione e alla risposta del papa ci manca purtroppo ogni notizia.
La lotta si continuò ancora lungamente negli scritti: ma il culto delle immagini si distese nell'impero franco sempre più. E con tutto che i vescovi persistessero ancora gran tempo nella loro opposizione al concilio di Nicea, questo nondimeno finì con essere, quasi per sé medesimo, riconosciuto, da poiché sotto papa Giovanni VIII, Anastasio bibliotecario romano n'ebbe dato una versione migliore e più corretta.

§ 3.

Ma anche in Occidente sorse un iconoclasta nella persona di Claudio, spagnuolo, creato da Ludovico il Pio (814) vescovo di Torino:
Costui, nell'824, pose mano a strappare dalle chiese della sua diocesi, ov'erano generalmente onorate, immagini e croci; riprovava il culto delle reliquie, i pellegrinaggi a Roma e persino il culto dei santi. Contro di lui si levarono tosto parecchi ecclesiastici franchi; e primo l'abate Teodemiro, in una sua lettera, indi l'irlandese Dungal, monaco in s. Dionigi, poi maestro in Pavia: infine il vescovo Giona di Orleans. Claudio si difese contro Teodemiro con una meschina sofistica. Qualora la croce si dovesse onorare, egli diceva, per causa della relazione con Cristo, del pari si dovrebbero venerare le stalle, perché in una stalla egli giacque, e gli asini, perché su di un asino egli cavalcò.
Claudio, anzi, trascorse più oltre che i greci iconoclasti. Rigettava le intercessioni dei santi, bestemmiava le reliquie, come spregevoli a guisa delle ossa degli animali; proibiva, come Vigilanzio, l'accendere lumi di giorno e il pregare, stando col capo chino in terra; ricusavasi infine di giustificarsi innanzi ai vescovi e li intitolava un «concilio di asini».
La sua apologia, contro Teodemiro, fu presentata all'imperatore Ludovico, e dopo maturo esame condannata dai vescovi. Claudio cessò di vivere, durante ancora la contesa, nell'840 (231). Walafrido Strabone e Incmaro di Reims si espressero per la vera sentenza: convenirsi alle immagini un culto relativo, quale prestavasi allora nell'impero dei franchi alla croce ed alle reliquie dei Santi (232). L'opinione di alcuni dotti, come Agobardo di Lione, che non fosse lecita nessuna mostra di culto esteriore alle immagini, ebbe assai pochi seguaci. Così di mano in mano che i pericoli di prima sparivano, tanto più il culto delle immagini avanzava e stabilivasi. Le difficoltà, poi che si erano opposte al secondo concilio niceno, vennero mancando come da sé, quantunque sorgessero anche di poi alcuni pochi avversari del culto delle immagini e del Crocifisso (233).


NOTE

(226) Hefele, Conciliengesch. III. 431 s.

(227) Il testo dei «Libri Carolini» - la eui esistenza risultava da Adriano I, Ep. ad. Carol., dal sinodo di Parigi dell'826 e da Inmaro di Reims, C. Hincm. Laud. C. 20 - fu pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1549 da Tìlius (Giovanni du Tilliet), vescovo di S. Brieux e poi di Meaux, sospetto di calvinismo, il quale non vi pose il suo nome, né citò il luogo dove l'avesse trovato. M. Flacio e altri protestanti si profittarono subito dell'opera per assalire il cattolicismo; ma i dotti cattolici li ribatterono con diversi argomenti (come il Surio, il Binio, il Bellarmino, il Baronio a. 794, n. 39 s.). Alcuni ritenevano i libri come opera di un eretico, inviata da Carlomagno a Roma per farvela condannare; altri per una finzione di Andr. Carlostadio. Melchiorre Goldast fece stampare lo scritto: Imper. decreta de cultu imagin. (Francof 1608) p. 67 s. e Collect. Const. imp. I, 28; e secondo questa furono condotte più altre edizioni. Migliore di gran lunga fu quella curata da G. A. Heumann: Augusta Concil. Nicol. II censura, h. e. Caroli M. de impio imaginum cultu libri IV. 80 Hannov. 1731 (nel Migne, Patr.. lat. XCVIII, 990 s. non si fa uso che dell'edizione del Goldast). L'edizione promossa dall'abate Frobenio Forster (Praef. gen. in Opp. Alcuini n. 10) non venne in luce, perche, secondo una lettera del cardinale Passionei del 1759, il Cod. Pal. Vat. adoperato da Aug. Stenchus, non si rinvenne più. Un altro, ma incompiuto, Cod. Vat. del X secolo fu scoperto nel 1866 dal Reifferscheid (Narratio de Vat. libr. Carol. Cod. [Progr.] Vratisl. 1873). I cattolici da lungo tempo riconobbero che i libri non erano di eretici, né posteriori all'età carolingia: Sirmond. S. I., presso il Mansi l. c. XIII. 905. Natal. Alex., Saec. VIII, diss. 6, §, 6, ed. Bingen. XI, 260. Ma il Floss di nuovo cercò (Bonner Progmmm, del 1860: De suspecta libror. Carol. a I. Tilio editorum fide) di far prevalere l'opinione che i libri fossero stati corrotti nel secolo XVI. Vedi inoltre Noltes Rezension, in Wiener kathol. Lit. Ztg. 1861, n. 30. L'opinione der Petavio (l. XV: De inc. c. 12, n. 3, 8) che a Francotorte nel 794 si fosse fatto un estratto dei Libri Carol. con aggiunta del c. 29 al t. IV e inviatolo al papa, è combattuta dal Walch (Ketzerhistorie XI, 72). Diffusamente l' Hefele, Conciliengesch III, 694 ss. Sopra la duplice forma v. ivi p. 712 ss. sopra il contenuto p. 699 ss. Werner, Gesch. der apologetischen und polemischen Literatur II, 549 ss.

(228) Le parole del metropolitano di Cipro del Sin. VII. act. 3, sono così riferite: Suscipio et amplector honorabiliter sanctas et venerabiles imagines secundum servitium adorationis, quod consubstantiali Trinitati emitto; laddove suonano: Consentio suscipiens et amplectens SS. ac venerabiles imagines, atque adorationem, quae fit secundum latriam, soli supersubstantiali et vivificae Trinitati impendo.

(229) Hadr. I, Ep. ad Carol. R., qua confutantur illi, qui Synodum Nico1. II oppugnarunt «Dominus ac Redemptor» (Mansi l. c. XIII, 759-810; Migne, Patr. lat. XCVIII, 1247 s.; Jaffé l. c. n. 2483).

(230) Concil. Francof. 794 c. 2, presso il Mansi l. c. p. 907. Il sinodo del 787 si chiama: Graecorum Synodus quam de adorandis imaginibus Constantinopolitani fecerunt, in qua scriptum habebatur, ut qui imaginibus Sanctorum ita ut deificae Trinitati servitium aut adorationem non impenderent, anathema iudicarentur. Eginardo (Pertz l. c. I, 184) dice essersi decretato, ut nec septima nec universalis haberetur dicereturve; essere quella sinodo «quasi supervacua, in totum ab omnibus abiudicata» (Hefele, Conciliengesch. III, 689, (93). Il Vasquez, il Suarez, il Surio, il Binio e altri giudicarono falsamente che a Francoforte si fosse rigettato solo il sinodo degli iconoclasti del 754. Il Bellarmino, il Baronio e Natale Alessandro si apposero al vero. La genuità degli Atti è fuori di dubbio, come ben riconobbero il Sirmondi, il Petavio, il Mabillon ed altri, invano combattuti dal Barruel (Du pape. Paris 1803).

(231) Claudii Taurin. De cultu imagin. fragm. Bibl. PP. Colon. IX, 2 p. 876 s.; Fragm. ed. Rudelbach, Hafn. 1824; Fragm. Theodemiri presso Ionas Aurel., De cultu imaginum (sottò) l. III. Dungal., Lib. respons. c. pervers. Claud. sententias. Bibl. PP. Colon. II, 2, p. 966 s. (Migne, Patr. lat. CV, 157 s.). Ionas Aurel., Ep. de cultu imag. (Migne l. c. CVI, 305 s.). Controversia intorno alla santità di Claudio e di Agobardo: Acta Sanctor., Iun. t. II, p. 745; Hist. litt. de la France IV (Par. 1733 s.), 571, 575.

(232) Walafrid. Strabo (circa l' 840), De exordiis et incrementis rer. eccl. ed. Knopfler, Monachii 1890. Hincmar., Opusc. c. Hincm. Land. c. 20. Opp. II, 457.

(233) Nel secolo XI papa Alessandro II scriveva all'arcivescovo Iocelino di Bordeaux, com'egli avesse udito con istupore, quod Graecorum naenias, imo haeresim secutus signum dominicae imaginis h. e. excisum in similitudinem crucifixi Domini Nostri Iesu Christi non esse venerandum praedicaveris et ne quis christianorum alicuius devotionis ritum huic adhibere debeat, omnino interdixeris (Analecta iur. pont. 1868 juillet-aout p. 407. dalle carte del Coustant).

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