Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_10)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO DECIMO. L'opera di riforma ecclesiastica sotto Carlo Magno.



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867)

CAPO DECIMO.
L'opera di riforma ecclesiastica sotto Carlo Magno.

§ 1.

Mediante l'intima alleanza, che allora fu stretta fra la Chiesa e la potestà civile del grande impero dei franchi, si ebbe il fondamento della nuova civiltà cristiana della società in Occidente. La Chiesa assumeva l'educazione religiosa e civile dei popoli occidentali: ed ella sola ne possedeva i mezzi nella cultura che aveva salvato dell'impero romano, e nella virtù soprannaturale delle sue proprie istituzioni religiose. Così fino da principio seguì l'unione e quasi compenetrazione della vita ecclesiastica e della vita politica, restando però sempre alla Chiesa l'azione direttrice. In questo modo divenne essa pure il vincolo che unì i diversi popoli dell'Occidente, e in primo luogo le nazioni appartenenti al regno dei franchi. L'opera di riforma, che Carlomagno compì nel suo regno, in intima unione col papato e con gli altri principii dirigenti della vita ecclesiastica, fu tutta poggiata su tali fondamenti.
I sostegni, sui quali Carlomagno appoggiò la grandiosa opera, furono i seguenti:
a) la Chiesa, di cui Carlomagno voleva essere «il devoto difensore e l'umile aiutatore (133)» mentre vicendevolmente aveva in lei un appoggio (134). E poiché in tanta diversità di popoli e di schiatte, l'universalità dell'impero non potevasi legittimare che riferendolo e congiungendolo a un altro impero universale già riconosciuto, e agli occhi dei popoli solamente per mezzo della Chiesa ricevere una più sublime consecrazione, perciò, il nuovo impero doveva posare su fondamenti al tutto religiosi e cattolici; onde pure ebbe nome di «sacro romano impero». Similmente doveva essere universale e non poteva che mediante la Chiesa e appoggiandosi a Roma, «capo del mondo». Così quanto più largamente l'imperatore adoperava ad ampliare la Chiesa, tanto maggiormente cresceva con ciò di potenza, e quanto più intimamente stringevasi al suo capo supremo e tanto più profondo radicava l'autorità sua nei cuori dei popoli cristiani.
Laonde Carlo dimostrava alla Sede apostolica sommo zelo e devozione, e voleva che da tutti i suoi sudditi fosse riverita e si portasse con umiltà il suo giogo, ancorché dovesse gravemente pesare (135). Egli pose sotto la protezione di s. Pietro una parte del paese dai sassoni conquistato, e fece che la Sede apostolica ne levasse un tributo (136); statuì molte leggi a consiglio ed a preghiera del papa e dei vescovi; onorò per ogni guisa i prelati, di cui volentieri si circondava, e faceva loro ricchi presenti e investivali delle cariche più rilevate. Innanzi agli occhi del clero e del popolo trovavasi egli sublimato ad una dignità consecrata dalla Chiesa, e per questa, del pari che per l'amicizia personale dei papi e per le sue proprie imprese, godeva autorità somma e preponderante. L'intima unione delle due podestà, spirituale e temporale, rifulse, lui imperando, nel suo pieno splendore, mentre l'una conferiva a sostenere e promuovere l'altra.
b) La legislazione comune per tutte le parti dell'impero, quale fu promulgata nei capitolari (137), valse altresì a rassodare il rinnovato impero d'Occidente. Essa collegavasi intimamente ai canoni della Chiesa, attesochè l'imperatore aveva ferma la persuasione che senza fondamento religioso niuna legislazione acquistava la forza e la durabilità necessaria, e che ogni legge umana vuole essere fondata sulla legge naturale e divina, e derivata da una podestà data da Dio e da lui diretta. Così la prosperità terrena dei sudditi si doveva promuovere di maniera che non ne scapitasse la loro salute eterna, e conti e vescovi dovevano invigilarsi a vicenda, e i primi erano in debito di onorare i secondi. Carlomagno alle volte dava fuori capitolari, che di poi presentava nei sinodi ad essere discussi e ratificati dai vescovi, come fece nel 789, essendo tuttavia re, nel capitolario d'Aquisgrana (138). Altre volte chiamava prima i vescovi a concilio e poscia dava forza di legge ai loro decreti, come adoperò nei sinodi riformatori da lui raccolti quasi allo stesso tempo, nell' 813, ad Arles, Reims, Tours, Chalons sulla Saona, e Magonza (139); i cui decreti egli fece tutti raccogliere in un capitolario e nella dieta di Aquisgrana promulgarli come legge dell'impero. Di che Carlomagno aveva già da prima (789) richiesto che non gli si recasse a presunzione se con i suoi statuti s'intrometteva nel dominio della Chiesa, essendochè prima di lui il re Giosia, che tanto lo avanzava in pietà, aveva fatto il simigliante e con le ammonizioni e coi castighi ricondotto il suo popolo al vero culto di Dio. E appresso, con tanto più di ragione si ebbero ad aver per buone le disposizioni da lui prese negli affari ecclesiastici con ottime intenzioni e profondo conoscimento, né mai senza il consiglio dei vescovi, in quanto che egli solo aveva potere bastevole da effettuare salutari riforme e di più potevasi tenere certo dell'assenso del papa.
c) Altro sostegno dell'operosità di Carlomagno era la stessa nazione dei franchi con le sue istituzioni civili. Fra gli elementi sì diversi, onde risultava quel vasto impero, assai tornava difficile formarne come un unico e solo organismo. Di più le leggi e i costumi di ciascuna schiatta conveniva che al possibile si mantenessero intatti; per il che fino dall' 802 ad Aquisgrana furono poste per iscritto le leggi dei frisii, turingi e sassoni (140). Di già l'ordinamento feudale era sottentrato in tutte le parti dell' impero dei franchi e i potenti vassalli della corona esercitavano non poca autorità. Nel 788 Carlomagno, com'ebbe deposto il duca di Baviera Tassilone, che lungamente aveva combattuto per la propria indipendenza, soppresse gli antichi ducati e in luogo dei duchi pose dei conti e nelle frontiere minacciate stabilì margravi (141). E a fine di contenere nel loro uffizio e in vigilare i conti soprastanti oltre che, alla giustizia e alla polizia, anche alle finanze ed alle milizie, Carlomagno si valse dell'antica istituzione dei commissari o missi dominici. In ogni provincia di solito vi dovevano essere due di tali commissari, uno spirituale e l'altro temporale, i quali coi loro commissari subordinati visitavano quattro volte l'anno il proprio distretto; ed erano investiti di poteri amplissimi. Ma sopratutto conferiva a rassodare l'unità, la dieta solita a celebrarsi due volte ogni anno e ripartita in due camere, degli ecclesiastici e dei laici, le quali trattavano separatamente i negozi loro proprii e i negozi misti in comune (142). Le antiche istituzioni si continuavano, ma vivificate da un nuovo spirito e più esattamente osservate. Il più nondimeno operavasi dall'operosità personale del monarca, il quale sapeva tenere insieme un impero composto di tante parti così svariate, e mantenervi l'ordine e l'unione.
Ma a sostenere l'impero valeva altresì
d) l'unione delle menti mediante lo studio delle scienze e delle arti, nelle scuole regolarmente istituite, e il collegarsi delle forze prima divise in un operare concorde e da destare emulazione. Carlomagno stesso, avidissimo d'imparare e amico delle scienze, adoperavasi di perfezionare anche per questo lato il suo popolo; e poiché il clero solamente era abile a fare rivivere gli studi, cercò egli prima di scioglierlo da ogni altra cura, indi porgergli modo di addottrinarsi.
Così fino dal 787 con sua lettera circolare ammoniva tutti i vescovi e abati d'istituire scuole in ogni cattedrale e in ogni monastero, nelle quali, oltre l'insegnamento delle sette arti liberali, si dovevano interpretare le sacre Scritture (143). Ma tra i franchi mancavano tuttavia uomini dotti, e fu necessario cercarli d'altronde. Le sedi principali della cultura a quel tempo erano l'Inghilterra e l'Italia. In Inghilterra aveva levato fama il venerabile Beda, (morto nel 735), scrittore il più insigne di quell'età, e maestro di molti uomini illustri, nominatamente dell' arcivescovo Egberto di York (+767). E di questo poi e di Alberto fu discepolo anche Flacco Alcuino oratore e poeta, filosofo e teologo (+804). Conosciuto da Carlomagno, Alcuino fu da lui chiamato alla corte, ove dimorò dal 792. Egli ricevé da Carlo nel 793 l'abbazia di s. Martino di Tours, e stabilì quivi una scuola, e nella corte un'accademia di palazzo. Molti furono i dotti suoi discepoli.
Con Alcuino venne anche in Francia dall'Inghilterra Fredegiso, teologo sottile. E vi convennero altresì degli irlandesi, ai quali era già entrato innanzi Feargil (Virgilio), dopo il 756 eletto vescovo di Salisburgo.
Dall'Italia Carlomagno chiamò seco Pietro di Pisa (+799), che ammaestrò lui stesso nella grammatica, e Paolo Warnefrido, chiamato anche Diacono, storico dei longobardi e maestro di lingua greca (+799) e il patriarca Paolino di Aquileia (+804) (144). Carlomagno parlava il latino speditamente, si esercitava nel verseggiare latino, leggeva i padri e già in tarda età imparava tuttavia i primi rudimenti del greco. Spesse volte proponeva egli questioni ai dotti della sua corte, e ne ricercava la risposta per iscritto. E anche nei laici egli eccitava il gusto degli studi e della cultura. Fece compilare da Paolo Warnefrido (nel 788) un libro di omelie, quale modello e norma per le prediche, agli ecclesiastici meno colti (145). E i suoi sforzi poi erano secondati dalla più parte dei vescovi; onde il numero delle scuole veniva di continuo accrescendosi. Oltre quelle di Tours, fiorivano anche scuole a Lione, ove gli arcivescovi Leirado e Agobardo molto si adoperarono; e così ad Orleans, dove il vescovo Teodulfo, (+821), uomo erudito e poeta, fondò pure scuole per il popolo; e a Reims, a Tolosa, ad Aniane, a s. Germano d'Auxerre, a Corbia, a s. Gallo, a Reichenau, a Fulda, a Hirsau, ad Utrecht.

In queste scuole - nei monasteri con gli interni (scolari) vi erano anche degli esterni - si insegnavano, anzi tutto, le cosi dette arti liberali: grammatica, retorica e dialettica (il Trivio); indi aritmetica, geometria, astronomia e musica, inclusavi la poesia (Quadrivio). In Occidente la filosofia greca era stata conosciuta da vicino per gli scritti di Cicerone, di s. Agostino, di Boezio e di Cassiodoro; nella dialettica seguivasi Aristotile, come fra i greci. Alcuino, che scrisse egli stesso della dialettica, la trattò nella maniera medesima che il Damasceno fra i greci. Alla filosofia egli riduce sì il Trivio e sì il Quadrivio; e la divide con ciò in naturale, morale e razionale (fisica, etica e logica). Nella prima egli pone le scienze del Quadrivio, nella filosofia razionale la retorica e la dialettica; mentre la morale egli la riparte secondo le quattro virtù cardinali. Ma egli divisa pure, come s. Giovanni Damasceno tutta la filosofia in teoretica e pratica. E come cinque specie della dialettica egli assegna: l'Isagoge (introduzione), trattata secondo il metodo di Porfirio, ove si dichiaravano i cinque concetti universali (universalia: genus, species, differentia, accidens, proprium), indi la dottrina delle categorie (la sostanza e i nove accidenti), le formole del sillogismo e delle definizioni, la topica (argumentorum sedes, s. fontes) e la dottrina dell'interpretazione (Perihermeneia). Ma con tutto che assorto nell'austere e digiune speculazioni della dialettica, Alcuino coltivava ancora l'arte del bello scrivere, e studiavasi di purgare la lingua dai barbarismi più mostruosi, per quanto ciò tornasse allora malagevole, massimamente rispetto ai codici delle leggi ed al linguaggio officiale.
In opera di grammatica si avevano molti antichi trattati, e se ne aggiunsero di nuovi. Assai diffusa era l'opera di s. Aldelmo sulla grammatica e la metrica, la quale dà a divedere molta erudizione, ma poca eleganza. Cicerone e Quintiliano seguivano ad essere guida nella retorica; e gli autori classici in generale erano molto letti.
La matematica serviva massimamente ad uso di computare la festa di Pasqua e stabilire il calendario ecclesiastico; ma eziandio ad esercizio d'ingegno. Le arti liberali servivano per i chierici di preparazione alla scienza sacra, la quale consisteva nello studio delle Scritture e dei Padri.
Fra questi il più prediletto, come altresì il più copioso, era s. Agostino: nelle questioni pratiche seguivasi di preferenza s. Gregorio Magno. La teologia, secondo il ragionare di Alcuino, teneva quel medesimo grado per rispetto alle verità soprannaturali, che la logica in riguardo alle naturali.
Le questioni dogmatiche erano riputate come le prime e più rilevanti; e nell'esposizione della Scrittura aggiungevasi all'interpretazione letterale, anche la così detta allegorica mistica (146). Nel monastero di s. Michele sulla Mosa, nel vescovado di Verdun, l'abate Smaragdo, conosciuto eziandio come scrittore ascetico, compilò un commentario sugli evangeli e le epistole delle domeniche e feste, ricavato dai padri greci e latini (147).

§ 2.

Carlomagno poi coltivava non pure la lingua latina, ma la volgare eziandio; ed in ispecie promoveva la lingua e la poesia teutonica, ne faceva raccogliere le antiche saghe e leggende, e molto si dilettava nella poesia popolare (148). Ma anche alle altre arti egli applicava l'ingegno e in particolarità alla musica. A fine di rialzare il canto ecclesiastico fece venire dei cantori da Roma. Pietro si condusse a Metz, Germano a s. Gallo; e in amendue i luoghi stabilirono scuole di cantori, venute poi in gran fama; e altre parimente ne sorsero a Einsiedeln, a Fulda, a Treviri, a Magonza e altrove (149). Gli organi già si cominciavano allora ad usare; e ne erano stati inviati dagli imperatori greci, da Costantino V (757) a Pipino e da Costantino VI (787) a Carlomagno. Ed egli è certo che nell'822, regnando il figlio di Carlomagno, già si usavano nella chiesa di Aquisgrana (150). Il canto gregoriano poi era prescritto come una delle materie da insegnarsi al giovane clero. Il canto popolare tedesco era altresì in uso e cominciava dal così detto Lais (da Kyrie eleison, ovvero da Leisen, chiamare) (151). Contro una tale usanza pare che siasi levata qualche voce, non volendosi per molti ammettere che le tre lingue sacre (ebraica, greca e latina) (152).
L'architettura eziandio ebbe un forte impulso. Carlomagno nella sua città prediletta di Aquisgrana fece edificare una celebre cattedrale, in forma ottagona, che si accosta allo stile romano-bizantino, e vi furono trasportati marmi da Ravenna e da Roma. Pittori italiani decoravano le chiese, non meno che i palazzi imperiali, delle loro pitture.
In ogni parte vedevasi un nuovo e mirabile ardore, e i germani di già preparati da s. Bonifacio, entravano finalmente, condottivi dal grande imperatore, nel novero delle nazioni civili; anzi a breve andare dovevano gareggiare a prova, se non in tutti, certo su molti punti, con gli antichi popoli inciviliti.
Carlomagno fu grande non meno come guerriero che quale statista e legislatore, tanto che erasi reso al tutto famigliare coi canoni della Chiesa. Papa Adriano, nel 774, gliene inviò in dono un codice, aumentato della raccolta dei canoni fatta da Dionigi il Piccolo, e questo Carlomagno introdusse universalmente nel suo impero (153). Nei sinodi egli teneva d'ordinario la presidenza d'onore come già usavano anche gl'imperatori d'Oriente; e ne ratificava i decreti, affine di sollevarli a legge dello stato. Con ciò egli aveva gran cura di non ledere l'ordinamento ecclesiastico costituito. Così per qualche tempo egli permise che gli ecclesiastici militassero nel suo esercito; ma di poi, ammonitone dalla Sede apostolica e consigliatovi dai suoi confidenti, si dichiarò risolutamente contrario a tale abuso e non volle più vedere nel suo esercito che alcuni vescovi e preti per adempirvi le funzioni della Chiesa (154). Così parimente in una dieta di Aquisgrana aveva preso certa deliberazione sulla forma da procedere contro gli ecclesiastici accusati; ma inteso poi che il papa Gregorio II aveva già dato ordinazioni su ciò, egli nella dieta seguente di Vormazia dichiarò che a quel punto la cosa eccedeva i termini del suo potere ed ei la rimetteva interamente alla Chiesa. In tutte le sue istituzioni egli si proponeva sempre la Chiesa romana a modello, e similmente valevasi della collezione da lei ammessa dei canoni e del sacramentario gregoriano (155).
Nelle cause di matrimonio si venne di mano in mano accettando la disciplina romana: regolato meglio il divorzio, il quale non trattavasi per l'addietro conforme alla severità della Chiesa; e strettamente prescritta nelle nozze la benedizione sacerdotale (156).
Carlomagno pure con ardente zelo si adoperò alla riforma del clero, come quegli che bene intendeva quanto infine ciò rilevasse e come senza la cooperazione di esso clero cadrebbero a nulla tutti i suoi grandiosi disegni di stabilire una monarchia simile in tutto alla romana, ma penetrata dallo spirito del cristianesimo.
Il libro suo prediletto era l'opera di s. Agostino sulla città di Dio. Stimando egli la sua missione come religiosa, pervenne con la sua operosità a diffondere nei suoi popoli la civiltà cristiana, a porre i fondamenti di una migliore legislazione, a stabilire l'ordine e la sicurezza.

§ 3.

Carlomagno personalmente era nelle fatiche indefesso, nel cibo e nella bevanda moderato; affabile e benigno coi sudditi, coi figli tutto sollecitudine e amore. Solamente nelle sue relazioni coniugali egli non andò scevro di macchia. Pipino suo figlio maggiore, ma non legittimo, essendosi ribellato da lui perché escluso dalla spartizione dell' impero, fu dannato a morte, indi graziato e chiuso in monastero. Dei suoi figli legittimi natigli da Ildegarda di Svevia (+783) impalmata dopo il ripudio della Longobarda, morirono prima di lui i due che avevano migliori doti, cioè Carlo e Pipino (810 e 811); sicché la divisione dell'impero conchiusa già nell'806 non fu potuta effettuare, e il terzo figlio Ludovico restò unico erede dell' impero. Carlomagno se lo assunse altresì a collega nell'813 e gli raccomandò di osservare i comandamenti di Dio e adempire con fedeltà i suoi doveri. Dalle altre due mogli legittime, che di poi tolse, cioè Fastrada, di nazione franca e Luisgarda alemanna (+800), non ebbe discendenza maschile, ma si l'ebbe dalle tre concubine, che prese dopo, ovvero mogli di condizione inferiore, come altri vogliono.
Carlomagno in fine, avendo ricevuti gli ultimi sacramenti, mancò di vita ad Aquisgrana il 28 gennaio del 814 in età di 72 anni e dopo regnatone felicemente quarantasette. Il suo corpo fu deposto nella cripta della chiesa della madre di Dio ad Aquisgrana, ornato di tutte le vesti imperiali e sedendo su di una sedia dorata, con in mano il libro dei ss. Vangeli e la bisaccia da pellegrino sulle spalle.
Egli fu glorificato dal popolo, in molti canti e leggende (157), e da molti non solamente riputato grande - il che non è contrastato - ma anche santo. In verità egli non fu canonizzato che dall'antipapa Pasquale, a preghiera di Federico Barbarossa; né la sua canonizzazione fu riconosciuta mai dal breviario romano e dalla Chiesa universale. Solamente il culto di lui, come di beato, fu permesso ad Aquisgrana (158).


NOTE

(133) . Devotus s. Ecclesiae defensor humilisque adiutor», si chiama Carlo nella Praef. l. I. Capitular. (Baluz. l. c. I, 475. Pertz. l. c. III, 33). Anche Alcuino (Opp. I, 184) mette in rilievo, come principale officio dell'imperatore, la difesa del papa.

(134) Carlo riconosceva nel clero il suo principale sostegno: per quem (clerum) omne pollet imperium (Capitular. Longobard. 813 c. 2. Pertz l. c. I, 191).

(135) Il suo zelo per la Sede romana è testificato da Eginardo, Vita Caroli c. 27; e dal «Capitular. de honoranda Sede Ap.». (Baluze l. c. I, 255, Walter, Corp. iur. Germ. II, 153).

(136) Non solamente Gregorio VII (l. VIII, ep. 23), fondandosi in un volume di documenti dell'archivio romano, ricorda la colletta di un sussidio solita farsi ai tempi di Carlo, e l'offerta di una parte della Sassonia; ma si trova altresì attestato che la prima chiesa edificata nel paese conquistato fu donata a s. Pietro (Baluz. l. c. I, 246).

(137) «Capitularia» dell'abate Ansegiso di Fontenelles dell' 827 in 4 libri (analisi presso il Ceillier, Hist. des auteurs XVIII, 380 s,). Le addizioni (libr. 5-7) di Benedetto levita di Magonza furono incominciate a persuasione dell'arcivescovo Ottgaro, ma non finite che dopo la morte di lui nell'847 (Mansi, Concil. t. LXV; cf. ibid. p. 496, 500, 557, 645. Capitular. II, 6, 12, 23; VI, 249 sopra le relazioni dei conti rispetto ai vescovi).

(138) Sinodo di Aquisgrana del 789, presso il Mansi l. c. XIII, Append. p. 153; Pertz, Leg. I, 53; Sagmuller, Die Synoden von Rom 798 und Aachen 799 (Tubinger Theol. Quartalscher 1894, p, 296 ss.).

(139) I cinque grandi sinodi di riforma, presso il Mansi l. c. XIV, 55 s. Append. p. 344; Pertz l. c. p. 187 s.; Hefele l. c. III (2a ed.) 664 ss. 756 ss.

(140) Leggi dei sassoni e altre vedi presso il Pertz Leg. t. II.

(141) Intorno all'ordinamento feudale, ai duchi e ai conti, vedi Zopfl, Deutsche Rechtsgesch. II, 65 ss. 207 ss. Intorno a Tassilone vedi Hartzh., Concil. Germ. I, 244, 259, 262; Binterim, Deutsche Konzilien II, 39, 44 ss.; Damberger, Synchronistische Gesch. II, 461, 474, 478, 486 ss.

(142) Missi dominici e diete dell'impero: Zopfi l. c. 215, 217, 221. Intorno ai primi vedi anche: Fr, de Roye, Tract. de Missis Dominicis, nei «Capitular. Reg. Franc.» ed. Bautze, I, L. S. Murat., Diss. de Missis reg. ibid. II, VI s. dalle Antiq. Ital. medii aevi I. 455 s. Thomassin. l. c. II, 3, c. 92 n. 1 s. Phillips, Deutsche Gesch. II, 403 ss.

(143) I. Launoius, De scholis celebribus a Carolo M.. instauratis. Par. 1672; Hamb. 1717. I. D. Kohler, De bibliotheca Caroli M. Altdorf 1727, I. M. Unold, De societate literarum a Carolo M. instituta. Ienae 1752. Schzulte, De Carol. M, in litter. studia meritis. Monast. 1826. Bahr, De lit. studiis a Carolo M. revocatis ac schola palatina instaurata. Heidelb. 1836; Gesch. der rom. Literatur im karolingischen Zeitalter, Karlsruhe 1840, Braun O. S. B., De pristinis Benedictinorum scholis. Monach. 1845 (Progr.). Oebeke, De acadernia Caroli M. Aquisgran. 1847. Haase, De medi i aevi studiis philol. Vratisl. 1856 (Progr), Phillips, Karl d. Gr. im Kreise der Gelehrten (Almanach der Akad. d. Wissensch. Wien 1856). Lèon Maitre, Les écoles épiscopales et monast. de l'Occident depuis Charlemagne jusqu'a Philippe-Auguste. Paris 1866. Specht, Gesch. des Unterrichtswesen zur Zeit Karls d. Gr. Breslau 1902. Caroli M. Const. de scholis presso il Baluze l. c. I, 147 s.; Pertz, Mom. III, 34, 52. Walter, Corp. iur. Germ. II, 56.

(144) Karl Werner, Beda der Ehrwurdige und seine Zeit. Wien 1875; Alkuin und sein Jahrhundert. Paderborn 1876 (supera di gran lunga il Lorentz, Alkuins Leben, Halle 1829). Alcuini Opp. ed. Froben. Ratisb, 1766, 1777 (Migne, Pat. lat. t. C. CI) Pauli Diac. (ibid. t. XCV). V. Bethmann, Paulus Diak. Leben und Schriften (Pertz, Archiv fur altere deutsche Geschichtskunde X, 247 ss.). Abel, Paulus Diak. und die ubrigen Geschichtschreiber der Langobarder (Geschichtschr. deutscher Vorzeit. Berlin 1849). Paulinus Aquil. (+804) (Migne l. c. t. XCIX). A. Ebert, Gesch. der lateinische Literatur vom Zeitalter Karls d. Gr. bis zum Tode Karls des Kahlen. Leipzig 1880 (II vol. della Allgem. Gesch. der Literatur des Mittelalters).

(145) Homiliarium Caroli M. ed. Spir. 1482; Basil. 1493. Cf. Ranke, Zur Gesch. des Homiliariums Karls d. Gr. (Studien und Kritiken 1855, p. 382 ss.). In generale vedi anche Trithem. De script. eccl. (Francof. 160l) p. 262; Migne l. c. t. XCVII - XCVIII.

(146) Intorno agli «externi» e «interni» vedi Alcuin. ep. 60; Conc. Aquisgr. 817 c. 46. Ziegelbauer, Hist. lit. O. S. B. I, 190; Héfele, Tubinger Theol. Quartalschr. 1838, II, 207 ss.; Katholik 1867, 1: quaderno di ottobre; Daniel S. I., Klassische Studien, trad. di Gaisser. Tubingen 1856 (p. 65, sopra il Trivium e Quadrivium). Antichi versi memoriali: «Gram loquitur, Dia verba docet, Rhe verba colorat, Mus canit, Ar numerat, Geo ponderat, As colit astra». Già il romano M. T. Varrone aveva composto un'opera enciclopedica: «Novem libri disciplinarum», di cui i tre primi libri trattavano della grammatica, dialettica e retorica, gli altri della geometria, aritmetica, astrologia, musica, medicina c architettura. L'africano M. Felice Capella (De nuptiis philologiae et Mercurii, de septem artibus liberalibus libri IX, ed. Kopp., Francof. 1836; ed. Eissenhardt, Lips. 1866) scrisse una fantastica esposizione delle scienze e delle arti, tolta da antiche fonti, e vi cita quelle «septem artes liberales» (Daniel. l. c. p. 63 S. Ruckgaber, Handbuch der Universalgesch. I, 1 [Schaffhausen 1863]. 474). S. Agostino si attiene a questo concetto in parecchie sue opere, ad es. De ordine, De doctrina christ.; e Cassiodoro, in tutto conforme a lui, sostiene il Trivio nella sua scuola (Alcuin., Dialect., presso il Canis.-Basn., Lect. ant. II, 1, p. 488, 506. Cf. Damasc., Dialect., presso il Migne, Patr. gr. XCIV, 529 s. Hergenrother, Photius, I, 328 ss. Adhelm. presso il Mai, Auct. dass. t. V. Cf. Daniel l. c. p. 59).

(147) Smaragdi Postilla in Ev. et Ep. in div. offic. per anni circulum legenda. Argent. 1536. (Migne, Patr. lat, CII, 1-594); ivi, Diadema monach.; Comment. in Reg. S. Bened.; Via regia, epist. et al., presso il Migne l. c. p. 594-980.

(148) Einhard., Carol. c. 29.

(149) Cantori venuti dall'Italia: Mon. Engol. addit. ad annal. Lauriss. a. 787. Pertz l. c. I, 171. Varin, Des altérations de la liturgie Grégorienne en France avant le 13° siècle. Paris 1852. M. Gerbert, De cantu et musica sacra I, 268 s. Ans. Schubiger O. S. B.. Die Sangerschule St. Gallens vom 8. bis 12. Jahrhundert. Einsiedeln 1869, Wagner, Einfuhrung in die gregorianischen Melodien. I. Freiburg (Schweiz) 1901.

(150) Intorno agli organi v. C'hrysander, Historische Nachrichten von Kirchenorgeln. Nurnberg 1755. Guericke, Kirchengesch. vol. II, p. 64 n. 1; p. 69, n. 3. L'invenzione dell'organo ad acqua è attribnita da Tertulliano (De an. c. 14) ad Archimede (+ il 212 av. Cristo), da Vitruvio e da Plinio a Ctesibio di Alessandria (120 av. Cr.). Nerone si dilettava di questa musica (Sueton., In Neron. C. 40). Assai presto anche si ebbero gli organi a mantice (August., In Ps. 56. Cassiod., In Ps. 150). Organi con soli 12 tasti, i quali venivano abbassati col pugno, erano frequenti. Sopra gli organi usati a Costantinopoli V. Einhard., Annales a. 757; Binterim., Denkwurdigkeiten IV, l, 145 ss.

(151) Ferd. Wolf, Ueber die Lais. Heidelb. 1841. Antony, Lehrbuch des Gregorianischen Kirchengesangs. Nurnb. 18'29. Koberstein=Bartsch, Die deutsche Nationalliteratur (Leip. 1872) p. 346.

(152) Quelli, che non lasciavano usare se non le tre lingue sacre, si chiamavano: «Trilingues» (Conc. Francof. 794 c. 52. Capit. Francof. c. 50. Hergenrother, Photius III, 206 ss. 748 ss. Prescrizioni intorno all'apprendere il canto latino: Concil. Aquisgr. 789 c. 79, e a. 802.

(153) Codex Hadriani V. Cenni l. c. I, 299; Coustant, Epp. Rom. Pontif. Praef. n. 128, p. 108. Rudolfh, Nova Comment. de codice can., quem Hadr. I. Carolo Magno dono dedit. Erlang. 1777.

(154) Capitularia l. VII, c. 91, 103, 123, 141, 142; cf. l. VI. c. 61, 285, 371. Mansi l. c. XV, 623, 661, 701 s.

(155) Mohler, Karl d. Gr. und seine Bischofe (Tubinger Theol. Quartalschr. 1824, p. 367-427). Histor.=polit. Bl. I, 406 ss. Braun, Carolo Magn. imperante quae inter eccl. et imperium ratio intercesserit. Frib. 1863, Allocuzione di Carlo, dell'802: Pertz, Mon. III, 53 s.; Walter, Fontes iuris eccl. p. 46 s.

(156) Quanto al rimaritarsi della parte innocente, dopo il divorzio, v. Capitular. 757, c. 8, a. 752, c. 39. Il sinodo di Vermeria del 753, il quale peraltro protestò contro alcune disposizioni di re Pipino, andò ancora troppo oltre in questo punto; più giustamente il Conc. Paris. dell'829, l. III, c. 2. Il sinodo di Compiègne del 757 c. 9, 11, si scostò parimente dalla ecclesiastica severità (Phillips, Deutsche Gesch. II, 337 ss.).

(157) Sopra la venerazione prestata a Carlo in mezzo al popolo v. il Cantù nella Storia universale, (Torino 1812), t. IX p. 462 ss.; trad. ted. del Bruhl, vol. V, p. LXIV.

(158) Officium s. Carol. presso il Canis., Lect. ant. III, 2, ed. Basnage p. 205 s. Walch, Hist. canonisat. Caroli Magni. Ienae 1750. Moser, Osnabruckische Geschichte I, 320.

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