Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_04)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867) CAPO QUARTO. Nuovi dissidi religiosi a Bisanzio; contesa dei mechiani. 



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi
(692-867)

CAPO QUARTO.
Nuovi dissidi religiosi a Bisanzio; contesa dei mechiani.

Nuovi subbugli sorsero nella Chiesa bizantina quando Costantino VI, nel gennaio 795, sotto colore di certi suoi sospetti, ripudiò la propria sposa Maria, venutagli da lungo tempo in odio. Egli la forzò d'entrare in un monastero: indi nell'agosto sposò Teodota dama di corte della madre sua e parente del celebre abate Teodoro Studita, e in fine la sollevò al titolo di Augusta. E a ciò correva voce che avessero aizzato l'ambiziosa sua madre, affine di renderlo anche più odioso e quindi assicurare a sé il pieno maneggio del governo. Invano il patriarca si oppose a un divorzio così illegittimo e prepotente, invano protestò che in caso di nuovo maritaggio dovrebbe escludere l'imperatore dai sacramenti. Costantino respinse ogni rimostranza di lui, minacciando in particolare nuove persecuzioni contro le sante immagini, e anche sprezzò le rimostranze del sincello Giovanni (già deputato degli orientali, nel 787) sebbene a lui caro. Anzi pretese dal patriarca la benedizione del matrimonio suo con Teodota; ma ricusandosi il patriarca, egli se la fece dare dal prete ed economo Giuseppe.
Tarasio stimò avere soddisfatto al proprio dovere, riprovando la condotta dell'imperatore e negandovi il suo concorso, né ad altro più essere tenuto, non forse l'imperatore dalla sua collera accecato suscitasse alla Chiesa maggiori mali. Conforme a ciò, egli si tenne alla «economia» e al costume, tanto usato a Bisanzio, di una riguardata dissimulazione.
Ma i monaci di sentimenti più rigidi, come il vecchio abate Platone di Saccudio e l'abate Teodoro di Studio suo nipote, con impavido coraggio flagellavano il grave scandalo dell'imperatore «novello Erode», e desideravano in Tarasio la fermezza di un Giovanni Battista. Quindi essi tenevansi lontani dai loro parenti che erano alla corte, né si lasciavano lusingare per promesse o per onori, né intimidire per minacce e persecuzioni. Si allontanarono dalla comunione del patriarca, che trattava l'imperatore adultero quasi appartenesse alla Chiesa, aveva consentito che si vestisse monaca l'imperatrice Maria, benché ripugnante, né impedito il nuovo matrimonio di Costantino, anzi dato facoltà al prete Giuseppe di benedirlo. Essi prendevano scandalo di quel suo prudente riserbo, che loro appariva una debolezza codarda, un incoraggiamento indiretto ad ogni licenziosità di costumi, un'approvazione tacita dei più orridi eccessi. Negavano anche la loro comunione a tutti quanti riconoscessero il nuovo matrimonio dell' imperatore, istigavano preti e monaci alla resistenza, e provavano con testi dei Padri essere nei soggetti la podestà di riprendere i propositi, anche vescovi, quando traviino, e guardarsi d'aver parte con essi, benché remota.
Invano la corte fece prova di guadagnare l'abate Teodoro, che era in somma venerazione; invano Teodota gli si presentò con ricchi presenti, e invano altresì lo visitò l'imperatore stesso. Allora egli lo fece vergheggiare e incarcerare; indi con altri monaci relegare a Tessalonica (797). Anche lo zio di lui, Platone, fu confinato in carcere:
L'esempio dei monaci coraggiosi infiammò altri. Irene ebbe a prenderne parecchi nella sua protezione. Teodoro richiese il papa di aiuto; ed egli con una lettera veramente paterna encomiò la costanza di lui, ma nulla valse ad ottenere presso l'imperatore tiranno. Il patriarca stesso da un lato vedeva con assai dolore la separazione di tanti monaci così riguardevoli, e deplorava altamente lo scandalo che però si porgeva al popolo: ma dall'altro temeva che scomunicando l'imperatore, i nemici delle immagini se ne profitterebbero ai loro intenti e rovinerebbero così l'opera da lui con tanta fatica ridotta a buon termine dal 784 al 787. Egli tuttavia dava sospetto all' imperatore sì fattamente, che in tutti i suoi passi era tenuto d'occhio e seguito da spioni, in vista di sincelli, e privo quasi di ogni libertà.
Fra tanto a Costantino VI morì di morte immatura il figlio Leone, ed egli stesso, dopo varii colpi falliti, fu deposto dal trono per opera della madre e dei grandi con lei congiurati, nel 797, e privo degli occhi, sì che di spasimo ne morì.
Irene si rassodò allora e si mantenne sola nel potere, di fronte ai parenti di suo marito, per cinque anni. Ella fece anche disegno di maritarsi con Carlo Magno: ma il patrizio Aezio, che tutto poteva dopo la morte di Staurace (799), ebbe ad impedirne l'esecuzione. Per effetto di cotali rivolgimenti, gli abati Platone e Teodoro e i monaci con loro schieratisi, furono rimessi in libertà. Platone, avuti schiarimenti da Tarasio sulle ragioni della sua condotta, si riconciliò con lui, avendo il patriarca deposto il prete Giuseppe, il quale aveva benedetto le nozze adultere di Costantino. Irene lodò ambe le parti, l'una del santo suo zelo, l'altra della sua prudenza. L'abate Teodoro, accolto a grande onore dalla imperatrice, si diede a rialzare i monasteri di Saccudio e di Studio, e la pace della Chiesa parve di nuovo stabilita.
Ma Irene per una rivoluzione di palazzo (31 ottobre 802) fu rovesciata, e sali al trono Niceforo logoteta, uomo di perversi costumi. Il novello imperatore sulle prime conservò la pace, anzi alla morte di Tarasio, interrogò gli abati Platone e Teodosio intorno a un degno successore (806). Essi risposero per le generali che fosse un uomo abile e provato per tutti i gradi dell'ordine ecclesiastico. E con ciò miravano a ritrarre l'imperatore dal pensiero di assumere di nuovo un laico all'episcopato. Ma l'imperatore ebbe a male tale risposta ed elesse un uffiziale di stato, per nome Niceforo. Questi, dopo esitato alquanto, accettò la dignità, indi ricevette gli ordini. Ma contuttoché egli fosse ortodosso, bene istruito e di vita irreprensibile, pure gli si levarono contro i preti e monaci più rigidi e uniti con Roma, perché essendo laico era salito così tosto all'episcopato; onde questo abuso, biasimato di fresco da Adriano I, sembrava passare in costume. Per il che già l'imperatore si disponeva di scacciare dalla città i monaci renitenti, che si ristringevano con gli abati Platone e Teodoro e negavano di riconoscere il nuovo patriarca; e solamente smise per gravi rimostranze fattegli, come sarebbe tornata sommamente odiosa l'esaltazione del nuovo patriarca, se avesse tirato seco l'espulsione di presso a settecento monaci e lo spopolamento di così celebri monasteri. Platone quindi fu rimandato al suo monastero, dopo una prigionia di 24 giorni.
Fra poco tempo il disgusto dei monaci per la elezione anticanonica di Niceforo fu quasi posto in non cale per un altro ancora più grave. Il nuovo patriarca, a richiesta dell'imperatore, si lasciò condurre a restituire nel grado suo il prete Giuseppe, deposto per avere benedetto le nozze di Costantino con Teodota. In ciò Platone, Teodoro e il costui fratello Giuseppe, arcivescovo di Tessalonica, vedevano un grave scandalo e una molteplice violazione dei canoni. Il patriarca da parte sua allegava la necessità di scansare mali maggiori, e la sentenza del sinodo raccolto intorno a lui. Ma i monaci studiti riprovavano un costume, onde in Bisanzio tanto spesso abusavasi; il sinodo bizantino tassavano di congrega anticanonica, e il patriarca Niceforo, da loro dianzi ammonito, riguardavano per uno schiavo umilissimo dell'imperatore omonimo. Con tutto ciò si contentarono di tenersi lontani in segreto da ogni comunione col prete Giuseppe e col patriarca Niceforo.
Solo dopo due anni (808), la condotta dei monaci venne a conoscenza del pubblico e destò viva attenzione. Teodoro antivide la tempesta che minacciava di rompere, e spiegò in più lettere le ragioni della sua condotta. Si protestava che quando il prete Giuseppe restasse dalle funzioni ecclesiastiche, egli si riunirebbe alla comunione del patriarca; fuori di questa condizione, tornargli impossibile un accordo. Perché già altri vescovi si erano governati sconsigliatamente, e raccolti anche numerosi concilii, datosi nome di Chiesa di Dio e mostrato in vista uno zelo infocato per i canoni, si erano in verità levati contro i medesimi, non era troppo da maravigliare, se una quindicina di vescovi avesse dichiarato innocente e restituito nel suo grado un prete, il quale era doppiamente condannabile, giusta i canoni: 1) perché era interdetto ai preti d'intervenire alle nozze dei bigami (secondo il Neocaesar. can. 7) e tanto più quindi il benedire le nozze degli adulteri, 2) perché gli scomunicati a cagione di qualche delitto, secondo i canoni, più non si avevano da ascoltare, se, nel termine di un anno, non avessero procurato di riconciliarsi con la Chiesa. Il prete Giuseppe scomunicato da oltre otto anni (797-806) era stato riposto nella comunione della Chiesa a dispetto di tutte le leggi ecclesiastiche, e per intervento dell'autorità temporale. Sotto un imperatore ortodosso nulla avevano i monaci da temere, dacché pure sotto il regno dell'adultero si erano mantenuti liberi da timore. Il reo che aveva pronunciato bestemmia, benedicendo quella coppia adultera, non dovevasi mai riconoscere come prete.
Teodoro impugnava di poi l'opinione, che solo per motivo di fede si potesse altri separare dal suo vescovo; l'osservanza dei canoni era per lui tanto necessaria quanto l'ortodossia. Tacciato dal patriarca di scismatico, l'abate protestavasi disposto volentieri alla pace, solo che Niceforo allontanasse Giuseppe dall'altare: sé non arrogavasi punto il diritto di censurare il suo vescovo; ma per debito di coscienza e della salute dell'anima astenersi dal comunicare con uno scellerato e guardarsi da ogni approvazione di quanto erasi operato contro alle leggi.
L'imperatore Niceforo si determinò di procedere contro i monaci renitenti; e diede ordine al patriarca di raccogliere un sinodo, a cui Platone e gli altri monaci furono condotti. Conforme alle lettere di Teodoro, quel sinodo avrebbe (almeno indirettamente) pronunziato: 1) il matrimonio di Costantino VI con Teodota, per effetto della dispensa accordata, aversi da riputare legittimo; 2) gli imperatori non sottostare alle leggi della Chiesa; 3) l'esempio del Battista e del Grisostomo non potersi recare in favore dei monaci turbolenti; 4) i vescovi avere podestà sui canoni, il diritto di dispensare; 5) chi non vi acconsentisse, fosse colpito d'anatema.
Dietro a ciò, Platone e gli altri furono condannati, l'arcivescovo di Tessalonica deposto, i monaci insieme sbanditi e gettati su di un'isoletta vicina, in carceri separate; i loro fautori perseguitati fieramente. Il monastero di Studio, che rifioriva, disertato nuovamente. Ma Platone e Teodoro non si piegarono innanzi alla tirannide e alla persecuzione; si chiarirono anzi più che mai risoluti contro il patriarca, il quale nel suo sinodo aveva privilegiato l'adulterio e raffermata l'eresia mechiana, o vogliam dire degli adulteri. Qui sembrava ad essi non trattarsi più solo d'una pura questione disciplinare; ma la fede insieme e la morale, anzi l'evangelio medesimo essere assaliti. Quindi l’impavido Teodoro invocò per aiuto la Sede romana, come custode della purità della fede, vindice dei delitti commessi e giudice supremo della sentenza recata dal sinodo bizantino.
Il patriarca, impeditone dall'imperatore, non aveva potuto peranco spedire inviati espressi a Roma, né avere dal papa ricognizione formale. Con tutto ciò la separazione degli studiti dal loro patriarca e le notizie del loro contegno scismatico avevano fatto in Roma un'impressione sfavorevole ai monaci. Nell'808, Teodoro scriveva a Basilio abate di un monastero greco di Roma, purgandosi del rimprovero a sé mosso di scisma, non senza un certo sdegno per il poco conto che si faceva della reintegrazione del prete deposto. Nell'809 Platone e Teodoro, mediante l'archimandrita Epifanio, si rivolsero a Roma, con una lettera piena di riverenza a Leone III, seguita, poco stante, da un'altra recatavi da Eustazio; ove ragguagliavasi con ogni studio il successore di s. Pietro delle novità sorte nella Chiesa di Bisanzio e lo si pregava di stendere la mano soccorrevole agli ortodossi d'Oriente, perché non soggiacessero alla nuova eresia dei mechiani, e di contrapporsi a questa con la forza della sua autorità, come il primo Leone contro gli eutichiani, condannando solennemente cotale novità. Ancora, Teodoro e i suoi amici lo supplicavano di sostenerli con lettere e preghiere. Quest'ultimo desiderio fu soddisfatto: e i monaci ringraziarono con ogni riverenza il pontefice delle lettere di consolazione e d'incoraggiamento loro inviate; ma gli esposero da capo i loro pensieri sul sinodo di Niceforo, e gli palesarono la confidenza, in cui erano, che Leone III, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, avrebbe fatto ciò che a Dio tornava gradito. Altre lettere eziandio indirizzarono all'abate Basilio in Roma, affinché si adoperasse presso l'Apostolico in favore della loro causa.
Ma il papa, di nulla informato da parte del patriarca, non poteva, senza averlo ascoltato e preso notizia certa degli atti del suo sinodo, pronunciare un espresso giudizio.
Anche potevano di leggieri i monaci perseguitati avere ecceduto i limiti di una lecita resistenza, e caricate le tinte nel descrivere il «sinodo degli adulteri». Oltre di ciò, Leone III intendeva scansare ogni cosa che potesse troppo inacerbire i greci, e alienarli vie peggio dalla Sede romana, ove da un obbligo aperto non vi fosse costretto. Ora la redintegrazione di un prete canonicamente deposto non aveva per gli occidentali tanto di strano come per i monaci bizantini. Leone perciò si contenne in consolare alcune volte i perseguitati e in tanto aspettare un appiglio di fare poi altri passi. Ma verisimilmente egli richiese pure Carlomagno d'interporsi; chè appunto verso all' 800, questi avviò trattati di pace con l'imperatore greco.
Tra questo continuava la persecuzione in Oriente. Chiunque non assentisse all'«economia» voluta, o la tacciasse come cosa illegale (paranomia), fosse laico, monaco, vescovo eziandio, doveva temere bando o prigionia.
L'abate Teodoro intanto si faticava senza posa; rinvigoriva i suoi, e li assisteva di consiglio: introdusse benanco tra i suoi discepoli un alfabeto secreto per il loro epistolario, scrisse (giusta Eulogio di Alessandria) un libro sulla «economia» tanto disputata, e rendevasi per tal guisa, anche nell'esilio, terribile ai suoi nemici.
Fra tanto il governo dell'avaro e tirannico Niceforo, facevasi di giorno in giorno più odioso, massime poiché diede per moglie a suo figlio Staurace, Teofane di Atene, già vivente in matrimonio consumato, e per giunta opprimeva il clero duramente. In una spedizione contro i bulgari mancò più volte al giuramento, sì che ne perdette la stima dell' esercito e del popolo. Agli iconoclasti egli dava ogni libertà; e tra essi il monaco Nicolao impunemente poteva non solo vituperare le immagini, ma ancora e la religione generalmente e il patriarca. Ma alla perfine Niceforo, nell'811, incontrò una morte ignominiosa, combattendo contro i bulgari. Anche suo figlio Staurace morì delle ferite, e il regno alla morte di lui cadde in Michele.
Michele I, principe nobile e di retto sentire, benché debole e incostante, richiamò gli sbandeggiati da Niceforo e diede libertà a molti prigioni. Egli riuscì anche a riconciliare gli studiti col patriarca, inducendosi questi a deporre nuovamente il prete Giuseppe, e revocare i suoi primi decreti; con che diede piena soddisfazione ai monaci e protestò insieme che per timore di maggiori mali aveva consentito di prendere quei provvedimenti, che in cuor suo riprovava.
Amendue le parti ritornarono a comunione vicendevole, e i monaci si ricondussero all'ubbidienza di Niceforo. Quanto a quelli che ancora si ostinavano, come l'abate Antonio di s. Pietro, Teodoro medesimo si sforzò di ridurli e di ottener loro con ciò la liberazione, per la quale l'imperatore richiedeva che si tornasse alla comunione del patriarca. Quanto dopo lo scisma si era mancato doveva essere posto in dimenticanza e rimesso al giudizio di Dio. L'imperatore scrisse anche al papa sulle discordie seguite, e il patriarca inviò a Roma la sua sinodica, scusandosi dell'indugio con allegare la tirannide del precedente imperatore. Papa Leone con sue lettere e con espressi inviati ratificò la pace conchiusa.

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