Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_14)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO QUATTORDICESIMO. La Chiesa nella Spagna e nelle isole britanniche durante l'ottavo e nono secolo. A. Spagna. B. Gran Bretagna e Irlanda.



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO QUATTORDICESIMO.
La Chiesa nella Spagna e nelle isole britanniche durante l'ottavo e nono secolo.

A. Spagna.

§ 1.

Sull'entrare del secolo ottavo la penisola iberica venne in potere degli arabi maomettani, i quali fino al 714 andarono conquistando tutto il paese, eccettuati alcuni distretti montagnosi a settentrione.
Il regno visigoto era venuto a gran decadenza, dopo salito al trono Witiza, figliuolo di Egiza (701). Costui regnò sul bel primo con umanità e giustizia; ma poco dopo si mostrò tiranno dissoluto e crudele: egli assenti a sé e ai suoi grandi la poligamia e tirò eziandio una parte del clero nella sua vita scostumata. L'arcivescovo Sinderedo di Toledo, indegno successore del nobile e coraggioso Gonderico, trascorse fino a perseguitare i preti fedeli ai loro doveri. Witiza interdisse a questi l'appellazione a Roma, cassò le leggi del papa e permise ai preti il concubinato. In ultimo Witiza depose Sinderedo e la sede di Toledo diede a Oppone suo fratello, che già era arcivescovo di Siviglia. La virtù e moralità ogni dì più dispariva. Witiza infine, avendo fatto accecare il figliuolo del re Receswindo, fu da Roderico, che si propose di vendicare il padre, accecato egli pure e deposto (710). Quindi scoppiò una guerra civile, in cui furono chiamati per aiuto i saraceni dall'Africa. E questi vennero, sotto la condotta di Musa governatore di Mauritania, e nel giugno 711, con la vittoria ottenuta presso Xeres de la Frontera, atterrarono l'impero dei visigoti. La capitale Toledo fu presa, nella domenica delle Palme, 722. In breve la maggior parte del paese cadde in potere dei musulmani; solamente nelle regioni montane delle Asturie, di Galizia, e Biscaia mantennero i cristiani, sotto i loro pro di condottieri Pedro e Pelagio, la libertà. Con ciò la Spagna era divisa in due parti ineguali; il regno maomettano a mezzodì, e a settentrione il piccolo stato dei cristiani; i quali sotto i loro re (Alfonso I, Bermudo, Alfonso II, 791-841) resisterono a fatica, ma con non minore perseveranza alla prepotenza nemica.
Fra breve tempo, i maomettani tentarono di passare i Pirenei. Quivi il duca Eude di Aquitania ne respinse da prima gli assalti, ma poscia si diede ai nemici: questi di poi, con potente esercito, si gittarono sull'impero dei franchi. Ma la sfolgorata vittoria, che Carlo Martello portò sugli arabi a Poitiers, nell'ottobre 732, scampò l'Occidente cristiano: ché i nemici, toccata una seconda sconfitta a Narbona il 738, più non si attentarono di valicare i Pirenei.
Assai tosto però la provincia o luogotenenza degli arabi in Ispagna si mutò in regno indipendente. Abderrhaman I, degli ommiadi, riparò durante la persecuzione mossa alla sua famiglia, nella Spagna; ne sconfisse il governatore Iussuf e prese Cordova. Di poi al 756 egli s'intitolò califfo delle Spagne. Vinse il figlio di Iussuf e le genti degli Abassidi, ma nel 778 fu battuto da Carlomagno. E nondimeno questa conquista del paese, estendentesi fra l'Ebro e i Pirenei, non fu che passeggera. Abderrhaman riconquistò appresso questi dominii e il figlio di lui Hesciam (dal 787) e il nipote Hakem I (dal 796) vi assodarono la signoria. Notevoli edifizi vi sorsero, e a Cordova le arti loro e le scienze furono ben presto in onore, massime sotto Abderrhaman II (822-852) e Maometto I (852-886). I cristiani soggiogati nel nuovo regno dei califfi, e ben presto soprannominati mozzarabi, erano obbligati ad un tributo spesso molto oppressivo, ma godevano maggiore libertà che altrove; avevano tribunali proprii, sostenevano carichi pubblici e potevano, anche nella capitale, suonare le loro campane. Ritenevano poi nella Spagna araba i loro 29 vescovadi con le tre metropoli.
Certi delitti, come il sedurre una maomettana, erano puniti con l'obbligo di abbracciare l'islamismo; il tirare all'apostasia, con la pena di morte. E spesse volte i preti venivano messi ai tormenti. Lo zelo di alcuni cristiani, i quali facevano aperto l'orrore che nutrivano verso la religione dei conquistatori, ovvero chiamavano Maometto un falso profeta, condusse ad una gagliarda persecuzione, la quale durò con qualche intervallo, dall'850 al 960. Le prime esecuzioni capitali operarono si che molti anche il semplice silenzio ritenevano per ignavia e benché non interrogati si chiarivano con roventi espressioni contro la religione di Maometto: e alcuni altresì portati da un impeto quasi fanatico, da sé correvano al martirio. I fanciulli poi, nati da matrimoni misti, davano spesso il vantaggio alla religione cristiana; onde insieme coi preti e coi laici adulti, erano giustiziati anche vergini e fanciulli. Anzi nell’852 fu permesso di mettere a morte issofatto qualunque facesse parola contro il profeta e la sua dottrina. I vescovi però, adunati a Cordova, proibirono ai fedeli di gittarsi alla morte, facendo, fuori d'una richiesta giuridica, la professione della propria fede.
Abderrahman II, poi, affinché i cristiani non potessero raccogliere le reliquie dei martiri, ordinò, che fossero dati alle fiamme i cadaveri dei giustiziati. Maometto I fece diroccare tutte le chiese edificate appresso la conquista degli arabi e imperversò, con più furore ancora, contro i cristiani. Testimonio oculare della persecuzione fu s. Eulogio di Cordova e ne scrisse la storia. Egli difese i martiri; e con la voce e con gli scritti accese molti a costanza; indi nell'859 sostenne anch'egli il martirio. E sebbene di poi la persecuzione rallentasse, non cessò però mai del tutto. Ma sempre nei cristiani di Spagna si ebbe anzi a deplorare impeto sconsigliato e ardore troppo impetuoso al martirio che non timore e codardia.

§ 2.

Sotto la dominazione degli arabi, era impossibile che si svolgesse ampiamente la vita ecclesiastica in Ispagna. Quindi, dopo Isidoro di Siviglia e Ildefonso di Toledo, non troviamo più nella Chiesa di Spagna alcun teologo di nome: bensì dopo la conquista degli arabi sorsero diversi errori, che per la più parte si accostarono alle precedenti eresie, e nominatamente al rigorismo donatista e ad elementi sabelliani e priscilliani. Così un certo Migezio, il cui partito si sparse al mezzodì delle Spagne, sosteneva David essere la incarnazione di Dio Padre, Paolo lo Spirito Santo incarnato, il che egli pretendeva provare col salmo XLIV, 2, e Gal. l, l; Davide, Gesù, Paolo, tre persone corporee, costituivano, secondo lui, una Trinità, immaginata poi alla maniera sabelliana come una sola Persona. Inoltre egli vantavasi di non avere peccato, e non voleva che il sacerdote recitasse la confessione pubblica (il Confiteor), perché o egli non aveva peccato e allora appariva mentitore, o l'aveva e allora doveva essere degradato. Mosso dal suo zelo rigoristico vietava di mangiare sia coi peccatori, sia con gli infedeli. Diceva la Chiesa romana sola essere santa e immacolata.
I suoi partigiani si allontanavano ancora dalle altre chiese nella celebrazione della Pasqua; ché quando il 14 Nisan cadeva in un sabato, essi non festeggiavano la Pasqua che otto giorni appresso.
Contro di Migezio insorse l'arcivescovo Elipando di Toledo, il quale ne condannò gli errori in un sinodo di Siviglia, intorno al 782, e si provò a confutarli più volte. Egli lo accusa di priscillianismo e nel tempo stesso di confondere la divinità e l'umanità in Cristo: ma egli stesso trascorre poi in un'altra eresia, che rinnovava quella di Nestorio ed è conosciuta col nome di adozianismo (204).


B. Gran Bretagna e Irlanda.

§ 3.

La conversione degli anglosassoni al cristianesimo aveva fatto grandi progressi nel secolo VII, grazie alla operosità di numerosi missionari e alla influenza dei monasteri (v. vol. II, p. 430 sgg.). I re della Eptarchia avevano tutti, l'uno dopo l'altro, abbracciato la fede cattolica. Pure anche i re anglosassoni s'ingerirono bene spesso negli affari della Chiesa, ora per ambizione, ora per zelo di religione.
Anche quivi i sinodi e le diete si confusero tosto insieme; quantunque alcuni sinodi vi si celebrassero ancora puramente ecclesiastici, come sotto l'arcivescovo Teodoro, che rinnovò gli antichi canoni.
Così nel 673 il sinodo di Ereford, il quale prescrisse la celebrazione annuale dei sinodi, permise il divorzio solo in caso di adulterio e senza rimaritarsi; diede opera ad assicurare i diritti dei monasteri e dei vescovi e dichiarò necessario il crescere le sedi vescovili al crescersi del numero dei cristiani. Ai sinodi non intervenivano solamente gli abati, ma le abadesse ancora. Così il re Witredo di Kent, il 694, a Becancelde, in presenza dell'arcivescovo Britwaldo di Canterbury e del vescovo di Rochester, con cinque abadesse, diede libertà alle elezioni episcopali, riconobbe l'indipendenza del dominio ecclesiastico, e accordò alle chiese l'esenzione dai tributi e dalle gravezze, contentandosi di prestiti volontari. Al sinodo di Berghamsted il medesimo re, insieme coi dignitari ecclesiastici e secolari, diede nel 697 ventotto prescrizioni o canoni, i più determinando il castigo dei varii delitti e ragguagliando la violazione dei diritti della Chiesa alla violazione dei diritti del re.
Così il pio re Ina nel Wessex accettò nel suo codice di leggi i decreti del concilio tenuto dai vescovi di Londra e di Winchester, l'anno 692. I duelli e combattimenti privati vi erano interdetti, il diritto d'asilo riconosciuto, la violazione del riposo festivo punita di gravi pene, e di più stabiliti i castighi secondo i varii delitti, nominatamente ai genitori cristiani, che non volevano portare i loro figliuoli a battezzare. Sotto il medesimo re, dopo la morte del vescovo Edda di Winchester, ne fu spartita la diocesi in due: Daniele fu vescovo di Vintonia (Winchester) e Aldelmo si ebbe la nuova diocesi di Sherburn. Per colpa di molte guerre, i sassoni orientali furono privi del loro vescovado di Londra, e sottoposti al vescovo dei sassoni occidentali; ma questa unione fu disciolta il 711, e Londra riebbe i suoi proprii vescovi. Da principio i vescovi erano di solito eletti nei sinodi nazionali preseduti dall'arcivescovo Cantuariense, indi furono dal clero, con l'assenso del popolo (205).
Ma da che i vescovi molto potevano d'autorità e di credito, i re s'affannavano ad occupare tutte le cattedre episcopali per i loro amici; usavano preghiere e raccomandazioni, e da ultimo interponevano il comando e nominavano essi addirittura. Alle volte poi si arrogavano di istituire da sé vescovadi, di separarli e di unirli; al che fare, in quella confusione di tempi, coglievano spesso di leggieri una cagione o un pretesto. Così il re di Nortumbria, Alfredo, istigato dai molti nemici del vescovo Wilfrido di York, separò da York il monastero di Rippon e lo eresse in vescovado. Wilfrido per timore di lui fuggì nella Mercia, e quivi si ebbe il vescovado di Lichfield. Allora il re Alfredo raccolse nel 701 a Nesterfield un sinodo preseduto dall'arcivescovo Britwaldo, avverso a Wilfrido. Questo si fece forte sulle precedenti ordinazioni dell'arcivescovo Teodoro, il quale, per mossa del re nortumbro Egfrido, aveva ripartito 1'antica diocesi di York in quattro altre, e a Wilfrido lasciato non altro più che il piccolo vescovado di Lindisfarne, e ancora questo ritoltogli a cagione della sua resistenza. Ma contro queste disposizioni Wilfrido aveva nel 678 dato appellazione e recatosi personalmente a Roma. Quivi nel 679 era stata decretata la sua redintegrazione, e dato a lui diritto di eleggere i vescovi delle quattro diocesi di Nortumbria. Di poi nel 685, dopo la morte di Egfrido, l'arcivescovo Teodoro si era riconciliato con lui, che fra questo mezzo aveva sostenuto prigionia ed evangelizzato nel Sussex, e anche Alfredo avevagli restituito i suoi vescovadi e monasteri di York, di Lindisfarne e di Hexam. Per il che Wilfrido a Nesterfield nel 701 si protestò, non potere sé riconoscere tra le disposizioni di Teodoro se non quelle conformi ai canoni, si appoggiò ai decreti dei papi e appellò a Roma. Sostenuto da Etelredo re dei merci, vi si recò tosto e trovò protezione in Giovanni IV; indi anche dall'arcivescovo Britwaldo vide riconosciuti i suoi diritti. Il re Alfredo però non si rese alle lettere del papa se non durante una grave malattia, della quale poi morì nel 706. Wilfrido riebbe i suoi due monasteri di Rippon e di Hagulstadt, di cui l'ultimo era altresì vescovado, e se ne morì in pace nel 709 (206).
Canterbury (Cantorberì) rimase lungamente la sola metropoli d'Inghilterra. Solo nel 735 Egberto di York, fratello del re nortumbro, facendo valere l'ordinanza primitiva di s. Gregorio I, ottenne dal papa un decreto che levava York a metropoli, avente a suffraganei tutti i vescovadi posti al nord del fiume Humber. Appresso, Offa re dei merci fece prova di separare le chiese del suo regno dalla metropolitana di Canterbury, la quale apparteneva al Kent, e operò che fosse eretta in arcivescovado la chiesa di Lichfield. Papa Adriano concesse il pallio al vescovo Aldulfo (nel 787). Ma dopo la morte di Offa, soggettato il Kent al re Kenulfo di Mercia e tolto via il motivo della separazione, l'arcivescovo di Canterbury, Adelardo, ottenne da Leone III papa la ristorazione degli antichi diritti della sua sede e la soppressione dell'arcivescovado di Lichfield. Da allora Canterbury ebbe sotto di sé dodici vescovi, York n'ebbe tre.
Quanto poi all'istituzione delle chiese parrocchiali, l'Inghilterra ne va debitrice all'arcivescovo Teodoro (668-690), il quale affine d'incoraggiare i Thani (o nobili) a edificarle e provvederle, lasciò ad essi e agli eredi loro il diritto di presentazione.
Ciò conferì di molto alla conversione dei pagani: né più se ne trovavano se non colà, ov'era difetto di preti e di istruzione. In alcuni luoghi però i monasteri, fondati già prima e tosto venuti in gran fiore, dovevano ancora supplire alle parrocchie. E di frequente non lungi dai monasteri di uomini sorgevano conventi di donne, ma con severissima separazione.
Qualche volta l'abadessa reggeva eziandio i monaci mediante un priore da lei eletto, e il monastero degli uomini doveva amministrare le possessioni comuni. A cagione di procurarsi i privilegi e le libertà dei monasteri, non pochi laici riguardevoli, sì uomini e sì donne, erigevano monasteri, si nominavano abati o abadesse e col seguito loro vivevano alla secolare senza ombra di disciplina. A cotale disordine dei monasteri di nome cercò di far argine il sinodo di Cloveshoe, del 747; ma non valse a schiantarli del tutto: essi non mancarono interamente se non durante le scorrerie e i guasti dei danesi pagani.
Spesse volte furono anche presi provvedimenti contro gli attentati dei laici a danno dei beni di Chiesa. Questi beni erano esenti da gravezze, salvo dell'eribanno, ossia del bando di leva, e delle contribuzioni al mantenimento delle strade e dei ponti e delle fortificazioni. Il pagamento delle decime era già nell'ottavo secolo universalmente introdotto; nel 787 fu dal sinodo di Calcut severamente imposto. Nelle chiese cattedrali i vescovi avevano intorno a sé un certo numero di preti che vivevano in forma canonica; questi capitoli erano ad un'ora scuole e seminari (207).
La Chiesa d'Inghilterra si tenne d'ogni tempo in assai intima unione con la Sede romana.
Frequentissimi erano i pellegrinaggi di preti e di laici alle tombe dei principi degli apostoli; eziandio otto re anglosassoni vi peregrinarono ed altri vi spedirono inviati con ricchi presenti, implorando per sé l'apostolica benedizione. Assai per tempo le fondazioni religiose in Inghilterra si mostrano sotto la speciale ed immediata protezione del papa, ed i re pure cercavano spesso per le loro fondazioni e donazioni la conferma papale. In Roma l'anno 714 fu edificata da Ina, re del Wessex, il quale vi chiuse i suoi giorni, una chiesa con un ospizio di pellegrini e scuola e altri edifizi, in cui molti anglosassoni trovavano ospizio. A tale uso raccoglievansi pure contribuzioni dall'Inghilterra.
Al secolo ottavo, la Chiesa inglese aveva ancora uomini di merito, come Beda il Venerabile (+735) il quale scrisse la storia ecclesiastica della sua patria; Daniele, vescovo di Winchester, cui sovente s. Bonifacio ricercava di consiglio, e l'arcivescovo Egberto di York, discepolo di Beda e maestro di Alcuino. Ma questo fiorire degli studi ecclesiastici decadde rapidamente verso la fine del secolo VIII.

§ 4.

La viva comunicazione con Roma e le strette relazioni, avviate dai missionari inglesi con il regno dei franchi, ebbero salutari effetti nella Chiesa d'Inghilterra. La fondazione di chiesa, ospizio dei pellegrini e scuole, fatta da Ina re del Vessex in Roma venne anche più riccamente dotata da Offa re dei merci. Questi assegnò ad essa il danaro di s. Pietro, che ben tosto si costumò pagare da tutte le famiglie benestanti d'Inghilterra; verso il 1073, esso montò a un 200 libbre e più di danaro anglosassone; e in fine si tramutò in sussidio annuo, da supplire al danaro che si inviava ogni anno a Roma, e servir anche alle spese richieste dal reggimento universale della Chiesa.
I metropolitani inglesi dovevano personalmente condursi a Roma per averne la conferma e il pallio; ma essendo ciò e per la lunghezza del viaggio e i pericoli della via difficoltoso a molti arcivescovi, l'episcopato inglese nell'801 supplicò al papa di esserne dispensato: ma Leone III non vi condiscese.
Non pochi sinodi inglesi furono tenuti a preghiera e sollecitazione dei papi. Così papa Zaccaria sotto minaccia di scomunica sollecitò la riforma dei gravi abusi, onde pure si lamentava s. Bonifacio, e procacciò la convocazione del sinodo di Cloveshove del 747 preseduto dall'arcivescovo Eutberto di Canterbury. Questo sinodo raccomandò ai vescovi l'obbligo della visita pastorale, insisté sulla istruzione convenevole e sull'esame dei candidati agli ordini, e molti abusi interdisse.
S. Bonifacio aveva nelle sue lettere al re e all'arcivescovo Eutberto ripreso animosamente la vita sfrenata di Etelbaldo re dei merci, la passione del bere in molti vescovi, e il lusso e le feste ognora crescenti, e l'oppressione dei preti e dei monaci. Nell'anno 787 i legati del papa, Gregorio vescovo di Ostia e Teofilatto di Rodi ordinarono due sinodi, uno a Calcut nella Mercia, l'altro nel Northumberland. Quivi i vescovi, di cui era capo l'arcivescovo di Canterbury, diedero solenne promessa di volere osservare fedelmente i venti capitoli inviati loro dal papa; e ciò rinnovarono di poi nel 788 altri due sinodi. In essi era raccomandato che i vescovi non colpissero di scomunica alcuno senza giusto motivo, ma per altro animosamente compissero ai loro doveri, anche di fronte ai re ed ai nobili; questi vicendevolmente ubbidissero a loro in umiltà come investiti della podestà e delle chiavi, e gli ecclesiastici non fossero giudicati dai laici, i re eletti regolarmente dai vescovi e dai grandi, e la giustizia amministrata senza rispetto a persone. Anche prescrivevasi in particolare la convocazione di due sinodi all'anno, la visita delle diocesi, l'esame dei chierici intorno alla fede e la estirpazione delle usanze pagane.
Poco tempo dopo, le lettere di Alcuino ai suoi amici d'Inghilterra, piene di avvertimenti e di rimproveri, mostrano che il fervore degli studi ecclesiastici al suo tempo, non meno che la gravità dei costumi e la sincerità della divozione, era molto scaduto negli anglosassoni. Così non poche istituzioni tralignavano. L'unità politica degli stati anglosassoni allora non era se non iscarsamente rappresentata dal Bretwalda, né la unità religiosa valeva a compensare il difetto. E di più, la Chiesa era di frequente impedita nella sua libertà dalle lotte e dai rivolgimenti infiniti e appresso (dall'832) dagli assalti e dalle scorrerie devastatrici dei danesi e de' normanni.
Nel 793 (e poi da capo nell' 875) fu distrutta Lindisfarne; nella Nortumbria intere abazie mancarono; monti di rovine e di cadaveri coprivano l'isola: essa pareva divenuta un perpetuo campo di battaglia. Né la sovranità universale del re Egberto nel Wessex, di poi l'826, ridusse a unità la legislazione e l'amministrazione: ché gli anglosassoni seguirono tuttavia a dividersi in varii popoli e stati.
La voce dei vescovi rimaneva inascoltata; né tutti fra i vescovi stessi andavano netti dalla corruzione universale. La vita monastica poi era tale che appresso dovette essere quasi di nuovo fondata.

§ 5.

Una gran parte della Scozia apparteneva alla Nortumbria e quindi al regno anglosassone e alla metropoli di York. Gli scoti o scozzesi propriamente detti, in Argyle e dintorni erano una parte assai piccola della popolazione e pochi uomini avevano di valore: la loro storia per altro è tuttora avvolta nelle tenebre. Il monastero di s. Tomaso nell'isola d'Hy coi suoi monaci irlandesi fu lungamente come il semenzaio dei preti. Verso all'843 i pitti e Scozzesi si riunirono in un solo regno: essi non avevano allora una certa sede vescovile loro propria. I vescovadi di Abercorn (fondato nel 681) e di Witerno (Candida Casa, rinnovato nel 723) erano di nuovo mancati: non vi restavano più che piccoli monasteri. E quello stesso d'Hy fu più volte saccheggiato nel secolo nono e decimo. Intorno all'anno 849 il re Kenneto, vincitore dei pitti, fondò a Dunkeld una chiesa dedicata a s. Colombano con una casa di preti, ove risedeva un vescovo. Cotesto vescovo di Dunkeld esercitava sulle chiese particolari di Scozia una primazia, la quale però sul finire del nono secolo passò nel vescovo di s. Andrews. Anche nella Scozia i vescovi non risedevano nelle città ma nei monasteri, onde il più erano abati. I preti erano quasi tutti monaci, ovvero canonici che vivevano secondo la regola (coledei, culdei). E di tali capitoli ve ne erano ad Aberdon, a Brechin, a Dunblane, ad Aberneth, a Murtlach e in altri luoghi.
La Chiesa irlandese, ancora tanto fiorente al secolo settimo e ottavo, cadde come l'inglese in grande scompiglio, dopo il 795 per le irruzioni dei danesi e normanni, e venne a perdere molte delle sue più floride istituzioni. Ecclesiastici e monaci d'Irlanda riparavano in Inghilterra, Francia, Germania e Italia; e l'innata bramosia di viaggi, come la miseria della patria, cresceva il numero degli emigranti. Altri poi, comeché liberi dal servizio militare, fra essi persino vescovi e abati, erano presi dalla mania universale di guerre e di tornei. Spesse volte la dignità reale andava congiunta con quella di vescovo, come l'anno 846 col vescovo di Emly e il 901 col vescovo di Cashel.


NOTE

(204) Hadr. I P., Ep. in Cod. Carol. n. 96-97. Mansi l. c. XII, 807-814. Elipand., Ep., presso H. Florez, Espana sagrada V, 543, 556 s. Migne, Patr. lat. XCVIII, 918; C. 1330. Saul. Cordov., Ad Alvar. 862 (Florez l. c. XI, 166). Hefele, Tubinger Theol. Quartalschr. 1858, p. 86-96; Conciliengesch. III, 628 ss.

(205) Hefele, Conciliengesch. III, 113, 348 ss, 354 58, 360 s.

(206) Mansi l c, XI, 179 s, 187; XII. 158. Hefele l. c, III, 119, 252, 257, 314 s. 357 ss.

(207) Hefele, l. c. III. 560 ss. 638 ss. 720 s. 746.

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