Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_08)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867). CAPO OTTAVO. Alleanza del papato con i Carolingi, fondazione dello Stato ecclesiastico.



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867)

CAPO OTTAVO.
Alleanza del papato con i Carolingi, fondazione dello Stato ecclesiastico.

§ 1.

I papi intanto, abbandonati e lesi gravissimamente nei loro diritti da Bisanzio, angustiati in Roma stessa dai longobardi, cercarono rifugio nei franchi, nel cui potente impero già si era avviata una efficace riforma ecclesiastica, mediante l'operosità congiunta di s. Bonifazio e dei Carolingi.
Dopo la morte di Zaccaria (14 marzo 752), fu tosto eletto il prete Stefano, che non regnò più di tre giorni (e di solito non è contato); e dopo lui, un altro Stefano (II, per altri III), nativo di Roma ed allevato in Laterano.
Il re longobardo Astolfo minacciava in quel tempo il territorio di Roma, avendo già occupato Ravenna con altre piazze dell'Italia centrale e quivi posto fine alla dominazione dei greci. Il papa inviò a lui Paolo diacono, suo fratello, e il primicerio Ambrogio con ricchi doni, i quali riuscirono a comporre una pace o tregua di quarant'anni. Ma indi a quattro mesi Astolfo la ruppe e quasi che Roma gli si fosse già soggettata, impose ai romani un tributo di un soldo d'oro per testa. Deputati a lui dal papa due abati per una composizione, li rigettò dispettosamente. Venuto poi da Bisanzio a Roma Giovanni, silenziario dell'imperatore, con lettere al papa e ad Astolfo, Stefano lo fece accompagnare al re dal proprio fratello. Ma Astolfo, richiesto dalla corte greca di restituire l'esarcato, si ricusò con dire che avrebbe inviato all'imperatore un proprio messo, trascelto nel suo popolo. Stefano allora mandò, insieme con Giovanni, lettere e messi a Costantinopoli pregando istantemente l'imperatore di venire, secondo che aveva dato promessa, in aiuto all'Italia con un esercito, e restituirvi la sua potenza. Ma Costantino V nulla fece; egli sembrò rinunziare alla propria dominazione in Occidente, lasciandovi i suoi sudditi indifesi. Intanto il pericolo ogni di più stringeva; Astolfo minacciava di passar a fil di spada tutti i romani. Stefano fece una solenne processione con l'immagine di Cristo; indi, tentato invano altri negoziati a Pavia, si rivolse al re dei franchi Pipino, supplicandolo della sua protezione e d'inviargli messi che l'accompagnassero sicuramente nel regno di Francia. Pipino vi consentì di buon grado e spedì tosto gl'inviati. Allora, non avendo più l'inviato imperiale altro consiglio a proporre che un nuovo e, secondo le previsioni, inutile viaggio del papa ad Astolfo, il quale del continuo minacciava il ducato romano, Stefano richiese il re di un salvacondotto per sé e per i suoi compagni. E ottenutolo, dopo l'arrivo degl' inviati franchi, Crodegando vescovo di Metz e Autcario duca, con essi e col suo seguito si accinse, benché infermo, al difficile viaggio, tra le lagrime dei romani, ai dì 14 di ottobre, 753. Dalla corte di Pavia non vi era cosa da sperare; né Astolfo consentì, se non a malincuore e per timor di re Pipino, che il papa si trasferisse con gli inviati dei franchi nel loro regno. Al 15 di novembre, Stefano lasciò con essi e coi vescovi di Ostia e di Nomentum la capitale longobarda, dopo fatti cadere a vuoto gli sforzi del re per ritenerlo. Tra infiniti stenti valicò le Alpi, e pervenuto al monastero di s. Maurizio nel Vallese incontrò l'abate Falrado e il duca Rotardo mandatigli innanzi da Pipino. Con essi proseguì di poi fino a Ponthion, ove il re con tutta la sua famiglia e infinito popolo l'accolse e gli tenne per un buon tratto il cavallo. Quivi il papa, ai 6 di gennaio del 754, sollecitò il re di pigliare la protezione della Chiesa romana e di tutto lo Stato romano; e il re lo promise con giuramento. Indi Stefano mosse con la famiglia reale a Parigi, ove prese stanza nel convento di s. Dionigi e vi stette alcun tempo ammalato. Quivi unse re dei franchi Pipino, insieme coi figliuoli Carlo e Carlomanno, dando loro in uno stesso, come a protettori della Chiesa romana, il titolo di «Patrizi Romani» (104). Appresso, egli si rendé con Pipino a Quierzy (Carisiacum) presso Noyon, dov'erano convocati anche i signori del regno, a cagione di determinare per l'appunto i soccorsi da doversi prestare al pontefice. Quivi il re fece promessa che alla Sede romana andrebbe il dominio da ritogliersi ai longobardi, e in generale un territorio partitamente confinato, da cui ebbe avviamento la formazione dello Stato ecclesiastico (105). Astolfo intanto fece prova di contrapporsi al papa nello stesso impero dei franchi, inviandovi Carlomanno già monaco in Monte Cassino, ma non profittò; come neppure ebbero effetto gli sforzi di Stefano e di Pipino per condurre lui ad una pace ragionevole.
Un esercito franco, inviato da Pipino oltr'alpe, fu assalito da Astolfo con forze di molto preponderanti, e nondimeno lo vinse e forzò a rifuggire in Pavia, sua capitale. Pipino allora, col grosso del suo esercito e accompagnato dal papa, si accampò innanzi a questa città e costrinse Astolfo rinchiusovi a dare solenne parola di restituire Ravenna e le altre città, e di lasciare in pace il territorio romano. Ma questi, appena sciolto dal timor del pericolo, più non pensò a tenere il giuramento, e non solo non isgombrò alcuna città occupata, ma nel 755 imprese una nuova spedizione su Roma, ne mise male e ne saccheggiò i dintorni, mettendosi ad assedio intorno alla stessa città ed esigendo che fosse a lui consegnato il papa. Stefano e i romani a lui strettamente uniti supplicarono istantemente, a nome di s. Pietro, il re Pipino di venir loro in aiuto. Questi infatti ricomparve nel regno longobardo e necessitò Astolfo di levare l'assedio da Roma, affine di conservare Pavia, indi restituire eziandio i dominii conquistati, l'esarcato e la Pentapoli, i quali dall'abate Fulrado a ciò deputato furono rimessi alla Sede romana. I più riguardevoli abitanti delle città di Ravenna, Rimini, Pesaro, Cesena e simili furono inviati a Roma; le chiavi delle città e l'atto di donazione deposti sulla tomba di s. Pietro, quasi ad assicurarne l'esterno dominio del principe degli Apostoli e del pontefice suo rappresentante. E quando poi gl'inviati greci, mediante profferta di danaro, richiesero da Pipino la riunione di questi dominii al loro impero, egli risolutamente li ributtò, protestando: «non avere sé per amore di uomo del mondo preso a condurre quella guerra, ma per amore di s. Pietro e a fine di conseguire la remissione dei suoi peccati; né mai per tutto l'oro del mondo mancherebbe della fede data alla Chiesa romana». Parimente andarono in tutto fallite le prove successive, che tentarono i bizantini, sia per guadagnare con ricchi doni e profferte Pipino e di poi il nuovo re dei longobardi, Desiderio, sia per tirare ai loro vantaggi la popolazione di Ravenna e l'arcivescovo Sergio e levarvi una fiera sommossa, che doveva essere sostenuta da un'armata greca, indi corrompere altresì i legati del papa e segnatamente, Marino, prete cardinale mandato nel regno dei franchi.
L'Italia centrale si conservò libera dal giogo dei greci, che già sotto un imperatore eretico era divenuto incomportabile, né più poteva durare. Gli imperatori greci non erano stati abili a mantenere il dominio fondato sulla conquista di Giustiniano, e avevano lasciato spegnere i loro diritti, abbandonando i sudditi italiani nelle distrette. E intanto la formazione di una nuova potenza italiana era divenuta una necessità politica, né di questa potenza vi erano altrove elementi che nella Sede papale. Questa portava già da tempo il carico del reggimento temporale per la maggior parte, a quel modo che Pipino e i suoi antecessori nell'impero dei franchi: aveva per sé l'adesione universale e il consenso della popolazione, di cui era stata fino allora rifugio e sostegno. Il papa rispetto a Roma e al distretto romano era già in addietro riconosciuto per capo supremo, anche nel temporale. Né Roma, essendo mai stata conquistata dai longobardi, fu compresa nella donazione; e i luoghi a lei appartenenti, come Narni, non furono donati, ma restituiti: Ravenna e gli altri dominii solo ebbe il papa della legittima donazione di Pipino e in virtù dei trattati con esso conchiusi. Così lo stato papale si fonda sui migliori titoli giuridici. I papi, come principi italiani, assunsero del pari che gli altri principi tutti i diritti e doveri, che sono di necessità ad assodare e custodire una signoria di dentro e di fuori. Ma senza ciò, essi avevano in virtù della loro spirituale dignità una potenza politica di lunga mano più alta. Così essendosi Rachis, già re e poi monaco, ribellato contro Desiderio, questi invocò l'assistenza di Pipino e del papa, che gli fu espressamente conceduta, e restituì quindi al pontefice le altre città ancora occupate, come Faenza, Imola, Ferrara, Ancona. Stefano, dopo un travaglioso, ma gloriosissimo pontificato, passò di questa vita, al 24 d'aprile dell'anno 757.

§ 2.

Una fazione si dispose allora di sollevare alla cattedra romana Teofilatto arcidiacono, e un'altra Paolo, diacono assai operoso e fratello del papa precedente. Questo secondo ebbe il vantaggio, e fu consecrato ai 29 maggio 757. Paolo I (757-767) si tenne col re Pipino in ottime relazioni; ma con Desiderio re dei longobardi fu in discordia per le molte inimicizie che questi esercitava contro il dominio del papa, e il ritener che faceva, diverse città già cedute alla Sede romana, come Imola, Bologna, Osimo, Ancona. Di che, venuto Desiderio in pellegrinaggio a Roma, il papa gli fece vive rimostranze; il re corse ai sotterfugi e richiese in particolarità che prima gli fossero rilasciati liberi gli ostaggi, che restavano ancora in mano dei franchi. Vennero degli inviati franchi a conchiudere il trattato; Desiderio ricercò il papa di riconciliarlo coi franchi; e il papa fece i passi a ciò necessari. Così, nell'aprile del 759, la Chiesa romana riacquistò in parte ciò che le apparteneva. Vero è che la pace non fu del tutto ristabilita, e Desiderio se ne rimase pieno di diffidenze contro il papa, a segno tale che non volle dare il passo per il suo regno agli inviati di lui. Ma con tutto ciò il papa non ebbe in sostanza a pericolare per altre contese che seguissero. Il carteggio tra Paolo e Pipino fa chiaro che quegli era veramente sovrano nel suo paese, ma che in tutti gli affari di rilievo si consultava con questo, come suo patrizio, e gli commetteva la giurisdizione richiesta a difendere effettivamente le possessioni del papa. Le controversie di confine, accese coi longobardi, ricercavano specialmente la mediazione del re dei franchi. Parimente con la corte bizantina correvano differenze religiose e politiche, e non pochi maneggi insidiosi si venivano tracciando a Costantinopoli; ma pure non si trascorse ad una guerra. Pipino accolse gl'inviati greci non altrimenti che in presenza dei legati del papa, e non si lasciò smuovere, né in riguardo ad interessi politici, né in rispetto alle questioni di fede, dall'intima sua unione con la Sede apostolica, come altresì protestò nella assemblea di Gentilly del 767.
Il papa Paolo I levò molti corpi di santi dalle catacombe e li trasferì nelle chiese di Roma, affine di guardarli dalla profanazione, giacché i longobardi, sotto Astolfo, erano spesse volte penetrati in quelle sepolture sotterranee (106).
Durante l'ultima malattia di Paolo I (+28 giugno 767), il duca Toto, nativo di Nepi, con Passivo e Pasquale, suoi fratelli, aveva già raccolto soldati, a cui molti campagnuoli si unirono, con animo d'impadronirsi della città di Roma. Egli mirava da prima a ridurre in sua mano il pontefice e trucidarlo, affine di sublimare alla cattedra romana Costantino suo fratello. Ma per la vigilanza di Cristoforo, primicerio dei notai, ne fu impedito e costretto a giurare che il papa futuro si eleggerebbe solo di universale consenso. Con tutto ciò, poco dopo egli ruppe il giuramento, si traforò in città e appena trapassato il papa, fece dai suoi aderenti condurre in Laterano il proprio fratello Costantino, quantunque laico tuttavia; e di poi conferitogli tutti gli altri ordini, dal vescovo di Preneste forzatovi dalle minacce, sotto l'assistenza dei vescovi di Albano e di Porto, consecrarlo vescovo di Roma, al di luglio 767. Il popolo fu necessitato a far omaggio all'intruso, e questi si mantenne per oltre ad un anno. Costantino ragguagliò della sua elezione il re Pipino, s'ingegnò di giustificare le irregolarità di quella, e assicurò che era stato necessitato dalla universale voce del popolo ad assumere il sommo Pontificato. Pipino si chiarì col suo silenzio contro l'usurpatore. Fra tanto i malcontenti fuorusciti, di cui erano testa il consigliere e primicerio Cristoforo e suo figlio Sergio tesoriere della Chiesa romana, ricorsero all'aiuto dei longobardi del ducato di Spoleto e di altri soldati di ventura; così rinforzati s'impadronirono del ponte della via Salaria, al 28 luglio 768, e quindi penetrarono in città. Quivi si appiccò una zuffa; il duca Toto vi fu morto, il fratello di lui, Costantino, fatto prigione. La fazione longobarda, che aveva dato mano a Cristoforo e a Sergio, presumeva senza saputa dei romani di gridar papa un monaco per nome Filippo: ma Cristoforo, Sergio e i loro amici si contrapposero arditamente, sì che quegli fu costretto di ritornarsene al suo convento. Indi si tenne grande adunanza di clero e di popolo; Costantino vi fu dichiarato per intruso e dopo ciò esaltato papa Stefano, prete di s. Cecilia, a cui Paolo I aveva già dato prove di gran confidenza. Ma innanzi che egli fosse consacrato, il che fu solo nella seguente domenica, il partito vincitore prese crudeli vendette dei nemici sbattuti, né in quel trambusto il nuovo papa valse ad impedirle. A molti furono cavati gli occhi, strappata la lingua; tanto le passioni politiche si sfogarono spietatamente. Di più Grazioso, uomo potente, penetrò con soldati nel monastero, ove dimorava Costantino deposto, ne lo strappò fuori e fece accecare. Anche tra i vincitori scoppiò discordia; e l'odio dei romani insorse contro i longobardi, fra cui il prete Waldiberto imputato di avere fatto congiura per dare la città in mano dei suoi connazionali, fu da prima incarcerato, indi privo degli occhi (107).

§ 3.

Papa Stefano III (o meglio IV) convocò nell' aprile 769 un sinodo in Laterano, a fine di restituire l'ordine; e secondo il suo desiderio, i figliuoli di Pipino vi deputarono dodici vescovi franchi, tra cui Wilicaro di Sens, Wulframo di Meaux, Lullo di Magonza, Adone di Lione. In esso concilio furono dannati il sinodo iconoclasta di Bisanzio del 754 e il conciliabolo tenuto dall'antipapa Costantino, interdetta l'esaltazione di un laico alla cattedra papale, pena la scomunica, poste ordinazioni su la elezione del papa e su gli ordinati da Costantino: questi dovevano ritenere il primo loro grado, e non già quello accordato loro dal papa; né più essere promossi ad altro maggiore (108). Vi fu introdotto Costantino privo degli occhi: confessò la sua colpa, ma si ostinò a difendere l'esaltazione di laici alla dignità episcopale, e con ciò mosse a tanto sdegno l'adunanza, che lo fece battere e cacciar via. Allora predominò in Roma il partito antilongobardo e franco, alla cui testa erano i due più potenti ministri del papa, Cristoforo primicerio e suo figlio Sergio, creato secondicerio.
Ma intanto la corte franca non meno che la longobarda cercavano di venire ad un accordo. Per mezzo della regina Bertrada (Berta), venuta allora in Italia, Desiderio procurò l'occasione d'imparentarsi coi franchi e con questo rimuovere la loro ingerenza nelle cose d'Italia. La regina madre negoziò con lui un doppio maritaggio tra le due famiglie reali: la sua figliuola Gisla sposerebbe Adelchi figlio di Desiderio; e uno dei figliuoli, Carlo o Carlomanno, la figlia del re longobardo, Desiderata ossia Ermengarda. Nessuna alleanza poteva essere più pericolosa alla indipendenza della cattedra romana, quanto questa cosiffatta; il re dei longobardi, tanto sleale e nondimeno già si potente, che primo aveva formato cotale disegno, ne avvantaggiava sommamente in credito e potere; e rimoveva d'un solo tratto mille ostacoli che gli attraversavano finora la via. E Berta in fatti riportò seco la fidanzata longobarda e insieme un trattato d'alleanza col regno dei franchi.
Carlo, persuaso dalla madre, s'indusse a quel matrimonio, dove per contrario Gisla sua sorella perseverò nubile ed elesse poi vita religiosa. Carlo, del pari che suo fratello Carlomanno, era di già stretto in matrimonio; e però dovette ripudiare la prima sua moglie per menare la seconda, e così gravemente offendeva la legge cristiana in uno dei punti di maggiore importanza.
Le negoziazioni tra le due corti si erano condotte di soppiatto e nascostamente alla Sede romana; la notizia quindi gettò in Roma lo sgomento. Papa Stefano ne scrisse lettere forti e risolute ai due re franchi, di cui uno doveva sposare la principessa longobarda, essendo il matrimonio effettivo di Carlo o sconosciuto ancora al papa o non anche compiuto: li sconfortava dall'imparentarsi con una schiatta così nemica alla Chiesa, sì sleale e odiata da Dio; massimamente che già erano amendue, per volontà del loro padre, legati in matrimonio con donne del loro paese, cui non potrebbero rimandare. Li scongiurava di guardarsi da una così fatta unione tanto rovinosa, la quale non avrebbe recato altro che sventure alla casa ed al regno, come nell'Antico Testamento le nozze, tanto strettamente proibite, con le figlie delle nazioni barbare e straniere; li ammoniva di non contravvenire alla legge di Dio, che vietava lo sciogliere un matrimonio a fine di contrarne un altro; alla qual legge il padre loro Pipino aveva obbedito in tutto, mosso dalle esortazioni del papa, e loro rammemorando i trattati di amicizia stretti con la Sede di Pietro li supplicava di non mettersi in lega coi suoi dichiarati e sleali nemici, di non avere in dispregio la voce del successore di Pietro, il quale aveva pure attenuto le sue promesse, né mai trasandato i vantaggi del regno dei franchi, ed ora insieme con tutto il clero ed il popolo tuttodì oppresso dai longobardi, implorava per il Dio vivo e per i santi tutti del cielo la loro assistenza. Il papa voleva che si impedisse il matrimonio di Gisla col figlio di Desiderio, e parimente si rinunziasse alle nozze della figliuola di costui, mantenendo fermo il primo vincolo di già contratto.
Egli aveva deposto la sua protesta contro cotali nozze sulla tomba di s. Pietro, e quivi celebrato i santi misteri; minacciava la scomunica, ove non fosse ascoltato.
Questa lettera, composta innanzi che giungesse notizia delle nozze di Carlo, ebbe il suo effetto; e fu, se non unica, certo una delle più potenti cagioni, per cui fino al 770 Carlo ripudiò la longobarda e la rimandò al padre, togliendo per donna Ildegarda di Svevia. Il che la madre di lui e anche il pio Adelardo, nipote di Carlo Martello, ma allora ancor giovane, l'ebbero per male, indi a non molto venne a morte Carlomanno; la vedova di lui Gilberga si ritrasse a Desiderio (109).
Desiderio intanto, vedendo i due ministri del papa, Cristoforo e Sergio, l'innovare di continuo le insistenze rispetto ai diritti della Chiesa romana e disturbargli tutti i suoi disegni, si dispose di rovinarli ad ogni costo. Si guadagnò il cameriere del papa, di nome Paolo Afiarta, e si brigò per suo mezzo di rendere odiosi anche al papa i due suoi contradittori.
Nell'anno 771, durante la Quaresima, lo stesso Desiderio, sotto colore di un pellegrinaggio a s. Pietro, mosse con forte esercito verso Roma.
I due potenti ministri del Papa levarono milizie dalla Toscana, Campania, Perugia, e chiamarono in lega quei franchi tuttavia dimoranti in Roma sotto la condotta del conte Dodone, a fine di difendere vigorosamente la città contro dei longobardi. Ma pervenuto Desiderio innanzi a Roma, e invitato per messaggio il pontefice a un colloquio, Stefano si condusse nel suo campo e ricevute le migliori assicuranze, tornossene tranquillo nella città guardata allora con ogni cura.
Paolo Afiarta, inteso si col re, cercò di levare il popolo a romore contro i due ministri del papa, mentre il re si disponeva di correre in suo aiuto. Ma i due ministri e il partito franco penetrarono armati in Laterano, cercandovi i loro nemici. In questa, il popolaccio, inasprito da tali mene e dimentico ogni rispetto verso il papa, sforzò le porte e si spinse infino alle stanze di lui; tanto che in quel frangente egli corse pericolo della vita e si l'affermò nei sospetti concepiti contro i due ministri. Ma presentatosi, con la sua comparsa quetò in parte il furore degli assalitori e con le rampogne li costrinse a sgombrare il palazzo. Il giorno appresso, recossi il papa a s. Pietro, indi al campo di Desiderio, il quale stavolta ricercò espressamente che gli fossero abbandonati Cristoforo e Sergio. Ma Stefano, tuttoché offeso con essi, non volle per niun conto assicurare in mano al loro mortale nemico due uomini finora sì benemeriti della S. Sede. Desiderio fece vista di ritenerlo in prigione col suo seguito; onde in ultimo il papa si volse ad una via di mezzo: mandò dicendo ai due ministri per via dei vescovi di Preneste e di Segni, alla porta di s. Pietro: posassero le armi, abdicassero le loro cariche e si rifuggissero in un convento, per iscampare la vita; o veramente comparissero davanti al papa, a fine di scolparsi innanzi a lui ed al re. Ma ambedue rigettarono la proposizione, protestandosi pronti ad affidarsi ai loro fratelli, i romani, non già ai longobardi. I due vescovi allora si volsero ai famigliari dei due ministri e loro rappresentarono i pericoli che minacciavano il papa in caso di più ostinata resistenza. A questo, molti seguaci di Cristoforo vacillarono; molti abbandonarono lui e il figliuolo suo come ribelli dal papa, e tra questi anche un loro congiunto, il duca Grazioso, il quale con più altri si condusse a papa Stefano per rinnovargli ubbidienza. Cristoforo e Sergio si risolvettero allora di condursi dal papa essi pure, ma dalle guardie longobarde furono presi e condotti al cospetto del papa e del re, Stefano ebbe dal re assicurazione giurata che gli sarebbero resi tutti i suoi diritti, se ne tornò liberamente in città, lasciando i suoi due ministri, che si dovevano vestir monaci, nella chiesa di s. Pietro, da cui egli disegnava trafugarli di notte in luogo sicuro. Ma Paolo Afiarta e i suoi fautori si traforarono di consenso del re nella Basilica, ne strapparono fuori i due perseguitati, e quivi alla porta della città li accecarono. Cristoforo ne morì subito appresso; Sergio visse ancora due anni in monastero, ma indi vi fu assassinato a istigazione dell'implacabile Afiarta (110).
Così, sotto Stefano, il partito longobardo aveva trionfato in Roma fuor d'ogni speranza, e Afiarta era salito e mantenutosi in grande potere, La corte franca però fu assai disgustata della rovina di Cristoforo e di Sergio: Stefano si ingegnò di rappacificare Carlo, esagerando fortemente le accuse mosse, e da lui credute vere, contro i due fratelli, ed esaltando i servigi resi da Desiderio alla Chiesa romana. Ma Desiderio, privato il papa dei suoi più valenti ministri e conseguito il suo intento precipuo, non tenne più fede. E agli inviati del papa, che gli recavano alla mente le sue promesse giurate, replicava con ischerno: «bastava che egli avesse liberato l'Apostolico dalle mani di Cristoforo e di Sergio e rassicuratolo contro ogni possibile vendetta dei franchi; come dopo ciò osarsi richiedere da lui ancora l'esecuzione di quelle promesse?»
Ma la condizione delle cose mutò rapidamente dopo la morte di Stefano avvenuta il 3 febbraio 772.

§ 4.

Dopo Stefano IV, fu eletto ad una voce Adriano, originato da una riguardevole famiglia romana e diacono di rara perizia negli affari. Egli era del partito franco, avverso ai longobardi, e studiavasi quindi a riparare le ingiustizie commesse dai fautori di Desiderio sotto il precedente pontificato. Richiamò gli sbandeggiati da Paolo Afiarta durante l'ultima infermità del pontefice, fece istituire una nuova ricognizione sull'assassinio del secondicerio Sergio, e a lui e al suo padre Cristoforo dare onorevole sepoltura in s. Pietro. Ai messi di Desiderio, che lo richiesero di amicizia e di alleanza, rinfacciò i tanti frequenti spergiuri del loro re, e le sue ingiustizie verso la Chiesa romana; e si mostrò nondimeno inchinato alla pace e disposto agli accomodamenti, deputando per ciò degli inviati al re.
Ma prima ancora della sua venuta, avevasi Desiderio usurpato Faenza, Ferrara e Comacchio, e stringeva Ravenna, mettendone a sacco i dintorni. L'arcivescovo Leone e il popolo con vive istanze richiesero il papa di aiuto, ed egli spedì suoi legati a richiamarsene fortemente appresso il re. E nella sua lettera indirizzata a Desiderio, lo riprende che lungi dal tenere le promesse, avesse ancora usurpato città e dominii posseduti già tranquillamente da tre papi.
Il re dichiarò che non restituirebbe nulla, se il papa non venisse a trattare personalmente con lui. Egli mirava con ciò a fate che Adriano coronasse il figlio di Carlomanno riparatosi da lui con la madre, e di cui egli pareva che intendesse caldeggiare e difendere le pretensioni al regno del padre.
Se il papa cadeva nelle reti, si inimicava Carlo, e contro di questo diveniva poi facile sollevare nell'impero dei franchi una sommossa in favore di suo nipote. Che se non consentiva, porgerebbe a Desiderio un pretesto, non pure di ricusarsi a restituire i dominii rapiti, ma di combattere novamente il pontefice e impadronirsi anche di Roma. Adriano, sagace uomo di stato, si addiede bene del tiro, negò di venire personalmente, non ostante tutte le pratiche fatte perciò dal re, e si contentò di tenere forte sui proprii diritti.

Il traditore Paolo Afiarta, il quale giocando di astuzia erasi giustificato innanzi al papa, siccome amico a Desiderio ed esperto dei negozi, fu dato compagno al notaio Stefano e con lui inviato a Desiderio: promise a questo che gli avrebbe dato nelle mani il papa, quando pure lo dovesse legare e trascinare con la corda ai piedi. Ma in questo mezzo fu accertato in Roma, lui essere stato istigatore della morte di Sergio, e tutti, nobili e popolani, supplicarono al pontefice di fare giustizia con tutto rigore. Quindi per comando del papa, l'arcivescovo Leone di Ravenna fece prigione lo scellerato in Rimini, e poi giudicarlo. Il suo delitto fu convinto appieno, massime che da Roma si erano spediti gli atti che toccavano i suoi complici. Il papa voleva solo punirlo di bando, ma l'arcivescovo Leone lo fece giustiziare dal magistrato di Ravenna.
Con lui il partito longobardico in Roma perdette il suo capo. Desiderio uscì allora in violenze più aperte, prese Sinigaglia, Urbino, Montefeltro, Gubbio, indi anche Blera e Otricoli in Toscana, malmenandone in più modi gli abitanti.
Tutte le lettere e i messaggi del papa caddero a vuoto. Anche le preghiere dell'abate Probato e dei monaci del convento di Farfa appartenente al regno longobardo e favorito sempre dal re, nulla poterono sull'animo di Desiderio; egli replicava di continuo la sua proposta dell' abboccamento personale col papa.
Il papa rispose che a questo precedesse la restituzione dei dominii rapiti; la quale compiuta, egli accetterebbe qual si fosse abboccamento. Ma nella primavera del 773, Desiderio mosse col suo esercito su Roma, menando seco la regina Gilberga coi suoi figliuoli.
I romani sgomentati avevano tutta la loro speranza nel papa, ed egli da un lato mandava per mare un messaggio a re Carlo e intanto faceva ogni opera di assicurare la sua capitale. Trasse milizie dalla Toscana romana, dalla Campania, dal ducato di Perugia e dal tratto della Pentapoli non ancora occupato dai nemici, affine di rafforzare la guarnigione di Roma; fece murare alcune porte, altre fortificare. Dalle basiliche di s. Pietro e di s. Paolo, poste fuori delle mura, fece levare e portar in città tutte le cose preziose e i vasi sacri, e chiudere al di dentro le chiese, acciocché i nemici non vi potessero penetrare che di forza e come sacrileghi predatori dei templi. Indi spedì all' incontro del re tre vescovi, che gl'interdicessero, pena la scomunica, di travalicare i termini dello stato del papa, senza l'assenso della Sede apostolica.
Desiderio ne fu colpito e attonito: e da Viterbo, ove l'avevano incontrato i legati, si ritirò inopinatamente a Pavia.

§ 5.

I tre legati del re dei franchi, condottisi da Roma a Pavia insieme coi legati di Adriano, si erano bene persuasi che Desiderio non aveva punto satisfatto alle richieste della Chiesa; ma nulla profittarono con lui. E parimente cadde vana un'altra legazione, che gli prometteva una ragionevole somma di danaro, quando si contentasse di adempire le antiche condizioni di pace. Allora Carlo radunò il suo esercito, e con una parte di esso mosse verso il Monte Cenisio, mentre il suo nipote Bernardo doveva condurre l'altra parte per il Gran San Bernardo. I longobardi si erano validamente trincerati ai passi delle Alpi, sì che già Carlo temeva di avere da indietreggiare; quando gli venne scoperta un'altra via, onde girare intorno ai passi occupati. Di che atterriti i longobardi abbandonarono il campo. Desiderio si chiuse in Pavia, Adelchi suo figlio con la vedova e i figli di Carlomanno, in Verona. Assai tosto i franchi ebbero la massima parte dell'Alta Italia. Così più città, possedute dianzi dai longobardi, come Fermo, Osimo, Ancona, ritornarono sotto la dominazione del papa; e anche i longobardi del ducato di Spoleto e quelli di Rieti si rifuggirono sotto la protezione e sovranità della Chiesa, nominandosi un nuovo duca a lei sottoposto. Carlo intanto poneva un regolare assedio alle due città assai forti e munite, di Pavia e di Verona. Innanzi che questa seconda si rendesse, Gilberga coi suoi figli cercò grazia dal cognato vincitore. Ma tirandosi in lungo l'assedio di Pavia, già fino al sesto mese, Carlo fece venire di Francia la sua consorte Ildegarda coi figli, e quindi si determinò, lasciato l'esercito all'assedio, condursi a Roma da lui non ancora veduta, e celebrarvi la Pasqua (2 aprile 774). Scortato da numeroso seguito, fece viaggio per la Toscana, già in massima parte a lui sottomessa, e il sabato santo fu alle porte della eterna città.
Sommamente splendida fu l'accoglienza, che il grato pontefice preparava al liberatore dell'Italia, al campione della Chiesa, al suo patrizio; ma questi non si attentò di entrare nella città altrimenti che dopo ottenuto il consenso del papa e date le guarentigie di sé che il papa stimasse. Ancora nel sabato santo, il papa e il re mossero da s. Pietro a Laterano: nelle feste susseguenti Carlo assisteva sempre alle funzioni solenni del papa: il quale diede a lui, con tutte le cerimonie di uso, le insegne del patriziato. Carlo poi, avanti la sua partenza da Roma, s'intese col papa intorno alle province ecclesiastiche del suo impero e al loro ordinamento, e solamente raffermò (a dì 6 aprile) la donazione fatta dal padre, aggiungendovi ancora qualche nuovo dominio, segnatamente il ducato di Spoleto già sottomesso alla sovranità del pontefice, e alcune città di toscana. Gli atti furono confermati dalle sottoscrizioni di vescovi e di abati, di duchi e di conti, e deposti sulla tomba di s. Pietro. Ma, poiché molti dei dominii donati alla s. Sede ancora non erano in potere di Carlo, egli promise più di quanto potesse in verità mantenere e che in effetto mantenesse di poi, al rimutarsi delle circostanze e dei disegni. Egli ritornò qui alla promessa fatta già da prima a Quiercy sotto Pipino, la quale aveva assai maggiore estensione che non il trattato conchiuso, dopo la seconda sconfitta di Astolfo, a Pavia: quello abbracciava eziandio la Corsica, i ducati di Spoleto e di Benevento, la Toscana longobarda e l'Istria (111).
Adriano e Carlo erano amici intimi: il papa ordinò nella romana liturgia preghiere solenni per il re e gli addimostrò in ogni modo il suo favore. Carlomagno pose anche fine al regno longobardo nel 774, presa Pavia e imprigionato Desiderio. Ma che egli dopo ciò sia tornato a Roma e avutovi da papa Adriano il privilegio di sollevare in avvenire alla cattedra papale, di investire tutti i vescovi, e che senza tale investitura niun vescovo potesse mai essere consecrato, pena la scomunica e la confiscazione dei beni, è una favola bastevolmente confutata dalle susseguenti lettere di Adriano; le quali da Carlomagno risolutamente esigono la piena libertà delle elezioni episcopali (112).
Ma con tutto che molte città allora tornassero agli stati della Chiesa, restavano tuttavia non pochi dominii in mano ad alcuni signori, i quali davano il guasto alle città del papa, come faceva Reginbaldo di Chiusi. Il duca di Spoleto vacillava nella sua fedeltà; e in Benevento padroneggiavano i longobardi sotto il duca Arichis, e ristrettisi coi greci di Sicilia, minacciavano al mezzodì degli stati della Chiesa. Di più l'orgoglioso Leone arcivescovo di Ravenna brigavasi di stabilire per sé nel suo territorio soggetto al pontefice, un principato indipendente e di tirare al suo disegno il re Carlo; sotto il cui vessillo egli si levò contro Adriano e sbandì gli uffiziali del papa.
Egli intitolavasi «Arcivescovo e Primate, Esarca d'Italia» e macchinava una formale ribellione. Carlo, chiamato dal papa in aiuto contro il ribelle, andò sulle prime assai riguardato; forse egli aveva dianzi fatto a lui qualche promessa così sulle generali, ma da quello fraintesa. Solo nel 776 l'arcivescovo fu ridotto all'ubbidienza; e nel 777 mancò di vita. Allora il papa riacquistò la signoria di Ravenna e l'arcivescovo tornò luogotenente del papa. Restarono tuttavia differenze tra Carlo e il papa, giacché Carlo, divenuto egli re dei longobardi, interpretava diversamente da Adriano la promessa del 774.
Nel 780 Carlomagno, a fine di porre riparo ai disordini; ritornò a Pavia e di quivi, nella Pasqua del 781, per la seconda volta a Roma; ove fece incoronare suo figlio Carlomanno, detto quindi innanzi Pipino, a re dei longobardi, e Ludovico a re di Aquitania; indi fece dono al papa di vari territorii della Sabina e della Toscana longobarda.
Il simile fece nel suo terzo viaggio di Roma, l'anno 787, quando sottomise il duca di Benevento. Dietro ciò, segui una maggiore tranquillità in Italia. La città di Capua si diede al papa; Benevento ritenne i suoi duchi vassalli.
Nel 792, avvenuta una grande inondazione in Roma, papa Adriano si recò intorno egli stesso su di una barchetta, affine di porgere al popolo conforto spirituale e materiale. Egli pure fece riedificare le mura e le torri della città e in ogni contingenza si diede a vedere un vero sovrano paterno. Finì di vivere al 25 dicembre 795, lacrimato amaramente, sì dal popolo e sì dal re Carlo, il quale di più volle ornare di un'iscrizione in distici latini la sua memoria (113).

§ 6.

Ad Adriano per voce unanime fu eletto a succedere Leone III nativo di Roma; e consecrato nella susseguente domenica. Leone III (795-816) inviò a Carlomagno, come a difensore della Chiesa, un vessillo e alcune reliquie delle catene di s. Pietro (114), ricercandolo che delegasse plenipotenziari a ricevere dai romani il giuramento di fedeltà. Carlo deputò a ciò l'abate Engelberto con ricchi presenti, e commissione d'intendersi col papa su tutti i doveri del patriziato.
Leone godé pace infino all'aprile del 799. Al 25 di esso mese una fazione nemica, di cui erano testa Pasquale e Campulo parenti dell'ultimo papa, l'assaltarono mentr'egli moveva processionalmente da Laterano a s. Lorenzo in Lucina, lo manomisero e provatesi più volte di accecarlo, infine lo gettarono in prigione. Ma egli ne fu sottratto dagli amici, e dal duca di Spoleto condotto in salvo nella sua città, mentre che a Roma i sollevati mettevano a ruba le case degli aderenti al papa. Da Spoleto, Leone si condusse con gran seguito a Paderbona, presso Carlomagno, che lo accolse a grandi feste e solennità, lo rassicurò del suo appoggio, e nel ritorno lo fece accompagnare dagli arcivescovi di Colonia e Salisburgo, da quattro vescovi e tre conti. Al 29 di novembre 799, Leone rientrò solennemente a Roma; indi gl'inviati franchi processarono i sollevati e li mandarono prigioni a Carlomagno.
Carlo poi, al novembre dell'800, si recò egli stesso a Roma, e vi fu accolto a splendidi onori. I nemici del papa intanto avevano portato contro di lui molte accuse, massime rispetto alla sua condotta: ma i vescovi franchi protestarono che a loro non si aspettava il giudicare della Sede apostolica, il papa essere giudice di tutti, e non avere sopra di sé un giudice superiore. Allora il papa liberamente, in presenza dei signori ecclesiastici e secolari adunati, giurò solennemente sui vangeli di essere innocente delle calunnie imputategli; e dopo ciò tutto il clero intonò l'inno di grazie.

§ 7.

Fu più volte preteso di mostrare che Pipino e Carlomagno, quali patrizi di Roma, erano i veri sovrani degli Stati della Chiesa. Ma ciò non meno ripugna al significato stesso del nome che alla testimonianza dei fatti. E in vero tutti i negoziati mossi con le corti greca, longobarda e franca dopo la dissoluzione dell' impero d'Occidente, erano avviati e condotti dai papi: i papi nominavano i giudici, e li deponevano; i papi esercitavano in breve tutta la podestà legislativa, giudiciale, esecutiva. Vero è nondimeno che ancora i patrizi avevano certa giurisdizione, ma questa solo straordinaria e dipendente dal papa e in ordine all'esecuzione, secondo che il debito di protettore richiedeva. Il popolo poi era obbligato a fedeltà verso il patrizio, ma solo in secondo grado: «fedele cioè al papa e al patrizio» in quanto che il primo ne era il sovrano, il secondo era il protettore, che doveva difendere e mantenere inviolati i diritti temporali della s. Sede. Per il che d'ordinario né i patrizi per sé, né i loro deputati non intervenivano se non a espressa richiesta del papa; essi invigilavano all'esecuzione delle loro donazioni e con le armi difendevano il dominio della Chiesa e qualche volta s'intramettevano intercessori presso il papa a pro dei colpevoli. In quella età di transizione non era sempre così determinata per appunto la separazione dei due poteri; ma egli è certo - e le lettere dei papi come dei re franchi lo mostrano aperto - che il papa innanzi al re poteva nominare sue città e suo popolo e Roma e Ravenna e le altre città come in tutto soggette alla sua piena signoria. Né i patrizi s'ingerivano della elezione dei papi; né tanto meno coglievano profitto materiale da questo loro titolo di onore, che per motivi religiosi accettavano. Essi invece con ciò si tenevano contenti che il papa e il re dei franchi vivessero in buona intelligenza ed amicizia, avessero i medesimi amici e i medesimi nemici, e partecipassero all'onore, che a s. Pietro e alla sua Sede romana si tributava in ogni luogo (115).
Il papa era certamente tenuto anche per capo supremo dello Stato romano, ossia della «republica» romana; ma i duchi e la milizia, il senato e il popolo non godevano che un'autorità subordinata in tutti gli affari di sovranità propriamente detta. Essi riconoscevano pure che il papa li governava; il papa conferiva la dignità di patrizio, mentre il popolo vi dava solo approvazione; né poteva il papa conferirla come capo dello Stato, ma solo come capo supremo della Chiesa, alla cui protezione essa era ordinata.
La Chiesa romana in Occidente fu l'unico resto dell'antico impero romano; essa, dopo compiutasi la totale separazione dagl'imperatori di Bisanzio, s'immedesimò al tutto con lo Stato di Roma; e ciò che a questo apparteneva fu significato come appartenente a s. Pietro: «Questa nostra republica romana» chiamava papa Adriano i paesi soggetti alla Sede apostolica (116). Anche, a questi tempi, le dignità e le cariche cittadine quasi non compaiono che nell'ombra, dove, per contrario, le cariche di palazzo che avevano loro sede in Laterano, rilevano sempre nel primo luogo. Nel palazzo del papa (palatium lateranense) si tenevano comunemente i giudizi, quivi si ricevevano i tributi e le ammende, e quivi erano pure le scuole o i seminari del clero, ove questo veniva educandosi alle diverse cariche ecclesiastiche e civili.
Fra tutte primeggiavano quelle dei sette uffiziali di palazzo, denominati iudices palatini. Primo era il primicerio, che soprastava ai notai, i quali formavano un collegio loro proprio, ed era soprintendente alla cancelleria del papa e una specie di segretario di stato, per autorità riguardevole tanto, che nella vacanza della sede, a lui spettava, insieme con l'arciprete e l'arcidiacono, spedire i negozi. Suo sostituto e ausiliare nominavasi il secondicerio, e lo rappresentava in assai negozi importanti, mentre quegli era spesso occupato nei concilii e doveva assistere al papa. Il terzo uffizio era l'arcario o tesoriere; quarto il sacellario, preposto alle paghe degli uffiziali e dei soldati e dispensatore delle elemosine e dei doni. Indi il protoscrinario o primoscrinio era soprintendente all'archivio; il primicerio dei defensori, che anche nelle funzioni ecclesiastiche teneva un grado assai eminente, era capo degli avvocati, che difendevano le cause della Chiesa e dei poveri, ed era anche giudice. Il nomenclator o adminiculator presentava al papa le suppliche portegli durante le processioni, ne sollecitava l'eseguimento, intercedeva a pro dei prigionieri, dei poveri, delle vedove: chiamava gl'invitati alla mensa del papa e introduceva alle udienze ed ai concilii.
I più di questi uffiziali esistevano fino dal sesto secolo, ma solo di poi a poco a poco si svolsero più ampiamente. S. Paterio, sotto Gregorio il Grande era secondicerio, papa Agatone aveva esercitato gran tempo l'uffizio di arcario; Gregorio II avanti al suo pontificato era sacellario. Alcuni di questi uffizi venivano anche riuniti in una sola persona: così Sergio, innanzi che fosse secondicerio, sotto Stefano IV era sacellario e nomenclatore. I congiunti di Adriano, che congiurarono contro Leone III, tenevano queste alte cariche, Pasquale di primicerio, Campulo di sacellario. Oltre a questi impieghi, durò lungamente quello di superista, cui occupava Paolo Afiarta. Egli era sopraintendente delle persone di palazzo e capo dei camerieri (cubicularii), come fu di poi il conte palatino di Laterano. Il vicedomino poi aveva l'amministrazione dei beni del papa e una sopraveglianza nel palazzo di Laterano; uffizio questo così onorato che, sedendo papa Zaccaria, n'era investito persino un vescovo, per nome Benedetto. Il vestiario o guardaroba custodiva gli oggetti preziosi e gli abiti pontificali del papa e aveva parimente degli aiutanti. Assai per tempo, e certo almeno sotto Leone III, vi aveva anche un bibliotecario della Chiesa romana, il quale carico fu esercitato più tardi (circa all'850) dal vescovo di Ostia. Finalmente anche i papi dai loro notai, difensori, diaconi e altri uffiziali, si sceglievano alcuni consiglieri (consiliarii) ovvero davano a persone particolari questo titolo. E già sotto Sergio I, si trova menzione di un Bonifazio «consigliere della cattedra apostolica» (117).
Non tutti cotesti dignitari erano preti, sebbene la più parte chierici. Né di rado avveniva che laici ammogliati occupassero eziandio alte cariche, massime quella del primicerio dei notai, agognata anche da duchi, come da Teodato e poi da Eustachio (802) e ottenuta eziandio più tardi da laici ammogliati (118).
S. Gregorio Magno in un suo sinodo romano del 595 (can. II) aveva ordinato che al servizio della persona del papa non si dovessero più adoperare laici, ma chierici o monaci. E in effetto le cariche suddette restarono poi in mano degli ecclesiastici, laddove quelle concernenti all'esterna amministrazione potevano essere occupate anche da laici ovvero da chierici inferiori; onde qui si mostra l'origine delle prelature, che di poi seguirono. Né la sovranità temporale della cattedra pontificia importava modificazioni molto notabili, poiché non isvolgevasi che lentamente e a grado a grado. In molte città i vescovi ebbero dal papa il carico di governatori, come a Ravenna. I precipui consiglieri del papa erano da tempo antico i vescovi più vicini, massime quelli di Ostia, Porto, Albano, Silva Candida, Velletri, Gabii, Preneste, Tivoli, Nomento, Anagni, Nepi, Segni, Lavicum; di poi i preti e diaconi, che presedevano alle chiese più riguardevoli, dai quali a poco a poco risultò il collegio dei cardinali.
Già nel 769 si trovano mentovati sette cardinali vescovi, e il nome di cardinali è usato fino dal VII secolo. E come il diritto romano allora vigente non istabiliva alcuna forma determinata, e questo rispondeva alla condizione del papa e all'indole dei tempi, i negozi temporali erano trattati alla stessa guisa che gli affari spirituali. Il papa o decideva per sé stesso mediante il consiglio dei vescovi e preti cardinali, ovvero deputava alcuni di questi affine di esaminare e decidere le questioni di diritto. Alle volte però non commetteva loro che la informazione e riservava a sé la sentenza (119).
Lo Stato della Chiesa abbracciava allora i seguenti dominii: I. Il ducato romano, che dal 705 incirca era governato da duchi inviativi dagli imperatori e comprendeva due parti: a) a sinistra del Tevere la Campagna romana, che stendevasi verso mezzodì fino a Terracina, e comprendeva così anche Tivoli, Segni, Anagni, Velletri e Patrico (quanto alla città suddetta di Terracina, essa fu in potere dei greci, governata dal loro duca di Napoli, fino al 777: papa Adriano per ottenere la restituzione del patrimonio circostante a Napoli, la fece occupare, e negatagli la restituzione, la ritenne); b) a destra del Tevere la Tuscia romana con Porto, Civitavecchia, Cere, Maturano, Otricoli, Todi, Narni, Ameria, Perugia, Blera, Sutri, Nepi. II. L'esarcato di Ravenna e la Pentapoli, Bologna, Imola, Faenza, Conca, Sinigallia, Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Bobbio fino a Sarsina e Serra, Forum Livii, Montefeltro, s. Marino e altri luoghi, donati da Pipino e da Carlo III. Diverse città e territori nella Tuscia longobardica, come Suana, Tuscana, Viterbo, Orvieto e altri, ceduti da Carlo dopo il 782.
Di già i papi avevano diritti sui ducati di Spoleto e di Benevento; ma essi non ebbero di loro due che alcune città, e nel 787 Sora, Arpino, Arca, Aquino, Teano, Capua. Altro di più fu promesso ai pontefici, come l'isola di Corsica, cui essi ancora non ottennero; e si tenne anche trattato da Adriano con Carlo intorno alla Sicilia. Quivi i papi possedevano due grossi patrimoni, di Siracusa e di Palermo, con diritto d'istanza e di libera amministrazione; e quando la corte greca li confiscò, i papi non restarono mai di rivendicarli. Carlo Magno pensò un tempo, nell'800, alla conquista dell'isola, posseduta dai greci e dagli arabi, e n'era stato autorizzato, sia come protettore della Sede romana, la quale vi avea perduto le sue possessioni, sia per cagione degli intrighi e delle ingiustizie dei patrizi di Sicilia e dei duchi di Napoli.
Ma i greci s'ingegnarono di stornare quel pericolo per via d'ambasciate, e Carlomagno del resto si trovava già troppo impigliato, sì che non poteva altrimenti condurre a fine l'impresa. Che se di poi il figlio di lui Ludovico, in un documento spesse volte però messo in dubbio, promise alla Sede romana la Sardegna e la Sicilia, egli aveva diritto di confermare ciò di che il papa aveva giuste pretensioni, ma non era del pari abile ad effettuarlo. Anche il nipote di Carlo, Ludovico II, pensò alla conquista di Sicilia; e similmente i susseguenti principi la promisero al papa, se Iddio la desse loro nelle mani.
Lo Stato della Chiesa era confinato a oriente dall'Adriatico, a occidente dal mar Tirreno: meno definiti erano i termini a settentrione e a mezzodì; ma generalmente il Po era il confine settentrionale, e il Liri l'australe (120).


NOTE

(104) Heinemann, Der Patriziat der deutschen Konige. Halle 1889. Froemann, The patriciat of Pipin (Engl. Hist. Rev. 1889, p. 684 ss.).

(105) Kehr., Die sog. Schenkung von 774 (Histor. Zeitschr. 1893, p. 385 ss.). Schaube, Zur Verstandigung uber die Schenkungsversprechen von Kiersy und Rom (Histor. Zeitschr. 1894, p. 193 ss.). Sackur, Die promissio Pipins von Jahre 754 und ihre Erneuerung durch Karl d. Gr. (Mitteil. des Inst. fur osterreich. Gesch. 1895, p. 385 ss., 1898, p. 55 ss.).

(106) Kraus, Roma sotterranea, 2a ed. p. 116 s.

(107) Cenni, Concil. Later. Steph. a. 769 nunc primum in lucem edit. ex ant. cod. Veron. M. S. Romae 1735, presso il Mansi, Concil. XII, 703-721.

(108) Sopra la consecrazione di Costantino e la «consecratio benedictionis», v. Hergenrother, Photius II. 352 ss.

(109) Cod. Carol. ep. 50 al. 45 presso il Mansi l. c. XII, 695; Baron. l. c. a. 770, n. 9 ss., Migne, Patr. lat. XCVIII, 250. Il Muratori (Annali d'Italia a. 770), il Mézerai (Hist. de France II [ed. 1685], 451), il Damberger (Kritikheft des Bandes II, p. 165 s.) ne misero in dubbio l'autenticità., ma senza bastevole fondamento. Che la lettera del papa abbia avuto gran forza per dividere Carlo dalla principessa longobarda, non si può bene impugnare. Infatti: 1) sarebbe al tutto contrario all'indole religiosa di questo principe l'ammettere ch'egli non abbia tenuto conto di questa lettera e dell'anatema minacciatogli; la lettera però era già stata composta (come dimostra il contesto) prima di ricevere l'annunzio di quelle nozze, e dovette fare su di lui tanto più forte impressione. 2) Carlo non aveva conchiuso quel matrimonio se non a persuasione e insistenza di sua madre, non per proprio impulso (matris hortatu, matre suadente [Einhard., Vita Carol. Magn. c. 18]). 3) Che poi Eginardo non sappia assegnare il motivo della separazione (l. c.: incertum qua de causa) fa piuttosto in favore della nostra sentenza; non la contradice. 4) Nè ciò toglie che anche altre cagioni lo movessero a quella risoluzione, ad es. la impotenza della principessa (Mon. S. Gall., De gest. Carol. Magn. II, 26), lo sdegno di Carlomanno per queste nozze (Andr. Bergom. Chron. n. 3. Pertz, Script. t. III), la deformità della sposa e la dubbia fede del costei padre. 5) Desiderio pare abbia attribuito principalmente al Pontefice la cagione del ripudio della figlia, come si vede dalla guerra mossagli e dallo sforzo di metterlo in odio a Carlo (Civ. Cattol. V [1863], 408 s.). Intorno ad Adelardo V. Paschas. Radb., Vita S. Adelh. n. 7.

(110) Intorno a diversi racconti della «Vita Stephani» e della «Vita Hadriani» in Lib. Pont. e nella Ep. 46 del Codex Carol. vedi Brunengo, Le origini della sovranità temporale dei papi. Roma 1862.

(111) Ottimamente si accordano le diverse testimonianze con ammettere che Adriano abbia fatto comfermare il primitivo «pactionis foedus» di Quiercy, come nella sua biografia si narra. Quel documento (Fantuzzi, Monum. Ravenn. VI, 264-267. Troya l. c. n. 681) è stato bensì più volte impugnato, ma esso concorda cou la «Vita Hadriaui, (Migne, Patr. lat. CXXVIII, 1179, n. 318. Pertz, Leg. II, 7); ed ha in suo favore molti argomenti intrinseci ed estrinseci. Conforme è il racconto che ne fanno il Leo (Chron. Casin. l. I, c. 8), e di poi il cardinale Deusdedit (Coll. canon.), Pietro Manlio (Ceucius Camerar. in libro censuum), il Chron. Farf. (Murat., Reg. I., Script. il, 2, p. 640). Bernardo di Guido (Mai, Spicil. Rom. VI, 168). Cf. Pertz l. c.; Hefele l. c. III (2a ed.), 577 ss. T. D. Mock (De donatione a Carolo Magno Sedi Ap. a. 774 oblata (Monast. 1861), p. 34 s.) sostiene che Pipino a Quiercy promise al papa l'Esarcato, la Pentapoli e Narni appartenente al ducato di Roma, e che Carlo nel 774 non solo confermò, ma allargò tale promessa; e conforme a ciò egli afferma che la «donatio Caroli» di cui è parola nella Vita di Adriano, non è una stessa con quella di Pipino del 754. Contro il Mock sta l'Abel (Papst Hadrian I, und die weltliche Herschaft des romischen Stuhles, in Forsch. zur deutschen Gesch. I [Gottingen 1862] quad. 3). L'Huffer (Histor. Jahrb. des Gorres-Gesellsch. 1881, II, 242 s.) difende assai bene l'autenticità della donazione di Carlo del 774; il Funk (Die Schenkungen der Karolinger an die Papste [Tub. Quartalschr. 1882, IV, 603 ss.]) impugna le testimonianze della «Vita Hadriani» e ascrive il «Fragm. Fantuzzi» al secolo X o XI. Ma vi è ora bastevole accordo su questo, che la promessa di donazione fatta il 754 a Quiercy e la confermazione di essa nel 774 sono genuine. Cf. Schnurer Die Entstehung des Kirchenstaates p. 37 ss. 81 ss. Ketterer, Karl d. Gr. und die Kirche. Munchen 1898.

(112) Il «Privilegium Hadriani pro Carolo» sta in Graziano (Decr. c. 22, d. 63), secondo Sigeberto di Gemblours (+1112); ed è già menzionato nel decreto dell'antipapa Leone VIII del 963 (c. 23, d. 63). Gerhoch di Reichersberg (Syntagma c. 10 p. 249) lo riteneva per genuino; Placido di Nonantola (+verso il 1120; De honore eccles. c. 102, 116 [Pez, Thes. II, 149, 154]) ne dubitava. Ne dimostrano la falsità: Baron. (l. c. a. 774, n. 10 sq.), il quale tiene Sigeberto per inventore, al tutto come Aubert. Mireo (Auctor. Aquicin. ad Chron. Sigeb. Gembl. (Pertz, Script. VIII, 393]); De Marca (De Concil. VIII, 12, 19, 6); Pagi (a. 774, n. 13 s.); Mansi (Concil. XII, 857. 894 s.); Natale Alessandro (Saec. VIII, e. 1, a. 9); Cenni (l. c. I, 498,518); Bianchi (Della potestà e polizia della Chiesa II, 228 s.); Berardi (Gratiani can. gen. t. II, pars 2, p. 187); Gallade (Diss. ad c. Hadrianus d. 63. Heidelberg. 1755), [Schmidt, Thes. iur. eccl. I, 252 s.]); Damberger (Synchronistische Gesch. II, 433); Hefele (l. c. III [2a ed.], 579); Phillips (Kirehenrecht III, § 124, p. 150); V, § 249 p. 763). Il «Chron. Casaur.» di Giov. di Berardo, composto solamente circa il 1182, si vale di Sigeberto. Contro la favola sta pure il diploma dato da Pavia il 16 luglio 774 (Bouquet, Recueil V, 725) e la presenza di Carlo nelle vicinanze di Vormazia, il 1° settembre (Annal. Lambec., presso il Murat., Script. II, 2, p. 105; Annal. Lauresh., presso il Mabillon, Annal. O. S. B. l. 24, n. 49). Assai probabilmente il falso privilegio potè venir fuori sotto l'imperatore Ottone I. Cf. Bernheim, Das unechte Dekret Hadrians I im Zusammenhang mit den unechten Dekreten Leos VIII, als Dokumente des Investiturstreits (Forsch. zur deutschen Gesch. 1875, XV, 618 ss.).

(113) Einhardt., Vita Carol. Cod. Carol. ep. 49, 52-55, 58, 60, 86, 88, 90, 92. Fasti Carol. presso il Mai, Spicil. VI, 185. Pag. a. 781 n. 71; 787 n. 6; 788 n. 4; 793 n. 9. Intorno alla lotta con Ravenna vedi Civiltà cattol. 1865, n. 364 p. 433 ss. Epitafio in onore di Adriano, presso il De Rossi, L'inscription du tombeau d'Hadrien I. composée et gravée en France par ordre de Charlemagne. Roma 1888 (Extr. des Mélanges d'archéolog. et d'hist. vol. VIII).

(114) Le «claves confessionis s. Petri» non sono le chiavi della confessione di s. Pietro, ma una specie di reliquie nelle quali i papi facevano legare in oro qualche grano di polvere delle catene dell'Apostolo. Cf. Gregor. Magn. l. c. 1. VI, ep. 6 ad Childeb. reg.: «Claves s. Petri, in quibus de vinculis catenarum eius inclusum est, excellentiae vestrae direximus, quae collo vestro suspensae a malis vos omnibus tueantur».

(115) Il patriziato istituito dai papi, diverso da quello che concedevano gl'imperatori romani d'Oriente, è descritto come «tutela, defensio, patrocinium, patronatus», e conformi a questo erano i suoi doveri. Bonizone (presso il Watterich, Vitae Rom. Pontif. I, 727) spiega il patriziato mediante il «patrocinium militum» chiesto già un tempo dagli imperatori greci, e dice che i comandanti imperiali furono chiamati patrizi «velut patres urbis». Non è esatto il concetto del patriziato nel Saviyny, Gesch. des romischen Rechts im Mittelalter I. 360; Palma, Praelect. Hist. eccl. II, p. 2, p. 59 s.; Gregorovius l. c. II, 503 ss. Dimostrano la sovranità dei papi: 1. la istituzione dei «iudices» (Cod. Carol. ep. 52 s. 75. Murat., Script. II, l, p. 346. Troya l. c. n. 958); 2. la supplica di Carlo al papa di concedergli colonne e mosaici dell'antico palazzo dei Cesari per Aquisgrana (Cod. Carol. ep. 67); 3. l'esercizio del diritto di batter moneta (monete di Adriano presso il Mozzoni, Tavole Sec. VIII, p. 95); 4. la supposizione dei romani, che il papa avesse il «ius gladii» nel processo contro l'Afiarta; 5. il silenzio dei capitolari intorno a Roma e al suo territorio (per es. Capit. Longob. 782 c. 10; Cap. gen. 783 c. 16), mentre i papi si attribuivano ed esercitavano la potestà legislativa (Cod. Carol. ep. 93); 6. la richiesta di una esplicita facoltà del pontefice per quelli che si recavano dal patrizio «aut pro salutationis causa aut quaerendi iustitiam» (ep. 98); 7. la vigorosa resistenza dei papi contro i tentativi degli uffiziali franchi, di esercitare diritti di sovranità negli Stati della Chiesa; e i richiami perciò portati presso il re stesso (ep. 71); 8. la mancanza di qualsiasi regia procedura nella violenta esaltazione di Costantino, nella disfatta del partito franco unito a Cristoforo, e così in altri casi. Solo una volta la sovranità del papa sopra l'esarcato è chiamata patriziato. - Patriciatus Petri (Hadr., Ep. 18 ad Carol. al. 85, t. I, ed. Cenni p. 521); ma qui il papa vuole solo porre di rincontro ciò che il papa e il re si debbono a vicenda; ond'egli usa tale parola secondo analogia e per metafora.

(116) I romani dicevano di Stefano e di Paolo I: «Fovens nos et salubriter gubernans, sicut revera rationales sibi a Deo commissas oves». Sopra l'espressioni di «respublica» e di «ecclesia Romana» v. Papencordt, Gesch. der Stadt Rom p. 107 s. Stefano (Ep. 7 Cod. Carol. p. 73, 75) congiunge: B. Petro sanctaeque Dei ecclesiae vel reipublicae Romanorum; indi: Cunctus noster populus reipublicae Romanorum. Così noi leggiamo: Haec nostra Romana civitas (ep. 58), civitas nostra Senogalliensis (ep. 40), civitates nostrae Campaniae (ep.61), in omnibus partibus quae sub ditione s. Rom. ecclesiae exsistunt (ep. 88), nostri homines, nostri fines (ep. 67, 85, 98). Il popolo romano è populus peculiaris et familiaris s. Dei ecclesiae (ep. 18, 37, 38), ecclesiae Romanae subiacens (ep. 35), grex specialis s. Petri (ep. 10). I Romani chiamano se stessi nel 757 «firmi ac fideles servi s. Dei ecclesiae et D. N. Pauli summi pontificis (ep. 15).

(117) Lib. diurnus Rom.. Pont. c. 2. t. 1, 5, 6,.7. Lib. pontif. (passim). Cf. Galletti, Del primicero della Sede R. e di altri uffiziali. Roma 1776. Papencordt l. c. p. 146 s. 148 ss. Reumont l. c. II, 145 sgg. Civiltà cattolica XX (sett. 1862), 656 nota 2; V (1863), 702 nota 2. Molto esattamente il Phillips, Kirchenrecht vol. VI § 298 ss. p. 343 ss.

(118) Primiceri laici si trovano anche più tardi, come Sergio sotto Giovanni X (Murator., Ann. d'Ital. V, 769), e Giovanni sotto Benedetto VIII (Vat. Cod. lat. 7059).

(119) Intorno ai vescovi suburbicari e della media Italia vedi il Phillips, Kirchenrecht VI, § 274-283, p. 130-220. Sopra i cardinali vedi ivi, § 265 ss. p. 39 ss.; vol.. V, 2, p. 457 ss. e il Sagmuller, Die Tatigkeit und Stellung der Kardinale bis Papst Bonifaz VIII. Freiburg i. Br. 1896. Il nome di «Cardinales» nel Lib. diurno» c. 2, tit. 8, in diversi. «Ordines Rom.» presso Zachar. ep. 3 ad Pipin. c. 1, 4; Leo IV, In Conc. Rom. a. 853 e altrove, «Cardinalis» è spesse volte in opposizione a «visitator» ovvero «delegatus», e inchiude un «ius proprium» fondato sopra un titolo fisso. In Gelas., Fragm. ep. 5, ed. Thiel, p. 485, il vescovo Celestino è deputato a consecrare per la chiesa di s. Eleuterio il diacono Giuliano, ma vi si aggiunge: Sciturus eum visitatoris te nomine, non cardinalis creasse pontificis; Fragm. 6, p. 486, si dice al vescovo Sabino il quale doveva ordinare diacono il difensore Quarto: Noverit dilectio tua, hoc se delegantibus Nobis exsequi visitatoris officio, non potestate proprii sacerdotis. Qui proprius sacerdos vale certamente come sopra pontifex cardinalis. Gregorio II fu pregato dai napoletani di promuovere al grado di episcopus cardinalis Paolo vescovo di Nepi, istituito loro visitatore (l. II, ep. 9 ed. Bened. n, 574). A Nepi diede il papa un visitatore (l. II, ep. 6, 9, 10. 15, 26; ibib. p. 558, 572 s.). Gregorio (l. II. ep. 37) oppone alla «ecclesia in qua prius ordinatus es» la «ecclesia in qua a nobis incardinatus es». Spesso nondimeno le condizioni erano diverse. Dei vescovi, le cui cattedrali erano state distrutte, venivano chiamati ad altre, ad esse incardinati, ma con questo che potessero ritornare al primo loro stato non appena i motivi della incardinazione cessassero. Un tale «episcopus cardinalis» si distingueva dal «proprius», dacchè egli era trasferito in certa maniera fino al ristabilimento del suo vescovado,

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