Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_07)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867) CAPO SETTIMO. La Chiesa nel regno dei franchi e l'operosità di s. Bonifacio.



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867)

CAPO SETTIMO.
La Chiesa nel regno dei franchi e l'operosità di s. Bonifacio.

§ 1.

Il territorio soggetto alla dominazione dei franchi, il quale sotto i Merovingi andò sempre più dimembrandosi in vari regni, abbracciava, sul cominciare del secolo ottavo, tutta la Gallia romana, cioè a settentrione il primitivo regno de' franchi (Neustria a ponente, e Austrasia a levante), a mezzogiorno l'Aquitania con la Vasconia e la Borgundia, indi, più là, nelle regioni del medio e dell'alto Reno, del Meno e dell'alto Danubio, l'Alemannia, alla quale si aggiungevano verso oriente i baiuvari (bavaresi) e i turingi. Il cristianesimo era ancora ben lungi dall'aver predominio sia nell'Austrasia, come nelle regioni situate a oriente del Reno. Ma, grazie ai progressi della potenza dei franchi e all'operosità di numerosi missionari (v. vol. II, pag. 436 e sgg.), la vera fede vi si propagava sempre più largamente. La Chiesa, all'entrare dell'ottavo secolo, aveva preso piede da per tutto nell'Austrasia, nell'Allemagna, tra i baiuvari, e tra questi particolarmente per opera dei duchi cattolici della casa degli Agilulfi.
I più ostinati a resistere ai missionari furono i frisii, o frisoni, che abitavano i Paesi Bassi, e avevano in odio il cristianesimo come religione dei franchi, loro nemici. Da prima li evangelizzò s. Eligio, e poi l'arcivescovo Wilfrido di York, sbandito dalla sua patria; il quale indi a poco s'inviò a Roma e più non vi fece ritorno; e dopo lui altri preti e monaci inglesi. A questa difficile missione si era consecrato con voto il monaco Egberto; ma da una tempesta di mare sbattuto indietro, si rese a predicare in Iscozia. Uno dei suoi compagni, Wigberto, giunse invece nei frisoni, ma se ne ritornò in Inghilterra quando in capo a due anni vide senza frutto le sue fatiche. Con tutto ciò egli non aveva deposto il suo disegno. E allora che Pipino d'Heristal ebbe conquistato parte della Frisia, stimò giunta l'occasione propizia. Quindi, circa al 691, Vigberto spedì nei frisoni dodici monaci assai valenti, e loro capo il prete Willibrordo, che era stato educato in Irlanda. Essi dovettero anzi tutto ricercare di protezione la corte francese; e il maggiordomo Pipino loro l'assicurò di buon grado. Villibrordo s'indirizzò poi a Roma, ove ottenne da Sergio I papa tutti i poteri e con essi doni di reliquie. Dopo ciò mise mano all' opera nella parte della Frisia soggetta a Pipino, e ne colse gran frutto. Nell'anno 696, egli fu consecrato arcivescovo a Roma col nome di Clemente. Wilteburg (Wiltrecht=Utrecht, Traiectum) divenne sua metropoli. Il suo fecondo apostolato nella Frisia vi trasse anche l'arcivescovo Wulframo di Sens, (712), che si proponeva di convertire eziandio quei frisoni che non sottostavano alla dominazione dei franchi. E già il potente loro principe Radbot sembrava disposto a ricevere il battesimo, quando volle sapere se nel cielo dei cristiani vi fossero anche i suoi antenati e connazionali pagani; e inteso che no, si rivolse indietro, né più volle sentire di battesimo. Perciò, solo dopo la morte di lui (719), e dopo nuovi assalti dei franchi nel paese dei frisoni, l'opera delle missioni riprese da capo maggiori vantaggi. Willibrordo si adoperò oltre quarantasei anni alla conversione dei frisoni, si condusse ben anco fino in Danimarca e passò di questa vita a ottantun anno il 739. Uno dei suoi compagni, per nome Suidberto, già canonico di York, evangelizzò i boructuarii (Frisia occidentale) a Berg, sul Weser, sulla Lippe, sulla Ruhr e sul Reno. In una invasione di sassoni fu costretto a fuggire, e fondò allora (prima del 713) sopra un'isola del Reno il monastero di Kaiserswerth.

§ 2.

Negli ultimi tempi del regno merovingio, la Chiesa dei franchi era condotta a tale stato che a più lungo andare sarebbe venuta ad una totale dissoluzione; la quale fu poi impedita mercé l'intervento dei maestri di palazzo più valenti. Né all'universale barbarie poteva contrapporsi il clero degenerato: ché molti vescovi e preti, per via di favore, di corruzione, d'inganni o eziandio di rapina, si erano traforati in quelle cariche e le amministravano con quelle arti medesime onde le avevano ottenute. Alcuni vescovi anzi, o per ispirito bellicoso o per prepotenza, venivano a guerre sanguinose. Così Savarico di Auxerre, dopo la morte di Pipino di Heristal, nel 714, si conquistò in quell'universale trambusto intiere province. Molti vescovi poi riunivano in sé più vescovadi e abbazie, come circa al 718 il vescovo Ugo di Roano i vescovadi di Parigi e di Bayeux e le abbazie di Fontenelle e di Iumiège. D'altra parte, anche dei vescovi erano assaliti e morti per violenza, come nel 707 i vescovi di Soissons, di Auxerre e di Mastricht; e così affine di difendersi molti prendevano le armi. Essi erano anzi cacciatori e soldati che pastori e maestri, e quindi rotti alla incontinenza. Monaci e preti morivano nella miseria, ovvero si abbandonavano a sfrenata licenza. Le molte guerre combattutesi sotto Carlo Martello inacerbirono il male; ché non pochi guerrieri guiderdonati con vescovadi, li sfruttavano indegnamente. Carlo Martello ebbe certo grandi meriti per le sue guerre contro gli arabi, contro i sassoni, contro i duchi ribelli; ma fu però in universale assai violento nel suo governo. Egli poi venne a tale di potenza che, dopo la morte di Teodorico IV avvenuta il 737, lasciò vacare il trono, si prese da sé tutto il governo e condusse gli Stati a consentire alla spartizione dell'impero tra i suoi figli Carlomanno e Pipino. E dopo la sua morte (15 ottobre 741) regnarono in effetto amendue, Carlomanno sui franchi orientali, alemanni e turingi; Pipino sui neustriani. È ben vero che nel 742 sollevarono al trono Childerico III, ma questi era al tutto inabile al regno, né fu altro più che un'ombra di re (71).
Fino a questo tempo durarono quivi le antiche relazioni col papa, come da prima nella Gallia romana. I papi, a richiesta appunto dei re, avevano commesso da lungo tempo il vicariato apostolico all' arcivescovo di Arles, e oltre a ciò inviato legati (72), accolto appellazioni (73), ordinato sinodi, fulminato abusi, ricevuto ragguagli sulle consecrazioni dei vescovi, preghiere per la concessione del pallio, dubbi su differenti questioni. I decreti loro erano riconosciuti con ubbidienza e rispetto. Ma dalla fine del secolo settimo, sembra che nello scompiglio di tutto il regno, e nella decadenza delle cose ecclesiastiche, si fossero di molto rilassati i legami di unione con Roma, a quel modo che decadeva e la costituzione metropolitana e l'istituzione dei sinodi.
Così il regno nella parte già appartenente all'impero romano precipitava a decadenza, e nelle regioni situate più a levante non era per anche giunto ad uno stabile ordinamento. Allora sorse per la Chiesa di Francia, opportunamente al bisogno, un salvatore nella persona di s. Bonifazio.

§ 3.

I tentativi di ridurre a cristianità i germani erano troppo disuniti e poco durevoli, mancando di una direzione unica e costante. A questo difetto fu rimediato solo nell'ottavo secolo dal monaco anglosassone Winfrido, onorato poi col nome di Bonifazio; ond'egli fu veramente l'apostolo della Germania e il riformatore delle condizioni religiose nel regno dei franchi. Winfrido era nato il 680 a Kirton nel regno di Wessex, da ricchi genitori; educatosi alla pietà ed alle scienze in celebri monasteri, in età di trent' anni ordinato al sacerdozio, ardeva nel desiderio di recarsi a evangelizzare i popoli pagani. Congedato a malincuore dal suo abate Wiberto, tra l'anno 715 e 716, venne con tre altri missionari nella Frisia, ove appunto Radbot guerreggiando con Carlo Martello aveva abbattute le chiese cristiane. Quindi, cadendo a nulla i suoi sforzi, Winfrido se ne tornò al monastero, e tosto dopo ne fu eletto abate. Ma ciò non l'arrestò dal rimettersi in via ad una nuova missione. Egli innanzi tutto si avviò a Roma (717), munito di lettere commendatizie dal degno vescovo Daniele di Winchester, e offrì l'opera sua di missionario al papa Gregorio II. Questi con ogni amorevolezza l'accolse, lo ritenne presso di sé quell'inverno, e sul fare della primavera gli diede quanti poteri bramava. Winfrido si recò da prima in Turingia (provincia franca dal 534), ov'egli trovò già cristiani e preti, ma non pochi viziosi e tinti di eresia. Dopo la morte di Radbot, nel 719, si ricondusse nella Frisia, ove l'arcivescovo Willibrordo lo accolse con gran gioia, e disegnò tosto ordinario suo successore. Ma avendo egli ricevuto dal papa la missione per i germani orientali, nel 722 fece ritorno in Turingia. Cammino facendo per quel di Treviri, guadagnò ai servizi della Chiesa un giovinetto quattordicenne, di nome Gregorio, discendente di Dagoberto III; che divenne poi uno dei suoi operosi coadiutori e abate di Utrecht (74). Nella Turingia franca, in un luogo detto Amanaburch (Amoneburg in Assia) condusse alla fede i più ragguardevoli abitanti, i fratelli Dierolf e Detdei (Detdig) con altri non pochi. Quivi fondò un monastero ordinato all'educazione dei cherici e predicò con felice successo. Lietissimo a tali annunzi, Gregorio II l'invitò a Roma, e il 30 novembre 723 l'ordinò vescovo per la Germania, senza certa diocesi; e insieme scambiò il suo nome Winfrido in Bonifacio (benefattore) o meglio Bonifazio (Bonifatius, Eutyches, fortunato). Il novello vescovo si obbligò con giuramento a insegnare la vera fede, a mantenere l'ecclesiastica unità e non avere comunione alcuna coi vescovi che contrafacessero ai canoni. E in effetto l'ubbidienza promessa alla romana Sede egli si sforzò di mantenerla sempre inviolata (75).
Dopo ciò, s. Bonifazio, munito di una raccolta di canoni, di reliquie, di molte lettere commendatizie a Carlo Martello, ai Grandi, ecclesiastici e secolari, del regno de' franchi, ai turingi e ai sassoni, se ne tornò alla sua missione. Il maggiordomo lo ricevette con benevolenza, e lo fornì di salvacondotto. Senza questo, appena sarebbe egli venuto a capo di vincere tanti elementi nemici, a distruggere l'idolatria, a proteggere gli ecclesiastici e i religiosi. Allora progredì rapidamente l'opera della conversione nella Turingia e nell'Assia. Sopra il consiglio di molti novelli convertiti, Bonifacio si deliberò di atterrare le querce presso Geismar, venerate da molti con onori divini; e risolutamente vi pose mano, non ostante la presenza di numerosi pagani. E già era cominciata l'opera, quando levato si un gran turbine di vento avviluppò un albero gigantesco, l'atterrò e lo squarciò in quattro parti. A tale vista cadde in molti ogni speranza nei loro Dei e ricevettero il battesimo. Del legno poi di quella quercia, creduta dianzi inviolabile, fece Bonifazio costruire una cappella a s. Pietro.
Egli penetrò di poi anche nei sassoni, ma non vi ebbe per allora alcun successo. Nella Turingia edificò parecchi monasteri, nominatamente Ordrauf presso Muhlberg, e chiese ad Altenberge tra la Leine e il fiume Apfelstadt. Il numero dei convertiti lo costrinse ben tosto a far venire nuovi aiuti d'Inghilterra. Fra essi illustraronsi particolarmente Burcardo, Lullo, i fratelli Willibaldo e Wunibaldo, e Witta: e tra le donne, le quali per lo più soprastavano a monasteri di religiose, andarono segnalate la dotta Kunigilda, parente di Lullo, la figlia di lei Beratgite, poi Kunitrude, che visse in Baviera, Tecla (in Kitzingen e Ochsenfurt), Lioba (a Bischofsheim nel Tauber), Walpurgis, ovvero Wallburga, nel monastero di Heidenheim (76).

§ 4.

Passato a miglior vita Gregorio II, l'anno 731, il successore di lui Gregorio III mostrò non meno favore allo zelante vescovo, che gli fece tosto omaggio per via d'inviati. Il papa lo nominò arcivescovo e vicario apostolico, e gli spedì insieme col pallio pieni poteri di consecrare vescovi in quelle parti, ove i cristiani si trovassero in numero considerevole (732) (77). Ma s. Bonifacio, il quale intanto (735) era passato anche ad evangelizzare i bavari, tra cui i molti abusi ed errori minacciavano di volere soffocare il buon seme della divina parola, si tenne contento per allora a fondare monasteri, come fece a Fritzlar, e per cagione della guerra di Carlo Martello e per altri impedimenti che si attraversavano, indugiò a istituire vescovadi fino al suo terzo viaggio di Roma (738). Di quivi ritornato l'anno 739, recò seco molte lettere del papa, per le quali erano sollecitati anche i vescovi degli alemanni e dei bavari a ristringersi con lui a concilio. Invitato poi da Adilone duca, si ricondusse un'altra volta in Baviera e la ripartì in quattro diocesi. A Salisburgo consecrò vescovo Giovanni venuto d'Inghilterra; a Frisinga Erembrect, fratello di Corbiniano; a Ratisbona Gaubald o Goibald; a Passavia insediò Vivilo già consecrato dal papa.
Indi si conferì nella Turingia e nell'Assia, e v'istituì nel 741 quattro vescovadi: Wurzburg, la cui sede si ebbe Burcardo, Buraburg (Burberg presso Fritzlar), di cui consecrò vescovo Witta (Wizzo, Albinus), Erfurt, che diede a Adalaro, ed Eichstatt, a Willibaldo. Per i tre primi, Bonifacio richiese e ottenne la conferma del papa Zaccaria, essendo, giusta al canone sesto di Sardica, istituiti in luoghi importami. Ma ad Eichstatt Willibaldo aveva ancora da edificare chiesa e città; e per ciò, quantunque ordinato già vescovo il 22 ottobre 741, a Salisburgo sopra Sala franca, non fu domandata la sua conferma che più tardi (78).
Non molto dopo la morte di Carlo Martello (15 ottobre 741), il figlio di lui Carlomanno, che ne aveva ereditato l'impero sui franchi orientali, chiamò a sé Bonifazio e gli espresse il desiderio che si raccogliesse un gran concilio, a cagione di ordinare e riformare le cose ecclesiastiche, Bonifazio ricercò il papa di consiglio e d'istruzioni, massimamente rispetto ai molti ecclesiastici indegni, i quali presumevano spesso di giustificarsi con dire che in Roma gli ecclesiastici non erano punto migliori, e con tutto ciò si rimanevano impuniti. Zaccaria rispose (a dì 1 aprile 742) che Bonifacio tenesse pure il sinodo, e contro i viziosi procedesse giusta la severità delle leggi della Chiesa; ai preti licenziosi non doversi dar fede alcuna; quanto agli abusi insinuatisi in Roma, averli sé rigorosamente puniti: al sinodo poi con Bonifazio potesse intervenire altresì Carlomanno.
In questo mezzo, presi tutti i provvedimenti opportuni, già si era celebrato ai 21 aprile 741 il primo concilio germanico, a cui intervennero, oltre l'arcivescovo s. Bonifazio e i novelli vescovi di Wurzburg, di Buraburg, di Eichstatt, eziandio quelli di Colonia (Raginfride), di Strasburgo e altri. L'istituzione dei nuovi vescovi fu ratificata, ordinata la restituzione dei beni di Chiesa rapiti, la punizione degli ecclesiastici licenziosi, la convocazione di un sinodo ogni anno; interdetto agli ecclesiastici portar armi, andare alla guerra e alla caccia, vestire gli abiti corti dei laici, commettere impudicizia qualsiasi; ai monaci ed alle religiose prescritta l'introduzione e l'osservanza della regola di s. Benedetto; ai vescovi imposta per dovere la visita della diocesi e l'estirpazione delle usanze pagane (79). In un altro concilio tenutosi a Liftine (secondo altri, Listine) furono raccomandati di nuovo e accresciuti questi decreti; punita di multa l'osservanza di superstizioni pagane; proibito cedere schiavi cristiani ai gentili; chiariti gl' impedimenti al matrimonio che provengono da parentela spirituale e ordinati varii provvedimenti all'istruzione dei fedeli (80). E acciocché nessuno potesse di poi scusarsi con l'ignoranza, fu steso un catalogo delle pratiche pagane e superstiziose, che si volevano sradicare.

A tali pratiche appartenevano: i sacrifizi e banchetti funebri; il bruciare i morti insieme con gli oggetti da loro lasciati, i cavalli e spesso anche donne e schiavi; le feste use a farsi in febbraio, a onore del sole ascendente, con sacrifizi di porci (feste sporche, Spurcalia); il visitare le cappelle degli idoli nelle feste private; il profanare le chiese con canzoni secolari, danze, banchetti, giuochi; l'offrire sacrifizi nei boschi, sulle rupi e sulle pietre; il fare sacrifizi a Mercurio (Wodan) e a Giove (Thunaer), e per i novelli convertiti offrire sacrifizi a certi santi nella stessa maniera che dianzi agli idoli; il portare amuleti, bandelle, collane, da servire a difesa dagli incantesimi o a rimedio; le fontane e i pozzi per i sacrifizi; le parole magiche, le predizioni fatte osservando gli uccelli o i cavalli, lo sterco dei tori, lo sternuto; i sortilegi, i pronostici e le interpretazioni dei segni; il fuoco sacro, che ottenevasi fregando insieme due legni e sopra cui saltavasi, a cagione di premunirsi contro dei mali, e se ne stimava il fumo medicinale. Anche le predizioni tratte dal cervello degli animali, e i sacrifizi di teste d'animali, e le osservanze praticate al focolare ovvero al cominciare di un affare; la credenza ai così detti luoghi infausti (luoghi di sventura); l'uso superstizioso delle erbe, in ispecie del caglio (galium verum), i giorni festivi consecrati a Thunaer e a Wodan; il ricorrere alla luna in occasione di eclissi lunari; la fede negli spiriti della tempesta e ai loro serbatoi di acque; le fosse e gli scavi condotti intorno ai campi ad allontanarne le calamità; il correre alla maniera dei pagani con abiti e calzari stracciati; il canonizzare tutti i prodi morti valorosamente; gli idoletti fatti con pasta di farina in lievito e i fantocci di cenci; il portare intorno a modo di processione gl'idoli per i tempii; il sospendere a maniera di voti piedi e mani; l'opinione che le donne potessero con incanti guadagnarsi il cuore degli uomini e via via (81). Nel medesimo concilio fu anche stesa la celebre formola di fede e di abiura, in cui i novelli convertiti dovevano rinunziare «a Thunaer e a Wodan e a Saxnot e a tutti i maliardi che sono loro compagni» - ed è questo uno dei più importanti monumenti della lingua tedesca. Fino d'allora si cominciò a far imparare al popolo alcune orazioni in lingua tedesca e nella medesima lingua leggergli e spiegargli le lezioni della sacra Scrittura (82).

§ 5.

Di questo primo sinodo Bonifazio diede ragguaglio al papa, mandandogli, di concerto coi due maggiordomi Carlomanno e Pipino, degli inviati. E già, per innanzi, con assenso di Pipino, aveva egli esteso l'operosità sua anche al regno dei franchi occidentali, cioè dire la Neustria; in cui ogni legame coi metropoliti era quasi distrutto e l'istituzione dei sinodi provinciali da ottant'anni scaduta.
Bonifazio stabilì Grimone di Reims metropolita a Roano, Abele metropolita di Reims, e Hartberto a Sens, e loro ottenne il pallio. Ma non così tosto venne a termine di rimettere la gerarchia metropolitana: Treviri e Reims erano occupate dal potente Milone e costui non intendeva cedere ad Abele.
Nel marzo del 744, s. Bonifacio, in qualità di legato della santa Sede, celebrò un gran sinodo di 23 vescovi a Soissons, i cui canoni furono promulgati eziandio come leggi dello Stato (83): indi nel 745 tenne un sinodo generale dei franchi; il quale portò sentenza contro gli ecclesiastici rei di delitti, depose il vescovo Gewilieb, che aveva proditoriamente ucciso l'assassino di suo padre, statuì Colonia per metropoli di Bonifazio e diede assai canoni e lettere.
Anche di questo l'apostolo della Germania mandò relazione al papa, e lo richiese della sua confermazione non solo, ma di particolare istruzione e guida (84). A tale intento spedì, ancora nel medesimo anno, il prete Deneardo a Roma, e vi comparve al sinodo lateranese dell'ottobre 745. Il santo apostolo era di più, a quel tempo, travagliato in mille guise dagli eretici Adalberto e Clemente e dai loro sedotti. Il papa anche in tale contingenza gli prestò man forte, scrisse ai principi franchi in suo favore e fulminò severa condanna contro i persecutori (85).
Bonifacio nulla imprendeva, senza consenso della Sede romana; e non solo negli affari di rilievo ma nelle cose ancora di minor momento ne ricercava il consiglio (86).
Le consultazioni del grande arcivescovo con la Sede romana, sotto quattro papi diversi, riguardano le più svariate questioni, come il cibarsi di lardo e delle carni di cavallo (e queste furono proibite da Gregorio III in riguardo ai costumi barbari dei germani); il modo da tenere in caso di battesimo dubbio (87); le penitenze da imporsi giusta i varii delitti; le preghiere per i morti; la dottrina di Virgilio, che si desse un altro mondo e altri uomini agli antipodi: il che papa Zaccaria riprovò sotto questo rispetto che, giusta le nozioni geografiche d'allora, ammettere gli antipodi era un negare l'unità del genere umano definita dalla Scrittura e dalla Chiesa (88).
Nel 746, Bonifazio, per decreto dei principi ecclesiastici e secolari, ebbe a metropoli Magonza in cambio di Colonia, data poscia ad Agilolfo (89).
La nuova metropoli, l'affermata dal papa nel 748, aveva sotto di sé i vescovadi di Utrecht, Tongres, Colonia, Vormazia, Spira, Augusta, Coira, Costanza, Strasburgo, Wtirzburgo, Eichstatt, Buraburg ed Erfurt. I due ultimi nondimeno scomparvero tosto. Il secondo vescovo di Buraburg, che fu Magingozo, fermò la sua sede a Fritzlar; ma questa città fu poi unita con l'Assia franca a Magonza, e così del pari, nel 753, Erefurt. Appresso, nel loro luogo succedettero Paderbona e Halberstadt. Colonia pretese tosto che Utrecht fosse a lei soggetta come vescovado suffraganeo; Bonifacio si contrappose e voleva che Utrecht dovesse sottostare immediatamente alla Santa Sede. Ciò nondimeno Colonia ottenne di poi (tra il 794 e 799) la dignità di metropoli con Utrecht a suffraganea. Ma s. Bonifacio aveva sempre in mira la conversione dei frisoni: laonde supplicò al papa di avere un successore; ma non ebbe da lui che facoltà di scegliersi un coadiutore con diritto di successione (90). Egli raccolse ancora parecchi sinodi, in cui furono riconosciuti i ventisette capitoli inviati da papa Zaccaria, e con essi altri copiosi statuti (91).
Di più si adoperò a giovare alla Chiesa della sua patria, venuta in grande scompiglio; e per sua mossa e per ordinazione di papa Zaccaria si tenne quivi nel 747 un sinodo di riforma a Cloveshoe (92).
Tra questo mentre Bonifazio (742-744) fondò il monastero di Fulda, che fu l'opera sua prediletta.
Uno dei suoi migliori discepoli era Sturmio, nobile giovinetto di Baviera, confidatogli dai genitori stessi a educare, indi allevatosi a Fritzlar sotto l'abbate Wisberto e di poi ordinato sacerdote. Sturmio anelava ardentemente a fondare un proprio monastero, e Bonifazio tosto glielo consentì, da poiché egli stimava i monasteri quasi tante colonie piantate su di un suolo appena conquistato, come fortezze in paesi novamente convertiti e come centri di novelle imprese. Inviò dunque Sturmio con due compagni a ricercare la solitudine di Buchenwald (Buchonia) per trovarvi un luogo da ciò: e Sturmio dopo lunghe ricerche trascelse un luogo nel paese di Grabsfeld, soprannominato Eichloch (il buco della quercia); il che Bonifacio approvò.
Sturmio fu primo abate del novello monastero, il quale divenne la residenza prediletta di Bonifazio, che lo visitava ogni anno, affine di godervi un breve respiro dalle sue fatiche. I monaci vivevano osservando con rigore la regola di s. Benedetto, anzi restringendola di vantaggio. Alla morte di Sturmio (799), il monastero noverava quattrocento religiosi, senza contare i novizi. Fulda poi divenne la scuola più ragguardevole per la formazione del clero di Germania, e fece a gara con s. Gallo e con Reichenau nel coltivare la pietà, le scienze e le arti.
Era questo come un grande e magnifico seme gettato pei tempi avvenire (93).

§ 6.

Così il povero monaco, che trent'anni addietro dopo vani sudori abbandonava il suolo dei frisoni, aveva poi con il suo coraggio, la sua fidanza in Dio, la sua incessante operosità, guadagnato al vangelo immense popolazioni, delle quali fu padre secondo lo spirito: egli arcivescovo e legato del papa con poteri amplissimi ancora sull'Austrasia e nella Neustria; egli convertito pagani senza fine, ordinato gli affari ecclesiastici, diradicati abusi, restituita l'istituzione sinodale nell'impero dei franchi, posto i fondamenti all'incivilimento e alla cultura della stirpe germanica. E con tutto ciò l'intiera sua vita era, e fu sempre, una serie continuata di sofferenze e di lotte; a lui capipopolo, eretici, preti licenziosi, vescovi pieni d'invidia e di ambizioni si attraversavano: spesso ciò ch'egli edificava, era da capo distrutto. Ma nulla valeva a sbigottire quell'animo indomito: egli riedificava l'opera sua distrutta, vinceva con la sua costanza gli ostacoli, restituiva la pace e l'unione, e ingegnavasi di assicurare stabilità alle proprie fondazioni, di proteggere i vescovi dalle rapine e vessazioni dei principi laici e mantenere nella costumatezza e disciplina cristiana i fedeli a sé commessi, conservandosi in intima unione sì col capo supremo della Chiesa e sì col reame dei franchi, il quale ebbe allora nuovo splendore in Pipino da lui coronato, l'anno 752, a Soisson (94). S. Bonifazio mai non aveva tregua nella sua prodigiosa operosità di predicatore della fede, fondatore di nuove chiese e monasteri, metropolita di tredici vescovi, restitutore della scaduta disciplina ecclesiastica. Ancora nel 753 ragguagliava Stefano III papa com'egli affaticavasi a rimettere in piedi più di trenta chiese bruciate dai pagani. E bene avrebbe potuto chiudere la sua vecchiaia in pace; ma dal suo zelo apostolico era sospinto alla conversione dei frisoni, presso i quali aveva dato principio alle sue fatiche, e doveva eziandio cogliere la palma del martirio. Egli quindi, con l'assenso di Stefano papa e di re Pipino, ordinò il suo discepolo Lullo a successore suo nell'arcivescovato di Magonza e ne confidò a lui intiera l'amministrazione (95). Dopo ciò, spregiando gl'incomodi e dell'età e del viaggio, si mise in via per la Frisia, accompagnato da un vescovo (Eobano di Utrecht), da tre preti, tre diaconi, quattro monaci e parecchi laici. Dopo un felice tragitto sul Reno, approdò alla Frisia, ove migliaia d'infedeli istruì e battezzò. Ma il dì 5 giugno 755 (96), mentr’egli aspettava lungo il fiume Burde, non discosto da Dockingen ovvero Dorkum, molti novelli convertiti per loro conferire la cresima, sopravvenne una masnada di pagani, i quali si erano giurati a uccidere il nemico dei loro Dei. Il santo proibì ai suoi ogni resistenza e li confortò a correre incontro allegramente alla vita eterna. Così egli con la più parte dei suoi compagni fu trucidato dai furibondi pagani, avendo già tocco il settantacinquesimo anno di età.
Ma il sangue del martire fecondò la semenza del cristianesimo nella Frisia, onde la conversione del paese si fece sempre più pronta. Liegi, Magonza, Utrecht e Fulda si contesero le spoglie mortali del grande apostolo; ma, conforme alla sua espressa volontà, le ebbe Fulda, ove da oltre mille anni sono venerate. Il gran benefattore della Germania sopravvisse nella memoria riconoscente dei suoi discepoli e figli spirituali, che seguitarono a operare col suo spirito, come nominatamente Burcardo di Wirzburgo, Willibaldo di Eichstatt, Lullo di Magonza (+786) e gli abati Gregorio di Utrecht (+781) e Sturmio di Fulda (+799). Le schiere dei pagani ogni dì più si assottigliavano tra i franchi orientali, e sulle costiere del Reno e del Danubio.
Fino dal 756, in un sinodo inglese raccolto sotto l'arcivescovo Eutberto di Canterbury, si deliberò di festeggiare in Inghilterra il dì della morte di s. Bonifazio, ogni anno ai 5 di giugno (97).

§ 7.

Con l'aiuto di s. Bonifazio, Carlomanno e Pipino si erano adoperati a rimettere l'ordine e la disciplina della Chiesa nel regno dei franchi, e stabilirvi un ben regolato governo ecclesiastico.
Carlomanno si valse di s. Bonifazio per la convocazione di un sinodo di riforma, e confermò i decreti dei suoi concilii del 742 e 743. Ma le restituzioni però dei beni di Chiesa, da principio promesse, non poté effettuarle per le strette necessità del regno. Ordinò quindi che una parte fosse ancora per qualche tempo deputata al mantenimento dell'esercito, come possesso precario e a censo: ma ciascuna corte pagherebbe annualmente dodici denari alle chiese interessate, né dopo la morte dei titolari più si rinnoverebbero le commende.
Con ciò si riconosceva pienamente il diritto della Chiesa sui beni a lei rapiti. Indi si venne alla degradazione e punizione degli ecclesiastici indegni e a rinnovare le antiche leggi della Chiesa. Nell’agosto poi del 743, sì Carlomanno e Pipino, come s. Bonifazio spedirono lettere e inviati a Roma, tennero ancora altri sinodi di riforma, pei quali papa Zaccaria scrisse nel 745 una lettera circolare, e rappresentarono più volte alla Sede romana svariate questioni sui matrimoni illeciti e sulla disciplina ecclesiastica (746). Nell'anno 747 Carlomanno stesso venne a Roma, a fine di rendersi monaco.
Pipino seguì ad operare al ristauramento delle chiese e alla estirpazione degli abusi, comeché avesse non rare volte a lottare eziandio contro i suoi stessi congiunti, come contro Grifone suo fratello minore (98).

Tra queste lotte Pipino già di fatto in possesso del potere, quale duca e maggiordomo, si prese altresì il titolo di re. Egli, dopo intesosi coi grandi del regno, fece dall'abate Fulrado di s. Dionigi proporre a papa Zaccaria la questione, se avesse da essere e chiamarsi re quegli che possiede ogni potere e deve condurre tutti i negozi del regno, ovvero quegli che ne porti il solo titolo. Il papa sentenziò in favore del primo: il diciottenne Childerico III fu confinato in monastero; Pipino sui campi di Soisson, conforme all'antica usanza, levato sugli scudi e proclamato re tra il settembre del 751 e il febbraio del 752.
Tale mutazione di dinastia recò la sicurezza e la prosperità all'impero, poiché dianzi gli alteri duchi nelle province negavano sottomettersi al maggiordomo, e da sé gli ultimi Merovingi erano impotenti al governo. La monarchia franca era regno elettivo; onde la nazione aveva diritto di confidare il governo al più capace. Ora la casa di Pipino aveva già da oltre un secolo esercitato la signoria di fatto e provatasi in molte battaglie. Childerico III medesimo era stato sublimato da Pipino e da suo fratello Carlomanno, i quali avrebbero potuto, come già il loro padre, tenere il trono per vacante. Il papa, da parte sua, aveva obbligo di definire secondo i principii della morale cristiana; che il bene del regno va innanzi al bene del privato, e stante la presente disposizione delle cose, l'esaltazione di Pipino al regno non era punto ingiustizia, potendosi bene all'autorità reale, che egli per volere della nazione possedeva, aggiungere anche il titolo di re (99).
Cotale atto religioso e politico era per altro di una somma importanza, altresì per la Chiesa, a cui la dinastia carolingia si mantenne sinceramente devota. Pipino fu pure solennemente coronato re, come già costumavasi coi re di Spagna nel secolo settimo e coi re d'Inghilterra (100).
Il nuovo re tenne, l'anno 753, a Vermeria nella diocesi di Soissons, una dieta, che statuì un capitolario di ventun canoni, in particolare sul matrimonio, sugli impedimenti del matrimonio e sulla vita coniugale. In un sinodo di Verneuil, del 755, si fecero pure venticinque canoni: e poiché il vincolo metropolitano non era peranche universalmente ristabilito, si stimolarono i vescovi a professare obbedienza a chi fra tanto teneva le veci del metropolita, e insieme con gli antichi canoni si raccomandò singolarmente la convocazione di due sinodi all'anno, l'osservanza delle regole monastiche, il mantenimento delle ecclesiastiche libertà, in particolare della esenzione dei chierici dall'obbligo di comparire in giudizio, e l'obbedienza dei preti diocesani ai loro vescovi.
Di questioni concernenti al matrimonio trattò di nuovo il sinodo di Compiègne (757), al quale intervennero due legati del papa, Giorgio vescovo e Giovanni sacellario. Oltre a questi, altri numerosi concilii si convocarono sotto Pipino, ma di essi ben poco ci è rimasto.
Similmente, nella Baviera indipendente, sotto Tassilone figlio di Adilone, fu tenuto un concilio ad Aschaim, ove nella chiesa di s. Pietro riposava il corpo di s. Emmerano. Questo concilio raccomandò al duca di avere in riverenza le leggi della Chiesa, di rispettare i beni ecclesiastici, di tenere diete pubbliche e di eseguirne tutti i canoni. Il re Pipino, riunito anche l'Aquitania al suo regno, morì nel 768 a s. Dionigi, in età di anni cinquantaquattro, avendo spartito il suo regno tra i suoi due figli Carlo e Carlomanno, in maniera che il primo si avesse la parte settentrionale, il secondo l'australe. Amendue inviarono, l'anno 769, dei vescovi franchi ad un concilio romano, ma presto la ruppero tra loro di modo che minacciava scoppiare una guerra civile; la quale solo fu impedita per gli sforzi di Berta loro madre e poi dalla morte di Carlomanno (dicembre 771). Allora Carlo fu dai grandi eletto re anche nei dominii di Carlomanno; e così il grande impero dei franchi si trovò riunito in un solo monarca (101).

§ 8.

Nei primi tempi della loro conversione i germani ancor non erano tanto innanzi nella cultura, e non potevano quindi per se stessi dare vita a proprie eresie; ma risentirono solo gli effetti di eresie straniere. Noi sappiamo che, intorno al 561, il re Chilperico studiava di spargere presso i franchi il sabellianismo, ma se ne restò, non trovando nessuna accoglienza nei vescovi (102). Con tutto ciò l'inclinazione alla superstizione presso il popolo porse comoda occasione a varii seduttori di profittarsene a loro vantaggio.
Così, al tempo di s. Bonifacio, noi troviamo in Germania diversi eretici; ma due soli, Adelberto e Clemente, ci sono descritti nei particolari. Adelberto, nativo delle Gallie, era un fanatico impostore, che cercava con le sue arti di guadagnare nel rozzo popolo seguito e venerazione. Pretendeva di avere ricevuto reliquie da un Angelo e di essere tanto innanzi nel favore presso Dio, che niente a lui si negava. Le sue cerimonie faceva egli in aperta campagna; quindi erigeva croci e cappelle, che dedicava al suo proprio nome; distribuiva i suoi capelli e le sue unghie quasi reliquie; dichiarava la confessione punto necessaria, da che a lui tutti i secreti erano aperti; e fomentava la superstizione del popolo con le sue formole di preghiere con nomi misteriosi di Angeli (Uriel, Tubuel, Tubuas, Simiel) e con una supposta lettera di Cristo medesimo, caduta dal cielo presso Gerusalemme. Da alcuni vescovi sedotti si fece conferire la dignità episcopale. Egli si traforava pure nelle famiglie e vi corrompeva le donne.
Clemente era un irlandese o scozzese: usurpò egli pure la dignità di vescovo, e con tutto ciò ebbe di poi due figliuoli. Quasi punti fondamentali della sua dottrina si assegnano i seguenti: 1) La predestinazione assoluta, nel senso più stretto; 2) il rifiuto dei canoni della Chiesa e delle interpretazioni scritturali dei padri; 3) il sostenere aver Cristo nella sua discesa all' inferno liberatone tutti i morti innanzi a lui, anche peccatori e idolatri; 4) il rigettare le leggi del celibato e degli impedimenti ecclesiastici del matrimonio, massime dell'affinità. Egli permetteva eziandio il matrimonio con la moglie del fratello defunto.
Di amendue cotesti eretici Bonifazio diede notizia a papa Zaccaria, avendo già, nel 744 al concilio di Soissons, condannato Adelberto e prescritto di abbruciare le croci da lui innalzate. Nell'anno 745, i due eretici furono deposti e condannati a prigionia. Papa Zaccaria ne raffermò la sentenza: ma questa non fu condotta ad effetto, e i due seguitarono ad aizzare il popolo contro Bonifazio.
Laonde questi, nel 746, ne ragguagliò di nuovo il papa e Zaccaria mandò ordine che, essendo incorreggibili, si spedissero a Roma. Quanto ai casi di poi seguiti mancano particolari; di Adelberto si narra essere stato a Magonza deposto, imprigionato a Fulda, ma poscia, forse durante la fuga, assassinato da una masnada di pastori (103).


NOTE

(71) Ruckert, Kulturgesch. des deutschen Volkes in der Zeit des Uebergangs vom Heidentum in das Christentum, 2a parte, 1854. F. Dahn, Die Konige der Germanen. Wurzburg 1861 ss. Gforrer, Zur Gesch. der deutschen Volksrechte. 2 voll. Schaffhausen 1865.

(72) Jaffé, Reg. n. 914, 915, 918, 919, 944, 1374-1376, 1837.

(73) Sopra le appellazioni V. ibid. n. 890.

(74) Ludgeri, Vita s. Gregor. (di Utrecht), presso il Mabillon, Acta Sanctor. ord. s. Ben. saec. III, 5, 241.

(75) Bonifac., Ep. 12, 18, 22, 24, 26, ed. Jaffè.

(76) Zell, Lioba und die frommen angelsachsischen Frauen. Freiburg 1860.

(77) Fischer, Das Legatenamt des Bonifatius und seine Mission unter den Sachsen (Forsch. zur deutschen Gesch. 1886, p. 640 ss.).

(78) Hefele, Conciliengesch. III (2a ed.), 491 ss.

(79) Conc. Germ. I presso il Mansi l. c. XII, 365 s.; Conc, Liftin. al. Leptin., ibid. XII, 380 s. Pertz, Monum. Germ. III, 18. Hartzheim, Conc. Germ. I (Colon, 1759), 50. Binterim, Gesch. der deutschen Nation und ihre Konzilien vol. 1. Hefele, Conciliengesch. III (2a ed.), 497 ss. Nurnberger, in Tub. Theol. Quartalschr. 1879, p. 402 ss. Soder, Die erste Kirchenversammlung auf deutschem Boden (Stud. und Mitteil. aus dsm Benediktiner und Cistercienserorden, 1883 e 1884, in diverse continuazioni). La data dei concilii tenuti sotto Bonifacio è incerta.

(80) Il sinodo di Liftina (villa nella provincia belgica dell'Hennegau, in vicinanza di Binche) è di solito assegnato all'anno 743, anche dal Jaffé e dall'Hefele: ma dall'Hahn è posto nel 745 (cf. Tub. Theol. Quartalschr. 1879, p. 402 ss.).

(81) Indiculus superstitionum et paganiarum, in 30 titoli. Pertz l. c. p.19. Ne diedero commentari: G. ab Eckart, Op, cit. 1. XXIII, 24-53, p. 407-440; Grimm, Mythologie p. 203, append. p. III, VI s.; Mone, Gesch. des Reidentums im nordlichen Europa, 2a parte; Binterirm, Denkwurdigkeiten VI, 2 p. 537 ss.; F. Sterzinger; in Neue historisch. Abhandl. der kurfurstl. bayr. Akademie der Wiss. II, 331 ss.; Fr. Ant. Mayer, Abhandl. uber die von dem Liptinischen Konzilium aufgezahlten aberglaubischen und heidniscben Gebrauche der alten Teutechen. Ingolstadt, bei Attenkover 5a ed. (probabilmente 1805-1810); Seiters, Bonitatius, der Apostel der Deutschen p. 386 ss.; Hefele. Conciliengesch. III (2a ed.), 505 ss: Il Mayer (l. c. p. 64 ss.) spiega «Nimidas» (titolo 6°) dal grido: «Nimm das (Nim dat, prendilo), grido che mandavasi nelle offerte dei sacrifizi a pie' degli alberi; nel titolo 16° «De cerebro animalium» egli vede (l. c. p. 120) Un caso analogo a quello degli aruspizi. Per i titoli 20, 22, 30 vedi ivi, p. 135, 141 ss. 160 ss.

(82) Formula abrenunciationis, pubblicata primieramente da Perdincmdo di Furstenberg (Monum, Paderborn.) nel 1699, poi dall'Eckart (l. c. I, 405 s.), fu data più esattamente nel 1839 dal Massmann, come presso il Pertz l. c. p. 19; Hefele l. c.. III (2a ed.), 504 ss.

(83) Conc. Suession. 744 presso il Mansi l. c. XII, Append. p. 111 s. Pertz l. c. III. 20. Hefele l. c. III (2a ed.), 518 ss.

(84) Conc. gener. del 747 presso il Mansi l. c. XII, 371. Hefele l. c. III (2a ed.), 522 ss.

(85) Conc. Rom. presso il Mansi l. c. p. 375 s. Analecta iuris pontificii 1867, 1122 s. Hefele l. c. III (2a ediz.) 513 ss.

(86) Contro le accuse fatte al Santo dal Gieseler (Kirchengesch. II, 3, p. 22, ed. del 1831) e da altri protestanti, vedi il Ritter, Kirchengesch. I (6a ed.), 348. Mohler-Gams, Kirchengesch. II, 85 s.

(87) Avendo un prete ignorante battezzato in «nomine patria et filia et Spiritus Sancti», s. Bonifacio voleva fosse rinnovato il battesimo: due preti di Baviera lo accusarono presso il papa, e questi nel 744 e 748 decise in favore della validità del battesimo, non ostante l'errore di grammatica (Bonif., Ep. 62, 82, ed. Wurdtw.).

(88) La dottrina di Vigilio: Quod atius mundus et alii homines sub terra sint, fu condannata da Zaccaria nel 748 (Ep. 82, ed. Wurdtw.; Ep. 71, ed. Giles). Intorno al senso cf. Neander, Kircheugesch. II (3a ed.), 34; Seiters l. c. p. 434 ss.; Hefele l. c. III (2a ed.) p. 557; degli antichi cf. Iren, Adv. haer. II, 28, 2, e quanto ai posteriori, vedi il biasimo di Fozio contro Clemente Romano, Bibl. Cod. 126.

(89) Schmidt, Ueber die Ernennung des Bonifatius zum Metropoliten von Koln. (Dìss.) Kiel 1899.

(90) Hefele l. c. III (2a ed.), 544 ss. § 368 ss. Rispetto allo scritto del Dunzelmann «Untersuchungen uber die ersten unter Karlmann und Pipin gehaltenen Synoden» vedi Jatre, Forschungen zur deutschen Gesch. X, 422 ss.; Hahn, Gotting. Gel. Anzeigen 1870, I, 1132. Cf. ancora Hefele l. c. III (2a ed.), 559 ss. Sopra l'ordinamento ecclesiastico in Germania cf. Mansi l. c. XII, 339, 348; Binterim, Denkwurdigkeiten I, 2, p. 606.

(91) Capitula Zachariae P.; la migliore ediz. in Harduin l. c. III, 1889 s. Statutasynod. Bonif., presso Hartzheim l. c. I, 54 s. 53. Mansi l. c. XII, 383, Append. p. 108.

(92) Intorno al sinodo di Cloveshoe cf. Mansi l. c. p. 395 s.; Harduin l. c. III, 1152 s.; Hefele l. c. III 2a ed.), 545,) 560 ss. 580.

(93) Aegil., Vita s. Sturmii, presso il Mabillon l. c. III, 2, p. 270 s. Bruno, Lebensgesch. des hl. Sturmius. Fulda 1779. Chr. Broweri, Antiquit. Fuld. IV (Antwerp. 1612), 4. I. F. Schannat, Corp. probat. hist. Fuld. s. donato Lips. 1724 s. e Hist. Fuld. Francof. 1729 s. G. Zimmermann; De rer. Fuldens. primordiis diss. (Giess. 1841) p. 4. Dronke, Cod. diplom. Fuld. Cassalae 1850, con indice dello Schminke. Ivi 1862. Schwarz, Ueber Grundung und Urgesch. des Klosters Fulda (Progr.) Fulda 1856. L F. Nick, Der hl. Sturmius, Fulda 1865. Kuhlmunn, Der hl. Sturmi. Paderborn 1889.

(94) La parte avuta da Bonifazio nella esaltazione dei carolingi fu messa in dubbio dall'Eckart, dal Rettberg, dall'Heusser, dall'Alberdingk Thijm e da altri; ma da altri difesa, in particolare dall' Oelsner (De Pipino rege Francorum [1853] p. 15 s. Jahrbucher des frankischen Reichs unter Konig Pipin. 1871). Bibliografia presso il Baxmann, Die Politik der Papste I, 231, n. 1; Hefele l. c. III (2a ed.), 571-573.

(95) Holder-Egger, Ueber die Vita Lulli und ihren Verfasser (Neues Archiv 1884, p. 283 ss.).

(96) L'anno della morte di Bonifazio è messo dai più nel 755; così anche dal Rettberg e dal Seiters; da altri nel 704, come dal Sickel, Forsch. zur deutschen Gesch. IV, 459 (Sitzungsber. der Wiener Akad. der Wiss. XLVII, 2, p. 606); Oelsner l. c. Contro quest'ultimo v. Will, Tiib. Theol. Quartalschr. 1873, p. 510 ss.

(97) Cudbert. archiep., Ad Lull., ed. Wurdtw. p. 293. Mansi I. c. XII, 585. Hefele l. c. III (2a ed.), 592. Gfrorer, Zur Gesch. der deutschen Volksrechte I, 321 s. H. Hahn, Bonifaz und Lull. Leipzig 1883. Pfahler, St. Bonifaz undseine Zeit. 1880; Die bonifazische Briefsammlung, Heilbronn 1882.

(98) Bonif., Ep. 50, 59, 60, ed. Wurdtw. Hefele I. c. III (2a ed.), 552 ss.

(99) Intorno alla risposta di papa Zaccaria cf. Bossuet, Defens. declar. pars 1, l. 2, c. 33-35, p. 246-251, ed. Mogunt.; Bianchi, Della potestà e polizia della Chiesa t. I, l. 2, § 11, n. 9 s. ; p. 301-327; Phillips, Munchener Gel. Anzeigen 1846, p. 623 ss. Deutsche Gesch. I, 522 ss.; Dollinger, Lehrbuch I, 405 s.; Gosselin, Die Macht des Papstes im Mittelalter I, 319-322 (Munster 1859), Altre opere presso l'Hefele l. c. III (2a ed.), 570, n. 1. Alcuni dotti negavano affatto l'autenticità della decisione pontificia, come P. Lecointe (Annales eccl. Francor. t, V, a 752), Natale Alessandro (Hist. eccl. diss. II in saec. V, III). Il Tournely (De eccl. II, 4(2) inclina in questa opinione, difesa anche dall'Aimé Guillon (Pepin Le Bref et le Pape Zachar. Par. 1817) e dall'Uhrig (Bedenken gegen die Echtheit der mittelalterlichen Sage von der Entthronung des merowingischen Konigshauses durch den Papst, Leipzig 1875). Contrari vi sono il Pagi (a. 751, 752), il Mabillon (Annal. O. S. B. t. II, l. 22, n. 43-55), il Mamachi (Ant. chr. IV, 224 s:). Contro il rimprovero di usurpazione mosso a Pipino vedi il Gosselin l. c. II, 427-439), e quivi anche citate le opere francesi concernenti questa controversia. Intorno alla cronologia cf. Oelsner, De Pipino rege Francor. (1853) p. 12, e Hefele l. c. Vedi anche Pfahler, Bonifatius und die Thronbesteigung Pipins (Tubinger Theol. Quartalschr. 1879, I, 92 ss.).

(100) Intorno alle incoronazioni dei re cf. Phillips, Kirchenrecht, vol. IIl, § 120, p. 67 s.; Histor-polit, Bl. XX, 218 ss.; Pontif. Arelat. presso il Martène, De antiquitate eccl. rit. t. III, l. 2, c. 10, p. 222; cf. ibid. p. 192 s. Alcune opinioni del Medio Evo sopra il regno di Pipino in Hergenrother, Kathol. Kirche, p. 126 s. n. 3.

(101) Conc. Vermer. 753, presso il Mansi l. c. t. XII, append. p. 115. Concil. in Verno e al., presso il Mansi l. c. XII, 578, 664, Append. p. 128. Pertz, Leg. I, 22 s. 27. Hefele l. c. III (2a ed.), 573 ss. 587 ss. 597 ss. Roth, Sakularisation des Kirchengutes unter den Karolingern (Munchener Histor. Jahrb. 1865, p. 277 ss.). Capitul. Reg. Francor, ed. Baluze. (Venet. 1772 s.) t. Il. Pertz l. c. t. III, IV. Walter, Corpo iur. Germ. ant. (Berol. 1824 sq.) t. III. Bohmer, Regesta Carolorum. Documenti riuniti dei Carolingi dal 752 al 918. Frankfurt 1834; Sickel, Acta Carol. reg. et imper. Vienn. 1867 s.

(102) Greg. Tur., Hist. Francor. V, 44.

(103) Bonifac., ep. 67,.74. Mansi l. c. XII, 375 s., Append. p. 111 s. Natalis Alex., Saec. VIII, c. 2, a. 2. Walch, Ketzerhistorie X, 1 ss. Seiters, Bonifatius, p. 418 ss. Hefele l. c. III (2a ed.), 514, 519 ss. 534 ss. 545 s.

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