Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_03)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867) CAPO TERZO. Roma e Bisanzio al tempo della prima controversia sulle immagini. Il settimo concilio ecumenico di Nicea (787). Scoppio della controversia iconoclasta sotto l'imperatore Leone III. Continuazione della controversia per opera di Costantino Copronimo. Restaurazione della ortodossia. - Settimo concilio ecumenico. 



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi
(692-867)

 

CAPO TERZO.
Roma e Bisanzio al tempo della prima controversia sulle immagini. Il settimo concilio ecumenico di Nicea (787).

A. Scoppio della controversia iconoclasta sotto l'imperatore Leone III.

§ 1.

Il popolo in Oriente aveva già prima preso parte vivissima alle più rilevanti questioni teologiche; tanto più doveva essere scosso fortemente quando una cosa esteriore, tuttodì visibile ad ognuno, diveniva soggetto di controversia. E quindi è che la lotta intorno all'uso ed al culto delle immagini di Cristo e dei santi continuatasi per 116 anni (726-842), recò nell'impero d'Oriente un violento tracollo sia rispetto alla Chiesa, e sia quanto alla società civile. Il culto delle immagini, senza dubbio, non era nella Chiesa tenuto come necessario ma certo come accettevole ed utile; e con ciò propagatosi tanto più largamente, quanto meno si aveva per l'innanzi a temere dalle immagini e rappresentazioni pagane, e quanto maggiormente l'arte svolgevasi a pro della Chiesa e gli affetti interni spingevano ad una manifestazione esteriore. Quindi si decoravano le chiese con immagini, le quali servivano a edificazione e istruzione dei fedeli, e ad esse immagini prestavasi, massimamente in Oriente, un culto anche esteriore, che si riferiva tutto alle persone e agli oggetti da esse rappresentati. E in questo, come in ogni altra cosa, potevano naturalmente sottentrare abusi, e stravolgere con la superstizione questo culto, sopratutto presso il popolo greco dotato di tanta fervida fantasia. Ma per cagione di alcuni abusi non era di dovere riprovare l'uso in se stesso. Onde la Chiesa teneva una giusta via di mezzo, aborrendo dal culto pagano delle immagini come da vera idolatria, e interdicendo l'adorazione e la venerazione assoluta delle immagini, in quanto tali; ma insieme vietando che l'uso, innocente in sé e antichissimo, delle immagini sacre fosse equiparato alla idolatria e voluto in tutto estirpare. Alcuni cristiani però nutrivano un certo orrore, per lo più esagerato, contro ogni maniera di rappresentazione delle cose sante, e ciò per motivi intrinseci, sì della supposta indegnità della materia e sì della impossibilità di rappresentare convenevolmente in forme sensibili cose soprasensibili. Con questo, alcuni abusi ed esagerazioni commovevano opposizioni e contrasti, sebbene anche certuni trovassero abusi ove punto non erano.
In Oriente, già in antico, si conoscevano delle immagini miracolose. Leonzio, vescovo di Neapoli di Cipro, nella sua difesa del cristianesimo scritta sul finire del secolo sesto, contro i rimproveri dei giudei pone in mostra i mirabili effetti che dal culto di certe immagini più venerate seguivano; e con ciò parimente rifiuta coloro che allegavano certi passi dell'Antico Testamento, senza por mente alla condizione del popolo d'Israele, circondato d'ogni intorno da genti pagane (21).
Anche, offendeva certuni ciò che in Oriente usavasi, di prosternarsi innanzi alle sacre immagini, come innanzi agli uomini si faceva, onorandoli con la proschinesi (dal greco προσхόυησις* = venerazione, diversa dalla latria che è adorazione propriamente detta). I giudei similmente e i maomettani prendevano di ciò scandalo, e questo credevasi per molti che ne impedisse la conversione. Nell'Oriente maomettano, il califfo Iezid II (720-724), e forse, già dinnanzi, Iezid I (680-683), aveva dotto principio ad una fiera guerra contro le immagini; la quale non fu senza effetto anche sui cristiani dell'impero bizantino confinante (22). Le quali cagioni tutte finirono con sollevare in ultimo un partito di nemici e distruttori delle immagini (iconoclasti, iconomachi), il quale però si riportava a più antichi precursori, come al vescovo nestoriano Senaia di Gerapoli (23). A questo si gettarono alcuni vescovi altresì, all'entrare del secolo ottavo, quali Costantino di Nacolia nella Frigia (24), Teodosio di Efeso (25), Tommaso di Claudiopoli (26); i quali insieme col rinnegato Beser di Siria (27), molto poterono sull'imperatore Leone III l'Isaurico (716-741).
Questo imperatore, soldato ruvido e ignorante, fu da loro condotto in questa persuasione, che il culto, ormai universale, delle immagini fosse un ritorno all'idolatria, un impedimento alla conversione dei maomettani e giudei, una cagione in breve della rovina dell'impero. Dispotico per natura, si dava egli a intendere di potere bene, usando della necessaria circospezione, colorire quanto disegnava, estirpare cioè pienamente ogni culto delle immagini sacre, e schiacciare facilmente ogni resistenza del popolo. Dal che poi egli promettevasi grandi vantaggi: illuminato maggiormente e incivilito il suo popolo; rimessa più stretta unità nell'impero; ravvicinata la nuova potenza politica musulmana. Il califfo Sulimano (714-717) ne aveva, sembra, favorita l'elezione, e il costui successore Omaro II (717-720) fatto prova di tirarlo alle dottrine del profeta.
Leone III da prima si proponeva di giungere alla distruzione delle immagini per via della persuasione; ma poscia, trovato opporglisi resistenza maggiore d'ogni sua aspettazione, si gettò alla forza ed alla tirannide più spaventosa delle coscienze. E già nel 722 aveva dato prova di questa sua durezza, volendo costringere i giudei a battezzarsi e coi suoi rigori spingendo i montanisti (ovvero manichei) alla disperazione e molti al suicidio. Forte e risoluto, ma delle questioni religiose al tutto inesperto, e inabile per ogni rispetto ad essere un riformatore della Chiesa, consigliato per giunta da ecclesiastici educati a gretti pregiudizi, Leone III non si peritò d'entrare in una lotta, che doveva di tanto accrescere lo scompiglio dell'impero e tracollare con tanta violenza la pace: e ciò tanto maggiormente, perché non solo la maggioranza del clero e in particolare dei monaci, ma la massa ancora del popolo non doveva essere così facile a lasciarsi strappare il culto delle immagini, già così altamente radicato (28).
Quando Costantino di Nacolia si conferì in persona a Bisanzio, il suo metropolita Giovanni di Sinnada ammonì per lettera il patriarca Germano d'invigilare su quello, atteso che ai vescovi della provincia aveva già dato assai scandalo per il suo furore contro le immagini. Germano pertanto ne parlò a Costantino, e questi ingegnava si da prima di provare coll'Antico Testamento la sua opinione, ma poi dando vista di volersi profittare degl'insegnamenti, promise di metter fine a quella irragionevole contesa. Germano allora gli commise una lettera per il suo metropolita; Costantino non la consegnò; il patriarca venne alle minacce e col timore delle censure si provò di ridurlo al dovere. Il dotto patriarca studiavasi di chiarire e difendere i sani principii contro le novità insorgenti; e scrisse perciò assai distesamente a Tommaso di Claudiopoli, il quale suscitava non meno scandalo per il suo cieco furore contro le immagini. All'incontro l'imperatore coi suoi teologi di corte e settatori brigava di provocare nelle province audaci attentati contro le immagini e spargervi i suoi errori. Un'eruzione vulcanica scoppiò fra le isole di Tera e di Terasia, onde sorse una nuova isola, che si unì coll'isola di Hiera. Questo parve a lui come un giudizio divino caduto sopra l'idolatria dominante e gli valse di giustificazione per il suo editto, in cui egli dichiarava, le immagini essere sottentrate in luogo degli idoli; i veneratori di queste essere idolatri; niuna opera della mano dell'uomo aversi a onorare (conforme all'Esodo, XX, 4). Già erasi dato cominciamento con la distruzione delle immagini, massime della celebre effigie di Cristo, in rame, detta l'Antifonete: di che il popolo aveva mostrato già troppo chiaramente l'orrore suo e la sua resistenza. Anche nelle province scoppiarono sommosse; Leone le affogò nel sangue. Ma innanzi tutto egli cercava modo di abbattere il patriarca Germano, che gli faceva le più forti rimostranze, e farlo appunto deporre come reo di maestà. Germano si voltò allora (729) a papa Gregorio II, e questi gli scrisse a lungo encomiandone lo zelo e la costanza. E non pertanto Leone proseguì nel suo disegno: onde Germano fu costretto, nel gennaio 730, rassegnare la carica e ritrarsi nella casa paterna, ove egli in età canuta finì di vivere, il 740. Intanto la sede patriarcale di Bisanzio fu occupata dall'astuto sincello Anastasio, che già aveva tradito il suo vescovo ed era venduto alle opinioni dell'imperatore. Gl'iconoclasti, alla maniera dei vandali, distrussero i più splendidi capolavori dell'arte, perseguitarono vescovi e preti fedeli e segnatamente i monaci, che molto si occupavano nella pittura (29).
Papa Gregorio II, da cui l'imperatore aveva sollecitato la conferma del suo editto, respinse tale proposta e scrisse a lui (circa al 727) una lettera nobilissima, biasimandolo d'avere tacciato d'idolatria il culto delle immagini, spregiato i consigli di Germano, e per contrario dato orecchio a uomini empi, ingeritosi nelle quistioni di fede e temerariamente valicato i confini della podestà temporale.
Indi si doleva che Leone, contrariamente alle prime sue lettere, avesse levato le ordinazioni dei padri, a fedeli e infedeli dato cagione di scandalo e turbata la pace della Chiesa, secondo il modo dei barbari. «I dogmi della Chiesa, egli scrive, non sono affare degl'imperatori, ma dei vescovi; e da questi si hanno a stabilire con sicurezza. E in quella guisa che i vescovi, conforme alla loro missione, si astengono dai negozi dello Stato, così devono gl'imperatori astenersi dai negozi della Chiesa». Il concilio universale poi, richiesto da Leone, essere superfluo, anzi nelle presenti condizioni d'Oriente, pericoloso: rendesse Leone solamente la pace, e la pace tornerebbe a fiorire. Alle minacce dell'imperatore che avrebbe in Roma fatto a pezzi l'immagine di s. Pietro e trascinato in prigione il papa nella capitale, egli replicava: «Tu devi sapere come i vescovi di Roma sono per la pace quasi mediatori tra l'Oriente e l'Occidente e la pace devono essi proclamare e difendere; e che se i precedenti imperatori impegnarono lotte, ciò fu per assicurare la pace. Se tu, conforme alle tue parole, mi vieni a dar la caccia, io non ho bisogno di combattere teco. Solo che il vescovo di Roma si allontani un ventiquattro stadii verso la Campania, e tu già non puoi più correre dietro che al vento». Dopo ciò il papa rammemora la mala fine che fece l'imperatore Costantino, persecutore di papa Martino, laddove Martino è ora venerato fra i santi. «E così alla sorte di Martino, continua egli, potessi io aver parte, benché per bene del popolo io desideri vita più lunga, da che tutto l'Occidente tiene a me rivolto lo sguardo e dimostra la massima confidenza in s. Pietro». Né il papa dissimula quali sentimenti i popoli d'Occidente già mostrino contro la tirannia imperiale, e quali espressioni di dolore sollevi lo scorgere che, dove i barbari si fanno civili e costumati, l'imperatore cristiano, chiamato ad essere antesignano dell'incivilimento, calpestata ogni umanità e civiltà, traligna alla più rozza barbarie. Così liberamente insorgeva il papa contro l'orgoglioso tiranno, sapendo bene di quale gravissima questione si trattava, cioè del principio medesimo della indipendenza della Chiesa e dell'autorità tutta quanta della tradizione cristiana, la quale, giusta gli iconoclasti, se n'era andata lontano dal vero. E con ciò il papa antivedeva che un tale errore, logicamente applicato, recherebbe seco la rovina di tutto il cristianesimo (30).
Ma non perciò Leone mutò sentimenti: fece in termini alteri una risposta al papa; ov'egli addusse in favore suo il silenzio dei sei concilii ecumenici intorno alle immagini, e sopra tutto la propria supremazia imperiale, proclamando il principio del cesaropapismo: «Io sono imperatore insieme e vescovo». Gregorio nella sua risposta deplora che l'imperatore non siasi peranco levato dai suoi errori, e sdegni tuttavia di seguire i santi dottori dell'Oriente; gli pone sott'occhio come non potevano i concilii esprimersi intorno ad ogni punto e molto meno su quello che da gran tempo era accettato universalmente nella Chiesa: indi ribatte vittoriosamente la politica ecclesiastica di Bisanzio, spiegando il divario che corre fra le due potestà e l'indipendenza della Chiesa dal potere imperiale.
Che se anche dei papi avevano chiamato alcuni imperatori «vescovi e imperatori», ciò era stato affine di lodare il loro zelo per la fede, e in riguardo ai servigi da essi resi alla Chiesa e alla saggia loro moderazione di tenersi nei proprii limiti; non già nel senso che con la dignità imperiale fosse data insieme o congiunta la dignità sacerdotale, né per giustificare il dispotismo dello Stato sulla Chiesa. Ora questo si arrogava Leone III, mentre appunto faceva tutto il contrario di quello, per cui Teodosio il Grande, Marciano, Costantino IV si meritarono cotale titolo. Il papa quindi protestava ripetutamente, essere sé forzato di contrastare all'imperatore e da lui sostenere qualsivoglia persecuzione, dacché non voleva punto mancare al suo debito: essere sé inerme e senza esercito terreno, ma potere, se non altro, pregare il supremo condottiere Gesù Cristo, che abbandonasse il monarca tiranno ad un demonio, il quale l'affliggesse nella carne, acciocché l'anima fosse salva (I Cor. V, 5) (31).
Ma l'imperatore continuò con più violenza la sua guerra; e presto la lotta non infierì solo contro le immagini dei santi, ma altresì contro le reliquie (32). Alcuni iconoclasti anzi combattevano pure l'invocazione e la venerazione dei santi (33). Parimente si prese ad assalire il monachismo e assai monasteri furono diroccati e distrutti: con essi molte scuole mancarono, e la cultura n'ebbe a soffrire gravissimo detrimento (34).

§ 2.

Come Gregorio II, così anche Gregorio III, a lui succeduto, fece prova di ridurre l'imperatore, per via di lettere e d'inviati, ma invano. Il primo legato, che fu Giorgio prete, si smarrì: non ebbe animo di consegnare le lettere del papa, e se ne tornò indietro a cosa incompiuta. Il papa lo voleva deporre, ma supplicando i vescovi per lui, non lo sottopose che ad una penitenza ed all'obbligo di condurre a fine la missione commessagli. Ma pervenuto in Sicilia, il legato fu preso e imprigionato dal governatore. Gregorio III tenne allora, nel novembre 731, un sinodo in s. Pietro con novantatre vescovi. In esso fu conchiuso: «Chiunque d'ora innanzi levasse via, distruggesse, svillaneggiasse immagini di Cristo, della sua Madre immacolata, degli Apostoli e dei Santi dovesse restar escluso dai Sacramenti e dalla comunione della Chiesa» (35). Similmente fu inviato di poi un altro messo dal papa, il difensore Costantino, ma imprigionato alla stessa maniera in Sicilia e derubato delle sue lettere.
Lo sdegno dell'imperatore si rinfocava ogni dì più: egli non pure faceva confiscare i beni, che la Chiesa romana aveva in Sicilia e in Calabria, ma e queste province e tutto il paese d'Illirio sottomise al suo patriarca di Costantinopoli. L'eretico Anastasio entrò così nel possesso di queste province ecclesiastiche, da sì lunghi anni agognato.
L'antica Roma era dall'Oriente minacciata di una invasione religiosa del bizantinismo. E se non che gli assalti degli arabi in Sicilia e la debolezza dell'impero greco l'impedirono, poteva riuscire facilmente pericolosa. Le usanze e il rito dei greci vi si radicarono e mostrarono di voler soppiantare il rito latino, anche nell'Italia meridionale. La Nuova Roma, all'incontro, stava ormai al colmo dei suoi desideri, massime che in Oriente eziandio si accresceva.
L'Isauria, patria di Leone III, con la metropoli Seleucia, e una ventina di vescovadi furono sottratti al patriarcato antiocheno e sottoposti egualmente al bizantino; il quale con ciò si estese in verità a tutto l'impero e fu in questo senso «ecumenico» (36). Questa separazione si volle giustificare allegando la signoria dei saraceni in Antiochia, e medesimamente lo smembramento di molte province dal patriarcato romano legittimare con la signoria dei longobardi e dei franchi, ancorché i primi non mai avessero potuto soggiogare pienamente questi domini e molto meno Roma stessa, e i secondi non avessero con la sede romana che relazioni di protezione. Questi avvenimenti però dovevano inasprire notabilmente i dissapori che già esistevano fra greci e latini.
Nell'Oriente sottoposto alla dominazione dei saraceni non trovarono accesso le innovazioni di Leone. Vi si oppose in particolare il dotto Giovanni Crisorroha, figlio di Mansur, di Damasco, stato già ai servizi del califfo, poi vestitosi monaco nella laura di s. Saba in Palestina. Egli fu quasi capo dell'opposizione in difesa delle immagini e combatté il dispotismo religioso dei bizantini con la parola e con gli scritti. «Gl'imperatori, protestava egli, non avevano da dar legge alla Chiesa. Dio, conforme dice s. Paolo, ha ordinato nella Chiesa apostoli, profeti, pastori e maestri, non imperatori. Agli imperatori appartiene l'amministrazione politica; l'ordinamento delle cose ecclesiastiche spetta ai pastori e maestri. Ingerirsi in queste è latrocinio. Né rimoviamo noi i limiti posti dai nostri padri, ma fermi li teniamo, attenendoci alle tradizioni, quali noi le abbiamo ricevute. Perocché se ci attentassimo a guastare, anche nel minimo, l'edifizio della Chiesa, tutto, ben tosto, lo crolleremmo ad un tratto».
Questo gran teologo (+754) riuscì a preservare, nei patriarcati orientali, e vescovi e fedeli dall'invasione delle novità bizantine; e appresso, i patriarchi si chiarirono scopertamente contrari a quelle (37). Così l'infausta politica di Leone non recò al suo impero che danni, a cui altri poi sopravvennero di terremoti, pestilenze, carestie, e di inondazioni dei mussulmani, i quali ne levarono gran tesori e numerosi prigioni, e nel 726 presero anche Cesarea di Cappadocia. Solo nel 739, gli orientali riportarono una vittoria, ma non ebbero vantaggi durevoli (38).


B. Continuazione della controversia per opera di Costantino Copronimo.

§ 3.

Leone mancò di vita, il 18 giugno 741, senza avere nulla mutato nella sua politica ecclesiastica. Il figlio di lui e successore Costantino V, soprannominato Copronimo e anche Cavallino (39) (741-775), aveva ereditato i principii del padre, e anche peggio di lui calpestò i sentimenti del popolo.
Artabasdo Curopalate, o maestro del palazzo, sposatosi ad Anna sorella dell'imperatore, si valse di cotesta alienazione degli animi, ad afferrare egli medesimo il trono: riuscì a farsi padrone della capitale e fu gridato e coronato imperatore; egli tosto ripose in onore le immagini. Né quel patriarca cortigiano di Anastasio stette in forse di gittarsi alla sua parte; e allora gridava alto contro l'eresia di Costantino, il quale aveva negato persino la divinità di Cristo. Ma Costantino intanto si trovava buoni appoggi nell'Asia e non intendeva già di rassegnare l'impero. Amendue i pretendenti richiesero i maomettani di aiuto, amendue si disposero alla guerra. Un assalto di Artabasdo contro l'esercito di Costantino fallì per il ritardo di suo figlio Niceta; Costantino dall'Asia si tragittò sul Bosforo e s'impadronì della capitale prostrata già dalla fame (2 nov. 743). Di poi fece cavare gli occhi al cognato sconfitto e al figliuolo di lui, e prese crudele vendetta di tutti i complici della ribellione, massime degli amici delle sante immagini. Sotto un così fatto imperatore, in qual conto si tenesse il patriarca di Costantinopoli, lo mostra la sua condotta verso lo sleale Anastasio. Egli lo fece pubblicamente flagellare, indi accecare, e poi, sedendo su di un asino a ritroso, condurre per le vie della capitale. E ciò non di meno, perché iconoclasta e in tutto a sé ligio, lo fece riporre sulla sede già da lui disonorata, come uno strumento da valersene in ogni cosa. Anastasio fu costretto poscia (nel 751) d'incoronare il principe Leone e finì, dispregiato da tutti, nel 753, dopo un episcopato di quasi ventiquattro anni.
Per i primi tempi del suo ritorno, Costantino V si tenne pago a rimuovere dal cospetto le immagini riapparse alla luce sotto Artabasdo, ma nulla imprese di grave contro i loro cultori insino a tanto che si credette bastevolmente assodato nell'impero. E in ispecie si risparmiò all'Italia, e si tenne un governo più mite, stanteché una pestilenza terribile (746-748) dalla Sicilia e dalle Calabrie si era sparsa nella Grecia e nelle isole. Ma non molto andò che la persecuzione fu rinnovata con più furore. L'imperatore, dopo aver stimolato molti governatori a sé particolarmente devoti di eseguire i decreti del padre suo contro le immagini, e adoperatosi di preparare universalmente gli animi per via di grandi assemblee, nel 754 indisse un concilio a Costantinopoli, il quale doveva rassicurare agli iconoclasti il trionfo e passare per settimo concilio ecumenico. E in effetto, i 338 vescovi adunati, ai quali, vacando la sedia patriarcale, presedevano Teodosio di Efeso e Pastilla di Perge, si piegarono vigliaccamente ai voleri dell'imperatore, i più per codardia e innata servilità. Nei loro decreti dicevano: avere Iddio, come già un tempo gli Apostoli, così negli ultimi giorni suscitato religiosi imperatori, a cagione di estirpare dal mondo l'idolatria, di nuovo insinuatasi per arte di Satana nella Chiesa; per l'arte perniciosa dei pittori rendersi vana l'opera della redenzione, e stravolgersi i decreti dei sei concilii universali. Per il che proibivasi, a pena di anatema e dei castighi più terribili, di fare, esporre e venerare le immagini; ma si approvava il culto e l'invocazione dei Santi; e insieme dichiaravasi: «niuno sotto colore di abbattere le immagini si ardisse a derubare le chiese». Dietro ciò, fu pronunziato anatema contro il defunto patriarca Germano, contro Giovanni di Damasco e contro il fervente monaco Giorgio di Cipro.
Gli argomenti messi innanzi dal sinodo erano estremamente frivoli e insussistenti: 1) La venerazione delle immagini riconduceva seco l'eresia di Eutiche e di Nestorio, atteso che l'unione ipostatica in Cristo è incomprensibile, né si ha da raffigurarla con immagini; la rappresentazione poi della sola natura umana mostravasi puro nestorianesimo. 2) L'istituzione della Eucaristia dava pure a divedere che Cristo non volle essere rappresentato in altra forma; l'Eucaristia sola è la vera e legittima immagine del Redentore, essendo il corpo stesso di Cristo unito con la Divinità; essa merita sola ogni adorazione ed è libera dalle illusioni che fanno tutte le altre immagini. 3) Parimente le immagini dei santi essere riprovevoli, bestemmia essendo raffigurati quelli che vivono presso Dio, mediante un'arte che è inanimata e non vale a dar vita, ma è una invenzione dei pagani. 4) Di più condannano l'uso delle immagini le Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento (Deut. V, 4, 8; Sio. IV, 24; Rom. I, 23,25) non meno che i padri della Chiesa (si recano testi, parte apocrifi, parte non dimostrativi, come di Epifanio, Teodoto d'Ancira, Gregorio di Nazianzo, Basilio ed altri). I cattolici erano tacciati come adoratori del legno e idolatri; Costantino e suo figlio Leone esaltati come due lumi della vera fede, come salvatori dalla idolatria.
Questo falso concilio diede eziandio a Costantinopoli un nuovo patriarca nella persona di Costantino, monaco iconoclasta e vescovo di Sileo. L'imperatore stesso lo proclamò, tenendolo per mano, e gridando: «Al patriarca ecumenico Costantino lunghi anni!» A' dì 27 di agosto 754, fu annunziato al popolo nel Foro la chiusura del sinodo (40).
Sull'autorità di cotesto preteso concilio ecumenico, Costantino si credette in debito di ridurre a fine l'opera del padre e distruggere le immagini che ancora restassero. Molte ne furono arse; pitture murali e mosaici si spalmavano di calce; in luogo delle immagini sante sottentrarono pitture profane, paesaggi, immagini di bestie e di alberi, scene di caccia e somiglianti.
Da tutti i vescovi e preti si richiese che soscrivessero la definizione del concilio e perfino il giuramento di riguardare e trattare per idoli tutte le immagini di Cristo e dei santi e i loro cultori per idolatri. L'imperatore poi, il quale lasciava ogni libertà ai monofisiti e ai pauliciani che si propagavano nella Tracia, tiranneggiava solo i cattolici. Ma intanto che quasi tutti i vescovi dell'impero cedevano, i monaci contrastavano gagliardamente; quindi essi erano altresì i più crudelmente perseguitati. Molti di loro rifuggivano a settentrione verso la Scizia o a ponente verso l'Italia, dove singolarmente ebbero buone accoglienze. Dopo la guerra infelice coi bulgari del 756 e 760, la persecuzione inferocì più che prima; gran numero di monaci furono straziati e uccisi; i monasteri arsi e diroccati; Pietro il Calibita, che aveva chiamato l'imperatore un novello Giuliano, un secondo Valente, flagellato a morte (il 16 maggio 761); l'abate Giovanni del monastero di Monagria, perché negava di calpestare coi piedi un'immagine della Madre di Dio fu cucito in un sacco e sommerso nel mare (7 giugno 761); l'abate Stefano del monte di s. Aussenzio, che rigettava il sinodo iconoclasta, dopo un lungo martirio, messo a morte (il 28 nov. 767). Molti altri monaci tormentati, mutilati, bruciati; molte chiese profanate e monasteri tramutati in caserme o atterrati. Costantino voleva schiantare fino dalle radici il monachismo; interdisse di portarne l'abito; i monaci costrinse ad ammogliarsi, abbandonò allo scherno e ludibrio del popolo e ad ogni specie di tormenti i costanti, e gli apostati encomiò e promosse. La tirannia poi si estese ben tosto anche ai laici, il despota esigeva da tutti i suoi soggetti il giuramento di non venerare immagini e di perseguitare i monaci. Il patriarca Costantino fu necessitato a giurarlo dall'ambone tenendo in mano la croce; e benché stato già monaco, di quivi in poi prese vita al tutto secolare e mondana.
Ben tosto anche le reliquie furono segno alla persecuzione. Quelle di s. Eufemia strappate via dalla sontuosa loro chiesa in Calcedonia e gettate in mare, benché poi da alcuni fedeli raccolte presso Lemno e di segreto conservate. Parimente vietata fu l'invocazione dei santi. Ogni di più scoprivasi l'empietà del Copronimo, rotto alle infamie della sodomia, e segnatamente la sua tendenza al nestorianesimo, da cui il suo patriarca, per altro sì arrendevole, ingegnossi di ritrarlo. Ma anche questi non poté scampare ai furori del tiranno. Nel 766 fu degradato e deposto; indi sbandito, ma di poi dannato alle verghe, trascinato pubblicamente nel circo, e in ultimo con somma ignominia decapitato. La sua testa bruciata nel foro; il busto trascinato alla sepoltura dei malfattori: il cadavere così disonorato fu dato, si disse, da farne notomia ai medici per le loro ricerche scientifiche.
In luogo di Costantino successe l'eunuco Niceta, schiavo di nascita, e prete fino allora della chiesa degli Apostoli. Costui, iconoclasta ignorante e senza proposito, che aveva mirato già i suoi antecessori degradati, scomunicati, dannati all'esilio e alla morte, si diede attorno affannosamente a disperdere le immagini sante ritrovatesi nel palazzo patriarcale e altrove, e dar a conoscere all'imperatore la sua illimitata umilissima soggezione. Così, mentre la corte immergevasi nei piaceri e negli stravizi, continuava innanzi la persecuzione contro i fedeli cattolici. Ma con ciò sempre più s'inaspriva il malcontento e l'odio e lo scandalo contro il Copronimo; il quale alle dottrine e tradizioni della Chiesa temerariamente contrapponeva la sua propria opinione, e attribuiva alla podestà politica l'ordinamento anche delle questioni di fede, negava i dogmi della indestruttibilità e infallibilità della Chiesa, della venerazione dei santi, dei voti e consigli evangelici; profanava e desolava i templi, e vituperava il suo nome con sanguinarie crudeltà del pari che con bestiali voluttà. E l'orrore in che si aveva il tiranno, salì al colmo, quando senza rispetto ai costumi, in ciò molto severi, dell'Oriente, prese una terza moglie, Eudossia; onde fu pure soprannominato il Trigamo. Il vile Niceta lo benedisse, come altresì recitò le preghiere di rito alla esaltazione dei principi Cristoforo e Niceforo al grado di Cesari. Appresso (nel 769) benedisse del pari le nozze di Leone, erede del trono, con Irene l'Ateniese: e più fortunato in ciò dei suoi predecessori, seppe tenersi nella grazia dell'imperatore.
La comunione del patriarcato bizantino con le chiese poste fuori dell'impero fu interrotta. I patriarchi Cosma di Alessandria e i due Teodori di Antiochia e di Gerusalemme si chiarirono, come la Sede romana, in favore delle immagini e abbominavano la tirannia del Copronimo.
Questi alla fine, durante un tragitto, non lungi da Selimbria venne a morte il 14 settembre 775, e non senza pentimento, come si narra, delle proprie violenze.

§ 4.

Il figlio di lui Leone IV, nominato il Cazaro (perché sua madre era una principessa cazara), governò con più umanità e riserbo. Non tolse, è vero, le leggi poste da suo padre contro le immagini, ma non le fece peraltro eseguire con troppa severità. Favoriva anzi il culto della Madre di Dio e non osteggiava i monaci. Onde questi poterono ritornare, e non pochi furono assunti a cattedre episcopali. Quando poi, a preghiera del popolo festante per gli alleggeriti tributi, egli s'indusse, non senza contrasto, a proclamare il proprio figlio Costantino, nato il 14 gennaio 771; fece innanzi dare a sé giuramento solenne, durante la quaresima del 776, che niun altro sarebbe mai riconosciuto, quando pure egli fosse morto nella minorità di suo figlio. Il patriarca Niceta vi recitò le preghiere di rito, e diede al giuramento la sanzione religiosa. Per il che il giovane Costantino VI, nella solennità di Pasqua, fu coronato imperatore. Una congiura fu tramata da alquanti generali malcontenti in favore di Niceforo, fratello minore di Leone IV, ma tosto spenta senza trascorrere alle usate crudeltà. Mancato ai vivi il patriarca Niceta, iconoclasta (6 febbraio 780), l'imperatore elesse il pio lettore Paolo di Cipro a succedergli. Questi si ricusò da principio al giuramento richiestogli, di non più rimettere il culto delle immagini, ma poi finì per debolezza con rendervisi e ottenne così il patriarcato. Durante la quaresima, assai uffiziali di corte furono scoperti per cultori delle immagini, e anche immagini religiose furono ritrovate nascoste. Di che Leone IV invelenì; e colpì dei più severi castighi i suoi uffiziali, e l'imperatrice Irene di bando, per avere così rotto il giuramento prestato a suo padre. Ma la morte sopravvenutagli l' 8 di settembre 780, troncò ogni altro sfogo del suo sdegno e fu cagione di un totale rivolgimento (41).


C. Restaurazione della ortodossia. - Settimo concilio ecumenico.

§ 5.

L'imperatrice vedova Irene, come tutrice del figlio Costantino VI, tenne con assai destrezza le redini del governo. Represse con severità una congiura che si proponeva di condurre al trono Niceforo, già sollevato Cesare da Costantino V. A lui e agli altri fratelli del suo marito ella fece tosare il capo e rendersi allo stato ecclesiastico. Restituì alla chiesa principale di Costantinopoli una corona preziosa regalata già da Maurizio e poi rapita dal marito suo per cupidigia di gemme e pietre preziose; fece riportare solennemente a Calcedonia le reliquie di s. Eufemia; lasciò in tutto liberi i monaci, e permise a ciascuno di fare e di venerare immagini. Cercò di assicurare l'impero al di fuori, compose una pace con gli arabi, ai quali si obbligò peraltro di sciogliere un tributo, fece ridurre all'ubbidienza gli slavi abitanti nell'Ellade e nel Peloponneso, restituì nella Sicilia, per via del patrizio Teodoro, l'autorità imperiale, e avviò eziandio pratiche con Carlo Magno, per ottenere la costui figlia Rotrude in isposa al proprio figliuolo, Costantino. E volentieri avrebbe ella cassate immediatamente le leggi degli imperatori iconoclasti e ristabilita la comunione con Roma, al che in più modi confortavala il papa, Adriano I. Ma troppo ella aveva a temere dall'esercito, che sotto gli ultimi tre imperatori si era infanatichito contro le immagini; e per tanto era forzata a procedere innanzi con assai riserbo, contentandosi di riparare a tutte le più crudeli violenze dei precedenti imperatori.
Il patriarca Paolo IV, che imperando Leone IV aveva tenuto per gl'iconoclasti, sul finire dell'agosto 784, sentendosi infermo e rimorso dalla coscienza, deliberò di abbandonare la sua carica e rivestì l'abito monacale nel monastero di s. Floro. Quivi l'imperatrice col figlio fu a visitarlo e lo ricercò delle ragioni di una così mirabile mutazione. Paolo, innanzi ad essi e di poi avanti agli uffiziali inviatigli, dichiarò apertamente il proprio dolore di avere per timore degli uomini giurato la distruzione delle immagini e preso l'amministrazione di una Chiesa oppressa dalla tirannide e separata dalla cattolica unità. Sopra ciò, espresse vivo desiderio che fosse indetto un sinodo ecumenico e restituita con esso la purità della fede, da cui dipendeva la salute di tutti. Le parole del patriarca, il quale indi a non molto morì in voce di santità, fecero profonda impressione; e già tosto s'incominciava a parlare apertamente della restaurazione delle immagini.
A successore di Paolo IV, l'imperatrice aveva da sé designato il segretario Tarasio figlio del patrizio Giorgio, prefetto della città, e di Eucrazia. Quando poi ella in una grande assemblea del popolo trattò del come riempire la sede vacante di Costantinopoli, la moltitudine ne proclamò come il più degno Tarasio; l'imperatrice pure se ne dichiarò contenta, ma fece avvertire che Tarasio ricusava di accettare tal carica. Tarasio, invitato a rispondere, spiegò in un lungo discorso, com'egli bene conosceva le sollecitudini e cure degl'imperatori (Irene e suo figlio) per la religione, ma non riputava sé degno di così alta dignità, massime essendo laico, e stava inoltre ansioso per rispetto alla solitudine e separazione della Chiesa bizantina, divisa da Roma e dai patriarcati orientali, e alla confusione e rovina, in cui si trovava per la tirannide degli imperatori eretici. I più dei presenti applaudirono alla sua proposta di convocare un sinodo ecumenico a fine di restituire l'ecclesiastica unità; e la corte imperiale vi prestò l'assenso. Dietro a ciò, Tarasio fu consacrato patriarca nella festa di Natale dell'anno 784 (42).
Tarasio deputò allora una legazione a Roma, con sue lettere, e similmente l'imperatrice in nome suo e del figlio inviò lettere a papa Adriano I, riconoscendo apertamente il primato romano e supplicando al pontefice di prendere parte personalmente al concilio che disegnavasi, o almeno inviarvi esperti legati. Parimente scrisse Tarasio ai patriarchi orientali (785), dichiarandosi scopertamente contrario al concilio iconoclasta del 754 (43).
Papa Adriano trascelse l'arciprete Pietro e un monaco dello stesso nome, abate del monastero di s. Saba, e l'inviò con sue lettere a Bisanzio. Egli scrisse distesamente all'imperatrice e a suo figlio (il 27 ottobre 785), intorno all'antichità e all'importanza del culto delle immagini e lodò la risoluzione presa a questo riguardo, consigliata già lungo tempo da lui stesso come dai suoi antecessori. Facendo rilevare la dignità del successore di s. Pietro, si dichiara favorevole alla convocazione del sinodo, ma richiede che in quello si condanni il concilio iconoclasta e resti ai padri assicurata con giuramento una piena libertà. E parimente egli ricerca la restituzione dei diritti patriarcali, delle giustizie e patrimoni rapiti alla sua sede dagli imperatori iconoclasti, acciocché fosse compita l'opera della restituzione e della pace. Riprova l'esaltazione di Tarasio dalla condizione di laico alla dignità episcopale, e cosi pure il titolo attribuitogli di patriarca ecumenico, dalla Sede apostolica costantemente rigettato.
Infine, ricordando il gran re dei franchi Carlomagno, a cui la pietà e la devozione alla Sede di Pietro avevano recato copiose benedizioni, egli promette all'impero un novello splendore e trionfi stupendi sui barbari, ove restituisca l'ortodossia e la perfetta unità e comunione della Chiesa, rimovendo le passate ingiustizie.
Nella risposta poi indirizzata nello stesso tempo a Tarasio, Adriano medesimamente riprende la costui elezione anticanonica, ma in riguardo nondimeno alla sua ortodossia, al suo zelo, ed alle circostanze presenti, gliene concede dispensa. Spiega le condizioni da lui richieste al sinodo e raccomanda infine a Tarasio i suoi legati, come già aveva fatto all'imperatrice (44).
La partecipazione dei tre patriarchi orientali al nuovo concilio fu impedita per la sospettosa politica dell'impero dei califfi, governato fino al 14 agosto 775 da Mahdi, e appresso da Radi, trucidato poi nel settembre del 786 (45). Per tanto, né Poliziano di Alessandria, né Teodoreto di Antiochia, né Elia di Gerusalemme comparvero al sinodo, anzi non risposero neppure alla lettera di Tarasio, perché non giunse loro alle mani. Questi patriarcati però vi furono rappresentati solo da due monaci, Tommaso prete e abate di un monastero egiziano, e Giovanni prete e sincello di Antiochia. Ciascuno di essi due sottoscrisse dopo, in luogo dei tre patriarchi, non avendo nessuno dei due uno speciale mandato. Nelle lettere consegnate loro dai monaci orientali si asseverava che i due deputati conoscevano ottimamente la tradizione delle tre sedi patriarcali e potevano darne testimonianza; che la Sinodica quivi acchiusa, del precedente patriarca Teodoro di Gerusalemme (dal 764 in circa al 767), ne professava chiaramente la fede; e che alla fine l'assenza dei tre patriarchi non valeva a pregiudicare al sinodo, da che il simile era intervenuto al sesto concilio, cui nondimeno patrocinava l'autorità del papa di Roma rappresentata dai suoi apocrisiarii (46).

§ 6.

Dopo la venuta di questi rappresentanti dell'Oriente e dei legati del papa, la corte imperiale convocò i vescovi dell'impero a concilio. Ma l'apertura di esso trovò pure assai ostacoli, massime da parte di alquanti vescovi nemici delle immagini e avversi a Tarasio. E quando fu aperto poi effettivamente da Tarasio nella chiesa degli Apostoli, all'agosto del 786, una sommossa, di soldati, la più parte iconoclasti, infiammati dai preti del loro partito, costrinse a discioglierlo. Ma l'imperatrice e Tarasio non si levarono dal loro proposito. Quella si disfece con destrezza della sua guardia del corpo a lei sospetta; se ne formò una nuova e con ogni provvedimento diede ordine alla sicurezza del sinodo, il quale aveva a tenersi in Nicea di Bitinia, luogo del primo concilio ecumenico.
I legati romani già ripartiti per la Sicilia diedero volta con l'assenso del papa indirizzandosi a Nicea. Quivi già molti vescovi e loro rappresentanti erano giunti, nell'estate del 787, e montarono oltre a 300. Gl'imperatori vi si fecero rappresentare da due alti uffiziali di stato, cui si aggiunse per segretario Niceforo, che fu di poi patriarca. Ma nonostante la presidenza data costantemente ai legati dell'antica Roma, i quali così nell'aprirsi degli atti, come nelle sottoscrizioni tengono il primo luogo, Tarasio peraltro era quegli che ne dirigeva le discussioni. Ed egli, stato già uffiziale di stato, aveva certo maggiore abilità e destrezza che non l'arciprete romano, forse ignaro del greco, e il compagno di lui, abate nel monastero greco di s. Saba in Roma. Questo, che fu il settimo concilio ecumenico (II di Nicea), durò dal 24 settembre fino al 23 ottobre dell'anno 787.

1. Le tre prime sessioni (24, 26, e 28 o 29 settembre) furono occupate da un discorso di Tarasio sui fatti preceduti al concilio; nella lettura delle lettere imperiali e papali e dei documenti portati dagli inviati orientali, e per ultimo nella reintegrazione dei vescovi pentiti. Fra gli atti che si lessero fu eziandio la dichiarazione imperiale richiesta dal papa, che ad ogni membro del concilio assicurava una piena e perfetta libertà di sentenza. Ma nel dare lettura delle lettere del papa all'imperatrice era stato omesso nella traduzione greca il rimprovero sulla esaltazione dello stato laicale all'episcopato, e sul titolo di «patriarca ecumenico», l'accenno al re dei franchi, e la richiesta delle restituzioni debite alla Chiesa romana: le espressioni concernenti al primato del papa furono indebolite, non soppresse. La corte greca non era certo propensa di rendersi alle giuste richieste del papa. I rappresentanti della Sicilia, la quale già da oltre a cinquant'anni sottostava al patriarcato bizantino, si mostrarono assai strettamente uniti a quel patriarca. Alcuni vescovi poi, come Basilio di Ancira, e quelli di Nicomedia e di Dirrachio, diedero anche qui a Tarasio il titolo di ecumenico, insinuatosi in Oriente, ma rigettato da Roma. Tra i vescovi dianzi nemici alle immagini, il predetto Basilio, Teodoro di Mira e Teodosio di Amorio, presentata la formola di ritrattazione, furono introdotti al sinodo. Più difficile tornava il riammettere coloro che, un anno innanzi, avevano frastornato il sinodo e raccoltisi in particolari congreghe; e non meno il riconoscere i consecrati dagli eretici: ma dopo lunghe consultazioni, fu risoluto di usare la massima indulgenza con tutti (47). I principii da papa Adriano promulgati furono accolti solennemente e con acclamazioni dai vescovi adunati e dai monaci, come la verace espressione della fede cattolica; al che porgeva esempio Tarasio.
Nella quarta sessione (1 ottobre) si venne a dimostrare con la Scrittura e coi padri che la venerazione e il culto delle immagini sacre era lecito e salutare. Si citarono singolarmente le rappresentazioni figurative mentovate nell'Antico Testamento, l'Arca dell'alleanza, e i Cherubini (Exod. XXV, 11 s.; Num. VII, 89; Ezech. XLI, 1, 18, 19; Hebr. IX, 1 ss.); indi si recarono testi del Grisostomo, di s. Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo, Cirillo d'Alessandria, Antipatro di Bostra, s. Massimo, Leonzio di Cipro, Germano e di papa Gregorio II, e altresì del concilio Trullano (can. 82). I più dei testi sono in tutto autentici. A questa lettura tenne dietro la pubblicazione di una professione di fede, concepita in nome del concilio da Eutimio di Sardi.
Nella quinta sessione (4 ottobre), Tarasio fece vedere come i giudei, saracini ed eretici, massime i manichei e i fantasiasti, erano quelli principalmente che avevano servito per modello agli iconoclasti. Il che fu altresì confermato da più testi, che si lessero da poi e si discussero più partitamente, per sottile. E fu pure mostrato chiaro che gli iconoclasti avevano mutilato parecchie scritture, come quella del cartofilace Costantino di Bisanzio, per tirarle alla loro sentenza. Quindi si deliberò di rimettere le immagini sante in onore, di esporne una nella sala del concilio e di gettare alle fiamme gli scritti degli iconoclasti.
Nella sesta sessione (5 ovvero 6 ottobre) furono letti gli atti del conciliabolo del 754 e, dopo una copiosa confutazione, rigettati. Si negò ad esso il titolo arrogatosi di concilio ecumenico, essendoché non vi ebbero parte né i patriarchi d'Oriente né il papa di Roma; e si pose in chiaro essere una menzogna l'affermazione loro, che solo dopo il sesto concilio fosse sottentrato il culto delle immagini; e tutta la loro argomentazione fu ridotta al niente:
1) Perché venendo Cristo rappresentato solo nella natura, ond'è visibile, l'immagine ha il suo nome, non ha la sua essenza: e però non si dà qui l'alternativa tra nestorianesimo e monofisitismo. Le due nature non sono per tanto separate; giacché l'immagine dell'umanità ridesta l'idea di tutto Cristo, ossia del Verbo incarnato. Così, anche nella immagine di un uomo ordinario, l'anima certo non è dipinta, e con tutto ciò ci si rappresenta alla mente non il corpo solamente, ma l'anima. Ora l'incarnazione appunto del Verbo ha reso lecito e possibile il figurare le sembianze umane di Cristo. 2) L'Eucaristia non è dai padri intitolata una pura e semplice immagine; essa non è l'immagine del corpo e del sangue di Cristo, ma piuttosto, ove si parli del tempo che segue alla consecrazione, è il corpo e il sangue stesso di Cristo. Innanzi alla consecrazione, si dice immagine, ma in un largo significato. 3) Che se è lecito il ritrarre Cristo, molto più è lecito i santi. Il disprezzo poi dell'arte è al tutto irragionevole e ingiusto. Né vale che le immagini in sé non diano vita; esse danno però, col riguardarle, il pensiero all'originale, e questo eccita la divozione e solleva i cuori. 4) I passi recati dagli avversari sono parte apocrifi, parte non dimostrativi, parte presi da autori che non hanno punto di autorità nella Chiesa. 5) Gli avversari delle immagini disconoscono la differenza che corre tra l'adorazione propria o latria e la venerazione o dulia, tra il culto pagano delle immagini e il culto cristiano, e quindi calunniano tutta l'antichità cristiana (onde son nominati christianocategoroi, che vale a dire accusatori dei cristiani) e si mettono seco in aperta contraddizione, giacché mentre pure divietano di valersi delle immagini religiose ad usi profani, le permettono sui vasi e sugli altri ornamenti; e anche intendono che si abbia ad onorare il segno della croce, il quale nondimeno sta nel medesimo grado che le immagini.
Nella settima sessione (13 ottobre), citato il simbolo e i sei precedenti concili ecumenici, fu letto il decreto che statuiva «le sante e venerande immagini, del pari che la croce, siano dipinte Ovvero in mosaico o di altra materia, potere e doversi ritrarre si nelle chiese come nelle case e per le vie, su tavole, vasi, ed abiti, purché siano immagini del Salvatore, della Madre di Dio, di Angeli e di Santi. Per esse chi le riguarda è sollevato a pensare all'originale, e ad imitarlo. Anche è lecito prestare a queste immagini, conforme all'antica usanza, una certa venerazione, mediante il bacio o saluto, l'incensazione, l'illuminazione, l'inchino e prostrazione (proschinesi), a quel modo che si costuma altresì verso l'immagine della croce, gli evangeli, e altri oggetti sacri, ma non già l'adorazione propria (latreia) non convenevole che alla sola natura divina. All'immagine invece non si conviene che solo una venerazione relativa. L'onore ad essa prestato passa all'originale, cioè alla persona da essa raffigurata».
Dietro ciò, gl'iconoclasti, in particolarità i patriarchi bizantini, Anastasio, Costantino, Niceta, Teodosio di Efeso, Costantino di Nacolia e altri, furono colpiti d'anatema; e redintegrata la memoria del patriarca Germano, di Giovanni Damasceno e di Giorgio di Cipro. Di tutte le cose trattate fu dato ragguaglio alla corte imperiale; e mediante una deputazione le fu porta una scelta dei passi più rilevanti dei padri. Similmente con lettera sinodale si diede notizia delle prese deliberazioni al clero della capitale.
L'ottava ed ultima sessione (23 ottobre) si tenne a Costantinopoli, presenti Irene e suo figlio. Dopo un discorso di Tarasio, fu letta la definizione del concilio, Indi, accertato il consenso universale di tutti i membri del concilio, sottoscritta anche dai due monarchi (48). Poscia si diede lettura dei passi più evidenti dei padri innanzi ai grandi dell'impero ed al popolo, e tra le acclamazioni solenni, si pose fine alle discussioni.
Il concilio statuì ventidue canoni, in cui furono riconosciuti quelli dei precedenti concilii, anche del trullano (can. 1). Ordinavasi che tutti fossero portati al palazzo episcopale di Costantinopoli, ove sarebbero custoditi in disparte. Laici e monaci che li ascondessero, puniti d'anatema, i preti deposti (can. 9). Per contrapporsi alle promozioni arbitrarie fatte dall'imperatore alle cariche ecclesiastiche (can. 3), fu dichiarato, non potere un vescovo essere eletto che da altri vescovi (Nic. I, can. 4), ed ogni elezione di vescovo, di prete o di diacono, venuta da principi secolari, essere invalida (can. ap. 31). E poiché nel tempo della persecuzione contro le immagini, assai chiese erano state consecrate senza reliquie, si dette ordine a tutti i vescovi, pena la deposizione, di non consecrare più chiese altrimenti che con le reliquie (can. 7).
I monasteri e palazzi episcopali convertiti in case profane si dovevano restituire, sotto le pene canoniche (can. 13). Altri decreti riguardavano alla disciplina del clero e delle persone religiose, altri concernevano i giudei convertiti fintamente (49).
Tarasio poi diede conto al papa di tutti gli atti del concilio (50). Quindi nell'impero greco furono restituite universalmente le immagini, a grande consolazione del popolo e dei monaci singolarmente. L'eresia degli iconoclasti pareva sbandita per sempre. Ma essa però covava ancora di soppiatto, massime tra gli offiziali: le discordie intestine della famiglia imperiale operavano pure a distruggere l'opera della restaurazione ecclesiastica: e il patriarca Tarasio ebbe anche a lottare coi monaci troppo caldi, che per qualche spazio di tempo contrastarono persino il riconoscimento del secondo concilio di Nicea.

§ 7.

Alquanti monaci, e in particolare Saba e Teoctisto, rimproveravano al patriarca di avere riposto nelle loro cariche i vescovi convertitisi dagli iconoclasti, e nel conferimento degli ordini consentita la simonia, e restituito nei loro gradi, dopo un anno solo di penitenza, i consecrati con simonia. Tarasio, in una lettera all'abate Giovanni, s' ingegnò di ributtare l'accusa, pubblicò una lettera sinodale severissima contro la simonia (stata punita anche nel sinodo, can. 5), e l'inviò a papa Adriano che l'approvasse, poiché alle sue parole tutti erano pronti ad ubbidire.
L'imperatrice allora cercò di ritrarre il patriarca già di per sé inchinato a benignità, che usasse la maggiore indulgenza verso i caduti nella eresia e nella simonia. Ma i monaci più ardenti riguardavano la costoro redintegrazione come una violazione grave dei canoni, e assalivano altresì il concilio tenutosi poco innanzi a Nicea, perché le dichiarazioni sue nella prima seduta erano in tutto favorevoli a cotale indulgenza. E stanteché la conferma del papa indugiava a lungo e la rappresentanza dei patriarcati orientali era dubbia, perciò non si voleva riconoscere il concilio per ecumenico.
«Roma, scriveva Teodoro Studita, non l'ha punto approvato come tale; ma solo accettatolo come sinodo particolare, da che appunto un errore particolare dell'Oriente si voleva rimuovere. I legati romani erano stati spediti non a cagione del sinodo, ma per altro negozio; quelli d'Oriente senza più guadagnati dai bizantini, affine di imporre al popolo mercé l'apparenza di concilio ecumenico. Di più, i legati di Roma, al loro ritorno, sarebbero anzi stati deposti dal papa per avere ecceduto i loro poteri». Teodoro poi interrogato perché dopo il sinodo si fosse lasciato ordinare prete da Tarasio (787-788), scusavasi adducendo la sua propria inesperienza e ignoranza delle cose a quel tempo, l'ubbidienza monacale da lui dovuta, e l'opinione, in che era, potersi nel dubbio seguire la sentenza più benigna per rispetto alle assicurazioni del patriarca e al costui riconoscimento da parte delle altre sedi. Saba aveva avuto buone ragioni di contrastare al patriarca; sé invece non aveva mai rotto la comunione con Tarasio perché ortodosso, consecrato senza simonia, dai legati romani stimato degno della comunione e dichiaratosi pubblicamente in favore dei retti principii. Del resto poi, Teodoro mutò più tardi sentimento in favore di Tarasio, e così parimente riconobbe, come fu meglio istruito, il secondo concilio niceno per ecumenico.
Ma anche dopo rimessa l'unità della fede continuarono le dissensioni con l'Occidente. Irene, la quale non aveva certo per l'animo di restituire le giustizie e i diritti del papa nell'Italia meridionale e nell'Illiria e tenevasi offesa della soggezione di Benevento occupato dai franchi, disdisse il matrimonio, già trattato, di suo figlio con Rotrude, figlia di Carlo Magno, e lo sposò (novembre 788) contro sua volontà con un'armena, Maria Amnia.
Molti cortigiani brigarono allora per inasprire la discordia nascente tra il figlio e la madre. L'imperatrice, donna risoluta e usata al comando, non voleva ancora concedere al figliuolo Costantino VI nessuna autorità negli affari, e lo governava con assai rigore. Questi dal canto suo rodevasi di non avere altro più che il titolo d'imperatore, e la madre insieme col patrizio Staurace tutto il governo. Per il che, ristrettosi con alcuni uffiziali, si deliberò di confinare la madre in Sicilia. Ma Staurace scoprì la congiura ed Irene poi ne colpì di pene severissime gli autori. Fece vergheggiare bene il figliuolo e privarlo d'ogni libertà. L'esercito fu costretto a giurare, che lei vivente non avrebbe fatto omaggio ad altro imperatore. In tutti i documenti pubblici il nome di Irene era preposto al nome di suo figlio (789). Ma non molto dopo (ottobre 790) una parte dell'esercito gridò Costantino VI unico imperatore. Irene fu confinata nel palazzo di Eleutero da lei edificato; Staurace ed altri ebbero rasi i capelli e vennero sbanditi.
Il giovane imperatore nondimeno mostrava assai poco di attitudine al governo; laonde, per desiderio di molti grandi, a richiesta della madre, le restituì il titolo d'imperatrice (15 gennaio 792), con questo solo che il nome di lei venisse dietro al suo. Staurace ritornò e prese a regnare di nuovo, ai fianchi della imperatrice. E quando una parte dell'esercito si dispose di sollevare al trono Niceforo zio dell' imperatore, fu presa di costui e dei suoi amici terribile vendetta. Allo stesso modo fu anche spenta una sommossa, levatasi l'anno 793 in Armenia (51).


NOTE

(21) Leont. Neapol., Fragm. in Conc. VII, act. 4, presso l'Harduin, Conciliorum collectio IV, 194.

(22) Theophan. l. e. p. 617 s. 623, ed. Bonnae. Cedren. l. c. I, 788 ss. Ioann. Monoph. In Conc. VII, act. 5. Georg, Hamart. l. c. 1. 4 c. 245, p. 626. '

(23) Xenaias, in Ioann. Monoph. l. c. presso Harduin, l. c. IV, 306.

(24) German., In Conc. VII, act. 4; De haeres. et synod. c. 40.

(25) Teodosio di Efeso, figlio di Tiberio II, consigliere segreto di Gregorio II, presso il Mansi l. c. XIII, 968.

(26) German. l. c. p. 107 s.

(27) Theophan. l. c. p. 622. Libell. synod. n. 138, p. 1209, ed. Justelli.

(28) Theophan. l. c. p. 593, 596, 600 s. 614, 617. Georg. Hamart. l. c. p. 630 s. Cedren. l. c. 1. 791 s.

(29) German. l. c. 1. Patr. epist. (Migne, Patr. gr. XCVIII, 156 s.). Theophan. l. c. p. 621-629. Nicephor., De rebus post. Maur. gestis, ed. Bonnae p. 64. Georg. Hamart. l. c. p. 632, 633, n. 10-12. Cedren. l. c. I, 797 s. Vita s. Stephani iun. Opp. Damasc. p. 532, ed. Par. 1577.

(30) Gregor. II, Ep. 1 ad Leon. Jaffè l. c. n. 2180

(31) Gregor. II, Ep. 2 ad Leon. Jaffe l. c. n. 2182.

(32) German., De haerès. et. synod. c. 42, ed. Mai p. 62.

(33) Theophan. l. c. p. 625. Cedren. l. c. I, 797.

(34) Theophan. l. c. p. 623. Cedren. l. c. I, 795. German. l. c. p. 61, 62.

(35) Conc. Greg. III, presso il Mansi l. c. XII, 299 s. Vita Gregor., presso il Mansi l. c. p. 271 s. Hefele, Conciliengesch. III, 405 ss.

(36) Intorno alla nuova condizione del Patriarcato bizantino v. Le Quien, Oriens christ. I, 96, 97; II, 1009 s. Leo Allat., De eccl. Occid. et Orient. perpet. consens. (Colon. 1648) l. 2, c. 4 n. 1. p. 538. Hergenrother, Photius I, 237 s.

(37) Ioann. Damasc., **: Opp. I, 305 s. (Migne, Patr. gr. XCIV, 1227 s., particolarmente Or. II, De imag. c, 12, p. 336). Theophan. l. c. p.629. Vita s. Ioann. Damasc. t. I, c. 14.

(38) Theophan. l. c. p. 624 s. 630 s. Georg. Hamart. l. c. p. 640. n. 17. Cedren. l. c. p. 800­802. Weil, Geschichte der Kalifen I, 637 ss.

(39) Costantino V soprannominato Copronimo, perché bambino aveva nel battesimo insozzato di sterco il fonte battesimale, e Cavallino, perchéperdutamente appassionato dei cavalli. Theophan. l. c. 630 s. Georg. Hamart. l. c. p. 643 s. Cedren. l. c. II, 3 s.

(40) Conc. Iconocl. del 754 presso il Mansi l. c. XIII, 205 s. Theophan. l. c. p. 659 s. Nicephor. l. c. p. 70, 73 s. Lib. synod. Pappi n. 111. Cedren. l. c. II, 10, 11. Georg. Hamart. l. c. p. 649, n. 25.

(41) Theophan. l. c. p. 650-702. Georg. Hamart. l. c. p. 651-659. Cedren. l. c. II, 14-19. Nicephor. l. c. p. 80-84. Antirrhet. I, c. 9 s. 18. 34; II, c. 4; III, c. 53,64. 70, 71. Vita s. Stephan. iun. in Analect. gr. I, 445 s., ed. Maur., Acta ss. VIII, Oct. (Bruxell. 1853), 124 s. Vita s. Stephan. IV. P. presso il Migne, Patr. lat. LXXXIX, 1244. Hergenrother, Photius I. 241 ss.

(42) Theophan. l. c. p. 703 s. Georg. Hamart. l. c. p. 661 s. Cedren. l. c. II, 19 s. Vita S. Tarasii c. 2 s. (Migne, Patr. gr. XCVIII, 1388 s.). Tarasius, Orat., presso Theophan. l. c. p. 710-713. Mansi l. c. XII, 985 s. Nicephor., Apol. min. c. 4. Weil, Geschichte der Kalifen II, 100 s.

(43) Sacra Constant. et Iren. presso il Mansi l. c. XII, 984 s. (le obbiezioni dello Spanheim iuniore, del Basnage, di E. Richter e di altri contro l'autenticità furono già trovate insussistenti dal Walch [Ketzergesch. X, 532; cf. Hefele, Conciliengesch. p. 447]); Ep. Taras. ad Orient. presso il Mansi l. c. p. 1119.

(44) Hadrian. I, Epp. «Deus qui dixit» e «Pastoralibus curis». Jaffé l. c. n. 2448, 2449.

(45) Weil, Geschichte der Kalifen II, 113 ss. 121 ss.

(46) I due deputati dell'Oriente conoscevano gli Atti del settimo concilio. Theophan. 1. c. p. 714. Al contrario Georg. Hamart. l. c p. 665, n. 18) nomina ancora un Giorgio fra Giovanni e Tomaso. Ep. Orient. presso il Mansi l. c. XII, 1128 s. Hefele, Conciliengesch. p. 453 ss.

(47) Intorno alla ordinazione di vescovi eretici cf. Tarasius presso il Mansi l. c. XII, 1022.

(48) Mansi l. c. XIII. 1 s. Harduin. l. c. IV, 158 s. Hefele, Conciliengesch. III, 460 ss. Il decreto (***) del sinodo mostra ancora altre varianti (Pitra, Iur. eccl. Graec. hist. et monum. II, 101 s.).

(49) Canon. presso il Mansi l. c. XIII, 442-458. Pitra l. c. p. 103-124 (con note). Hefele 1. c. p. 475 ss.

(50) Taras., Ep. ad Hadr., presso il Mansi l. c. p. 458 s. Hefele l. c. p. 483 s.

(51) Tarasius, Ep. ad Ioann. Hegum. e C. simon. ed. Migne, Patr. gr. XCVIII, 1452 s., Photius, Nomocan. I, 24. Pitra l. c. p. 304 s. Ep. ad Episc. Siciliae, presso il Pitra l. c. p. 309 s. Vita s. Tarasii c. 6, n. 22 s., ed. il Migne l. c. XCVIII, 1401-1403. Theodor. Stud. l. c. 1. I, ep. 38, P. 2; Ep. 53, 1. II; Ep. 72, 127, 162, 166, 169 (Migne l. c. XCIX, 1044 s, 1104 s. 1305, 1412, 1516, 1528, 1606). Theophan. l. c. p. 718 s. 723 s. Georg. Hamart. l. c. p. 662 s. Cedren. l. c. II, 23 s.

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