Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_09)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO NONO. Il nuovo impero occidentale e la sua condizione rispetto alla Chiesa.



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867)

CAPO NONO.
Il nuovo impero occidentale e la sua condizione rispetto alla Chiesa.

Mentre re Carlo assisteva nella festa di Natale alle funzioni solenni in S. Pietro e stavasi inginocchiato innanzi all'altare del principe degli Apostoli, Leone III gli posò in capo la corona imperiale, acclamando il popolo: all'imperatore Carlo Augusto, incoronato da Dio, salute, vita e vittoria! Indi il pontefice lo unse imperatore, e il figlio di lui Pipino (+811) unse re; e terminate le funzioni gli offerse ricchi presenti.
La Sede romana aveva già fatto, anche prima, disegno di esaltare così il suo potente difensore, come già nel 777 Adriano significava che il mondo vedeva in Carlo un nuovo Costantino, e nel 778 esprimeva il desiderio che Iddio lo rendesse vincitore di tutte le barbare nazioni. E altresì con Carlo si erano condotti negoziati su questo punto, onde lo stupore e la renitenza, menzionata dai suoi biografi, si vuole spiegare o per la solennità inaspettata in quel giorno, o per la maestà dell'atto medesimo, o per altra cagione.
Certamente il papa fu quegli che gli conferì la dignità, poiché egli stesso nel giorno della incoronazione attribuì a sé l'esaltazione di Carlo ad Augusto, e i cronisti si riportano sempre una deliberazione sua e dei suoi consiglieri. Anche il primo concetto pare che sia venuto dalla sede papale e non da Carlo stesso. Il papa adoperava in ciò come capo supremo della Chiesa e principe di quanto restava dell'antico impero, non già in nome del popolo romano, il quale non vi ebbe altra parte che con le sue acclamazioni, come segnali del fatto compiuto e della propria esultanza. Né maggiore n'ebbe il senato romano: e le parole ambigue di alcuni cronisti posteriori, a cui altre contrastano più numerose e chiare degli antichi, non possono per niun conto significare una esaltazione fattasi dai Grandi e dal popolo (121). E senza dubbio poi Carlo non doveva a conquista il titolo d'imperatore, e né pure se l'appropriava egli stesso; e anche in processo di tempo generalmente riconoscevasi che solo il re unto e coronato dal papa possedeva la piena dignità d'imperatore; onde facevasi piena distinzione fra regno e impero (122).
L'atto del 25 dicembre 800 non era già una vuota cerimonia, ma un fatto di sommo rilievo e di grandi effetti; anzi quasi il fondamento di un nuovo e importantissimo edifizio che sorgerebbe nei secoli avvenire, stabilito per disposizione della Provvidenza e con una serie di grandi avvenimenti, che vi contribuirono. E come gl'imperatori di Costantinopoli non avevano perduto né la loro signoria, né il loro titolo, così non fu quella propriamente una traslazione dell'impero dai greci ai franchi (123), salvo al più che l'autorità dagli imperatori greci esercitata finora in Occidente, o arrogatasi, andava nel re dei franchi, ma era più tosto una l'innovazione dell'impero occidentale caduto nel 476, cioè dire spento da oltre a 324 anni. Ma fu essa però una l'innovazione e un ristabilimento così fatto, che in sé racchiudeva come un ringiovanimento, anzi una creazione politica di una forma tutta propria e originale.
E cotale impero, conforme al concetto sì del papa incoronante e si del Cesare incoronato, come non meno dei loro contemporanei di Occidente, rappresentava e attuava una doppia idea: 1) della suprema podestà protettrice del cristianesimo; 2) della supremazia ovvero almeno preeminenza di grado su tutti gli altri principi cristiani, a difesa della Chiesa e di tutti gl'interessi generali del cristianesimo. Per questo doppio riguardo era bene giustificato questo ristabilimento e ristorazione dell'impero. 1) L'impero bizantino era non di rado la preda del primo avventuriere più fortunato o di qualche rozzo guerriero. I suoi imperatori poi, al contrario del proprio debito da loro stessi confessato, oppressavano anzi la Chiesa e la maltrattavano, non la sollevavano o difendevano: i paesi d'Italia angariavano e spremevano come paesi di conquista e al tutto stranieri, non già come porzione dell'impero fruente i medesimi diritti: e in ultimo si protestarono al tutto impotenti a difenderli e mantenerli. E però di fronte all'incalzare dei longobardi conquistatori, tutta la loro autorità imperiale in Roma era caduta a niente, ancorché si cercasse far riconoscere tuttavia per lungo tempo la loro supremazia, inserendone i nomi e gli anni di governo negli atti pubblici e coniando medaglie con le loro effigie. A quel tempo sedeva sul trono di Bisanzio Irene, donna tirannica, la quale depose dal trono ed accecò il proprio figliuolo Costantino IV. Così l'unione con 1'impero greco, già rilassata non poco sotto la dominazione di imperatori eretici, non poteva più sussistere. A Irene seguì il tiranno Niceforo trucidato poi con vitupero dai barbari. A così fatti usurpatori d'Oriente, l'Italia tutta e l'Occidente non voleva più durare vincolata: qui non era parola di legittimità. 2) Di più Carlo era già il più forte principe d'Occidente, superiore a tutti i re cristiani, e ad un'ora patrizio e protettore della Chiesa romana. Ora questa dignità, sebbene con titolo meno splendido, comprendeva già la più rilevata missione dell'impero, e n'era, per così dire, la preparazione. Il patrizio della Chiesa romana doveva essere il protettore di tutta la Chiesa cattolica e come questa aveva la missione di estendersi a tutti i popoli della terra, così l'idea dell'impero racchiudeva non solo l'idea di primazia su tutti gli altri principi, ma eziandio quella dell'impero universale (imperium mundi), come l'esercitava l'antica Roma. E di tale primazia doveva l'imperatore valersi a dilatare il cristianesimo anche in mezzo ai popoli pagani, e in generale adoperarsi al mantenimento e alla prosperità della Chiesa. Né la Sua dignità era più subordinata a quella dell'imperatore d'Oriente, ma in tutto uguale. Roma sola avevasi per degna del nome d'impero, e anche i sovrani greci si nominavano imperatori romani e la loro sede nuova Roma. L'antica Roma intanto, affrancatasi dal giogo della nuova, con mirabili effetti spendeva l'operosità sua nell'Occidente germanico, a cui spuntava già florido avvenire; essa riconosceva bene le necessità dei suoi popoli e intendeva in tutto a effettuare il regno di Dio sulla terra. Grande e sublime idea, cui il novello imperatore, ispirato alla «Città di Dio» di s. Agostino e di profonda religione animato, accettò con ardore. 3) Questa incoronazione dell'imperatore sembrava sola comporre pacificamente la lunga lotta fra Roma e i Germani; perocché fino dal bel primo non tanto si era trattato di rovesciare l'antico impero del mondo, quanto di far entrare le stirpi germaniche nella grande alleanza politica degli stati inciviliti, né già di distruggere quell'antica civiltà, ma di propagare più largamente tutti i beni intellettuali che la dominazione di Roma raccoglieva in sé e promoveva (124). Con ciò la mossa delle popolazioni germaniche trovava una posa; l'edifizio politico dei germani riceveva la sua forma propria e costante, il suo più valido fondamento.
Monete, iscrizioni, e sigilli testimoniano cotesta ristorazione dell'impero occidentale sopra nuovi fondamenti (125). Carlo riconobbe nella disposizione del papa una ordinazione della Provvidenza di Dio, e s'intitolava: «per volontà di Dio coronato imperatore» (126). Chiamato già dianzi a proteggere la Chiesa, dopo sentivasi a ciò doppiamente obbligato. E di più, bene rispondeva questo alle condizioni dei fatti. E come già il padre di lui era stato eletto re, perché n'esercitava per l'innanzi l'autorità in tutta la sua ampiezza, così egli, Carlomagno, fu proclamato il primo dei principi d'Occidente, e insignito del nome più splendido e pregiato del mondo, perché già possedeva un grado a tanto onore corrispondente. L'imperatore doveva essere, non già conquistatore di nuovi territori, ma una guida morale, presidente nel consiglio dei re e loro esemplare nella difesa della Chiesa, mediatore e custode della pace fra i popoli, propagatore del cristianesimo, capo temporale di un'alleanza fraterna fra le popolazioni cristiane, come il papa n'era capo spirituale. Né con ciò si toglieva ad alcun re o reggente o territorio o sovranità, e neppure all'imperatrice greca ed ai suoi successori, coi quali anzi Carlo faceva disegno d'imparentarsi (127).
Ma l'orgoglio greco fu troppo ferito sul vivo da un tale atto, che faceva il papa al tutto indipendente sì da Bisanzio e sì dai longobardi, poiché non potevasi patire alcun altro monarca, il quale pareggiasse l'imperatore di Bisanzio. Quindi non ostante alcuni ravvicinamenti e trattati passeggieri, la corte greca negò costantemente, per quattro secoli ancora, di riconoscere un imperatore romano autonomo in Occidente (128).
Nel regno dei franchi poi si cercava di giustificare l'operato del papa, ricordando anche la podestà a lui concessa da Costantino il grande; e da ciò pare che sia sorto il preteso atto della donazione di Costantino (129).
Come gli altri principi, così anche il papa fino allora indipendente rimase come dianzi padrone dello stato della Chiesa. Ma col ristabilimento dell'impero da lui effettuato non intendeva egli per niun modo dare a sé ed ai suoi successori un padrone; e così noi vediamo che anche appresso i papi continuarono a esercitare la loro sovranità e ricorrere all' imperatore non altrimenti che a difensore del patrimonio di s. Pietro. Leone III mantenne i diritti dei magistrati da lui posti contro le ingerenze di alcune genti dei commissari imperiali e divisò con precisione i confini degli stati della Chiesa dai domini imperiali; prese provvedimenti contro gli assalti degli arabi e per assicurare i suoi stati nella piena loro indipendenza (130). Solamente in quella confusione di partiti il papa aveva necessità di un valido appoggio; e questo l'imperatore gli porgeva, a tale intento valendosi di una certa giurisdizione, quale già dianzi godeva il patrizio. Per il che i romani dovevano giurare fedeltà così al papa, come all'imperatore; a quello come a loro monarca, a questo come a loro protettore ed avvocato. E come l'imperatore aveva una certa primazia su tutti i principi temporali, salva la loro indipendenza nel proprio regno, così l'aveva pure sopra il papa, quale monarca temporale, mentre poi il papa gli era padre spirituale. Il papa, che aveva fondato questa nuova potenza, era di dovere che a tutti i principi temporali entrasse innanzi nel riconoscerla. Così papa e imperatore dovevano sostenersi l'un l'altro e l'uno dall'altro essere dipendente. Le monete romane e i documenti portano altresì il nome dell'imperatore, e vi potevano anche degli inviati imperiali esercitare la giurisdizione a lui competente. Ma l'indipendenza vicendevole del papa e dell'imperatore si dimostra: 1) nel giuramento di omaggio, di devozione e rispetto, che amendue si prestavano a vicenda, in tutto diverso dal giuramento di vassallaggio e di sudditanza; 2) nella necessità per l'imperatore di ricevere l'incoronazione del papa, e per il papa nuovamente eletto di essere riconosciuto dall'imperatore; 3) nell'omaggio ovvero adorazione vicendevole, che usavano da principio.
In questi primi tempi ogni cosa era ordinata per amichevoli accordi, e non già per una severa distinzione dei diritti reciproci; il che a lungo andare poteva ingenerare discordi e tra i due capi della cristianità come in effetto avvenne, secondo che vedremo più avanti. Tra Leone III e Carlo non sorsero che leggiere differenze, assai tosto ricomposte. Nell'806 quando l'imperatore promulgò il suo decreto di spartizione a Tionville disponendovi dell'Italia solo fino ai confini di s. Pietro, il papa vi diede la sua approvazione (131), come altresì quando assunse a collega e designò imperatore il proprio figlio Ludovico.
Questi poi, dopo la morte del padre, credette lesi i diritti che gli spettavano di protettore, perché il papa, usando del suo diritto di maestà, aveva punito di morte gli autori di una congiura tramata alla sua vita. Ma tosto si quetò pienamente agli schiarimenti che n'ebbe dai legati del papa, e di poi, quando alcuni sommovitori si furono impadroniti dei domini del papa, egli li fece ridurre all'ubbidienza dal duca di Spoleto e parte condurre in Francia prigionieri (132).
Il sostegno di un forte braccio era al tutto necessario per gli stati del papa ancora recenti e sconvolti dalle fazioni; sebbene questo assicurava all'imperatore una forte ingerenza.


NOTE

(121) Non ostante il contraddire di Eginardo (Vita Carol. c. 28), accennano a precedenti trattati la cronaca di Giovanni Diacono (Murat. l. c. I, 312) e le parole di Alcuino prima della incoronazione (ep. 103, coll. 185. Cf. Lorentz, Leben Alkuins p. 233-236); ma la cronologia di Alcuino è dubbia e Giovanni Diacono poco sicuro. I più forti argomenti stanno contro la supposizione del Dollinger (Kaisertum Karls d. Gr. in Munchen Histor. Taschenbnch 1868, p. 301­416). Cf. Schrodl., Votum des Katholizismus uber die Notwendigkeit der weltlichen Herschaft des Heiligen Stuhles. Freiburg i. Br. 1867. Sackur, Ein romischer Majestatsprozess und die Kaiserkronung Karls d. Gr. (Histor. Zeitschr. 1901, p. 385 ss.).

(122) Intorno alla necessità della incoronazione e unzione del papa vedi Ludov. II, Ep. ad Basil. Maced.; Baron. l. c. 871, n. 50 s.; Pertz l. c. V, 521 s. Intorno alla diversità di regnum e di imperium vedi Eugen. Lombard., Regale sacerdotium l. I, § 6, p. 148; I. B. Rigantius in Regul. Cancell. Apost. II, 226; Reg. 17, n. 9; Historopolit. Bl. 1863, XXXI, 665 ss.

(123) Della supposta traslazione trattano: Otto Frising., Chron. V, 31; Bellarm., De translat. imper. a Graecis ad Francos adv. Flac. Illyr. (Antwerp. 1589) l. 3.

(124) Giesebrecht, Gesch. der deutschen Kaiserzeit I (3a ed.). 120, 123 sgg.

(125) Intorno alle monete, ai sigilli vedi Pag. l. c. a. 800; G. ab Eckart, Franc. orient. II, 7.

(126) «Divino nuto coronatus, a Deo coronatus» (Baluz., Capitul. I, 247, 341, 345).

(127) Egli fa distinzione tra «imperium occidentale» e «orientale» (Alcuin., Opp. II, 561).

(128) Del malcontento dei bizantini per la incoronazione di Carlo tratta Eginardo, Vita Carol. c. 16, 28; quanto alla ricusa di Costantinopoli di riconoscere il nuovo impero, ne furono raccolti i più importanti documenti dall'Hergenrother (Photius, II, 170 ss.). I greci chiamavano solo il loro imperatore ***, gli altri principi ***, ovvero *** (reges) (cf. Ludov. II, Ep. ad Basil.; Baron. l. c. a. 871, n. 50 s.; Luitprand., Leg. p. 344, 363, ed. Bonnae. Michele II chiamò Ludovico figlio di Carlo «re dei franchi e dei longobardi e loro così detto imperatore» (Baron. l. c. a. 824, n. 17 s. Pertz. l. c. I, 212). Alle volte i greci davano agli imperatori di Occidente questo titolo, ma non quello di «imperatori romani», Anche Teofane (l. c. p. 770) chiama Carlo solamente ***.

(129) Sopra la «donatio Constnntini» vedi Zaccaria, De reb. ad Hist. eccl. pertin. II (Fulgin. 1781), 75 s. diss. X; Hergenrother, Kathol. Kirche p. 360-371; Civiltà Cattolica, serie V, vol. X, p. 327 ss., onde in tedesco: «Belenchtung der Papstfabeln von Dollinger» Mainz 1866, p. 21 ss. L'affermazione del Dollinger (ivi p. 76) che Adriano I alluda alla donazione, non si può dimostrare, ma invece è sommamente probabile che il documento sia stato composto in Francia e primieramente per rispondere ai greci (Grauert, Die konstantinische Schenkung [Histor. Jahrb. 1882, p. 3 ss.; 1883. p. 45 ss. 525 ss. 674 ss.; 1884, p. 117 ss.]). Cf. Martens, Die falsche Generalkonzession Konstantins d. Gr. Munchen 1889; Friedrich, Die konstantinische Schenkung. Nordlingen 1889; Weiland, Die konstantinische Schenkung (Zeitschr. fur Kirchenr. 1889, p. 137 ss. 185 ss); Scheffer-Boichorst, Neuere Forschungen uber die konstantinische Schenkung (Mitteil. des Inst. fur osterreich. Gesch. 1889, p. 302 ss.; 1890, p. 128 ss.); Loning, Die Entstehung der konstantinischen Schenkungsurkunde (Histor. Zeitschr. 1890, p. 193 ss.).

(130) Intorno alla sovranità dei papi vedi Cenni, Mon. II, 50-52, 60, 62, 72-75.

(131) Consenso col diploma di Tionville (Baluz., Capitularia reg. Franc. I, 437. Pertz, Leg. I, 141). Einhard., Annales a. 806. Jaffè l. c. p. 312. Cf. Gosselin, Die Macht des Papstes im Mittelalter I, 312 ss.

(132) Sopra il dissidio di Ludovico il Pio 814-815 v. Einhard., Annales h. a., Annales Lauresh.

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