Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_12)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO DUODECIMO. Il papato e l'impero dei franchi al tempo di Ludovico il Pio.



PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867).

CAPO DUODECIMO.
Il papato e l'impero dei franchi al tempo di Ludovico il Pio.

§ 1.

Il figlio di Carlomagno, Ludovico il Pio (814-840), aveva, se non la vigoria, almeno i principii medesimi di suo padre, e sinceramente bramava mostrarsi vero difensore della Chiesa e principe giusto.
Da papa Stefano IV (più propriamente Stefano V), il quale era stato eletto liberamente dai romani dopo la morte di Leone III nel giugno dell'816, l'imperatore ricevette in prima una deputazione onorevolissima e appresso una visita a Reims, ov'egli con la sua consorte Irmengarda fu dal papa coronato imperatore, giacché per l'addietro non ne portava che il nome per la sola designazione di suo padre approvata dalla Sede romana. Papa Stefano trattò nel tempo stesso con Ludovico degl'interessi ecclesiastici del suo impero; rinnovò l'antica alleanza della Sede apostolica coi carolingi e ottenne eziandio una conferma delle antiche donazioni a lei fatte. E già innanzi alla sua partenza da Roma, egli aveva fatto giurare dai romani fedeltà al nuovo difensore della Chiesa, quale richiedevasi all'esercizio della sua dignità. Poco di poi al suo ritorno da Reims, il papa mancò di vita (al 24 gennaio 817). Che egli poi avesse ordinato in un decreto che il papa futuro si dovesse eleggere dal clero al cospetto del senato e del popolo, ma consecrare solo in presenza degl'inviati imperiali, è supposizione da non ammettersi; poiché la storia delle successive elezioni dei papi e la testimonianza del diacono Floro vi ripugnano, e il documento allegato, anche per gli argomenti intrinsici, si può difficilmente attribuire a papa Stefano V. Né punto si poteva a quel tempo addurre un rito e una usanza canonica, non avendo Carlomagno, mentre fu imperatore, avuto mai occasione di deputare inviati per la conservazione di un papa ed essendo i papi dal 743 all'827 non pure eletti liberamente, ma consecrati eziandio prima della venuta dei messi cesarei (171).
Due giorni appresso alla morte di Stefano fu eletto a voce unanime Pasquale, romano, già superiore del monastero di s. Pietro e immediatamente consecrato. Egli altresì mandò legati all'imperatore Ludovico per rinnovare l'alleanza già stretta e ne ottenne similmente la conferma, già assicurata al suo predecessore, dei privilegi della Santa Sede (172). L'imperatore riconobbe che i romani potevano, seppellito con venerazione e senza sommosse il pontefice defunto, eleggerne un altro, secondo l'ispirazione di Dio, e tosto senza difficoltà e resistenza consecrarlo nella forma canonica; ma dopo la consecrazione dovessero ordinare inviati alla corte imperiale a cagione di rinnovarvi legami di amicizia e di affetto.
Nell'822 1'imperatore Ludovico assunse a collega nell'impero il figlio Lotario e a lui commise i negozi d'Italia. Questi si condusse incontanente a Roma e quivi nel giorno di Pasqua (5 aprile 823) ebbe da papa Pasquale, com'egli significò a suo padre, la benedizione, gli onori e il titolo della dignità imperiale; e d'indi in poi ebbe anche il nome d'imperatore (173). Lotario in Roma, per virtù della sua carica di avvocato della Chiesa, sedette giudice della causa del monastero di Farfa contro la Camera apostolica. Dopo che egli fu ritornato a suo padre, intese che a Roma il partito antifranco aveva tolto di vita due grandi, conosciuti per il loro affetto a Lotario, il primicerio Teodoro e il costui genero Floro nomenclatore; del qual delitto anche il papa era in voce di complice. Di che offeso, 1'imperatore Ludovico mandò un vescovo e un conte a farne inquisizione, mentre il papa deputava a lui il vescovo di Silva Candida e l'arcidiacono. Il papa da una parte si giurava innocente di ogni complicità, ma dall'altra dichiarava che i due uccisi erano colpevoli di maestà offesa e avrebbero meritato la morte. Ludovico pertanto sospese ogni altra inquisizione (174). Pasquale ristorò chiese e monasteri, accolse molti monaci perseguitati in Oriente, e passò di vita sull'entrare dell'anno 824.

§ 2.

Alla nuova elezione la parte popolare venne in lotta con la nobiltà e col clero. Si trascorse a disordini, ma i nobili col clero la vinsero e sublimarono l'arciprete di santa Sabina, Eugenio. Egli pure ragguagliò tosto l'imperatore della sua elezione e consecrazione. Ludovico spedì il proprio figlio Lotario affine di stabilire di comune accordo col papa i necessari provvedimenti per l'ordinamento dei negozi e delle relazioni con Roma. Eugenio II (824-827) accolse onorevolmente l'imperatore, con lui deliberò sulle necessarie riforme e procurò di ottenere la restituzione dei beni stati rapiti contro ogni diritto ad alcuni, massime del partito imperiale (175).
Allora con la cooperazione del papa, Lotario diede fuori una costituzione ordinando: «niuno, pena la testa, osasse offendere le persone poste sotto la speciale protezione del papa o dell'imperatore: tutti obbedissero ai duchi e giudici nominati per il papa: innanzi al papa fossero portati i richiami contro di loro affinché o egli stesso per via dei suoi commissari li correggesse, ovvero li denunciasse all'imperatore: tutti i duchi e giudici dovessero comparire innanzi all'imperatore, acciocché ne potesse conoscere il numero e i nomi e stimolarli all'adempimento dei loro doveri: ogni anno, dei messi nominati insieme dal papa e dall'imperatore dessero conto a quest'ultimo del come si rendeva giustizia e osservavasi la presente costituzione: tutti i beni poi rapiti alla santa Sede fossero a lei restituti». In ultimo inculcava ancora l'ubbidienza debita al papa. Questi era in effetto riguardato come sovrano del suo paese; e l'imperatore quale avvocato della Chiesa esercitava solo una certa giurisdizione, che in mezzo a quel parteggiare continuo delle fazioni era di protezione e di forte ritegno. Non erasi però svolta ancora una sovranità, quale fu intesa di poi; le mutue relazioni giuridiche venivano spesse volte confuse. In Roma ciascuno poteva scegliere la legislazione, secondo cui vivere; onde insieme col diritto romano, che governava la maggioranza, vigeva pure il germanico per gli stranieri che vi fermavano dimora. Ciò era in sé lodevole, ma nel fatto recava, stante il miscuglio delle nazionalità, molti impacci e scompiglio.
Quanto alla elezione del papa, fu determinato solamente che niuno vi si dovesse intrudere di forza ovvero impedirla, e i soli romani, che ne avevano il diritto ab antico, vi potessero pigliar parte (176).
La formola poi del giuramento, che i romani, anzi il papa stesso avrebbero dovuto prestare in quell'occasione, è di assai dubbia autenticità: conforme ad essa, papa Eugenio II, di proprio moto, avrebbe dato promessa giurata di osservare la detta costituzione, e i romani promesso di non lasciar consecrare il nuovo papa innanzi che egli alla presenza del popolo e degl'inviati imperiali avesse rinnovato il suo giuramento (177). Che se la formola è autentica, si vede che Lotario cercava già di ottenere per libera concessione, ciò che di poi egli condusse ad effetto, e per via indiretta riuscire a questo che la consecrazione dipendesse dall'approvazione della corte imperiale.
Eugenio II tenne, al novembre dell'826, un gran sinodo in Roma; il quale statuì 36 canoni sulle elezioni ai vescovadi, le qualità e i doveri dei vescovi, sui monasteri, sul matrimonio e altri punti di disciplina ecclesiastica (178). Eugenio finì di vivere nell'estate dell'827; assai lodato per il suo amor della pace, da lui mostrato anche con l'impetuoso Lotario, e per i benefici effetti che ne conseguirono. A lui successe l'arcidiacono Valentino romano, eletto per unanime acclamazione, il quale fu quasi costretto di forza ad accettare il pontificato e incontanente intronizzato e consecrato: ma indi a 40 giorni egli morì. Allora fu eletto il cardinale prete di s. Marco, che fu Gregorio IV. Ancor egli ricusò lungamente di accettare quella sublime dignità, e si occultò, per iscansarsene, in un nascondiglio, ma scoperto, fu trascinato di forza in Laterano. Quindi l'imperatore non fu per le vie solite ragguagliato con ambasceria della esaltazione di lui, ma gli inviati imperiali giunsero nondimeno a Roma prima della consecrazione di Gregorio.
Certo il pio Ludovico era molto lontano dal volere che dal suo consenso dipendesse la consecrazione del papa: ma il figlio Lotario, di animo al tutto dispotico e anche troppo inclinato alle prepotenze arbitrarie, seppe giovarsi a ingrandire il suo potere di questa circostanza che i suoi deputati erano giunti prima della consecrazione e potevano fare ricerche sulla legittimità della elezione.

§ 3.

Il decadimento dell'impero carolingio si scopriva già grande sotto Ludovico il Pio, principe istruito, ma debole e fiacco, il quale, non avendo la mente vigorosa di suo padre, più non valeva a contenere in un solo tanti e sì diversi popoli, onde si componeva l'impero. Molte leggi salutari egli diede, massime in favore della Chiesa, ma che non furono attuate se non in parte: e ben presto vide sturbata la pace dell' impero e della Chiesa da una serie di funesti avvenimenti, come dalle incursioni dei mauri e normanni e dalle ribellioni dei suoi congiunti e fino dei suoi figli: onde conseguitarono guasti e saccheggi, deposizioni di vescovi, usurpazioni di principi. Conforme un ordine preso nell'828, l'anno 829 indettosi un digiuno universale di tre giorni con l'obbligo della confessione e della comunione per tutti i fedeli, si tennero ad un tempo sinodi a Parigi, a Lione, a Tolosa, a Magonza, affine di provvedere alla riforma della corte, del clero e del popolo.
Le ordinazioni più importanti ne furono di poi pubblicate da Ludovico in un capitolare di Wormazia. Anche nell' 836 un sinodo di riforma fu tenuto ad Aquisgrana; ma ben pochi decreti ebbero effetto. I vescovi si querelavano del non convocarsi i sinodi provinciali, del violarsi la libertà delle elezioni, trascurarsi 1'istruzione religiosa del popolo, sciogliersi le pubbliche scuole, ingerirsi i magistrati laici indebitamente negli affari di Chiesa, molti dei vescovi gettarsi a negozi di mondo, regnare impudicizia, usura, superstizioni pagane e i laici agognare ai beni delle chiese, «che pure non erano di troppo, quando si fossero bene impiegati» (concilio di Parigi 829, I, 18).
Gregorio IV si trovò, mal suo grado, avviluppato nelle discordie della famiglia dei carolingi; la quale come più perdeva nei suoi propri stati di stima e di potenza, tanto maggiormente si arrovellava di fare prevalere l'autorità sua negli stati del papa. Ludovico il Pio, sentendosi impotente a reggere da solo il vasto impero del padre, già fino dall' 817 ne aveva conferito una parte ai suoi figli del primo matrimonio con Irmengarda, e fermato così una divisione dell'impero. Lotario fu erede della dignità imperiale; Pipino re di Aquitania, Ludovico re di Baviera con signoria sui paesi degli slavi e degli avari. Il nipote di Ludovico, Bernardo re d'Italia, fu scontento della esaltazione di Lotario e si ribellò, ma vinto e accecato, ne morì (l'818): i suoi complici furono puniti con estremo rigore.
L'imperatore sentì appresso fieri rimorsi di questa crudeltà, e pertanto nell' 822 egli fece ad Attigny una confessione pubblica innanzi ai grandi, ecclesiastici e secolari, e ne implorò dai vescovi l'assoluzione e l'imposizione di una penitenza.
La seconda moglie di Ludovico, Giuditta, si acquistò ben tosto gran potere sull'animo del marito e lo spinse non solo a concedere al più giovane figliuolo Carlo (il Calvo) da lei nato il 13 giugno 823, la corona reale, il che fece il 6 di giugno 829, ma ad assegnargli poco appresso un regno particolare, dell'Allemagna, Rezia e una parte della Borgogna. I figliuoli maggiori, da ciò ristretti, ne furono indispettiti e molto più s'inasprirono per la grande autorità lasciata al duca Bernardo di Aquitania, favorito di Giuditta. Nella primavera dell'830 il re Pipino sollevò lo stendardo della ribellione, ridusse il padre in suo potere, fece rinchiudere Giuditta in un monastero, i fratelli di lei scacciare, ovvero costringerli allo stato ecclesiastico. Ludovico il Pio fu voluto pure forzare a chiudersi in un chiostro, dopo rinunziato all'impero, ma egli vi si ricusò costantemente e la voce del popolo si levò in suo favore. Ludovico il Germanico prese parte col padre; Lotario vi corse pure dall'Italia e ne addolcì la prigionia. Alla dieta poi di Nimega, nell'ottobre dell'830, il vecchio imperatore riebbe il suo potere: Giuditta ritornò al suo marito; i ribelli puniti. I figliuoli si riconciliarono col padre, almeno al di fuori. Lotario fu costretto di rinunziare con giuramento alle sue pretensioni di collega nell'impero (febbraio 831). Ma la diffidenza contro la matrigna perseverava; e Pipino nella dieta d'autunno ad Aquisgrana si mostrò di così mal animo verso il padre, che questi gl'interdisse il ritorno in Aquitania. Pipino prese la fuga e si allestì alla guerra; nel settembre 832 il padre lo depose dal suo regno e gli sostituì il giovane Carlo. Gli aquitani ne furono malcontenti: i figli maggiori Lotario e Ludovico si restrinsero a Pipino. Ne scoppiò, nell' 833, una nuova ribellione dei tre figli maggiori contro il padre, rafforzata da molti malcontenti. L'incostanza e incapacità dell'imperatore pareva a non pochi, e altresì all'arcivescovo Agobardo di Lione, la causa di tutti i disordini. L'impresa dei figli trovò allora gran seguito. Verso la Pasqua dell' 833 il vecchio imperatore raccolse i suoi fedeli, la più parte della Germania settentrionale, a Wormazia, in tanto che gli eserciti dei tre figliuoli collegati si assembravano a Colmar (179).
Papa Gregorio IV in questa lotta così pericolosa non meno alla Chiesa che allo stato, riputò suo diritto e suo dovere intervenire quale mediatore e paciere.
Egli non poteva guardare con occhio indifferente la sollevazione dei figli contro il padre, ma né pure concedere che Lotario per volontà di Ludovico unto imperatore dal papa, fosse arbitrariamente deposto dalla dignità imperiale, mentre ne aveva finora esercitati i diritti in Italia. A lui innanzi a tutti, Come dimostrò con autorità ecclesiastiche l'abate Wala, si conveniva l’uffizio di mediatore. Ma la circostanza che egli si condusse in Germania accompagnato da Lotario, svegliò le diffidenze nel vecchio imperatore e nei suoi aderenti; il papa sembrava loro parziale. Di più, false voci erano sparse intorno alle sue intenzioni, e questa massimamente che egli intendesse di forzare con la scomunica i vescovi, che stavano dal padre, di soggettarsi ai figliuoli collegati; il che spinse diversi vescovi a minacciare che restituirebbero la scomunica al papa. D'altro lato i partigiani dei figli protestavano che gli sforzi di questi erano lodevoli, dacché si proponevano di liberare in fine l'impero da un sovrano inetto e accecato dalla bellezza e dalle arti e lusinghe di una donna, di vendicare l'onore della casa imperiale contaminata dal commercio adultero di Giuditta col duca Bernardo e dall'intrusione del bastardo Carlo. Il vecchio Ludovico avrebbe potuto vincere facilmente, se avesse di tratto assalito i figliuoli non ancora in tutto preparati; ma indugiando, perdette più settimane in trattati inutili fuorché ad inasprire il malcontento. Solo nella seconda metà di giugno lasciò Wormazia e si pose a campo contro i figliuoli, già pronti a battaglia.
Allora papa Gregorio venne dal campo di Lotario a trovarlo e trattò con lui della pace. Ma in questo mezzo i tre figli con l'astuzia, il danaro e le promesse tirarono alla loro molti partigiani del padre e si videro ben tosto così forti che più non vollero udire parola delle proposizioni di pace, che il papa loro porse, anzi non gli permisero pure di tornare, secondo che aveva promesso, a Ludovico per la risposta, e diedero voce che il papa si era dichiarato in tutto dalla loro. La defezione allora nel campo di Ludovico divenne generale, e questi si vide ben tosto privo di difesa, costretto di rendersi ai suoi figli, che gli movevano sopra (sul finire di giugno, 833). L'imperatrice Giuditta fu condotta a Tortona, il figlio Carlo rinchiuso nel monastero di Prum; il vecchio imperatore imprigionato da Lotario a Soisson, nel monastero di s. Medardo. Il papa ritornò in Italia, profondamente accorato per tanti delitti. Il luogo ove cadde prigione Ludovico, si nominò quindi innanzi il campo della menzogna (180).
Tormentato da parecchi vescovi, e massime da Ebbone di Reims, il vecchio imperatore consentì in fine di accusarsi pubblicamente delle sue colpe, vestire l'abito dei penitenti e rinunziare per tal guisa all'impero.
Ma tanta umiliazione della dignità imperiale sollevò tutti gli animi retti: e contro Lotario prese le armi insorsero anche i due fratelli di lui: egli rifuggì in Italia, lasciando il padre e il minore fratello Carlo nel monastero di s. Dionigi. Rimesso Ludovico in libertà, è incontanente invitato a ripigliare il governo. Egli richiese, come deposto dai vescovi, che fosse dai vescovi solennemente redintegrato nel potere. Le armi gli furono rese, la deposizione cassata come ingiusta. In una grande assemblea raccoltasi poi a Thionville l'835, di nuovo gli fu imposta solennemente la corona imperiale. In questa anche Ebbone di Reims si riconobbe in colpa, e fu necessitato a rinunziare, Agobardo punito di deposizione. Si tenne fermo il principio che i penitenti pubblici fossero inabili alle pubbliche cariche, ma dichiarossi non applicabile a Ludovico stato condannato a gran torto per delitti o falsi o non convinti o già lungamente espiati. Il vecchio imperatore si riconciliò parimente con molti de' suoi avversari e rannodò eziandio pratiche col figlio Lotario, che l'aveva tradito e seguitava tuttavia a spadroneggiare in Italia e a duramente opprimere la Chiesa romana. Gregorio IV che non aveva riconosciuto la deposizione di Ludovico, ne accolse amorevolmente gli inviati (836) e al loro ritorno accompagnò con essi due vescovi in qualità di legati, ma Lotario non volle dare loro il passo per la Lombardia. Ludovico disegnava già una spedizione in Italia, ma dalle scorrerie dei normanni fu impedito. Mancato poi (nel dicembre dell'838) il re Pipino di Aquitania lasciando due suoi figliuoli bambini, l'anno seguente Ludovico fece una nuova spartizione dell'impero; per la quale confinavasi con la Baviera il regno di Ludovico, e tutto il resto dell'impero andrebbe diviso tra Carlo e Lotario. Ludovico il Germanico ricorse alle armi, e in questa il vecchio imperatore morì (ai 20 giugno 840). Lotario allora si provò d'ingrandire la sua porzione alle spese dei suoi fratelli; ma da Ludovico il Germanico e da Carlo il Calvo presso Fontenai fu sconfitto (il 25 giugno 841) e prima della Pasqua dell'842, costretto a fuggirsene da Aquisgrana. Quivi i vescovi raccolti pronunziarono Lotario scaduto per le sue colpe dall' impero, e questo averlo Iddio dato ai suoi fratelli, i quali però innanzi di assumerlo effettivamente, dovevano dare giuramento di non governare come lui, ma secondo i voleri di Dio. Dopo lunghe pratiche si venne in fine al trattato di Verdun (11 agosto 843). L'impero di Carlomagno fu spartito in tre regni: i diritti delle singole nazioni poterono allora, almeno in parte, rivivere; ma le grandi speranze, che si erano destate all'incoronazione del potente monarca, parvero per sempre distrutte (181).


NOTE

(171) Il «Decr. Stephan.» riportato da Graziano l. c. c. 28, d. 63, e dal Mansi l. c. XIV, 147, è dichiarato spurio dal Baronio (a. 816 n. 101) e da Natale Alessandro (Saec. IX, c. 1, a. 2, t. XI, p. 322). Il Payi (Annal. a. 816 n. 19; a. 897 n. 4 s.) lo attribuisce a Stefano VI (VII) nell'897 cf. Richter, Lehrbuch des Kirchenrechts § 139, n. 5); al contrario il Muratori (Not. ad Suppl. Concil. Rom. 363. R. L Script. II, 2, p. 128) seguito dal Richter (Corp. iur. can. I, 209 not. 137) e dall'Hefele (Conciliengesch. IV, 7), lo ascrive a Stefano V, perchè Nicola I si riferì al «canon beatissimi Stephani». Ma Nicolò non parla che della libera elezione del papa, e di questa tratta il sinodo romano del 769, celebrato sotto Stefano IV, al quale Nicolò fa allusione. Il Phillips (l. c. p. 768 s. 783 s.) ritiene che falsamente si attribuisca il decreto a Stefano e che piuttosto sia di Giovanni IX (898). Il Niehues (Histor. Jahrb. der Gorres=Ges. 1880, l, 141 ss.) attribuisce di nuovo il decreto riferito da Graziano a Stefano IV (V). Il Funk (Kirchengeschichtl. Abhandl. u. Untersuch. I, 460 ss.) per contrario convince che il decreto per la elezione del papa è uno stesso con quello del sinodo dell'anno 898, ed erroneamente fu attribuito da Ivone (Panormia III, 1) a un papa Stefano. Flor. Diac. (829), De elect. episcop. (Agob. Opp. ed. Baluze l. c. II, 254 s.).

(172) A ragione Eginardo (Annal. a. 817 p. 203) chiama la lettera di Pasquale a Ludovico «excusatoria epistula»; l'Anonimo (Vita Ludov. P. c.27, p. 621) «epistula apologetica»; ma certamente Pasquale non si scusa della consecrazione ottenuta senza consenso dell'imperatore. Il diploma di Ludovico (Gratian. l. c. c. 30, d. 60; e già prima in Deusdedit, Coll. can. III, 150, ed. Martinucci [Venet. 1869] p. 336 s.) non porge argomento alcuno che seriamente si possa allegare contro l'autenticità della sostanza. Sickel, Das Privilegium Ottos I. fur die romische Kirche. Innsbruck l883, particolarmente p. 50 ss.

(173) Mabill., Annal. O. S. B. saec. IX, pars. 1, p. 513.

(174) Mansi l. c. XIV, 410.

(175) Vita Walae c. 28 (Pertz l. c. III, 2, p. 545).

(176) Costituzione di Lotario presso l'Harduin. l. c. IV, 123; Pertz, Mon. Germ. hist. III, 240.

(177) Il «Sacramentum Romanorum» che il Duchesne per primo (Script. rer. Franc. II, 207) traendolo da un manoscritto di Paolo Diacono (Gesta Ep. Metens.). e poi anche il Pertz (l. c. p. 240) pubblicarono, non fu impugnato dal Dollinger, dal Papencordt (l. c. p. 156 s.) e da altri, ma bensì messo in dubbio dal Cenni (l. c. I, 122) e dal Phillips (l. c. p. 774 s.) con diversi argomenti: 1) Nessuno scrittore sa nulla di un tale giuramento, ovvero solo fa parola in generale di un giuramento allora prestato, il quale però non è più mentovato negli anni appresso, anche nei più vicini. 2) Se il tenore di quello avesse dovuto essere norma giuridica sarebbe esso entrato nella costituzione stessa. Ma probabilmente la formola non fu che un semplice abbozzo del consigliere di Lotario.

(178) Mansi l. c. XIV, 999 s. Pertz l. c. IV; Leg. 2. II; Hefele l. c. IV, 48 ss.

(179) Agobard. Lugd. Opp. ap. Migne, Patr. lat. CIV, 287. I. Heyer, De intestinis sub Ludovico Pio eiusque filiis in Francorum regno certaminibus. Monast. 1858.

(180) Paschas. Radb., Vita s. Walae, presso il Mabill., Acta Sanctor. O. S. B. IV, 2, l. 2.

(181) Relatio Episcoporum de exauctorat. Ludov. presso il Mansi l. c. p. 647; Pertz, Leg. I, 365. Ludov. restaur. presso il Mansi l. c. p. 654-658; Nithard., Hist. 1. I-III; Pertz, Mon. Germ. hist. II, 662 s. 668. Querela Flori de divis. imperii (Migne. Patr. lat. CXIX, 249 s.). Gfrorer, Gesch. der Karolinger I, 64 ss. Wenck, Das frankische Reich nach dem Vertrase von Verdun. Leipzig 1851.

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