Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_05)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867) CAPO QUINTO. Rinnovamento della controversia sopra le immagini. Il patriarca Niceforo e Teodoro di Studio.



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867)

CAPO QUINTO.
Rinnovamento della controversia sopra le immagini. Il patriarca Niceforo e Teodoro di Studio.

§ 1.

Il governo di Michele fu in tutto infelice. Saraceni e bulgari travagliavano l'impero, né mai vi trovavano riscontro o resistenza alcuna vittoriosa.
Gli iconoclasti sempre inquieti ricordavano le vittorie del loro Costantino Copronimo, che veneravano per santo, e pellegrinavano alla sua tomba, gridando: «Sorgi a salvare l'impero che rovina». Il patriarca Niceforo visitò nell' 812 l'illustre abate Platone, prossimo a morte, e di poi gli ordinò splendidi funerali; nell'813, istituì processioni alla chiesa degli Apostoli; e intanto gl'iconoclasti vi aprivano la tomba di Costantino; di che furono severamente puniti.
Ma il 22 di giugno 813, Michele I fu interamente sconfitto dai bulgari. Rifuggito alla sua capitale, si vide con improperii assalito da uffiziali e soldati, sì che promise di abdicare. L'esercito allora richiese Leone Armeno, celebre generale, di assumere il governo. Dopo qualche dimora, Leone accettò e fu gridato imperatore. Michele e i suoi figli furono costretti a entrare in monastero; e di più, i figli resi eunuchi.
Leone V (813-820) assicurò tosto, con una vittoria sui bulgari, la pace dell'impero; indi, ammirando e proponendosi d'imitare in ogni cosa gl’imperatori iconoclasti, si dichiarò nemico delle immagini. Al che lo dovettero infiammare altresì e il monaco Sabbazio, e l'abate Giovanni il Grammatico (soprannominato pure Lecanomantis, dal predire, che faceva, mediante un catino), e un uffiziale per nome Teodoto Cassitera. Costoro l'aggiravano abusando sia di testi biblici, sia di profezie, e di astuzie e d'inganni, ma singolarmente col rappresentargli il fortunato governo degli imperatori iconoclasti, contrapposto all'infausto regno degli amici delle immagini. Ancora vi aveva molti vescovi iconoclasti, per benignità usata da Tarasio, rimasti sulle loro sedi; i quali, non ostante la ritrattazione apparente, erano disposti sempre di ritornare in ogni congiuntura, ad un cenno dell'imperatore, ai loro antichi errori. E già si erano ordinati preparativi a tal fine: convocatisi a palazzo i preti favorevoli ai disegni di Cesare, affannatisi a cercare testimonianze contro il culto delle immagini, e compilata nell'814 una prolissa dissertazione conforme al senso del conciliabolo del 754.
Il patriarca Niceforo, alla sua esaltazione ancora usato alla cieca docilità degli uffiziali civili, aveva nei primi anni del suo episcopato mostrato poco sentimento per la indipendenza della Chiesa, massime rispetto all'imperatore omonimo. Ma sotto Leone V, della cui ortodossia egli dovette assai tosto venire in sospetto, si governò tutto altrimenti e si procacciò nella Chiesa greca tale splendida rinomanza, che lo mette al pari col grande Teodoro Studita. Avuto notizia dei raggiri che si praticavano ad abolire il concilio del 787, citò vari ecclesiastici a scolparsene in un sinodo, indusse l'abate Giovanni a implorare perdono e ricondursi al suo monastero, e similmente persuase il vescovo Antonio di Sileo, tinto de' medesimi errori, a rinnovare la sua professione di fede, la quale di poi si scoprì non altro che ipocrisia.
Nel dicembre dell'814, Leone fece opera di tirare ai suoi disegni il patriarca, mettendogli dinnanzi i mali venuti all'impero dal culto delle immagini, e il consenso del popolo e il silenzio delle Scritture intorno alle immagini. Niceforo contrappose all'imperatore semplicemente la tradizione della Chiesa, la quale a lui, come a laico, doveva bastare, se era tuttavia cattolico; e pose in chiaro l'inconseguenza degli avversari, i quali non pertanto onoravano il libro degli evangeli e il segno della croce.
Leone, non contento a tale risposta, si faceva forte sul gran numero di teologi che la sentivano con lui. Il patriarca gli mandò appresso molti dotti vescovi e abati, a fine di rimetterlo in migliori sensi: ma inutilmente. Proposta una conferenza con gli iconoclasti, Niceforo la ricusò, atteso che la questione già era definitivamente risoluta per il settimo concilio ecumenico; egli riunì piuttosto i vescovi e gli archimandriti in s. Sofia, per fulminare di anatema il vescovo Antonio,chiaritosi spergiuro, e ripromettere una indissolubile adesione alla dottrina della Chiesa. Molti laici si schierarono intorno a Niceforo e al suo clero e perseverarono tutta quella notte in orazione.
La notizia di una così fatta assemblea invelenì l'imperatore vie peggio. E già i soldati mettevano le mani sulla immagine di Cristo, restituita da Irene sulla porta di bronzo. Ma l'imperatore non volle così subito correre alle violenze; e fece venire a sé il patriarca (815). Si presentò questi scortato da vescovi, abati e monaci. E poiché intertenendosi privatamente con l'imperatore gli fece noto che egli infine non era solo, ma molti aveva che la sentivano come lui, Leone V fece entrare tutto il suo seguito e lo accolse con pompa sfarzosa, intorniato dai suoi uffiziali e dal clero a sé devoto. Egli tenne anzitutto un discorso contro la pretesa idolatria e richiese di nuovo un colloquio fra le due parti.
Il patriarca e i vescovi gli si opposero con molti argomenti, ma sopra tutti gli resisté Teodoro di Studio. E com'egli aveva già ributtata dianzi la proposizione che l'imperatore non sottostesse alla legge di Dio, così ora si dichiarò diffusamente sulla distinzione tra le due podestà, e sui doveri di un monarca cristiano verso la Chiesa. Leone gridò che quel monaco arrogante l'aveva trattato come l'ultimo della feccia del popolo; essere degno di morte, ma egli non voleva dargli la gloria del martirio. L'assemblea fu commiatata di mal garbo e pressoché scacciata di palazzo. I monaci si congregarono allora presso l'abate Teodoro, il quale tutti li accese a lottare bravamente. Dietro a ciò, fu proibita loro ogni adunanza; interdetta la spiegazione di controversie religiose; imposto silenzio rigorosissimo e di ciò richiesta promessa segnata. Teodoro negò di obbligarsi a tanto, e protestò: il tacersi essere tradire la verità; niuna potenza umana avere diritto a impedire la difesa della verità; e volersi allora seguire l'esempio degli Apostoli (Atti IV, 19; V, 29). Egli si adoperò altresì con sue lettere di confortare e rinvigorire l'animo abbattuto del patriarca, il quale inutilmente si era volto all'imperatrice e agli uffiziali più autorevoli, ed aveva in ultimo ricevuto divieto di predicare e celebrare pubblicamente e perfino d'invigilare sugli oggetti preziosi della Chiesa. Niceforo ammalò gravemente: Leone confidava che per la sua morte non avrebbe da metter mano a violenze. Ma egli risanò, e l'imperatore quindi si risolvette di levarselo dinnanzi mediante un sinodo di vescovi più arrendevoli (52).
Il sinodo fu convocato e citatovi il patriarca: questi ricusò di comparire ad un tribunale così parziale, che ancora prima di ascoltarlo, gli negava il titolo di patriarca. Allora si cercò di mettergli timore con grida selvagge e clamori innanzi alla sua abitazione, ma non ne fu nulla. In fine però venne forzato ad abdicare, e non pertanto condotto ancora in esilio, al di là del Bosforo (marzo 815). Di quivi continuò in difendere a voce e per iscritto la dottrina della Chiesa. Una gran parte del suo gregge perseverò fedele al proprio pastore esigliato, e Teodoro Studita con lei rallegravasi della sua vittoria spirituale sui persecutori.
La sede di Costantinopoli toccò all'ignorante Teodoto Cassitera, uffiziale ammogliato e genero di Costantino V per parte della costui terza moglie, sorella di Teodoto. Egli fu subito tonsurato e nella festa di Pasqua (1 aprile 815) consecrato vescovo. Incontanente il nuovo patriarca Teodoto I adunò un sinodo, il quale respinse il settimo concilio ecumenico e in suo scambio proclamò quello del 754: i vescovi, preti e laici non consenzienti furono scomunicati e crudelmente vessati. Da allora in poi gl'iconoclasti occuparono la sedia patriarcale per ventisette anni e i cattolici furono di nuovo segno ad aspre persecuzioni (53).

§ 2.

Singolare costanza mostrarono Teodoro Studita e con lui molti monaci. Già innanzi alla esaltazione di Teodoto, la cui comunione egli ed i suoi aborrivano, aveva egli nella Domenica delle Palme fatto una processione intorno al monastero, portandovi immagini e cantando inni in loro onore. Invitato poi a prendere parte nel sinodo di Teodoto, mandò rispondendo che senza il loro vescovo Niceforo i monaci non potevano partecipare a nessuna deliberazione ecclesiastica, e molto meno a quella che fosse rivolta contro un inviolabile concilio ecumenico.
Le minacce dell'imperatore non curò, e ributtò ogni accomodamento offertogli, come un tradimento contro la verità. Allora fu sbandito e soprattenuto prigione. Ma egli tuttavia con lettere rincorava i suoi e confortavali a perseverare costanti nella Chiesa cattolica, di cui la bizantina non era che uno stralcio eretico.
I monaci sbandeggiati mostrandosi ogni dì più animosi, furono tutti richiamati, salvo Teodoro, di cui temevasi l'autorità e il credito sugli altri; e furono richiesti solamente che si contentassero una sola volta di riconoscere per un atto pubblico la comunione di Teodoto. Alcuni si lasciarono pigliare all'inganno, e Teodoro dovette richiamarli a penitenza. L'imperatore lo fece ancora vergheggiare e rilegare più lontano. Ma egli seguì innanzi a difendere con le sue lettere la causa della Chiesa, e conseguì il trionfo che assai persecutori gli testimoniarono la loro venerazione, e molti apostati il loro pentimento. Egli era a quel tempo come il centro intellettuale di tutta la Chiesa greca; a lui si movevano questioni, si volgevano dimande su tutti i punti più svariati della vita della Chiesa. Avendo poi egli convertito un prete iconoclasta, e alcune delle molte sue lettere essendo venute a mano dell'imperatore, di nuovi maltrattamenti fu bersagliato. Nell'819 fu rilegato a Smirna, e vi ebbe a sostenere dal vescovo iconoclasta molti tormenti.
Ai monasteri di Saccudio e di Studio l'imperatore prepose l'abate Leonzio, il quale era passato, come dianzi ai mechiani, così ora agli iconoclasti, e travagliava duramente i monaci rimastivi.
La persecuzione si fece ben tosto generale. Non solo monaci, preti e vescovi, ma eziandio religiose, matrone, vergini, persone d'ogni stato e condizione, anche senatori e patrizi, erano manomessi e torturati. Il monaco Teofane venne meno fra i tormenti nella prigione; Taddeo Studita sostenne il martirio, i vescovi Giuseppe di Tessalonica, Teofilatto di Nicomedia, Teofilo di Efeso, Pietro di Nicea furono vessati e sbanditi. Molti, che ricusavano farsi ordinare da vescovi iconoclasti, si misero in via per l'Italia; non pochi rifuggirono ai deserti, a fine di scansare ogni comunione con gli eretici. Agenti secreti e spioni andavano attorno a scovare in ogni angolo immagini sacre e scoprirne i cultori, i quali poi erano straziati con verghe e confinati. Facevasi ogni opera di sopprimere gli antichi inni della Chiesa, che toccavano delle immagini; distruggere i libri, che le motivassero, ingenerare nelle scuole ai fanciulli orrore contro la pretesa idolatria. A cagione delle immagini che recavano, si rifondevano i vasi sacri e si rovesciavano altari. L'imperatore si dava a intendere di potere per sempre annientare le odiate immagini, e abolirne persino la memoria (54).
Come sempre i cattolici d'Oriente in simiglianti casi praticarono, i preti e i monaci perseguitati cercarono anzi tutto protezione presso la Sede apostolica di cui testificavano splendidamente e glorificavano il primato.
Teodoro a nome suo e di altri abati scrisse al papa Pasquale I, gli dipinse quell'orrida persecuzione e lo supplicò di levare l'apostolica sua voce contro i persecutori. Anche il patriarca eretico deputò inviati a Roma: ma essi non furono punto ammessi dal papa; sì che quegli era manifestamente fuori della comunione della Sede romana.
All'incontro Pasquale accolse cordialmente si gl'inviati di Teodoro, e sì altri monaci fuggitivi, concesse loro il monastero di s. Prassede e diede lettere di esortazione e di conforto al clero e ai monaci di Bisanzio. In ciò, scriveva Teodoro, avere sé conosciuto che il successore, visibile e a tutti riconoscibile, del principe degli Apostoli reggeva la Chiesa romana e che il Signore non aveva abbandonato la Chiesa bizantina.
Teodoro inviò poi di nuovo a Roma con un secondo scritto il suo fedele Epifanio e gli commise anche una lettera per il monaco Metodio, il quale doveva adoperare quivi di accordo col vescovo di Monembasia (55). Papa Pasquale fece allora quel più che per lui si poteva, stante l'ostinazione del tirannico imperatore: gli inviò (circa l'anno 818) legati, e insieme una copiosa lettera istruttoria in confutazione delle opposizioni da lui mosse in contrario, della quale sgraziatamente non ci resta che un frammento. Fra le altre cose, egli osserva: che qualora si pronuncia il nome di Gesù, il Cuore si riempie di santi affetti, e solo in verità è pronunciato per la grazia dello Spirito Santo (I Cor. XII, 3). Ora dipingere un'immagine di Gesù é maggior momento e fatica che non pronunciare il suo nome, e non meno conferisce alla divozione e per conseguente muove altresì dallo Spirito Santo. Si oppone, niun segno essere necessario, per congiungersi a Dio; ma con ciò si dimentica che i sacramenti sono pure segni così fatti. Or dunque non sarà necessario il battesimo, se non fa di bisogno alcun segno? Se la fede non consente segni, a che il segno della croce? E se l'immagine é così odiosa a Dio, perché dunque si esalta, come la più nobile prerogativa dell'uomo, l'essere creato a immagine di Dio? Il papa mostra di poi la nullità delle opposizioni tratte dall'Antico Testamento, pone in luce il gran divario che corre tra il culto di adorazione e di venerazione, e parimente fra la sostanza di una immagine e l'originale sublime per lei rappresentato (56).
Pasquale I non trovò in Leone V più ascolto che dianzi Gregorio II in Leone III; ma con tutto ciò, mediante le lettere e i suoi legati, giovò molto a rianimare e rinvigorire i cattolici dell'impero. «Il Signore, scriveva Teodoro, ha dimostrato come la Chiesa conservi tuttora la sua forza, mentre destò l'Occidente a ribattere le stoltezze dei bizantini e illuminare i combattenti nella notte dell'errore, ancorché gli ostinati persistano a non aprire gli occhi dello spirito. Costoro si sono da sé appartati dal corpo di Cristo, dal supremo pastore, al quale Cristo confidò le chiavi della fede, contro cui le porte dell'inferno, le lingue degli eretici mai non prevalsero, né mai prevarranno. Per il che può bene allietarsi l'apostolico Pasquale, dacché egli ha compiuto l'opera di Pietro; e giubili la schiera dei fedeli, dacché visto ha coi suoi occhi dei veri vescovi, in tutto secondo la forma degli antichi padri; il resto poi vada come Dio vuole». Così anche tra le più feroci persecuzioni albergavano in petto ai cattolici sentimenti di gioia: i fedeli stavano strettamente uniti fra loro e divisi dagli iconoclasti. La spada del vangelo portava separazione, ancora nella famiglia imperiale, tra madre e figlia, essendoché la madre stessa dell'imperatrice, Maria, moglie ripudiata di Costantino VI, era altresì messa al bando. Leone per tanto si vedeva ragguagliato a Faraone, ad Acabbo, a Giuliano, divenuto un oggetto di orrore; egli morì in fine di morte ignominiosa per una congiura, nella festa di Natale, dell'820. Al trono fu assunto Michele di Amorio, da lui ritenuto prigione (57).

§ 3.

Michele II il balbuziente (Balbus, 820-829) era bensì un rozzo ed incredulo soldato, devoto ai principii medesimi del suo odiato predecessore, ma sul bel principio del suo governo fece mostra di riserbo e d'indulgenza. Con tutto che non togliesse via le leggi di Leone V, consentì il ritorno agli esiliati e restituì in libertà i prigionieri. Egli proponevasi, come diceva, di nulla innovare e di lasciare ciascuno nella propria fede religiosa: solo a scansare torbidi e sommosse, vietava si rimettessero le immagini nella capitale. Indarno Niceforo, restituito a libertà, ma non alla sua carica, indarno Teodoro instavano con ogni potere che si ristabilissero le immagini e insieme la comunione con Roma. Indarno cercarono di guadagnare i più autorevoli uffiziali di corte e mostrarono aperto che una cotal fatta di tolleranza era appunto la negazione del diritto per i cattolici. «Il fuoco è spento, ma il fumo resta», cosi dipingeva Teodoro lo stato delle cose.
Michele II promosse un colloquio religioso di ambe le parti, ovvero un sinodo comune. I vescovi e abati cattolici, perciò adunati, protestarono essere impossibile consultare in comune con gli eretici e supplicarono che, quando l'imperatore avesse in diffidenza il loro patriarca, si riferisse, conforme all'antichissima usanza, alla decisione dell'antica Roma; questa Chiesa essere la suprema di tutte le Chiese di Dio, e il suo primo vescovo era Pietro, a cui il Signore aveva detto: «Tu sei Pietro ecc.». (Matt. XVI, 18).
Michele non volle né piegarsi alle decisioni del papa, né restituire Niceforo alla sua sede, anzi dopo la morte di Teodoto vi assunse lo spergiuro Antonio di Sileo (821) (58). Inoltre, poiché ebbe vinto il ribelle Tommaso (823), si scoprì di nuovo nemicissimo ai cattolici; onde molti ne ripararono in Occidente e massime a Roma. Michele II nell'824 per lettere e per messi brigò ad ottenerne lo sfratto, come di tali che spargevano male voci contro di lui. Esternamente egli mostrava di voler rimettere con l'Occidente amichevoli relazioni (59).
Alcuni vescovi e monaci furono crudelmente vessati, in particolare l'arcivescovo Eutimo di Sardi e il monaco Metodio di Siracusa. Anche amareggiò fortemente i cattolici la morte dei loro più ragguardevoli campioni, l'abate Teodoro, che mancò di vita agli 1l novembre 826, e il patriarca Niceforo, ai 2 di giugno 828.
A Michele II, il quale aveva anche destato sommo scandalo per il suo matrimonio con una monaca, Eufrosina, nipote d'Irene, successe il figlio Teofilo (829-842), già per addietro collega nell'impero, uomo di rare doti e vago di gloria, ma tirannico e crudele. Egli punì i complici di suo padre nell'uccisione di Leone V, senza rispetto che la sua casa fosse debitrice ad essi del regno; fece ricondurre in monastero la sua matrigna Eufrosina, odiosa al popolo, e attese all'amministrazione più rigorosa della giustizia e alla restaurazione delle mura della sua capitale. Dava gran mostre di religiosità esteriore e componeva inni sacri e li faceva cantare pubblicamente. Ma egli fu nemico acerrimo delle immagini e non ostante le rimostranze a lui porte dai tre patriarchi orientali, fino dal suo primo entrare al governo, fece eseguire con ogni rigore le leggi dei suoi antecessori. Mancato poi il patriarca Antonio, che ne aveva benedetto le nozze con Teodora di Paflagonia, esaltò a quella sede l'antico suo precettore, Giovanni Lecanomante, caldissimo iconoclasta. Costui l'aizzò anche peggio contro tutti quelli che non si piegavano ai suoi ordinamenti ecclesiastici.
Di qui cominciò una nuova guerra di esterminio contro le immagini e si riaccese una più feroce persecuzione contro preti e monaci. Questi ultimi furono scacciati dei monasteri e delle città; e non pochi ne morirono di miseria e di fame. Il monaco Lazaro flagellato a sangue, Metodio trascinato in un'orrida prigione e ritenutovi sette anni insieme con due malfattori, il sincello Michele di Gerusalemme e Giuseppe innografo sottoposti ai più duri trattamenti. I cantori Teofane e Teodoro fratelli, chiamati a disputa con l'imperatore stesso, da lui fatti straziare con duecento colpi di bastone e marcare in fronte, incidendovi dodici versi giambici, che li notavano d'idolatri (onde furono soprannominati Grapti). Le carceri riboccavano di fedeli; ogni manifestazione di culto alle immagini impedita (60).
Solo la pia Teoctista, avola dell'imperatore, ne biasimava senza riguardo il crudele procedere, e studiavasi di allevare la figlia Teodora e le nipotine alla divozione delle immagini. Di che Teofilo interdisse alle figlie ogni visita all'avola e uscì ben anche in minacce contro la moglie, che solo con astuzia lo tenne quieto per qualche tempo. Infine, Teofilo chiuse l'ultimo e duodecimo anno di regno (20 gennaio 842) con la crudele uccisione del suocero, Teofobo, cadutogli in sospetto per l'amore che gli portava l'esercito.
Conforme all'ordine da lui posto, fu gridato imperatore il figlio Michele III, di soli tre anni, insieme con la madre Teodora e la sorella maggiore Tecla. Teodora, sostenuta nella reggenza da Teoctisto logoteta, dal precettore (magister) Manuele e dal fratello di lei, il patrizio Barda, aprì le carceri, richiamò gli esiliati e ridestò nel popolo speranza di un totale rivolgimento. E per questo Teoctisto e Barda si dichiaravano, mentre Manuele e l'imperatrice stessa ancora esitavano.
Questa, non ostante il suo desiderio, credeva dovere ancora indugiare, sì per rispetto al marito defunto e alla promessa datagli, e sì per timore degl'iconoclasti di nuovo saliti a gran potenza, i quali occupavano la sedia patriarcale, molte sedi vescovili, e i gradi più rilevati nell'esercito.
Ma di poi avendole Manuele, dopo una infermità in cui ne aveva fatto voto, proposto il ristabilimento delle cose come ai tempi di Irene, e sollecitandola i monaci a fiaccare l'eresia dominante, l'imperatrice prese infine il partito risoluto. Mandò scegliere al patriarca Giovanni VIII tra la restaurazione delle immagini e l'abdicazione. Appresso, egli fu deposto e assunto in cambio suo il forte Metodio, che sotto i due precedenti imperatori aveva durato fierissime persecuzioni. Un sinodo di Costantinopoli approvò la deposizione di Giovanni e l'esaltazione di Metodio, rinnovò i decreti del settimo concilio del 787 e quelli insieme degli altri concilii, definì legittimo il culto delle immagini e fulminò d'anatema gl'iconoclasti (61). Fu decretato insieme di celebrare ogni anno, alla prima domenica di Quaresima, la Festa della Ortodossia, con una processione solenne e la pubblicazione dell'anatema contro i nemici delle immagini. E ciò si fece immediatamente alla chiusura del sinodo, il 19 di febbraio 842, e le immagini furono solennemente ristabilite nelle chiese. La festa poi si continuò nella Chiesa greca, come festa del trionfo su tutte le eresie (62).
Degli iconoclasti si trovavano ancora più di trent'anni dopo; ma si tenevano nascosti, né mai più l'acquistarono la loro antica potenza.


Note

(52) Theophan. l. c. p. 773 s. Genes. l. c. l. I, p. 4 s. Georg. Hamart. l. c. p. 678 s. Theophan. Cont. l. c. I, 1 s. 17. Vita S. Nicephor. c. 5 S. Vita Theodor. Stud. c. 62 s. 76. Theodor. Stud. l. c. l. I, ep. 36 ad Euprep. Theosterict. in vita S. Nicet. (Acta ss. I Apr.. Append. p. XXII s.). Anon. de Leone Bardae posto Leon. Gram., ed. Bonnae p. 340 s.

(53) Vita s. Nicephor. c. 10 s. Theosterict. l. c. Theophan. Cont. I, 17. Genes. l. I, p. 16. Theodor. Stud., Epist. l. II, ep. 18, p. 1173 s.

(54) Vita s. Theodor. n. 78-98, p. 185 s. Theodor. Stud., Ep. l. II ep. 1, 5, 8-11, 14-16, 21, 25, etc. 215, 219; Serm. catech. 29, p. 548; serm. 43. p. 568. Vita s. Nicol. in Acta ss., Febr. t. I, p. 538; cf. ibid. Mart. t. II, p. 218 s.

(55) Theodor. Stud., Epist. l. II, ep. 12, 13 ad Pasch. p. 1152 s. ; ep. 35, 66.

(56) Paschal. I, Fragm, presso il Pitra, Spicil. Solesm. II, Praef. p. XI, s.

(57) Theodor. Stud.,., Epist. l. II, ep. 62, 63, 66, 73, 75,77, 130, 121, 181, p. 1280. Vita Theod. n. 102, p. 205. Vita s. Nicephor. c. 13. n. 81, p. 144. Theophan. Cont., l. c. I, 19 s. Genes. l. c. I, p. 19-25. Georg. Hamart. l. c. p. 691.

(58) Genes. l. c. II. p. 30; 1. IV, p. 77 s. Theophan. Cont., l. c. l. II, c. 2; 1. IV, 1 s. Georg. Hamart. l. c. p. 694 .. Cedren. l. c. II. 68 s. Vita s. Nicephor. n. 82 s. Vita s. Theod. n. 102 s Xicetas, Vita s. Ignatii, presso il Mansi l. c. XIV, 216, 221. Theodor. Stud., Epist. l. II. ep. 74-76, 81-83.

(59) Mich. II, Ep. ad Ludov., presso il Mansi l. c. XIV, 417.

(60) Acta ss. Iunii, t. II, p. 960 s. Ep. Patr, Or. ad Theophil., presso Le Quien, Opp. Ioann. Damasc. I, 629-647. Vita s. Iosephi Hymnogr., in Acta ss., Aprilis t. I, p. 266 s. Vita s. Theodoro Grapti, presso il Combefis, Manipul. p. 191 s.

(61) Libellus synod. presso il Mansi l. c. XIV, 787. Hefele, Conciliengesch. IV, 38 s. 104 s.

(62) Sopra la festa della ortodossia (***) v. Leo Allat., De dominicis et hebdomad. Graecorum. Append. al De Eccl. Occ. et Orient. perpet. consensu p. 1432. Combefis., Auctar. PP. Eccl. II, 716. Walch, Ketzerhistorie X, 800 ss.

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