Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_02)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867) CAPO SECONDO. Pauliciani ed altre sette eretiche in Oriente.



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi
(692-867)

CAPO SECONDO.
Pauliciani ed altre sette eretiche in Oriente.

§ 1.

I pauliciani diedero in Oriente una nuova forma al manicheismo, che pur sempre andava serpeggiando di soppiatto. Essi ebbero nome, secondo il raccontare dei greci, dai due fratelli Paolo e Giovanni, figliuoli di Callinice, manichea; e secondo più recenti autori, dalla predilezione loro verso l'apostolo s. Paolo, che essi, al pari degli antichi marcioniti, esaltavano su tutti gli altri Apostoli; e dalle lettere di lui derivavano il nome ai loro capi e alle loro comunità. La loro dottrina però, e quindi anche il loro nome, viene altresì riferita a quella di Paolo Samosateno.
Dopo l'anno 656, un siro, per nome Costantino, uscito da una comunità dualistica e gnostica, e forse marcionita, a Mananalis presso Samosata, si fece a spargere le sue dottrine in una comunità di tal setta, a Chibossa d'Armenia (su quello di Kolonia nella prima Armenia), dandosi per un genuino discepolo di s. Paolo, nomato Silvano, e vi tirò seco numerosi fautori. Egli si adoperò per ventisette anni, in fino a tanto che l'imperatore Costantino Pogonato gli spedì contro il suo uffiziale Simeone. Questi avuto in mano l'eresiarca per tradimento di Giusto, figliastro di lui, lo fece mettere a morte e disperdere la sua comunità (684). Ma indi a tre anni lo stesso Simeone si fuggì da Bisanzio a Chibossa, quivi si chiarì pauliciano, raccolse le membra sparse di quella setta, e sotto nome di Tito se ne fece capo e maestro. Senonché le intestine discordie operarono che nel 690 l'imperatore Giustiniano II ebbe notizia del perdurare di quella setta e ne dannò al fuoco gli ostinati seguaci. Questa sorte toccò a Simeone insieme con molti altri.
Ciò nonostante, la setta si dava sempre nuovi capi, e prima Paolo d'Armenia (morto circa al 715), il quale risedeva a Epispari nella provincia armena di Fanarea. Ma gli scismi cominciarono tosto nella setta. I due figli di Paolo, Gegnesio, sopranominato Timoteo, e Teodoro vennero a contrasto sulla precedenza: il primo pretendeva d'averla ricevuta in virtù del dono dello spirito, da suo padre passato in lui, il secondo per l'immediata comunicazione divina. Gegnesio, imperando Leone III, se ne venne a Costantinopoli (717): con le sue arti e simulazioni aggirò il patriarca e carpì lettere di raccomandazione dall' imperatore. Con queste si ricondusse a Mananalis, che stava ancora nei dominii dell'impero, e prese con ciò il vantaggio sulla fazione di Teodoro suo fratello. Dopo la morte di lui, suo figlio Zaccaria e un figliuolo adottivo per nome Giuseppe formarono da capo nuovi partiti. I settatori del primo caddero, la maggior parte, sotto la spada dei saraceni, mentre il caposetta ne scampò con la fuga. Giuseppe invece, il quale si chiamava Epafrodito (+775), estese la propria setta da Antiochia in Pisidia, anche nell'Asia Minore, e vi fondò assai comunità, le quali tutte ebbero il nome da una delle chiese fondate già dall'Apostolo s. Paolo. Costantino V, che del 752 aveva conquistato Melitene e Teodosiopoli, aveva dato ordine di tramutare parecchi di costoro insieme con altri abitanti, nella Tracia; sicché essi ben tosto ebbero fautori nella stessa capitale. A Giuseppe seguì poi (fino all'801) Baane, cognominato per le sue svergognate dissolutezze «il Sordido». E sotto di lui montò a tal segno la corruzione dei costumi, che la setta in breve non poteva più essere di gran pericolo, anzi correva a rovina. Ma allora si levò Sergio, quale riformatore, persona di grande ingegno e operosità, e così divenne come il secondo fondatore della setta, che nel resto si divise in baaniti e sergioti. Sergio poi, che si nominò Tichico, pretendeva di essere il discepolo omonimo di s. Paolo, redivivo, conforme alla dottrina della trasmigrazione; dai suoi seguaci facevasi adorare quale Paraclito; da sé chiamavasi fiaccola ardente, buon pastore, capo del corpo di Cristo, il quale dimora fra i suoi sino alla fine del mondo: vantavasi avere discorso dall'Oriente all'Occidente, dall'Austro all'Aquilone per annunziare il Vangelo. La sua fazione era la più forte e avrebbe forse spiantato del tutto i baaniti, se un cotale Teodoto non avesse opposto ritegno al loro totale eccidio (13).
I casi dei pauliciani furono soggetti a svariate vicende. L'imperatore Niceforo (801-811) li protesse e li favori; Michele I (811-813) trovò nel suo stesso consiglio di stato divisi i pareri sulla condotta da tenersi verso di loro; egli pronunziò pena di morte contro di essi, ma non la fece eseguire che in alcuni pochi eretici dei più petulanti. Leone V (813-820) mandò il vescovo Tommaso di Neocesarea e il monaco Paracondace come giudici inquisitori contro di loro, ma essi furono trucidati dai pauliciani. Molti poi di costoro rifuggirono nella parte saracena della piccola Armenia; ove l'emiro di Melitene loro attribuì per sede la piccola città di Argaum. Di qui essi, già ordinati militarmente, facevano spessi impeti nei dominii romani e trascinavano seco a schiere i prigionieri. Sergio poi, nell' 835, fu ucciso da un cattolico di Nicopoli e con la sua morte il partito perdé anche maggiormente l'unità religiosa, ma politicamente crebbe ancora più minaccioso (14). E allorché, sotto l'imperatrice Teodora (verso all' 844), molti pauliciani furono mandati al supplizio (15), i loro correligionari si elessero a nuovo capo Carbea, e sotto di lui sergioti e baaniti si unirono.
In territorio arabo egli edificò la fortezza di Tefrica; e di qui, come da Amara e da Argaum, collegatosi con gli arabi, faceva di frequenti assalti nell'impero e si rafforzava di più coi numerosi malfattori che a lui riparavano. Dopo Carbea, fu condottiero dei pauliciani il suo genero Crisochere, il quale, nell’867, trascorse fino ad Efeso e nell'871 fu dai bizantini messo a morte (16). Dopo ciò la setta perdette anche della sua potenza politica. E con tutto questo si mantenne nell'impero d'Oriente fino allo spirare del secolo undecimo, ma nel secolo decimo i suoi seguaci per la massima parte furono trasferiti in Tracia per custodirvi i confini dell'impero (17).
I punti fondamentali delle dottrine pauliciane sono questi: 1) Il dualismo. Il Dio buono, signore del cielo e autore del mondo degli spiriti e padre celeste, è il Dio adorato dai pauliciani (cioè dire cristiani, che soli essi erano la Chiesa cattolica): il Dio malvagio per contrario è il Dio adorato dai romani (così dimandavano essi i cattolici); e questo è composto di fuoco e di tenebre, autore del mondo dei sensi e del corpo terreno, il Demiurgo, ovvero l'Arconte. 2) Il disprezzo di tutta la materia. Il corpo è impuro, come sede della concupiscenza malvagia; e l'anima, la quale si accosta al supremo Iddio, è racchiusa nel corpo straniero, come in un'impura prigione. 3) La glorificazione della colpa. La caduta del primo uomo era un benefizio, perché con ciò l'uomo, mosso dalla rivelazione del sommo Iddio, si levò contro la legge del Dio malvagio. 4) Docetismo nella dottrina intorno a Cristo. Il Redentore, che propriamente aveva solo da cominciare il processo della purificazione delle anime svincolate dalla materia, discese dal cielo del Dio buono con un corpo celeste, trapassò per il corpo di Maria come per un canale, non patì effettivamente, ma solo in apparenza, e cotale passione apparente non ebbe alcuna virtù. 5) Lo spregio e vilipendio della ss. Vergine. Maria non era madre di Dio, né sempre vergine, né santa, né pure appartenente al numero delle buone donne. 6) Il rifiutare dell'Antico Testamento e delle epistole cattoliche, massime delle epistole di s. Pietro, il quale era ritenuto in conto di un falsario della dottrina di Dio; e in parte altresì il rifiuto degli Atti degli Apostoli. 7) Il rigettare tutte le esteriorità della religione; i Sacramenti, il culto ecclesiastico, l'onore delle reliquie e dei santi. Secondo essi, Cristo non voleva battesimo, da poi che s'intitolò egli medesimo acqua vivente; nella ultima Cena, cui egli nemmeno presentò effettivamente, sotto nome di pane e di vino, non intese altro più che la sua parola. Il sacerdozio esterno poi, mancato ignominiosamente per cagione dei sacerdoti giudei congiuratisi contro il Salvatore, è da ributtarsi; i prepositi si dovevano solo chiamare compagni e scribi. I fautori e primi capi, compresovi Sergio, le cui lettere si tenevano per ispirate, avevano dignità di Apostoli e Profeti: dopo essi venivano i sinecdemoi (compagni degli stranieri, missionari) con un consiglio collegiale a capo delle comunità: le quali potevano avere pastori e maestri propri. I notai avevano uffizio di spargere gli esemplari della bibbia. Il culto della croce, segno quasi di maledizione, era in orrore. La croce non riferivasi a Cristo, se non in quanto egli, pregando e benedicendo, stendeva le mani in forma di croce. (E con tutto ciò nelle malattie la croce si voleva usare in molti modi superstiziosi). I luoghi delle adunanze non si dovevano già dire chiese, ma luoghi di preghiera (Proseuchai). 8) La morale poi della setta ora al tutto riprovevole. Stravolgere e rinnegare la fede, coprirla sotto espressioni ambigue, partecipare anche al culto cattolico, giusta le circostanze, ritenevasi lecito. Il digiuno rigettato; il matrimonio permesso, ma frequenti gl'incesti. E anche nelle adunanze del loro culto usavano certo svergognatissime dissolutezze, almeno presso i baaniti; ma Sergio pare che abbia cercato in parte di levare i disordini più abominevoli e grossolani, ovvero occultarli (18).

§. 2

In Armenia era una setta, originata dal miscuglio delle dottrine zende col cristianesimo, e dicevasi dei figli del sole o arevurdi, poiché al sole tributava onori divini. Cotale setta ebbe, tra l' 833 e l' 854, una nuova forma da un Sembat, pauliciano d'origine il quale ristrettosi con un medico e astrologo persiano, di nome Medscusik, escogitò una nuova colleganza di elementi cristiani e persiani. Egli sorse da prima nella provincia Ararat, e fermò poi sua stanza nella cittadella di Thondrak, onde il suo partito ebbe nome di tondrachiti ovvero tondraceni. Essi erano imputati di seguire uno sconfinato antinomismo, rigettare i Sacramenti e negare perfino la provvidenza e l'immortalità dell'anima. E quantunque contro di loro si procedesse con assai severità, essi non pertanto si mantennero fino al secolo undecimo nella provincia di Kurkh, ed ebbero seguace anche un vescovo per nome Giacobbe (19).
Un'altra setta, che aveva sede precipua in Amorio nella Frigia superiore, ove abitavano molti giudei, confondeva pure elementi giudaici ed ebioniti con l'ascetica manichea e accettava tutto l'Antico Testamento, salvo la circoncisione. Essi chiamavansi atingani (20), verisimilmente perché ritenevano per cosa impura il tocco di varie cose, ovvero anche il commercio con quei di diversa credenza, e cotali macchie essi ingegnavansi di lavare con frequenti abluzioni. Questa setta, con la quale anche l'imperatore Michele II (821-829) era in intima relazione, ammetteva il battesimo, ma restava tutta via giudaica nella sostanza. A lei s'imputavano gli errori dell'astrologia, frequenti scongiuri dei demoni, e il culto speciale di Melchisedech, cui pare che la setta dichiarasse per maggiore di Cristo, anzi per suo Padre e Dio (onde alcuni la ritengono per una continuazione degli antichi melchisedechiani o teodoziani). Ma sopra tutto riprovavasi in questi settari la celebrazione del sabato e la dipendenza dai giudei, i quali spesso chiamavano a reggere i loro domestici negozi e allevare la loro figliuolanza.

NOTE

(13) I capi della setta fino a Baane (***) e a Sergio, presso Phot. l. c. I, c. 1-5, 16-22; Petr. Sicul. l. c. n. 23 s.; Georg. Hamart. l. c. c. 238 p. 605 s.

(14) Phot. l. c. c. 23-27. Petr. Sicul. l. c. n. 31, 41 s. Theophan. l. c. p. 770 s. (il quale difende la severità della procedura contro l'eresia).

(15) Theophan. l. c. IV, 16. Cedren., Synopsis historica II, 1.54 s.

(16) Genes. l. IV, p. 121, 122. Theophan., Cont. V, 37 S. 46 S. Cedren. l. c. II, 206, 213 s.

(17) Leo Diacon. l. C. IX, c. ll, 12. Zonar., Annales s. Epitome historiarum XVI, 209. Cedren. l. c. II, 412 s.

(18) Georg. Hamart. l. c. p. 607 s. Petr. Sic. l. c, n. 10 s. 29, Phot. l. c. I. c. 6-10; II, c. 1 s.

(19) Gli Arevardi dell'Armenia non vennero in grande autorità che dal secolo nono all'undecimo (Tschamtscheau, Armen. Geschichte I, 765; II. 884 ss.).

(20) Gli atingani (da ***, cf. Col. IL 21: ***) presso Theophan. l. c. II. 3 s. (Migne, Patr. gr. CIX, 56 s,) Cerdren. l. c. II. 869.

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