Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_13)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO TREDICESIMO. Il papato e la Chiesa in Francia nella decadenza dell'impero carolingio fino a papa Nicolò I. Le decretali del falso Isidoro.



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO TREDICESIMO.
Il papato e la Chiesa in Francia nella decadenza dell'impero carolingio fino a papa Nicolò I.

§ 1.

La cristianità di Occidente si trovava di continuo minacciata da due lati, e dalla interna discordia dei nipoti di Carlo e dagli assalti esterni dei popoli pagani: normanni, slavi, magiari, ed arabi. Questi ultimi, dalla Sicilia, facevano sovente scorrerie e guasti in Italia, minacciavano le foci del Tevere e con ciò anche Roma, le cui grandi basiliche di s. Pietro e s. Paolo, tuttavia situate allora fuori delle mura, restavano abbandonate ad ogni assalto. Gregorio IV conobbe quindi la necessità di difendere il litorale e a tale intento edificò, sulla via dell'antica Ostia, una piccola città (appellata Gregoriopoli), munita di forti mura, cinta di fossati e bastioni, e diresse egli medesimo sul luogo le costruzioni.
Lotario fra questo mezzo, quanto meno si curava dei suoi doveri di difensore della Chiesa romana, tanto più cresceva nelle sue pretensioni di predominarla a suo grado, eziandio nelle quistioni di più importanza. Alla morte poi di Gregorio IV (seguita il 25 gennaio 844), essendo stato eletto, con tutta regolarità, Sergio, arciprete romano, il diacono Giovanni, il cui partito aveva brigato per disturbare l'elezione, riuscì a impadronirsi di Laterano. Ma egli fu quindi a poco scacciato, e Sergio II, preso possesso del palazzo, fu consecrato in s. Pietro. Ciò porse cagione all' imperatore d'immischiarsi, parendogli offesa la costituzione da lui data, perché avevano preso parte all'elezione anche tali che non ne erano in diritto. Quindi si propose di spuntare in fine il suo intento, che cioè d'ora innanzi non fosse più consecrato il papa senza il suo beneplacito e la presenza dei suoi messi.
Egli mandò perciò sopra Roma il proprio figlio Ludovico, da lui creato re d'Italia, e lo zio Dragone vescovo di Metz con un esercito, il quale corse gli stati della Chiesa, come paese nemico.
Alle porte della città, Ludovico fu ricevuto per ordine del papa alla maniera usata, con grande onore e sui gradini della chiesa di s. Pietro aspettato dal papa, ma non consentitogli l'ingresso nella chiesa che quando ebbe dato sicurezza d'essere venuto con rette e benevole intenzioni. Il contegno del papa e la solennità grandiosa di tutto quel ricevimento ebbero gran forza sul re, il quale riconobbe di fatto Sergio e dopo ciò fu da lui consecrato re dei longobardi (15 giugno 844). Il papa nondimeno contrastò risolutamente alla pretensione di lui che i più ragguardevoli della città gli prestassero giuramento di fedeltà; il che solamente all'imperatore dovevasi. L'esercito franco poté allora campeggiare fuori le mura, ma non entrare in città (182).
I saraceni intanto continuavano a minacciare all' Italia. Da loro travagliati i beneventani, col loro duca Siconolfo si condussero a Roma, affine di rinnovare con Ludovico il vassallaggio per averne difesa contro gli assalti e le scorrerie nemiche, e si recarono a salutare anche il papa. Appresso, Ludovico s'indirizzò a Pavia, senza punto aver dato soccorso all'Italia meridionale.
Nell'anno 846 i saraceni sbarcati a Porto marciarono su Roma. S. Rufina andò in fiamma; le chiese di s. Pietro e di s. Paolo poste al sacco da diverse bande nemiche. Il papa richiamò genti da Spoleto e queste solo poterono metter fine ai saccheggi e alle violenze: una parte dei nemici si ritirò su Civitavecchia, un'altra si ritrasse verso Fondi e Gaeta, ove si afforzò. Un esercito franco e italiano fu battuto e salvossi riparandosi a Roma. Sergio II, dopo avere fatto ristaurare la santa Scala di diciotto gradini, innanzi a Laterano, passò di vita, ai 27 gennaio 847.
A voce unanime fu eletto Leone, romano, prete cardinale dei «Quattro Coronati». Ma non senza timore si venne alla sua consecrazione: paventavansi le violenze di Lotario, ma d'altra parte il differire pareva in estremo scabroso a cagione del pericolo continuo dei saraceni. Si protestò in quella solennemente, che intendevasi mantenere all'imperatore dopo Dio l'onore e la fedeltà a lui debita, in ogni cosa. Con ciò Leone IV (847-855) si tenne di poi in buon accordo con l'imperatore Lotario; nell'850 incoronò il costui figlio Ludovico II imperatore e coi due cesari strinse un trattato, per cui l'elezione e la consecrazione del papa non si farebbe che secondo le forme e prescrizioni canoniche. Questo pontefice operoso e infaticabile edificò nuove mura per chiudere nella cerchia della città la chiesa di s. Pietro e i dintorni, condusse varie opere di fortificazione intorno a Roma; e collegatosi con Napoli, Amalfi e Gaeta, imprese contro i saraceni una guerra sul mare, la quale riuscì ad una grande vittoria, e ristorò molte città degli stati della Chiesa ormai desolate.
Leone tenne, all' 850 e 853, due sinodi a Roma, in cui rinnovò i canoni precedenti e colpì in fine di scomunica e di deposizione Anastasio cardinale prete del titolo di s. Marcello, che di suo capriccio aveva abbandonato la propria chiesa nell'848 e non ostante tutti i richiami, persisteva a non volersene tornare dalla provincia di Aquileia (183). Dal patriarcato bizantino, il quale si arrogava giurisdizione sulla parte greca della Sicilia, pervenne a Leone l'appellazione di parecchi vescovi, che il patriarca avea deposti per causa di ribellione e di scisma, segnatamente dell'arcivescovo Gregorio di Siracusa. Leone richiese prima dal patriarca d'inviare gli atti del processo e le ragioni del suo giudizio a Roma; e per sovvenire all'Italia meridionale oppressa dai saraceni cercò di fare stretta alleanza con la corte greca (184). Nell'anno 855, Daniele capo delle milizie mosse accusa al proprio collega Graziano, di far pratiche per tirare i greci in Italia e discacciarne i franchi. Alla quale notizia l'imperatore sollecitamente vi accorse per giudicare di ciò insieme col papa. Daniele però non valse a provare la sua accusa; l'imperatore nondimeno s'interpose per lui, scampandolo dalla punizione, e si ritirò poscia da Roma. A quel tempo incirca giunse quivi Alfredo il giovine, futuro re d'Inghilterra, insieme col padre suo Etelwolfo, affine di ricevere l'unzione dal papa. Il giovane principe, che a sì grandi cose era chiamato per il bene della sua patria, ne riportò impressioni indelebili. Leone IV morì, dopo un regno assai benefico, il 17 luglio 855.
Che poi a Leone IV succedesse la «papessa Giovanna» è una favola già da gran tempo convinta (185). Vi fu bensì una fiera lotta nell'elezione del papa, ma alfine fu eletto il cardinale di s. Callisto; Benedetto III, il quale non l'accettò che suo malgrado. Il vescovo Nicolò d'Anagni e Mercurio capo delle milizie ebbero incarico di portarne la relazione ai due imperatori. Ma un partito favoreggiava il cardinale Anastasio, deposto, e per via del suo capo Arsenio vescovo di Gubbio tirò dalla sua gl'inviati. Questi contraffecero a tutte le loro istruzioni; l'imperatore deputò i due conti Adalberto e Bernardo: e i fautori dell'antipapa, fra i quali Rodoaldo di Porto e Agatone di Todi, uscirono a incontrarli fino ad Orta. Essi entrarono in Roma con Anastasio, cieco istrumento della politica imperiale; questi fece distruggere diverse immagini in s. Pietro, nominatamente una pittura, rappresentante il concilio contro di lui tenuto da Leone IV; indi penetrò di forza in Laterano (il 22 settembre 865) e v'imprigionò Benedetto III, lasciandolo in custodia a due preti deposti. Ma la costanza del clero e del popolo, che vedeva così minacciata la libertà della Chiesa romana, e le prove recate loro della legittimità dell'elezione determinarono in fine i messi imperiali a riconoscere Benedetto III e scacciare di Laterano l'usurpatore. Benedetto, consecrato il 29 settembre alla presenza dei messi imperiali, accordò il perdono ai sommovitori, e restituì nella comunione dei laici anche Anastasio, già colpito d'anatema. Quindi a non molto morì l'imperatore Lotario; e i suoi tre figli, conforme all'ultima disposizione, se ne ripartirono i dominii in maniera che l'imperatore Ludovico II si ebbe l'Italia, Lotario II il paese posto fra il Reno, la Schelda e la Mosa (dopo lui nominato Lotaringia) e Carlo la Provenza.
Papa Benedetto, nella causa di Gregorio da Siracusa, rappresentato in Roma dal vescovo Zaccaria di Taormina, si ricusò ancora di pronunziare l'ultima sentenza, benché lo tenesse già per sospeso coi suoi fautori, e il patriarca bizantino lo stimolasse a confermare il suo giudizio. Egli voleva al tutto conoscere esattamente gli atti dell'inchiesta ordinata, i quali ancora non gli erano pervenuti. E già il monaco Lazaro era in punto di mettersi in via per Roma con lettere dell'imperatore, quando a Bisanzio intervenne un subito rivolgimento nella politica, a cui seguì la caduta del patriarca (186). Benedetto diede pure la sua approvazione ad un sinodo tenutosi l'853, sotto il suo antecessore, in favore d'Incmaro di Reims, succeduto arcivescovo, sino dall'845, a Ebbone: ma il papa l'approvò, riservando l'autorità della Santa Sede e presupponendo esatto il ragguaglio dello stato di cose, il quale poi non si trovò conforme alla verità (187). Benedetto III teneva sempre ai suoi fianchi il diacono Nicolò, persona di gran merito e destra nei maneggi, e morto l'8 aprile 858, ebbe questo medesimo diacono a successore; il quale per la sua incrollabile giustizia, alta sapienza, straordinaria vigoria si meritò il soprannome di Grande.

§ 2.

L'imperatore Ludovico fu presente alla elezione di Nicolò I, figlio del primicerio Teodoro, e dovette favorirla; assisté pure all'intronizzazione del nuovo papa e gli si dimostrò amicissimo. E quando il papa si recò di poi a visitarlo nel suo campo, egli a imitazione di Pipino, tenne per un lungo tratto le redini del cavallo; il che dipoi si usò universalmente, come cerimoniale, a dimostrazione di rispetto e venerazione per il supremo pastore della Chiesa. Non molto dopo ebbe il papa da lottare col prepotente arcivescovo Giovanni di Ravenna, il quale rapinava i beni della S. Sede, gli uffiziali del papa incarcerava, impediva molti dal pellegrinaggio di Roma e di più, avendo spregiato la citazione fattagli, era stato colpito di scomunica. Giovanni rifuggì dall'imperatore a Pavia, e da lui ottenuto commissari, s'indirizzò con essi a Roma. Questi si persuasero ben tosto che Giovanni abusava di loro protezione; e il papa fissò di nuovo all'arcivescovo un termine per giustificarsi. Nicolò poi recossi egli stesso in Ravenna, a preghiera degli abitanti dell'Esarcato, vi restituì l'ordine e ridonò anche i loro beni ai derubati. Giovanni ritornò a Pavia; ma niuno voleva ricettare lo scomunicato, e l'imperatore stesso gli consigliò la sommissione, assicurandolo della sua mediazione. Giovanni allora si rese e poiché nella sua ordinazione aveva falsato il giuramento, in un sinodo romano (novembre 861) ne lesse una nuova formola e promise intera obbedienza, dopo il che ebbe la grazia.
Ma sopratutto angosciose sollecitudini procacciava al papa la dimenticanza dei loro doveri in molti vescovi e la scostumatezza dei principi. Il voluttuoso Lotario II, secondo figlio di Lotario I, si separò per capriccio dalla sua consorte Teutberga sotto pretesto che prima delle sue nozze avesse tenuto un incestuoso commercio con suo fratello l'abate Uberto; sposò la concubina Waldrada e trovò anche in ciò l'approvazione di alcuni vescovi compiacenti e servili, massime di Guntero di Colonia e di Tietgaudo di Treviri. La regina ripudiata invocò la protezione del papa e per lei s'interpose Carlo il Calvo, nel cui regno l'arcivescovo Incmaro di Reims ne prese le parti con uno scritto. Da parte sua, anche Lotario si rivolse al papa con fina ipocrisia pregandolo che si raccogliesse un sinodo a giudicare la cosa. Pretendeva prima la scusa che egli, vivente suo padre, era già stato promesso con Waldrada, e appresso, poiché ciò non bastava, che era già stato con lei congiunto in matrimonio. Papa Nicolò indisse un sinodo a Metz, a cui sotto la presidenza dei suoi legati dovevano intervenire i vescovi non pure dal regno di Lotario, ma dagli altri regni franchi eziandio. Lotario impedì vi comparissero quei degli altri regni e sedusse i legati del papa, sicché a Metz, nel giugno dell' 863, fu pronunziato in suo favore. Nicolò I dichiarò nulla la sentenza, depose gli arcivescovi Guntero e Tietgaudo, e agli altri complici diede speranza di perdono, ma solo quando mostrassero il loro pentimento alla Sede apostolica e aderissero alle sue ordinazioni. Guntero e Tietgaudo si affannavano a guadagnarsi da ogni parte alleati contro il papa, allora per giunta in lotta con Bisanzio, e gli aizzarono contro l'imperatore Ludovico, quasi che il papa avesse disonorato suo fratello e i suoi inviati, e portato ingiusta sentenza. Ludovico II mosse da Benevento con un esercito sopra Roma affine di punire il papa del presunto oltraggio. Nicolò ordinò un generale digiuno e processioni di penitenza per la città, ma persisté irremovibile, anche quando Ludovico (sull'entrare dell'864) irruppe dentro Roma, e le sue genti sbaragliarono una processione, oltraggiarono gli stendardi e le croci. Il papa rimase chiuso tre giorni in s. Pietro, senza prender cibo. Ma le calamità che colpirono l'esercito, ridussero l'imperatore a miglior senno. La sua consorte Engelberga lo sollecitò a un abboccamento col papa; e questi gli porse tali schiarimenti che Ludovico non diede più orecchio agl'indegni prelati deposti e ripartì tosto da Roma coi suoi (188). Dopo ciò egli si tenne in buon accordo col papa; onde nell' 865, quando i suoi zii, Ludovico e Carlo, deliberavano intorno ad una spartizione dei dominii appartenenti al loro nipote, il papa si dichiarò risolutamente in suo favore, esigendo che a lui si lasciasse per esaltazione della Chiesa l'amministrazione libera del suo impero, da Dio protetto e da lui ricevuto mediante la benedizione e l'unzione, per benefizio dei sommi pontefici (189).
L'arcivescovo Guntero non si sottomise alla censura papale: anzi per via di suo fratello Ilduino, fece deporre sulla tomba di s. Pietro una violenta protesta e s'ingegnò con lettera circolare di aizzare i vescovi contro il papa come un insopportabile tiranno (190). Ma Nicolò si tenne come torre fermo e incrollabile di fronte a questo prelato colpevole, che aveva già di anzi fatto prova di trarre lui pure in inganno, e di fronte a tutti i suoi collegati. Il re Lotario, stimolato altresì dallo zio, si vide costretto a fare promessa, con lettere rispettose al papa, di sottomettersi e profferirsi a comparire personalmente in Roma; quanto ai vescovi deposti, egli interponeva solo a pro loro la sua intercessione. Tosto i complici dell'ingiusta sentenza di Metz supplicarono umilmente al Papa per averne assoluzione, e l'ottennero. Tietgaudo di Treviri si astenne dalle funzioni episcopali, Guntero che seguitava a esercitarle insolentemente, fu da Lotario stesso scacciato fuori dalla sua chiesa. Giunto poi il vescovo Arsenio, vescovo di Orta, in qualità di legato, con lettere del papa (865) e minacciando di scomunica il re, se non rimandava Waldrada, riprendendo la sua consorte legittima Teutberga, Lotario si sottomise in ogni cosa, sotto fede giurata di dodici testimoni promise intera obbedienza, e fece di poi rappresentare al popolo Teutberga quale regina, con la corona in capo. Waldrada fu costretta di prendere il viaggio d'Italia, insieme col legato. Ma poco andò che la malnata se ne fuggi, e del pari Ingeltrude moglie del conte Bosone, come lei condannata alla penitenza, perché fuggiva dal suo marito. Ritornata in Francia, nell'866 fu colpita di scomunica. Intanto Teutberga era da capo tormentata e Lotario continuava innanzi nei suoi disordini. La regina, affine di sottrarsi a tante vessazioni, pregò il Papa di sciogliere il suo matrimonio e consentirle d'entrare in monastero: ma il papa negò di accondiscendere al suo desiderio, poiché trattavasi della santità del matrimonio e della legge divina, che senza di lui sarebbe stata conculcata dalla più parte dei vescovi come dai principi carolingi. Gran numero di lettere egli scrisse per ammonire dei loro doveri quanti avevano parte in questo negozio; scoprì e smascherò l'ipocrisia di Lotario, il quale innanzi a lui spergiurava che dopo la partenza del legato, non aveva più visto Waldrada, e già era in sul punto di lanciare scomunica contro l'adultero incoronato, quando fu soprappreso dalla morte (191).
Forte e infaticabile mostrossi del pari Nicolò in altri incontri. L'arcivescovo Incmaro di Reims aveva, in qualità di metropolita, rimesso nelle sue funzioni un reo prete, deposto dal vescovo Rotado di Soissons. A questa redintegrazione si contrappose Rotado e per tanto fu scomunicato dal metropolita, nell'861. Rotado ne appellò al papa; ma nel suo viaggio di Roma fu soprattenuto, sotto colore che egli avesse da sé rinunziato alla sua appellazione; e per giunta incarcerato e deposto (862). Una così fatta prepotenza dei metropoliti sui vescovi suffraganei, la quale riusciva ad una pura tirannia, ancor che voluta giustificare con un sinodo, non la poteva il papa riguardare con occhio indifferente. E dacché pure Incmaro erasi a lui rivolto, egli richiese al tutto che Rotado coi suoi accusatori fosse mandato a Roma, e intanto annullò ogni elezione che si facesse di un successore (863). Rotado, finalmente poté fare il viaggio di Roma e non essendosi quivi presentato accusatore, il papa gli permise di giustificarsi e lo assolvette, dando incarico al legato Arsenio di riporlo nel suo vescovado. I vescovi suffraganei avevan così nella Sede romana la più valida protezione contro la prepotenza dei metropoliti; onde i prelati raccolti nell'867 a Troyes pregarono instantemente il papa di tener forte, perché niun vescovo potesse venire deposto senza suo consenso. Incmaro, il quale affermava Rotado aver dimandato giudici scelti del suo paese, né essere stato deposto per alcuna passione, e sosteneva di più che solamente le cause dei metropoliti e non quelle dei suffraganei vogliono essere annoverate «fra le cause di maggiore importanza», aveva già protestato dianzi che egli ad ogni cosa anteponeva la comunione con la Sede apostolica, ma aver stimato che il metropolita non si dovesse lasciar disprezzare dai vescovi a lui soggetti e però dimandava insieme la conferma dei privilegi della sua Chiesa (192). Incmaro era certo persona assai istruita, ma sommamente altero e di più, anche per altro, mal animato verso il papa, il quale però a lui si oppose con tranquilla e risoluta fermezza. Il predecessore d'Incmaro, Ebbone, aveva, dopo la sua deposizione (fra 1'835 e 1'842), esercitato ancora più volte le funzioni episcopali e ordinato anche preti. Costoro Incmaro punì di sospensione, e un sinodo di Soissons nell'853 ne confermò la sentenza e vi aggiunse la scomunica. Cotale giudizio non era stato approvato da Benedetto III se non in forma condizionata; e parimente Niccolò I, nell'863, non l'aveva confermato se non a condizione che Incmaro non avesse contravvenuto in alcuna cosa agli ordini della Sede apostolica. Ma i preti deposti appellarono alla Sede romana, e Carlo il Calvo, che aveva in animo di sollevare uno di loro, per nome Wulfado, alla sede di Bourges, ne prese a cuore la causa. Niccolò, che assai dubitava della legittimità della deposizione di Ebbone, ordinò si tenesse un nuovo sinodo a Soissons nell'866. Questo si appigliò in fine ad un ripiego propostogli da Incmaro, il quale sosteneva calorosamente la illegittimità di Ebbone, dopo la sua prima deposizione: senza riprovare la condanna data dal sinodo precedente, restituì nei loro uffizi quei chierici, a titolo di grazia e per autorità del papa, atteso che non per loro colpa erano stati ordinati illegittimamente: e quindi menò per buona l'elezione di Wulfado alla sede di Bourges, il che non era punto conforme al rigore della disciplina. Papa Niccolò biasimò quindi le irregolarità sì dell'antecedente e sì del presente sinodo di Soissons, e ancora il non aver Incmaro presentato documenti importanti e stravolto le parole del papa. Incmaro cercò di giustificarsi del rimprovero: il sinodo di Troyes (ottobre 867) compì le relazioni precedenti: Carlo il Calvo richiese per Wulfado il pallio e presentò la causa di Ebbone sotto un aspetto più favorevole, a cui pare che anche il papa inchinasse. Del resto il negozio fu composto in una maniera pacifica (193).
Il papa si adoprò eziandio nell'isola di Sardegna, mediante il vescovo Paolo di Populonia e l'abate Sasso di Roma, a stirpare le nozze incestuose quivi usate; e prese invece a proteggere, per rispetto alla libera elezione degli sposi, il matrimonio di Giuditta vedova del re d'Inghilterra e figlia del re Carlo il Calvo, sposatasi con Balduino di Fiandra, cui i vescovi del regno, nell'862, a cagione del ratto commessovi, avevano colpito di scomunica, perché dispiaceva al re. Egli difendeva in ogni parte gli oppressi, sovveniva alle necessità dei poveri. Redintegrò il vescovo Seufredo di Piacenza, deposto violentemente, e il diacono Pompo spogliato della sua dignità dal vescovo Pandolfo: e fra tutte queste cure spediva un'infinità di negozi e soddisfaceva alle più svariate questioni che a lui si proponevano da tutte le parti della cristianità (194). Sommi erano i privilegi della Chiesa romana, ma secondo l'intima persuasione del papa, erano i mezzi di salute per l'universo mondo cattolico, le armi contro tutti gli assalti dell'ingiustizia, la difesa e il modello dei sacerdoti del Signore, e così di tutti i grandi non meno che di tutti i perseguitati ingiustamente (195).

§. 3.

Sotto Carlo il Calvo, dopo l'840, si tennero moltissimi sinodi, ma poco altresì ponevasi mente alle loro ordinazioni. I signori temporali tirarono ben anche per qualche tempo il re dalla loro, e nel giugno dell'846 ad Epernay si protestarono che essi non intendevano punto accettare se non alcuni dei canoni statuiti dai vescovi; alla restituzione poi dei beni rapiti alle chiese erano assai poco disposti. A ciò si aggiunsero le scorrerie devastatrici dei normanni; i quali nell'841 distrussero Rouen, nell'845 comparvero innanzi a Parigi, nell'853 fecero strage dei monaci del celebre monastero di Marmoutier, e posero a fiamme gran numero di chiese e di monasteri. Carlo ben poco faceva per opporsi: i signori temporali nella miseria universale non cercavano che i loro vantaggi: i vescovi spesse volte si vedevano forzati di porsi alla testa della cittadinanza in armi, per difendere le città ovvero liberarle dall'assedio e ributtare da esse gli assalti nemici. Con tutto ciò assai di rado valevano a impedire la distruzione dei monasteri e delle loro scuole, e molto meno a mantenere l'ordine e la disciplina fra il clero.
Anche nel regno orientale dei franchi, durante il governo di Ludovico il Germanico (+876), si raccolsero parecchi sinodi per la riforma del clero e del popolo, come quello di Magonza nell'847 sotto Rabano Mauro, dove fu pure condannata una falsa profetessa, per nome Tiota, la quale aveva predetto la fine del mondo. Ma anche quivi la decadenza dell'impero trasse sego la decadenza della vita ecclesiastica; e gli sforzi per la riforma della vita ecclesiastica riuscirono, la più parte, infruttuosi.
Sotto la dominazione dei re franchi, la Chiesa dell'alta e della media Italia era nelle medesime condizioni giuridiche della Francia e della Germania. I suoi vescovi erano ricchi e potenti, nelle diete dello stato occupavano i primi gradi, godevano i diritti di contee ed altri simili, nominatamente il privilegio che niun uffiziale del re potesse nelle città loro tener giudizio senza loro assenso. Sotto Ludovico I, Bernardo e Lotario I, l'abate Adalardo di Corbia e il monaco Wala, suo fratello, la facevano da veri reggenti. I messi del re erano il più vescovi e abati, e questi costituivano altresì la maggioranza degli assessori consiglieri nelle diete civili e giudiziarie. I beni delle chiese e dei monasteri, nei quali ultimi assai di rado s'intrudevano abati laici, erano custoditi universalmente con ogni studio. I sinodi poi di riforma raccoltisi a Pavia 1'850 e l'855 disposero provvedimenti opportunissimi a migliorare la vita ecclesiastica. I vescovi di Lombardia, a quel tempo, si tenevano stretti a Roma, come al centro dell'unità della Chiesa. Soli gli arcivescovi di Ravenna, troppo accessibili alle lusinghe e ingerenze politiche, rinnovarono ancora più volte l'opposizione, ereditata dai loro antecessori, verso Roma: ma in fine furono ridotti pur essi all'obbedienza (come prima Felice, Sergio, Leone, così in ultimo Giovanni 850-878).
Nell'Istria perdurava la lotta sorta dalla controversia dei tre capitoli fra i patriarcati di Grado e di Aquileia. Grado stava sotto la dominazione politica e la protezione di Venezia, la quale era pervenuta a racquistarsi i vescovadi da essa divisi sotto i re longobardi. Ma quindi sorgeva la difficoltà che i vescovi di queste parti avevano da far omaggio sì al re di Lombardia e sì al governo di Venezia: e altre poi ne nascevano dal mutarsi dei patriarchi e dei vescovi sotto diversi governi. Un sinodo di Mantova, l'anno 827, era stato tratto in inganno per false relazioni; e la contesa continuò ancora lungo tempo.

Le decretali del falso Isidoro.

La collezione del così detto Pseudo Isidoro, sorta in Francia tra l'852 e 1'857, non ebbe punto in questi tempi l'efficacia, che le fu più tardi attribuita, di avere introdotto un mutamento nella costituzione della Chiesa. Essa per contrario conformavasi nella sostanza alle idee e alle circostanze dei tempi, e ciò, che in effetto racchiudeva di nuovo, non sottentrò, mai nell'uso della Chiesa. Il compilatore si proponeva di scrivere un'opera pratica al possibile e compita, che trattasse le diverse questioni di diritto ecclesiastico, di teologia e di liturgia; raccolse quindi quanto materiale gli venne trovato, utile al suo intento; alle autorità più recenti sostituì i nomi di papi più antichi (da Clemente fino a Damaso) e ai passi apocrifi già esistenti altri ancora ne aggiunse. Egli aveva mira sopratutto di porre in chiaro l’indipendenza dell'autorità spirituale dalla temporale, e di assicurare ai chierici una difesa contro le tiranniche vessazioni dei laici e ai vescovi contro le oppressioni dei metropoliti, allora spesse volte dispotici. E per questo rispetto egli esalta massimamente i privilegi della Sede romana, la quale approva e rettifica i decreti dei sinodi e possiede la pienezza della potestà; ma per altro egli rafferma pure in più modi l'inviolabilità dei vescovi e l'origine immediata della podestà loro da Cristo e dagli apostoli.
Cotesta collezione (per la sua utilità e ricchezza) fu accettata a poco a poco nella Francia e varie parti passarono in altre collezioni (196). Nella Chiesa romana essa non ebbe alcuna particolare autorità, fino al cadere del secolo XI, come del resto si raccoglie dal sinodo di Gerstungen del 1085. Falso è dunque l'asserire che papa Niccolò I siasi appoggiato su quelle. Egli è accertato invece che fino all'anno 864 non aveva notizia delle decretali pseudo-isidoriane, e solo poté averla dal vescovo Rotado all'864 (197). Ma quando il papa insisteva che le cause di maggior momento, massime dei vescovi, appartengono alla Sede romana, egli aveva sott'occhio le decretali autentiche d'Innocenzo I e di altri papi (198). E parimente mostrando che i sinodi abbisognano dell'approvazione del papa, aveva dalla sua il testo autentico di papa Gelasio (199). Che se egli combatté l'opinione sostenuta da Incmaro, che non avessero forza di legge i canoni non inseriti nel codice ricevuto di Adriano, aveva in ciò tanto più di ragione, perché, diversamente, ne sarebbero stati esclusi tutti i successivi decreti ed era certo irragionevole rigettare per quel solo motivo una decretale. Del resto, allo stesso modo aveva Niccolò I, il 18 marzo 862, difeso contro i greci l'autorità delle decretali (200). Di più, laddove lo Pseudo Isidoro distingue precisamente i primati dal papa, Niccolò invece nell'865, intendeva la parola «Primate» usata nei canoni di Calcedonia in tutt'altra significazione (201). E ancora, non è principio dello Pseudo Isidoro, ma antichissima regola di diritto che un vescovo deposto per violenza si debba restituire nel suo grado prima di trattarne la causa. Questa ed altri simili massime, come quella che ogni accusato possa appellare alla Sede apostolica, specie avendo a fare con giudici sospetti o avversi, poteva Niccolò, come si scorge nelle sue esposizioni coi greci, dimostrarli pure con prove di ragione, con antichi esempi, con testi delle Scritture e decreti dei suoi predecessori (202). Anzi nella sua giustissima condotta, appena bisognava il papa di una simile giustificazione: egli così adoperava, come le condizioni dei tempi da lui ricercavano, in virtù dei diritti divini del suo primato (203). Che se nell'effetto il falso Isidoro con lui si accordava, non perciò questi aveva nelle sue decisioni anche la più lieve efficacia. Ma che Niccolò non ne avesse notizia in alcun modo, lo mostra chiaro l'incertezza che dette a vedere, quando fu richiesto di comunicare una decretale di papa Melchiade.


NOTE

(182) Prudent. Trecens., Annates Bertiniani an. 844: Romam dirigit (Loth.) acturus. ne deinceps decedente Apostolico quisquam illic praeter suam iussionem missorumque suorum praesentiam ordinetur antistes». Pfister, L'archéveque de Metz, Drogon (823-856) in Mélanges Paul Fabre (Paris 1902) p. 101-145.

(183) Mansi, Conc. XIV, 943, 997, 1026. Hefele, Conciliengesch. IV, 178, 185. Il can. 81, d. 63 è dai più ritenuto per autentico (Phillips, Kirchenrecht V. 778): ma è dubbio se il can. 41. C. II, q. 7 sia di Leone IV.

(184) Sopra l'appellazione di Gregorio di Siracusa v. Jaffé, Reg. n. 2654. Styliani, Ep., Sicol. I., Ep. 11, presso il Mansi l. c. XV, 263; XVI, 428.

(185) Infatti 1) non v'è luogo per questo fantasma tra Leone IV e Benedetto III, il quale verisimilmente fu eletto già nello stesso luglio in cui Leone morì (Jaffè, Reg. I [ed. 2] 339). Un diploma di Benedetto a favore di Corbia del 7 ottobre 855 (D'Achery, Spici1. III, 343. Jaffé, l. c. n. 26361, le monete e le medaglie con il nome di Lotario imperatore (+ 28 settembre 855) e di Benedetto papa III (Garampi, De nummo argenteo Bened. III, Romae 1749), non lasciano punto a questa falsa papessa quel tempo che la favola suppone, di almeno due anni e mezzo. 2) Giusta Incmaro, Ep. 26 ad Nico1. I dell'anno 867 (Opp. II, ed. Sirm. p. 298), il messo da lui inviato a Roma intese fra via la morte di Leone IV, e trovò già, tosto giunto in Roma, Benedetto III, il quale accolse la sua dimanda. 3) Nessun contemporaneo sa nulla di questa papessa, anche ne tacciono i tre secoli susseguenti; papa Leone IX (Ep. ad Caerul., presso il Mansi l. c. XIX, 649) seguendo forse il Chron. Salernit. (Pertz l. c. V, 481) fa parola di una consimile narrazione rispetto a Bisanzio; ma in Occidente non si aveva ancora una siffatta leggenda rispetto a Roma. Cf. Hefele, Conciliengesch. IV, 769. 4). Solamente nel Secolo XIII si venne abbozzando questa favola, cioè nella cronaca posteriore di Martino Polono (+ 1278) presso Stefano de Borbone (+ 1261) e Bartolomeo da Lucca. Gli antichi manoscritti del Liber Pontif. i quali fanno seguire immediatamente Benedetto III a Leone IV, di Mariano Scoto (+1086), di Sigeberto di Gemblours (+1112) la ignorano ancora (Pertz l. c. V, 551; VI, 340, 370); e fin lo stesso Martino Polono, nella cui cronaca essa non fu inserita che tra il 1278 e il 1312. Prima di Martino Polono, Stefano de Borbone (+ circa il 1261) parla della papessa (Echard, Scriptor. ord. Praed. I, nell'opera dei sette doni dello Spirito Santo), togliendo la notizia dalla cronaca di Giovanni di Mailly O. P. (Archiv fur altere deutsche Gesch. XII, 17 ss. 469 ss.). La leggenda, non fu creduta che nel secolo XIV. Ma gli uomini più eruditi ne videro ben tosto la insussistenza, come Enea Silvio (Ep. I, 30); il Platina (Vita Pontif. n. 106), Giavanni Aventino (+ 1554, Annal. Boior. l. IV), Leibnitz (Flores sparsi in tumulum Papissae. Bibl. hist, l [Gott. 1758] 267 s.), Busanelli (De Ioann. Pap. presso il Mansi l. c. XV, 35-102), Natale Alessandro (Saec. IX, diss. III), Le Quien, Or. christ. III, 380, 460. Solo piacque la favola ai protestanti, perchè serviva loro nella polemica. Cf. Hist. de la Papesse Jeanne fidèlement tirée de la dissert. lat. de M. de Spanheim. 2a ed. A. la Haye 1720, 2 voll. - Lo Schrockh (Kirchengesch. XX, 10; cf. XXII. 75-110) confessa che riesce «grave ad alcuni protestanti rinunziare a questa narrazione opportuna per la loro società religiosa, ma - per dirla con la frase più mite - da lungo tempo non più sostenibile». E di fatti cercarono sostenerla ancora dopo lui non solamente il Luden (Gesch. der deutschen Volkes, VI [1831], 51), l'Hase e il Kist, ma anche più recentemente il pastore protestante Andreli (Ein Weib auf dem Stuhle Petri oder das wiedergeoffnete Grab der Papstin Iohanna. Gutersloh 1866). Il Neander, il Gieseler, il Kurtz rinunziarono alla favola, e così anche il Guericke (Kirchengesch. II, 51), il quale però (ivi, n. 1) stima che, per cagione della papessa, Giovanni XX (1270) si chiamasse XXI. Cf. Fabric., Bibl. gr. X, 935; Walch, Bibl. select. III, 648; Smets, Das Marchen von der Papstin Iohanna. Koln 1829, 1835; particolarmente il Dollinger, Die Papstfabeln des Mittelalters (Munchen 1863) p. 1-45. Quest'ultimo s'ingegna di spiegare il successivo formarsi della leggenda da diverse voci insieme accozzate e dalla falsa interpretazione di scritture e di fatti; e in particolare cita: a) l'uso della sedia forata, nella processione del nuovo papa verso Laterano, perchè tali sedie erano usate nei bagni pagani; b) una pietra con una iscrizione, che fu presta per un monumento sepolcrale, in specie una pietra di Mitra con le lettere P. P. P. (propria pecunia posuit), le quali di poi furono compiute e interpretate (Parce pater patrum, papissae pandere partum etc.); c) una statua di origine pagana, trovata nello stesso luogo, con panni e un bambino; d) il costume di fare un giro nelle processioni per evitare una via troppo stretta. (Manca nondimeno il fondamento storico che provi nei particolari l'efficacia avuta da tali oggetti e tali fatti sopra la origine e l'abbellimento della leggenda). È certo che la favola variò sovente. La papessa dicevasi nata ora in Atene, ora in Magonza, ora in Inghilterra; da prima senza nome, nè punto erudita, ma semplice scrivana; poi chiamata Agnese, Gilberta Giovanna. che era il nome più frequente dei papi: ora riconosciuta per donna subito dopo l'elezione, ora dopo due anni, e così via. Carlo Blasco (Diatribe de Ioann. Papissa. Nap. 1779) riferisce la leggenda alle Decretali del falso Isidoro; dietro lui, lo Gforer (Kirchengesch. III, 3, p. 978; Karolinger I, 288-293) immagina che sia una satira contro tale raccolta, che supponevasi fatta in Magonza e contro l'alleanza di Leone IV coi greci. Il Bellarmino (De Rom. Pontif. IIL 24) invocando Leone IX, aveva ammesso che la leggenda fosse passata dalla nuova all'antica Roma. Leone Allat. (Diss. fab. de Ioann. Pap.) la volle derivare da un successo avvenuto in Magonza con la falsa profetessa Tiota (Hefele l. c. IV, 128); il Leibnitz (l. c.) da un vescovo Giovanni Anglico, il quale venuto a Roma sarebbe stato scoperto essere donna; l'Aventino da una satira contro papa Giovanni IX; il Blondell contro Giovanni XI; il Panvinio contro Giovanni XII (not. ad Platin. Di. Heumann, Diss. de orig. tradit. fals. de Ioann. Pap. Gott. l733). Il Neander (Kirchengesch. II, 200, nota 1) crede che i perniciosi effetti del governo delle donne in Roma e il nome di Giovanni portato da alcuni papi indegni di quel tempo, dessero occasione al formarsi di questa favola. Il Baronio (a. 879, n. 5) e il Binio (not. presso il Mansi l. c. XVII, 3) presumono che fosse pretesto la debolezza femminile, rimproverata da molti a Giovanni VIII, verso i greci; e il Mai (N. Coll. t. I, Proleg. p. XLVII) trova ciò confermato dal fatto che Fozio (De Spirito Sanct. myst. c. 89, p. 99) chiama appunto questo papa, a lui molto caro. tre volte con enfasi: «virile» (***), quasi volesse schermirlo da un soprannome appostogli da accusatori (***). Cf. Hergenrother, Photius II. 394; Hefele l. c. IV. 458. Questo appare pur sempre uno dei fatti di maggior peso a spiegare la favola.

(186) Sopra l'affare di Gregorio di Siracusa v. Hefele l. c. IV, 231 ss. Hergenrother, Photius I, 360, 362. Una, nuova fonte (oltre Nicol. l, Ep. 8, 9, 11; Hadrian. II, Ep. ad Ignat; Stylian. l. c. e altri) si ha negli Atti del concilio tenuto l'anno 831 in Costantinopoli, citati senza dubbio in forma assai guasta da Deusdedit (Collect. canon. l. IV, c. 162, p. 505-512). L'accusa del legato romano, che Ignazio non avesse risposto a papa Benedetto, non si può riferire che all'ultima richiesta di Benedetto; l'altra, che egli non avesse pur voluto vedere la lettera del papa, è ricordata del pari come un'affermazione dei suoi avversari da Adriano II (Ep. ad Ignat.). Che poi egli non abbia spedito deputati, è contradetto in altro luogo. Ignazio, secondo gli Atti, voleva avere ricevuto la lettera nel luglio dell' 857, qualche mese prima, della sua cacciata.

(187) Sopra il sinodo di Soissons V. Mansi l. c. XV, 738 s.; Hefele, l. c. IV, 313 s.

(188) Hincmar., Annal. a. 864. Erchemp., Hist. Longob. c. 37. Hincmar., De divort. Loth. (Migne, Patr. lat. CXXV, 623 s.). M: Sdralek:, Hinkmars von Reims kanonistisches Gutachten uber die Ehescheidung des Konigs Lothar II. Freiburg 1881. Schrors, Hinkmar, Erzbischof von Reims (Freiburg 1884) p. 175 ss. Hefele l. c. IV, 249 ss. 296 ss.

(189) Nicol. I, Ep. 26, presso il Mansi l. c. XV, 288; Jaffé l. c. n. 2774.

(190) Protestat. Gunth. presso il Baron. a. 863, n. 27 s. Testo alquanto diverso in Hincmar., Annal.; Pertz l. c. I, 463 s.; Migne. Patr. lat. CXXI, 377-380.

(191) Floss., Die Papstwahl unter den Ottonen (Freiburg 1858) p. 30 ss.

(192) Rothad., Libell. proclamat., presso il Mansi l. c. XV, 681 s.; Hincmar., Ep. 2 ad Nicol.; Migne, Patr. lat. CXXVI, 25 s. 46 s. Nicol. I, Ep. presso il Mansi l. c. XV, 310 s. 679 s.; Hefele l. c. IX, 254 ss. 281 ss. Otto, De causa Rothadi Ep. Suession. diss. Vratisl. 1862.

(193) Concilio di Troyes v. Mansi l. c. p. 795. Sopra la ordinazione di Ebbone v. Baron. a. 863, n. 64; a. 866, n. 49 s. 64; Mansi l. c. XIV, 982 s.; XV, 110, 374, 705 s. Hefele l. c. IV, 181 ss. 313 ss.

(194) A. Thiel., De Nicol. I Comment. Brunsb. 1859, 1864.

(195) Ep. 30 ad Carol., presso il Mansi l. c. XV, 298.

(196) Dubitarono dell'autenticità nel secolo XII Pietro Comestore (Galland., Sylloge t. II, c. 5, p. 30), poi, verso al 1324, Marsilio di Padova; nel secolo XV Gobelino Persona, Enrico Kalteisen, Nicolò di Cusa (De concord. cath. III, 2), Giovanni di Turrecremata (Summ, de eccl. II, 101). Nel secolo XVI le riconobbero spurie il Dumoulin, il Le Comte, Erasmo, Anton. Agostino, il Baronio (a. 865 n. 8), il Bellarmino (De Rom. Pontif. II, 14). Il gesuita Turriano (Adv. Magdeb Centur. pro can. Apost. et epist. decreto Pontif. l. V. Flor. 1572; Colon. 1573) impugnò ancora i Centuriatori di Magdeburgo (Histor. eccl. t. II, c. 7; t. III, c. 7): a lui rispose il Blondel (Pseudo-Isidorus et Turrianus vapulantes. Genev. 1628. 1635). Intorno alle relazioni dei così dettii Capitula Angilramni» con il falso Isidoro sorse controversia: il Wasserschleben, lo Gfrorer, l'Hefele, il Richter ammisero la priorità di quelli; altri l'impugnarono.La raceolta di Benedetto Levita è intimamente connessa con lo Pseudo-Isidoro: questi, secondo l' Hinschius, attinse da quella; secondo il Wasserschleben, viceversa. Il Kraus (Tubinger Theol. Quartalschr. 1866, p. 486) credette che Benedetto avesse profittato dei lavori preliminari del falso Isidoro, da lui trovati nell'archivio di Magonza; ma che a sua volta questi si giovasse dei lavori dell'altro, aveudo più tardi compiuto la sua collezione. Molti ritengono Benedetto per compilatore di tutte e tre le false collezioni; altri il diacono Leodaldo di Le Mans (Simson) ovvero Aldrico vescovo di Le Mans (Dollinger, Duchesne); laddove altri cercano gli autori delle nostre collezioni nei vescovi di Magonza Riculfo (+814, e Ottgaro (+847). Vedi un buon prospetto nel Gietl, Histor. Jahrbuch. 1899, p. 441 ss. Si valsero dello Pseudo-Isidoro con certa larghezza: 1) la Collectio Anselmo (Mediol. 883-897) dedicata; 2) Regino Prum. c. 906 de synodalibus causis et discipl. eccl. l. II, manuale per le visite episcopali; 3) Burcard. Wormat. (+1025), Collect. s. decreto (si giova delle sue precedenti collezioni); 4) Collectio XII partium, composta prima del 1024, supplemento a Burcardo; 5) la Collectio Anselmi Luc. (+1086), in 13 libri, fondandosi nella prima e nella terza; 6) Collectio Card. Densdedit, dedicata a Vittore III nel 1086, e quindi mediatamente anche il decreto di Graziano. Sopra la podestà episcopale, V. Ps.-Isid., Anacl. ep. II, 2; III, 3; Iul. l. 9. ed. Minsch. p. 77, 82, 461.

(197) Weizsacher (Sybels Zeitschr. III, 84), Dummler (Ostfrankische Gesch. I, 538 ss.) e altri.

(198) Il passo Ps.-Isid., Pelag. II, ed. Hinsch. p. 724: «Maiores vero et difficiles quaestiones, ut S. synodus statuit et beata consuetudo exigit, ad Sedem. Ap. semper referantur», non dice di più che Innoc. I. ep. 2, n. 6, ed. Coustant. p. 749 s.: «Si maiores causae in medium fuerint devolutae, ad Sedem. Ap., sicut Synodus (secondo il Coustant, Sard. ep. ad. Iul. n. 1, ibid. p. 395) statuit et beata consuetudo exigit, post iudicium episcopale referantur. Cf. Greg. IV. 832 c. 11. Decreto C. II, q. 6, e Leone IV 850 c. 3 Nullam. C. II, q. 6, i quali dichiarano come l'appellazione di un vescovo dal sinodo provinciale al papa, anche prima della pronuncia di un giudizio, debba avere effetto sospensivo.

(199) Nel «Sermo de causa Rothadi» si dice: «Cuius rei gratia facto concilio generali, quod sine Ap. Sedis praecepto nulli ius est vocandi, vocaverunt hunc episcopi». Nella lettera a Rodolfo di Bourges (Mansi l. c. XV, 383. Jaffé l. c. n. 2764): «Sine cuius (Ap. Sedis) consensu nulla Concilia vel accepta esse leguntur... arbitramur quae in praesenti scribimus, vos affatim in archivis vestris possidere». Cf. Gelas... Ep. ad Ep. Dard. (c. 1, C. XXV, q. 1): «Quae (Sedes Ap.) et unamquamque synodum sua auctoritate confirmat et continua moderatione custodit». Cassiod., Hist. trip. n, 9, 19: «Cum itaque ecclesiastica regula jubeat, non oportere praeter sententiam Rom. Pontifici. Concilia celebrari» (Sozom., Hist. eccl. III, 10. Socrat., Hist. eccl. II, 17). Capit.. VI, 187: «Auctoritas eccl. atque canonica docet, non debere absque sententi a Rom. Pontificis Concilia celebrari». Tutto questo potevano del pari avere sott'occhio il falso Isidoro (Iul. l. c. ed. Hinsch. p. 459, 465) e papa Niccolò, e quest'ultimo anche allegare le parole di Gelasio, Ep. 27 c. 5, ed. Thiel, p. 427: «Cum enim constet, semper auctoritate Sedis Ap. huiusmodi personas aut discussas vel esse purgatas aut sic ab aliis, quibus competebat, episcopis absolutas, ut tamen absolutio earum ex Sedis Ap. consensione penderet: ubi utrumque defuit, nec discussionem legitimam nec purgationem firmam, ac per hoc receptionem constat fuisse indebitam.

(200) Nicol. I., Ep. 42 ad Ep. Gall., comment. nel Phillips, Kirchenrecht. IV, 45. Cf. Ep. 6 ad Phot. presso il Mansi l. c. XV, 174 s. ; Jaffé l. c. n. 2691: «Decretalia autem, quae a Pontificibus primae Sedis Rom. eccl. sunt instituta, cuius auctoritate atque sanctione omnes synodi et S. concilia roborantur et stabilitatem sumunt, cur vos non habere vel observare dicitis?» Contro Incmaro, che si appoggiava al Cod. Dion. Hadr., Nicolò dice solo nel tratto sopracitato (Mansi l. c. XV, 695): «Decretales epistolae Rom. Pontificum sunt recipiendae, etiamsi non sunt canonum codice compaginatae». Questo fu sempre in vigore.

(201) Sopra i primati v. Ps.=Isid., Anicet. ep. 1, c. 3, p. 121; Vict., Ep. l. c. 6, ed. Hinsch. p. 128; al contrario, Nicol., Ep. 8, presso il Mansi l. e. XV, 187 s.; Jaffé l. c. n. 2796. Cf. Hergenrother, Photius I, 568, not. 92.

(202) Nella lettera a Carlo il Calvo (Mansi l. C. XV, 688) non è citato il Giulio del falso Isidoro, ma viene usata, come si vede anche d'altronde, la lettera genuina di Giulio (cf. Theodor., Histor. ecc l. n, 4). Il passo: «Nam nonnulla eorum penes nos scripta habentur, quae non solum quorumcumque Rom. Pontificum, verum etiam priorum decreta in suis causis praeferre noscuntur», si riferisce alle Decretali citate da Incmaro, ma non dimostra che il papa conoscesse la nostra collezione. C. 2, C. XV, q. 6 riguarda Nicolò II (secolo XI).

(203) Non meno di Gregorio VII (Deusdedit, Coll. can. I, 119, p. 133) poteva dire Nicolò l: «Semper licuit semperque licebit contra novitates et excrescentes excessus nova quoque decreta atque remedia procurare, quae rationis et auctoritatis edita iudicio nulli hominum sit fas ut irrita refutare».

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