Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (3_1_01)

PARTE PRIMA: EVO MEDIO. La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi (692-867) CAPO PRIMO. La condizione della Chiesa in Oriente e l'avanzarsi minaccioso dell'islamismo.



La controversia iconoclasta e l'alleanza del papato con i carolingi
(692-867)

CAPO PRIMO.

La condizione della Chiesa in Oriente e l'avanzarsi minaccioso dell'islamismo.

§. 1

Nell'impero bizantino le condizioni della Chiesa erano quelle che vi abbiamo trovato nel secolo settimo. Il più tirannico Cesaro­papismo prevaleva, e gl'intrighi politici della corte imperiale avevano il loro effetto anche nel governo della Chiesa. Rari si trovavano i vescovi che avessero animo da opporre resistenza alla tirannica ingerenza che i governanti si arrogavano negli affari ecclesiastici. Assai potenti erano tuttavia nella Chiesa greca i monasteri; e diverse disposizioni furono prese intorno alla disciplina claustrale. Interdetto stabilire nuovi monasteri senza bastevoli assegnamenti, esigere danaro per l'ammissione in quelli, come anche di erigere monasteri doppi, in cui abitassero vicino monaci e religiose; il che pure fu da papa Zaccaria vietato per i monasteri longobardi. Né monaci, né monache potevano passare da uno in altro convento, né coabitare, e neppure prender cibo, con persone di altro sesso (1).
Un modello di vita monastica era il monastero di Studio in Costantinopoli sotto all'abate Teodoro, il quale ne compose la regola. Il lavoro delle mani e lo studio, le funzioni religiose e gli esercizi di pietà; i digiuni e i tempi delle refezioni erano tutti esattamente regolati; e del pari i castighi e le penitenze, dalle quali nondimeno si escludevano le penitenze corporali usate fra i benedettini di Occidente. Similmente gli uffizi erano tutti con precisione determinati, dall'abate al portinaro ed allo svegliatore (excitator, aphypnistes). Vi aveva prefetti della disciplina (epistemonarchi); ordinatori (tassiarchi) per mantenere l'ordine in coro; sopraveglianti (epitereti) per destare i neghittosi, e così via: un bibliotecario, un calligrafo, un maestro dei novizi e uno dei malati, un precettore per i fanciulli, e artieri d'ogni mestiere. Oltre ciò il monastero provvedeva a tutti i bisogni, di maniera che non fosse necessario ai particolari di comunicare con gli esterni. Tutta la vita del monaco doveva essere una ricordanza della morte (2).
Vi erano però anche molti monasteri profondamente decaduti e lontani di gran lunga dallo spirito, che regnava a Studio. Quindi non raro era il vedere grossolani traviamenti nei monaci; tanto più che i monasteri continuavano a servir di prigione ai grandi, caduti in disgrazia, e alle famiglie reali rovesciate dal trono: il che fu pure imitato, per lunghissimi anni, in Occidente.
Fra i teologi della Chiesa greca, a questo tempo, è da menzionare innanzi tutti il monaco Giovanni Damasceno. Egli fu il primo a comporre una esposizione ordinata e metodica della dogmatica, secondo i padri della sua Chiesa, ed insieme trattati di polemica e lettere. L'opera di lui principale, «Fonte della conoscenza», va divisa in tre parti: 1. Propedeutica filosofica (Dialettica); 2. Introduzione storica (trattato delle eresie); 3. Esposizione precisa della vera fede (Dogmatica) in quattro libri e cento capitoli. Quivi egli tratta di Dio e dei suoi attributi, come anche della Trinità (I libro); appresso, della creazione, della natura e della caduta originale dell'uomo (II libro); poi della Incarnazione e Redenzione (III libro), e ultimamente della grazia e dei mezzi di salute (IV libro). Acuto, chiaro ed erudito, il Damasceno lasciava in questa un'opera monumentale, che quasi chiudeva la teologia dei padri. E quest'opera poi fu compita in molte parti dai «Paralleli sacri», i quali, del pari che le «Catene» si vennero via via moltiplicando e arricchendosi (3).
Di S. Giovanni Damasceno fu contemporaneo ed amico Cosma il Cantore (Melodus), dal 743 vescovo di Maiuma in Palestina; il quale compose dei canti per le feste primarie della Chiesa; e un altro suo contemporaneo fu pure Giovanni, vescovo di Eubea autore di parecchi discorsi.
Teodoro Studita scrisse, oltre ad una storia dei suoi tempi, lettere importanti e trattati polemici, catechesi e discorsi parenetici (4). I monaci Giorgio Sincello, Giorgio Amartolo e Teofane Isaacio compilarono ricche cronache. E altresì conosciuti come scrittori sono i patriarchi bizantini Germano, Tarasio e Niceforo.
I teologi della Chiesa bizantina posero uno studio speciale nella compilazione delle così dette Catene, scegliendo e disponendo ordinatamente le interpretazioni degli antichi padri della Chiesa intorno ai particolari libri della santa Scrittura (5). Già per tempo si era volto il pensiero a raccogliere i tesori superstiti delle opere dei padri e a profittarsene opportunamente. Ma quanto più i lavori originali venivano mancando, particolarmente dal secolo VI, tanto crebbe l'ardore delle compilazioni. In esse prendevasi a fondamento s. Giovanni Grisostomo per s. Matteo e s. Giovanni, Tito di Bostra per s. Luca, Vittore di Antiochia per s. Marco, Teodoreto per le Epistole di s. Paolo; per l'Antico Testamento, Origene, Eusebio, Teodoreto, Policronio, Grisostomo, ai quali si aggiungevano Ireneo, Ippolito e altri antichi. La esposizione dell'Ottateuco fatta da Procopio di Gaza era pure un'opera a cui molti altri si attennero. Parimente sorsero compilazioni dogmatiche di Anastasio Sinaita, di Leonzio da Bisanzio e di altri, onde poi nacquero i «Sacri Paralleli» nei quali, recata una proposizione teologica, se ne allegavano subito, a prova e a spiegazione, testi di Scrittura e di Padri (6). In queste opere ci furono conservati preziosi frammenti di opere dei padri, nel resto perdute.

§ 2.

La civiltà cristiana in Oriente ebbe da soffrire gravissimi danni in molte parti dall'avanzarsi dell'islamismo. I tre patriarcati di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme non mostravano altro più che un'ombra della loro antica grandezza. In Egitto i copti, che si contavano da 5 a 6 milioni, invasati di odio contro i melchiti, loro assai inferiori di numero (300,000), avevano sostenuto gli arabi assalitori e ricevutine in premio grandi vantaggi. Essi divennero il partito predominante e poterono usurparsi la più parte delle chiese.
Il patriarcato dei melchiti rimase 80 anni vacante; sicché il metropolita di Tiro doveva ordinare i loro vescovi. Solo regnando il califfo Hisciam (724-743), rieletto un patriarca cattolico, Cosma (Kosmas), ottenne la restituzione di molte chiese, anche in Alessandria, ove i cattolici fino allora non avevano altra chiesa che san Saba. Cosma contese pure, davanti ai magistrati saraceni, col patriarca giacobita Chail (+766) intorno alla chiesa di s. Menna nelle Mareotide; ma la spuntarono, come il solito, i giacobiti.
Sotto la dinastia degli abassidi (dal 750), lo stato dei cristiani si fece più lagrimevole che per l'addietro. Nel nono secolo furono poste contro di essi leggi severe; prescritto un vestito speciale e contrassegni determinati. Il numero dei vescovadi cattolici sminuì grandemente, l'ignoranza degli ecclesiastici crebbe sempre più e la conoscenza della lingua greca venne cosa rara; tanto che lo stesso patriarca melchita, Said Ibn Batrik, ovvero Eutichio (+940), usò della lingua araba nei suoi annali, pieni d'errori. E sebbene di quando in quando vi fossero alcuni cristiani che ottenevano cariche e favori, come sotto Al Mamun (dopo l'813) il cristiano Boccam creato prefetto di Bura, nondimeno lo stato loro in generale era sempre di oppressione; sicché il patriarcato di Alessandria, più che tutti, precipitava ogni dì peggio a rovina (7). Ad Alessandria approdavano bene spesso navigli veneziani; di che i veneziani profittandosi, trasferirono di quivi alla loro città le reliquie di s. Marco, e lui ebbero indi in poi come loro potente patrono.
In alquanto migliore disposizione erano le cose a Gerusalemme. La città santa erasi resa per via di capitolazione; assicurata ai cristiani la vita e gli averi, compresevi le chiese: ma l'accesso ne fosse a tutti libero, ai musulmani come ai pellegrini stranieri; non si erigessero croci, non si sonassero campane, non si edificassero nuove chiese. E oltre di ciò molte restrizioni poi furono poste, sì agli abitanti, come ai pellegrini. Questi ultimi venivano d'ordinario dall'Occidente su navigli veneziani. Carlomagno, a cui Arun Arrascid inviò persino le chiavi del santo Sepolcro, edificò in Gerusalemme un ospizio ai pellegrini franchi con una chiesa dedicata alla madre di Dio e una biblioteca; e ordinò limosine per la ristaurazione delle chiese. Nell'809, la cupola della chiesa della Risurrezione minacciando rovina, fu ristorata per le cure del patriarca Tommaso e dell'egiziano Boccam. Solo nel 936 e 969, seguirono nuove devastazioni dai fanatici maomettani. Più monasteri sorgevano ancora in Terra Santa, come le grandi laure di s. Saba e di s. Caritone, il monastero di s. Eutimio e quello di s. Teodosio. Con essi e col patriarca Tommaso era in corrispondenza di lettere s. Teodoro Studita di Costantinopoli (morto l'826), che v'inviò altresì un suo discepolo per nome Dionigi. Del resto l'indole sospettosa degli arabi governatori e le loro infinite oppressioni pesavano duramente sulla Palestina (8).
Assai peggio stava Antiochia. Questa città, che ai tempi del Grisostomo contava centomila cristiani, e che riedificata sotto Giustiniano, nel 526, dopo un gran terremoto, era stata soprannominata la città di Dio (Theopolis), si trovava dopo la conquista saracena nel più profondo scompiglio, tanto più avendo patriarchi monoteliti, che risedevano a Bisanzio.
Dopo Giorgio, che avrebbe sottoscritto i decreti del concilio di Trullo, la sede patriarcale dei melchiti vacò per quarant'anni. E anche appresso vi furono altre lunghe vacanze, con tutto che il califfo Iezid, nel 744, avesse dato libertà di elezione agli antiocheni. All'anno 750, rovesciata con Mervan II la dinastia degli ommaiadi, venne in signoria quella degli abassidi, che stabilirono la dignità di vizir e posero a Bagdad, in cambio di Damasco, la sede del califfato: onde Bagdad a breve andare divenne centro della cultura araba, che allora cominciò a fiorire. Con ciò, discostata maggiormente la capitale del califfato da Antiochia e da Bisanzio, sembrava che un favorevole avvenire si preannunciasse per il patriarcato e l'impero. Ma questo nondimeno, senza le divisioni intestine degli arabi, non ne avrebbe tratto che piccolo vantaggio; e la popolazione antiochena abbandonata, anche peggio che dianzi, all'arbitrio dei suoi governatori, non ne colse maggior profitto che il patriarcato dei melchiti. Il patriarca Teodoro nel 757 fu sbandito dal califfo Selim per sospetto di pericoloso carteggio con la corte di Bisanzio; ma di poi ritornò alla sua sede e condannò il vescovo Cosma di Epifania presso Apamea di Siria, che aveva rapito i sacri vasi e parteggiato per gli iconoclasti (764). La più parte dei patriarchi, come Stefano IV sotto il Copronimo, erano ignoranti. In condizioni più favorevoli si trovava il patriarca giacobita, stando pure in istrette relazioni col suo collega di Alessandria, tuttoché avesse anche sovente a contrastare col primate o Mafriano, sinchè nell'869 un sinodo diede norma ai loro vicendevoli rapporti. I patriarchi melchiti erano spesso dai governatori arbitrariamente deposti o sbandeggiati (9). Nel 969 poi, imperando Niceforo Foca, Antiochia fu ripresa nuovamente dai greci: il patriarca giacobita Giovanni condotto con più altri vescovi a Bisanzio, ove il patriarca Polieuto venne con lui a disputa inutilmente. Questi poi,avendo i saraceni trucidato il patriarca melchita Cristoforo ordinò Teodoro di Coloneia per capo dei melchiti d'Antiochia.
Ma a pro di Gerusalemme nulla si poté fare a quel tempo, nonostante la vittoria dei greci; anzi il furore degli arabi crebbe, e ancora nel 969 il patriarca Giovanni, sotto l'imputazione di avere sollecitati gl'imperatori greci alla guerra e porto loro aiuto, fu sbandeggiato e la chiesa del s. Sepolcro data alle fiamme. Le vittorie dell'imperatore Giovanni Tzimisce, l'anno 974, estesero di nuovo nella Siria la dominazione dei greci; ma non recarono a Gerusalemme e agli altri paesi conquistati dagli arabi che maggiori oppressioni e violenze (10): chiunque abbracciava l'islamismo, era ammesso a partecipare ai privilegi degli arabi dominatori; chiunque ricusava, si esponeva al vituperio, ad oppressioni ed angherie senza fine; i cristiani erano tenuti in conto di nemici della patria, con tutto che i più si astenessero ad ogni potere da quanto avesse ombra di congiura; erano costretti a pagar un tributo a testa, il tributo degli infedeli, a cedere molte chiese, trasmutate poi in moschee, ed a mancare del numero necessario di preti. E con tutto ciò, i vescovi, anche i patriarchi di Costantinopoli, non tralasciavano dal canto loro di ammonire i cristiani, viventi sotto la dominazione degl'infedeli, di porgere a questi un'inviolabile obbedienza in tutto ciò che non repugnasse alla fede ed alla carità verso Dio. In ogni parte, ove regnava l'islamismo, il numero delle chiese e dei vescovi scemava in maniera spaventosa. E ciò intervenne singolarmente nell'Africa settentrionale, della quale appena abbiamo qualche ragguaglio fededegno (11).

§ 3.

Anche le isole del Mediterraneo furono molto vessate dai pirati maomettani, come pure le costiere d'Italia. In Sicilia i maomettani fermarono la loro dominazione; nell'831 conquistarono Palermo e di poi continuarono sempre a guerreggiare coi greci. Appresso (nell'878), presero Siracusa, e ne trascinarono via prigione l'arcivescovo Sofronio; nel 902 si impadronirono di Taormina: e vi martirizzarono il vescovo Procopio con molti ecclesiastici: al secolo nono essi possedevano nell'Italia meridionale molte città e si spinsero fin sotto alle mura di Roma. E spesso loro non si contrapponeva che una debole resistenza (12). Il dominio dell'impero bizantino veniva ancora maggiormente indebolito dalle invasioni de' maomettani. Dopo l'anno 823,1'impero greco perdeva altresì Creta e le Cicladi, e vedevasi man mano angustiato e costretto nel mezzo cerchio che stendevasi da levante a ponente. Infinite furono le vicende di questa lotta, comeché intramessa di quando in quando coi trattati di pace e le alleanze; non mai però i cristiani, anche appartenenti all'impero orientale, ebbero pace ferma, e di solito neppure breve posa. Era questo un giudizio formidabile e giusto che cadeva su quel decrepito impero, i cui monarchi persistevano ancora tanto accecati da ridestare, eziandio nell'interno, nuove lotte religiose.

NOTE

(1) Conc. oecum. VII, can. 17, 19, 20; e poi can. 18, 21, 22.

(2) Theod. Stud., Opp. presso Migne, Patr. gr. XCIX, 1703 s. Constitut. Studian. p. 1721 s. Canones p. 1733 s. Epitimia monach. Vedi sotto, cap. 5: Rinnovamento della controversia sopra le immagini.

(3) Ioann. Damasc., Opp. ed. Migne l. c.. t. XCIV-XCVI. Langen, Johannes von Damaskus. Gotha 1879. Lupton, St. John of Damascus. London 1884. Holl, Die Sacra Parallela des Johanne. Damasc. (Texte u. Untersuch. XVI, 1). Leipzig 1896.

(4) Cosmas Melod. presso il Migne l. c. XCVIII, 455 ss. Ioann. Eubocens. presso il Ballerini, Sylloge monum. I, 36 s. Migne l. c. XCVI, 1456. Theodor. Stud. Opp., presso il Migne l. c.

(5) Cramer, Praef. in Catenas evang. Matth. et Marci. Oxon. lS40. Wolf, Exercit. in Catenas Patr. graec. Wittemb. 1712. Pitra, Spicil. Solesmense t. I, Praefatio, p. LIV ss. Ehrhard, in «Geschjehte der byzantinischen Litteratur» del Krumbacher, 2a ed. p. 206-219. Lietzmann, Katenen. Mitteilungen uber ihre Geschichte und handschriftliche Ueberlieferung. Freiburg i. Br. 1897. Faulhaber, Propheten-Katenen (Biblische Studien IV, 2-3.

(6) Sacra Parallela presso il Mai, Nov. Coll. t. I, Praef. p. LIV. Hergenrother, Photins IlI, 41 s.

(7) Euseb. Renaudot, Hist. Patriarch. Alex. Iacob. Par. 1713. Eutychii Annal. II, 287 s. 357, 384 s. 411, 431s. Taki-eddini Makrizzi (giurista del Cairo, verso il 1441), Hist. Coptor. christ. in Aegypto arabo et lat.. ed. Wetzer, Solisb. 1828.

(8) Bernard., Itiner. (Migne, Patr. lat. CXXI. 569 s.). Phot., Amphiloch. q. 107, ed. Athen. p. 181 s. (intorno al luoghi santi secondo le narrazioni dei pellegrini).

(9) Intorno alle mutazioni dopo il 750 cf. Theophan. l. c. p. 664-666, 663.

(10) Leo Diac., Hist. l. IV, 10; V, 1 s.; X, 1 s.

(11) Rattinger, Der Untergang der Kirchen Nordafrikas im Mittelalter (Zeitschr. fur kathol. Theol. 1886, p. 481-497).

(12) Elmacin. e altri presso il Muratori, Annali d'Italia ann. 647, 648. Chron. Sicul. presso il Muratori. Scriptor. II, p. I. 246; cf. ibid. p. 267. 269.

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