Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (2_3_013A)

Il culto ecclesiastico e la disciplina penitenziale. SOMMARIO. - A. Liturgia eucaristica. Liturgie diverse nelle principali metropoli ecclesiastiche; la liturgia di Gerusalemme, di Antiochia, di Costantinopoli, di Alessandria in Oriente; la liturgia romana, la milanese, la gotica-spagnuola o mozarabica e la gallicana in Occidente. Usi introdottisi nella celebrazione della Messa; forme speciali del S. Sacrificio; Messe dei morti; Messe votive e simili; luogo della celebrazione e stato del celebrante. B. L'anno ecclesiastico. Uso della salmodia; santificazione della Domenica; feste ecclesiastiche; introduzione dell'Avvento; i tre grandi cicli di feste: Natale, Pasqua, Pentecoste; uso delle Rogazioni e delle Litanie; altre feste speciali: Presentazione di Cristo al tempio, Annunciazione di Maria, Trasfigurazione del Signore, Assunzione di Maria; feste di Martiri e di Angeli; feste della invenzione e della esaltazione della Croce. Devozione particolare a Maria SS. e splendide chiese a lei dedicate; feste dei Confessori e loro culto. Divisione dell'anno ecclesiastico, secondo diversi rispetti, in Oriente e in Occidente. - C. Usi ecclesiastici particolari. Consacrazioni e benedizioni, o sussistenti da sé o congiunte ai Sacramenti (sacramentali); azioni simboliche, come le incensazioni e le lavande; solennità speciale della dedicazione delle chiese; uso delle processioni sacre e dei pellegrinaggi, e condizioni richiestevi dai Padri. - D. La penitenza e l'estrema Unzione. Uso della penitenza pubblica; i penitenziari; forme più miti di censura per i chierici; pene imposte ai penitenti pubblici e recidivi; confessione segreta; vescovo e preti a ciò deputati e loro doveri. La estrema Unzione in Oriente e in Occidente, come parte della penitenza. - E. Vesti liturgiche: diverse secondo i gradi diversi del clero e modellate sulla foggia propria delle vesti di gala del secolo IV; loro varietà e uso; speciali distintivi del vescovo.



PARTE TERZA
La Chiesa al dissolversi della civiltà romana
(dalla fine del secolo V alla fine del secolo VII).

CAPO TREDICESIMO.

Il culto ecclesiastico e la disciplina penitenziale.

A. Liturgia eucaristica.

§ 1.

In Oriente invalsero per la celebrazione dell'Eucaristia nelle principali metropoli ecclesiastiche usanze liturgiche loro proprie, quali attribuite ad Apostoli o a discepoli degli Apostoli, quali a vescovi insigni. Così vi aveva 1) la liturgia della Chiesa di Gerusalemme, attribuita a S. Giacomo. Questa Chiesa però valevasi altresì, come si raccoglie da Cirillo, 2) della liturgia antiochena, ascritta quando a S. Clemente, e quando anch'essa a S. Giacomo. E a lui pure Costantinopoli riferiva la sua liturgia, ma d'ordinario valevasi 3) della liturgia di S. Giovanni Crisostomo; e poi 4) di quella di S. Basilio, la quale ultima fu imitata eziandio dai Copti e dai Siri. 5) La Chiesa alessandrina poi recava la sua liturgia a S. Marco, ovvero anche a S. Cirillo; oltre di queste, i Copti usavano ancora la liturgia di S. Basilio e un'altra che fu ascritta a S. Gregorio di Nazianzo. Gli Abissini poi ebbero dai Giacobiti d'Egitto fino a dodici liturgie diverse. I Nestoriani denominavano le proprie liturgie dai loro Apostoli, segnatamente Adeo e Mari, da Diodoro, Teodoro di Mopsuestia e Nestorio. Altre liturgie ancora sorsero più tardi presso gli Orientali. Gli Armeni, insieme con la liturgia presunta dell'Apostolo S. Giacomo, ne avevano anche una propria e antichissima, con molte eccellenti orazioni.
In Occidente aveva il primo luogo la liturgia romana. I sacramentari furono già compilati dai Papi Gelasio e Gregorio Magno. La liturgia milanese è attribuita a S. Ambrogio, il quale modificò la forma primitiva; essa porge molta somiglianza col rito orientale. Negli altri paesi d'Occidente variò spesso la liturgia. Così nelle Spagne il Sinodo di Braga del 561 ordinò d'introdurre nelle chiese della Galizia il Canone della Messa spedito da Papa Vigilio all'arcivescovo Profuturo; ma il Concilio di Toledo nel 633 volle far prevalere la liturgia gotica-spagnola di Toledo, che i Goti verisimilmente avevano recato seco da Costantinopoli e con forme proprie modificata (946). Dopo la dominazione dei Goti fu detta mozarabica (947) e spesso anche attribuita a S. Isidoro di Siviglia.
La liturgia gallicana antica ha molta somiglianza con la milanese e a questa probabilmente va riportata (948). Tutte le altre liturgie d'Occidente, anche l'anglicana molto variata e oscillante, furono sostituite alfine dalla romana; e con questa pure accordavasi quella d'Africa, tolte alcune formule proprie di preghiera e le lezioni particolari dell'Antico Testamento (949).

§ 2.

La distinzione tra la Messa dei catecumeni e dei fedeli (950) sparì solo verso la fine di questo periodo storico, da che si fecero via più rari i catecumeni e i penitenti, i quali, come gl'infedeli e gli energumeni, non potevano assistere alla parte precipua del culto, cioè alla Messa dei fedeli. Quanto alla celebrazione in sé, noi troviamo alcuni usi introdottisi man mano, cominciando dal secolo IV; dei quali riferiremo qui i più importanti, a compimento di ciò che se ne disse più sopra. Per chiamare alla chiesa costumavasi di battere a martello qualche metallo, e appresso vennero in uso le campane. In chiesa poi tutti avevano ad occupare il luogo loro attribuito. Il clero doveva prima mettere tutto all'ordine. Alla preparazione del prete o del vescovo, che celebrava, apparteneva altresì la confessione generale delle colpe, la quale sulle prime non aveva alcuna formula certa, e pronunziavasi innanzi d'entrare all'altare (951).
A Roma Papa Celestino, probabilmente sull'esempio di S. Ambrogio e delle Chiese orientali, introdusse il costume di cantare da principio e innanzi alle lezioni un qualche salmo (952).
In qualche chiesa si cantavano più salmi e tra una lezione e l'altra versetti di salmi (responsori). Il salmo, ovvero l'Antifona, che all'entrare del sacerdote all'altare cantavasi dal popolo e poi dal Coro, si chiamava Introito, o anche Ingresso, e rispondeva il più delle volte all'Introito delle nostre Messe. Appresso, in luogo di un intero salmo, si cantarono solo alcuni versetti (953). Si cantava stando in piedi. Al canto seguiva nelle liturgie orientali e poi anche nelle occidentali l'invocazione della misericordia divina (Kyrie eleison, Christe eleison); in Oriente era cantata dal popolo, in Roma dal clero e dal popolo alternatamente (954).
Nella Spagna e in una parte delle Gallie precedeva al kyrie il Trisagion e a questo immediatamente seguitava, di solito, quando non vi fosse un'orazione segreta del clero e del popolo, la doxologia maggiore, o vogliamo dire il «Gloria», solito a recitarsi in Roma solo nelle feste grandi e nelle domeniche (955). In cambio di esse, alcune chiese di Gallia usarono per qualche tempo il cantico di Zaccaria (il Benedictus). Il vescovo o il prete pronunziava il saluto: «Pace a voi» ovvero: «il Signore sia con voi» (956), e recitava poi in nome di tutti un'orazione solenne (Collecta), indirizzata sempre all'Eterno Padre e terminata col nome del Figliuolo, alla quale il popolo rispondeva; Amen». Indi il vescovo e i preti sedevano; i diaconi stavano; e seguivano allora le lezioni della Scrittura, che i lettori facevano dal pulpito o ambone. Tra mezzo a quella tolta dagli Apostoli e quella del Vangelo si cantava un salmo (Graduale). Il Vangelo era prima letto dal lettore: appresso (dal secolo sesto in poi) solo dal diacono. Il popolo ascoltavalo ritto in piedi. Allora succedeva la predica.
Dopo la predica si congedavano gl'infedeli, i catecumeni, i penitenti e gli energumeni. Il Simbolo niceno, con l'aggiunta fatta dal Costantinopolitano concernente lo Spirito Santo, probabilmente non fu ammesso nella liturgia che durante il V secolo ad Antiochia, e dopo il 519 a Bisanzio (957): indi s'incominciò a cantare solennemente nelle Spagne durante la Messa della domenica (958); il quale esempio poi seguirono le chiese della Gallia e infine anche Roma.
Dal secolo VI in poi l'oblazione, d'ordinario, non facevasi che in domenica: e tra essa il coro cantava dei salmi (il che si costumò primieramente in Africa), poi alquanti versetti (antifone). Appresso, mancando il numero dei comunicanti e preparandosi il pane eucaristico dagli ecclesiastici, cessarono le oblazioni dei doni naturali quasi del tutto, e offerivasi in quel cambio denaro.
Presso gli Orientali, durante la sacra azione le cose sante erano occultate dietro a veli, e le parole della consacrazione pronunziate ora bassamente, ora ad alta voce; e in questo secondo modo prescrisse Giustiniano (959), il popolo rispondeva: «Amen» ovvero: «Noi crediamo». In Occidente, almeno dal secolo sesto, il Canone intero si recitava in segreto. Dopo la consacrazione venivano ora preghiere generali, ora particolari, per i defunti; i cui nomi, per ordine, prima dei preti e poi dei laici, erano letti pubblicamente. Si recitava poscia l'orazione domenicale, con una introduzione assai antica, e in alcune chiese dell'Oriente e delle Gallie era pronunziata insieme ovvero cantata da tutti i presenti.
Il così detto Embolismo, ossia il Libera nos, si trova di già nel sacramentario di Papa Gelasio: dopo questo in varie chiese della Spagna e delle Gallie il vescovo impartiva la benedizione al popolo. In certe antiche liturgie d'Oriente tale benedizione era una preghiera che Dio facesse degno il suo popolo sì nell'anima, sì nel corpo, di ricevere la Santa Comunione.
Innanzi alla distribuzione della Comunione, nella Chiesa romana usavasi l'invocazione dell'Agnello di Dio (Agnus Dei), da prima recitata, indi per ordinazione di Papa Sergio I (687) cantata dal clero e dal popolo (960). Nelle chiese orientali e nella più parte delle occidentali era prescritto che solo i preti ed i diaconi comunicassero all'altare dentro il coro, gli altri chierici sul limitare, i laici fuori (961). Il pane consacrato deponevasi ancora spesso, come prima, nelle mani del comunicante (962), ma spesso anche in bocca, dicendosi: «Il corpo del Signore custodisca l'anima tua» (963). Una parte della Eucaristia consacrata conservavasi in un tabernacolo a foggia di piccola torre (964).
Il S. Sacrificio della Messa prendeva poi diversa forma, offrendosi per i trapassati (965) e anche per i penitenti contriti (solo per gl'impenitenti, i suicidi, gl'infedeli non si poteva) (966). Così nel 694 dal Concilio di Toledo fu proibito di celebrare la Messa dei morti per i viventi. Anche assai per tempo sì ebbero Messe votive, ordinate sì a cessare qualche sinistro, e sì ad implorare qualche favore (967); e similmente Messe in onore dei Santi con preghiere e lezioni speciali tratte queste per il solito dagli atti dei Martiri. La Messa dei Presantificati (968), secondo che nella Chiesa greca celebravasi durante la Quaresima, esclusi pochi giorni di festa, e nella Chiesa latina solamente il Venerdì Santo, non era propriamente un sacrificio, poiché solo celebravasi con le specie del pane già consacrato, ma era al tutto un culto di adorazione (969). Nelle Chiese gallicane usavasi di celebrare tutto intero l'uffizio divino alla presenza del Corpo di Cristo esposto sull'altare, conservandosi l'Eucarestia consacrata giorni innanzi in un ciborio foggiato a torre. Il Santo Sacrifizio d'ordinario non dovevasi celebrare che nelle chiese: in alcuni casi però si consentiva di farlo anche negli oratori privati o in altri luoghi. Ma in certi giorni di festa più solenne era interdetto celebrare negli oratori, per non pregiudicare alle funzioni parrocchiali. Il sacerdote celebrante doveva essere libero da censure; chiunque celebrasse nonostante la scomunica, era deposto e fulminato d'anatema.

B. L'anno ecclesiastico.

§ 3.

Per la diffusione del monachesimo 1'orazione giornaliera delle ore canoniche (Breviario) venne sempre più in uso, e parecchi Concilii attesero a regolarla. La salmodia perpetua fu introdotta, al principio del secolo VI, nel monastero di S. Maurizio del Vallese, e quindi si diffuse in altri monasteri (970). La santificazione della Domenica fu sempre una delle cure più sollecite della Chiesa e diversi Concilii vi fecero ordinazioni, particolarmente per il riposo festivo (971).
Quanto alle feste ecclesiastiche, si cominciò in varii luoghi a premettere alla festa di Natale l'Avvento come preparazione, per lo più da quattro domeniche prima del 25 dicembre. Per analogia della Pasqua, s'introdusse pure un digiuno preparatorio, che nel 462 trovasi già prescritto nelle Gallie dal vescovo Perpetuo di Tours e nel 581 meglio ordinato dal Sinodo di Mâcon (can. 9).
Quindi si ebbero i tre grandi cicli di feste: Natale, Pasqua e Pentecoste. Il ciclo di Pentecoste cominciava con la festa dell'Ascensione del Signore, quaranta giorni dopo Pasqua. Tre giorni innanzi all'Ascensione di Cristo, si usavano nelle Chiese delle Gallie processioni solenni con digiuni e preghiere pubbliche (Rogazioni); il qual costume fu introdotto primieramente verso al 469 dal vescovo Mamerto di Vienne e riaffermato poi da più decreti sinodali.
In simil modo, a causa di gravi calamità pubbliche, praticavasi l'uso delle Litanie, stabilito in Roma da S. Gregorio Magno il 590, e dopo il secolo settimo sempre fissato nel giorno di S. Marco (25 aprile) (972).
Oltre a queste, altre feste ancora vi aveva: 1) E prima la festa della Presentazione di Cristo nel Tempio, ovvero dell'incontro con Simeone; celebrata universalmente ai due di febbraio in Oriente fino dal tempo di Giustino I e di Giustiniano; e in Occidente istituita da Papa Gelasio come festa della Purificazione di Maria (973). La processione delle candele già si faceva in Gerusalemme ai tempi dell'imperatore Marciano (+457) (974). 2) Indi la festa dell'Annunziazione di Maria (Evangelismus), che celebravasi ai 25 di marzo in Oriente e in Occidente; e nelle Spagne, ai 18 dicembre, fino dal 656 (975). 3) La festa della Trasfigurazione del Signore, cominciata tra il secolo quinto e settimo in Oriente, e cadeva ai 6 di agosto. 4) Il felice transito o l'Assunzione di Maria SS. al cielo, già festeggiata ai 15 di agosto sotto l'imperatore Maurizio, e celebrata con discorsi da Modesto di Gerusalemme e da altri (976). Seguivano poi in gran numero le feste dei Martiri e di altri Santi. Alle quali si aggiungevano feste in onore dell'Arcangelo S. Michele e di altri Angeli, come anche in onore della Croce del Signore.
Le feste della Croce ne commemoravano la invenzione o il ritrovamento, e la esaltazione ossia il ritorno delle sue reliquie a Gerusalemme.
L'anno 615 venuta Gerusalemme in mano ai Persiani, questi ne fecero prigione il patriarca Zaccaria e portarono con sé la vera croce. La santa lancia e la sacra spugna, cui il patrizio Niceta ricomprò a prezzo d'oro da un soldato persiano, fu recata in Costantinopoli e quivi esposta all'adorazione dei fedeli. Finalmente il 628 l'imperatore Eraclio ottenne dal re Cosroe, insieme con la libertà del patriarca e degli altri cristiani prigionieri, la restituzione della vera Croce. Questa fu allora riportata a Bisanzio, e poi di nuovo, nel 629, solennemente riposta a Gerusalemme nell'antica sua sede dall'imperatore stesso. In memoria di ciò fu istituita ogni anno la festa dell'Esaltazione di Santa Croce, ai dì 14 di settembre, in cui prima si festeggiava l'apparizione sua a Costantino (977). Il giorno 3 di maggio, fino dal sesto secolo, fu sacro alla Invenzione della S. Croce.

§ 4.

La devozione alla SS. Vergine Maria si diffuse ognora più, particolarmente dopo la definizione della sua dignità di Madre di Dio, promulgata nel Concilio di Efeso. E tanto maggiormente cresceva nella venerazione e nel culto, quanto meglio si ponevano in luce le intime sue relazioni col Dio-uomo, la sua partecipazione all'opera della redenzione e la dignità di lei quale Eva seconda, e quanto peggio si affannavano a oscurarne la grandezza e l'onore tutte le eresie del quarto e del quinto secolo (978). Maria SS. aveva quindi non solo feste proprie, ma chiese a lei dedicate. A lei era dedicata la cattedrale di Efeso, in cui fu tenuto il terzo Concilio ecumenico; e in Roma altre chiese assai, tra cui la più famosa era la Basilica Liberiana (S. Maria Maggiore), edificata sotto Papa Liberio (979). Costantinopoli poi si teneva come sua città per eccellenza. S. Pulcheria vi eresse la splendida chiesa di S. Maria in Blacherne, e quivi, imperando Leone I, fu trasferita la celebre reliquia del velo della B. Vergine. Imperatori, imperatrici e privati gareggiarono a dedicare in Bisanzio nuove chiese a Maria. Così sorgeva la chiesa di Maria alla fonte, nella piazza dei calderai, e altre. In un terremoto avvenuto sotto Giustiniano I rovinò interamente una di queste chiese, nominata Petala: un'altra fu fatta atterrare nel 693 dal brutale Giustiniano II per ampliare il suo palazzo. Molte erano altresì le chiese dedicate a Maria in Antiochia e in Gerusalemme (980). Verso il 540 ne fu pure edificata una dal vescovo Ingiurioso a Tours; e un'altra nel 691 incirca da Rodelinda, regina dei Longobardi, in Pavia.
Come si celebravano ab antico le feste dei Martiri, così cominciossi in questa epoca a festeggiare gli anniversari della morte di monaci e vescovi celebri, segnalatisi per santità (Confessori). Papa Gelasio assentì sotto certe condizioni ad Erculenzio, vescovo di Potenza, di dedicare una chiesa in onore dell'Arcangelo Michele e del confessore Marco (ovvero Martino) (981). Tra i confessori ebbe particolare culto in Occidente S. Martino, vescovo di Tours (+401), sopra la cui tomba fu tosto eretta dal suo primo successore una cappella, e da Perpetuo, che fu il terzo, una chiesa sontuosa (982). In Oriente S. Cirillo di Alessandria fu il primo (secondo Fozio) (983) che si contentasse di reliquie di Santi che non erano martiri, avendo egli consacrato in chiesa la tomba di un celebre anacoreta defunto da poco, senza più aggiungervi reliquie di martiri. S. Atanasio e S. Basilio, come altri ancora, furono, poco dopo morte, celebrati quali santi da S. Gregorio Nazianzeno nei suoi discorsi (984).

L'anno ecclesiastico era diviso, parte secondo l'adempimento dell'opera divina della redenzione (semestre del Signore), parte secondo le azioni dei Santi (semestre della Chiesa). In alcune feste speciali del Signore prendevasi norma dall'anno naturale e dalle stagioni. In tutto l'anno poi le lezioni della Scrittura venivano compartite in maniera da potersi leggere in esse tutti i libri dell'antico e del nuovo Testamento. Così presso i Greci l'anno ecclesiastico era distribuito, secondo la lettura dei quattro Evangeli, in quattro parti. Da principio si cominciava probabilmente con la Pasqua; indi in Quaresima o all'Epifania, e infine, giusta il Calendario giudaico, in settembre (985): Gli Occidentali similmente dividevano l'anno, avendo rispetto al digiuno; nelle Quattro Tempora, le quali cadevano al principio di Quaresima, nella settimana di Pentecoste, e nella terza settimana di settembre e di dicembre. Essi erano per la Chiesa romana tempi di ordinazione, e portavano il digiuno al mercoledì, venerdì e sabato (986). Sovente ciascuna delle cinquantadue settimane dell'anno aveva la sua propria denominazione, o dal significato suo o dalla domenica, onde principiava, o anche dalla lezione della Scrittura, che in quella facevasi. Tutti i giorni della settimana si nominavano «ferie», atteso che tutti dovevano essere come giorni di Sabato pei cristiani, rifuggendo dai sollazzi pagani e adoperandosi nelle opere di carità verso Dio e verso il prossimo. I giorni poi di feste speciali dovevano ricordare ai fedeli di scuotere da sé la polvere contratta per sorte nel contatto col mondo, di rinnovarsi nello spirito e infiammarsi allo stabile adempimento dei loro propositi: acciocché da quivi in poi ogni giorno fosse consacrato al Signore e la vita loro conforme alla loro fede (987).

C. Usi ecclesiastici particolari.

§ 6.

Oltre alle funzioni e ai riti proprii del culto divino, noi troviamo nel culto diverse consacrazioni e benedizioni particolari, le quali parte sussistevano da sé, parte unite coi Sacramenti. Così benedicevasi il pane, l'olio, il sale, in particolare l'acqua (acqua santa), la quale si usava ad allontanare gl'influssi del demonio e a preservarsi da ogni sinistro, invocando il nome di Dio. Il segno di croce poi facevasi nelle circostanze più diverse, e nella vita pubblica e nella privata, a memoria continua del Salvatore e a contrassegno della nostra costante fiducia nella protezione di lui. E in universale, assai frequenti erano le azioni simboliche. In molti riti della Chiesa era in uso la incensazione (Thurificatio), come nell'uffizio divino solenne. La lavanda delle mani unita con la preghiera che Dio creasse un cuor puro, costumavasi in Oriente e in Occidente; la lavanda dei piedi si faceva il Giovedì santo, ma non in tutte le Chiese (988). Spesso altresì benedicevansi i frutti e gli erbaggi, in particolare le primizie, massimamente se offerte in oblazione. Anche si davano benedizioni alle case, alle navi e simili. Insomma, volevasi la natura esteriore soggetta al dominio della grazia; promosso il buon uso delle cose terrene, e l'affermata sotto ogni rispetto la dipendenza nostra dalla Provvidenza e dalla Misericordia di Dio.
Ma singolarmente solenne era la consacrazione delle chiese, di cui già troviamo testimonianze appena posata la persecuzione di Diocleziano. Per essa non di rado si raccoglievano molti vescovi e si tenevano quindi anche Sinodi. La festa alle volte durava più giorni (fino ad otto), e regolarmente si celebrava poi ogni anno l'anniversario di tale dedicazione (Encenie). Il Sacramentario di S. Gregorio Magno ne contiene già un preciso rituale: anche i Sinodi menzionano di frequente la consacrazione dell'altare di pietra da farsi col crisma, e altri cerimonie speciali della dedicazione (989). In questa consacrazione della chiesa si facevano processioni solenni con le reliquie. Le processioni del resto erano già assai frequenti, come processioni di ringraziamento e di trionfo (Osanna) e processioni di preghiera. Di più, oltre alle processioni solite farsi in alcune feste religiose (settimana santa a Gerusalemme, giorni di stazione a Roma), oltre a quelle dei funerali e delle nozze, a quelle delle palme e dei ceri, altre si costumavano nella consacrazione. dei vescovi, nell'occasione di una vittoria e in altre simili circostanze; portando croci, stendardi, ceri accesi, spesso anche immagini e reliquie, con preghiere, invocazioni e cantici corrispondenti. Il simile si usava nei grandi pellegrinaggi, che di sovente si facevano, ai luoghi santi di Palestina (990), alle tombe dei Principi degli Apostoli Pietro e Paolo in Roma (991), alla tomba di S. Martino di Tours e ai più rinomati santuari della Madre di Dio. I dottori della Chiesa però ricercavano in tutto questo intenzioni rette, contegno edificante, fuga di ogni azione colpevole e superstiziosa. Per questo modo la religione porgeva ai cristiani occasioni molteplici di gioia e di sollievo innocente (992).

D. La penitenza e la estrema Unzione.

§ 6.

In Oriente la penitenza pubblica cessò fino dal quarto secolo; in Occidente continuò ancora lungo tempo, sicché varii Sinodi attesero a regolarne la disciplina: Con ciò pure assumevasi dai sacerdoti la direzione della penitenza per quei peccati che non erano computati tra i «peccata ad mortem». né la disciplina claustrale fu in ciò aliena. Nel secolo VI comparvero i libri penitenziali (993), come guide per i sacerdoti nell'amministrare la penitenza; essi contenevano preghiere, formule di confessione e di assoluzione, come anche tutte le specie di colpe con le corrispondenti penitenze ecclesiastiche, tolte dai canoni o dalla consuetudine. Nel 589 il terzo concilio di Toledo nella Spagna rinnovò l'antica legge sopra la penitenza pubblica, ne volle esclusi del tutto i penitenti recidivi e prescrisse che agli uomini soggettatisi a penitenza fossero tosati i capelli, alle donne imposte altre vesti (994).
Per il clero vigeva una forma più leggera di censura: il trasferimento alla comunione degli stranieri; ciò era una specie di sospensione, per cui il chierico era agguagliato agli ecclesiastici stranieri, i quali non recassero testimoniali dal loro vescovo. Egli non perdeva il suo grado, né la sua parte alle entrate ecclesiastiche, ma non poteva fare alcun ministero sacro. I chierici rei di delitto erano deposti e condannati alla penitenza (995). I deposti per delitto dovevano restare nella comunione laica per tutta la vita, non ricuperare carica, né ammettere grado maggiore. Così si ritenne sotto Gregorio I.
La penitenza pubblica portava seco altri notabili danni, come l’esclusione dal civile commercio, dalle cariche dello Stato e della milizia (996). Chi troncando la penitenza incominciata ritornava ai peccati di prima, restava escluso per sempre. In Spagna però fu ordinato nel 646, che tali recidivi ostinati fossero costretti, anche loro malgrado e in caso di necessità con l'aiuto del braccio secolare, a continuare la loro penitenza in un monastero. Qui, come altrove, la scomunica e l'incarcerazione si vedono usate quali mezzi di penitenza e di castigo; ma per lo più erano accettate liberamente dal penitente. Il fervore però venne sempre più raffreddando: sicché le penitenze erano di frequente raccorciate, moltiplicate le indulgenze, ovvero gli esercizi di penitenza commutati in altre buone opere, come limosina, digiuno, preghiera (997). Secondo il libro penitenziale di Teodoro da Canterbury, davasi già di solito la comunione al penitente dopo un anno o sei mesi. La penitenza pubblica, nell'antica sua forma, non pare abbia mai avuto adito in Inghilterra.
Nella confessione segreta strettissimamente invigilavasi a custodire il segreto (sigillo sacramentale) (998). Ascoltavano le confessioni i vescovi e i preti; indi anche monaci ordinati sacerdoti, i quali da principio ebbero anche in ciò restrizioni: ma di poi furono quasi i soli addetti alle confessioni in Oriente. Verso la fine dell'epoca presente i principi e i Grandi avevano già confessori proprii, come ad esempio il re franco Teodorico (Dietrich) aveva, circa al 480, l'abate Ansberto (999). Tra i Greci quei sacerdoti che ascoltavano le confessioni, si chiamavano «padri spirituali» (1000). Ad essi in particolare modo inculcavasi di trattare, da buoni medici, i singoli penitenti con prudenza e con riguardo allo stato particolare delle anime e ad altre simili condizioni (1001).

§ 7.

L'estrema Unzione si trova già descritta distesamente nel sacramentario gregoriano, giusta il suo rito. Essa non era conferita ai penitenti, che non fossero già riconciliati con la Chiesa. In Occidente usavasi l'olio consacrato con rito speciale dal vescovo; in Oriente, massime verso la fine del secolo VII, anche consacrato da preti, alcuni dei quali potevano conferirlo. Riguardavasi come parte della penitenza, onde non conferivasi ai bambini e ai novelli battezzati, ma agli infermi gravemente. In caso di nuova malattia potevasi reiterare (1002). L'uso di ungere i morti si trova per lo più nelle sette orientali.

E. Vesti liturgiche.

§ 8.

Dal secolo IV in poi, si venne man mano introducendo una propria maniera liturgica di vestire secondo i diversi gradi del clero. Questa sostanzialmente risultò dalla foggia di vesti festive usata presso i Romani durante il secolo quarto (1003).

Fra tali vesti si noveravano: 1) lo sticharion, alba, o vogliamo dire camice, sopravesta del diacono e sottoveste del prete (1004); dalla quale di poi accorciata si ebbe la cotta (superpellicium); 2) l'orarion, ossia la stola, diversa per i diaconi e per i preti, i quali ultimi la portavano addoppiata sopra le due spalle (1005); 3) il cingolo, a uso di restringere le vesti del sacerdote. 4) La pianeta (casula), spesso molto ricca e lavorata in oro (1006); 5) il manipolo, ornato della croce, opportuno a fermare le maniche e facilitare il movimento nelle funzioni (1007).
Speciali distintivi del vescovo erano: 6) la mitra, presso gli Orientali simile ad una corona reale, sfolgorante spesso di oro e di gemme (1008); 7) l'omophorion (1009) o vogliamo dire omerale, simbolo della pecorella addossatasi dal buon Pastore e corrispondeva al pallio degli arcivescovi nella Chiesa latina. 8) Il pastorale (baculus) (1010). 9) Presso i Greci, il saccos, cioè un abito stretto alla vita e lungo sino ai piedi, con mezze maniche o senza, guarnite spesse volte di sonaglini d'argento. (1011). 10) E fra i Greci pure l'epigoniaton, scudo quadrato in seta o velluto, distinto di una croce che scendeva dal manipolo alle ginocchia (1012). 11) Infine la croce pettorale (simigliante il panagion) (1013). L'anello non era portato dai vescovi orientali, ma pure dagli occidentali.

NOTE

(946) Leslei, Missale mixtum dictum mozzarabicum. Romae 1755. Hefele, Ximenes (2a ed.) p. 147 sgg. Gams, Kirchengeschichte Spaniens I, 103-117.

(947) La parola «mozarabico» viene da «Mostarabes» secondo Roder. Tolet. (1245), Hist. Hisp. III, 22, equivalente a «mixti Arabes»; secondo il Pocoke, Specimen hist. arab. Oxon. 1623, significa: «Arabi Mustaraba, insititii», in contrapposto ad «Arabi Araba» ovvero Arabi arabeggianti (non reali), probabilmente dal verbo «araba» al participio, della decima coniugazione. A torto pensano alcuni a Musa, conquistatore arabo delle Spagne.

(948) Così il Duchesne, Origines du culte chrétien (2a ed.) p. 32 sgg., laddove altri la riferiscono alla romana, particolarmente il Marchesi: La liturgia gallicana ne' primi otto secoli della Chiesa. Osservazioni storico-critiche. 2 voll. Roma 1867.

(949) I Sinodi di Vannes 465, can. 15, di Agde 506 can. 30, di Gerunda 517 can. 1, di Epaon 517 can. 27, di Toledo IV (633) can. 2 volevano per la Messa unità di rito nella stessa provincia. Cf. il Concilio di Braga del 563 (Hefele, Conciliengesch. III, 15 sg.).

(950) Spiegazioni della Messa, ap. German. Paris. (555), Expositio brevis antiquae liturgiae gallicanae (Martène et Durand, Thes. anecd. vol. V). German. Constantinop., Rerum eccl. contemplatio (Gallandi, Bibl. vet. Patr. XIII, 204 sq.).

(951) Il «Confiteor» appare primieramente nell'Ordo Rom. XIV, c. 71 (Mabillon, Museum ital. II). Gli «Ordines Romani» i quali descrivono i riti e la ordinata successione delle cerimonie, appartengono a un'età più recente; i più antichi risalgono al secolo VII. I «Sacramentaria» (cosiddetti Leon., Gelas., Gregor.; cf. Ioann. Diac., Vita S. Greg.) non recano se non le orazioni da recitarsi dal celebrante; a supplire ciò che loro mancava servivano gli antifonari, i lezionari e gli evangeliari; dalla cui riunione si formarono i messali.

(952) Strabo, Liber de exord. et increm. in observ. eccl. rerum c. 20. Micrologus S. speculum Missae ex ant.. PP. collect. (Venet. 1571) p. 136, b.

(953) Secondo il Conc. Laod. can. 17 dopo ogni salmo vi doveva essere una lezione: versetti staccati di salmi, invece del salmo intero, si trovano nell'«Antiphonarium» Greg. M., nella liturgia mozarabica e in alcune gallicane.

(954) Il «Kyrie eleison» non fu già introdotto per la prima volta da Gregorio I (Bona, Rerum liturgie. l. II, c. 4), ma tempo innanzi, e, secondo alcuni, da Papa Silvestro, imitandolo dagli Orientali (Ordo Rom. presso il Mabillon, Museum ital. I [Par. 1724], 9); esso è ricordato nel Concilio di Vaison, 529 can. 3.

(955) La Doxologia maior S. Gloria in excelsis (la doxologia minor è il Gloria Patri etc. alla fine dei Salmi) si trova già con divergenze dal testo presente, nelle Const. apost. VII, 47; VIII, 13; nello Ps. Athan., De virg. c. 20 (Goar, Euchol. p. 58, ed. Par. Migne, Patr. gr. XXVIII, 276), poi nel «Sacro Bobbiense» e nella liturgia mozarabica.

(956) Sopra il «Pax vobis», secondo S. Giov. XIV, 27, cf. Chrysost., In Matth. hom. 32, n. 6; In Coloss. hom. 3, n. 4 (Migne l. c. LVII, 384; LXII, 322).

(957) Sopra il «Credo» cf. Theodor. Lect., Hist. eccl. 1. II, n. 32. 48. Niceph. Call., Hist.. eccl. XV, 28; XVI, 35. Essi l'attribuiscono a Severo e a Timoteo di Costantinopoli, laddove Giorgio Hamartolo (Chron. p. 514 sq. c. 212) a Martirio di Antiochia: ***. La notizia è credibile, né contraddice alle testimonianze riguardanti Costantinopoli.

(958) Conc. Tolet. 589 can. 2.

(959) Iustin., Nov. 127 c. 6.

(960) Vita Serg. I nel «Liber pontificalis».

(961) Conc. Trull. 692 can. 69; Tolet. IV (633) can 18; Brac. 563 can. 13. Cf. anche Conc. Turon. 567 can. 4. Greg. Tur., Hist. Franc. IX, 3.

(962) Concilio di Auxerre 578 can. 36, 46. Il Conc. Trull. can. 101 prescriveva di accostarsi alla comunione con le mani incrociate e ricevere il pane consacrato nella mano, non in vasi d'oro o simili, giacché una materia inanimata non era punto migliore della immagine di Dio.

(963) Intorno al miracolo di Papa Agapito, vedi presso Greg. M., Dial III. 3. Circa il 650, un Sinodo di Romano, can. 2, prescriveva di dare l'ostia santa nella bocca, dicendo le parole: Corpus Domini et sanguis prosit tibi in remissionem peccatorum et vitam aeternam. Altre formule avevano: Corpus Domini (N. I. Chr.) custodiat (conservet) animam tuam. Così al tempo di Gregorio M. (Ioann. Diac., Vita Greg. II, 41). Al tempo di Alcuino (Almin., De offic. sabb. s. Pasch. p. 259) si diceva: «Corpus D. N. I. Chr. custodiat te (più tardi, animam tuam) in vitam aeternam»

(964) I resti delle specie consacrate erano dati a bambini innocenti, in Costantinopoli e in altri luoghi d'Oriente (Evagr. Schol., Hist. eccl. IV, 36. Niceph. Call., Hist. eccl. XVII, 25), come anche nelle Gallie (Concilio di Macon 585 can. 6); ma per la maggior parte si conservavano nel «pastophorion» (***, sacrarium). Cf. Conc. Turon. 567 can. 3.

(965) Intorno alla «Missa pro defunctis» in Lit. Clem. cf. Const. apost. VIII, 30, 42. Chrysost., In Act. hom. 21, n. 4 (Migne, Patr. gr. LX, 169 sq.). August., Conf. IX, 12; Enchirid. ad Laurent. c. 110; De cura pro mortuis gerenda, c. 1. Isid., De eccl. officiis I, 48. Fulgent. Ferrand. (533) Ep., ap. Mai, Nova Coll. III, II, p. 183. Greg. M., Dial. IV, 58. Conc. Brac. 572 can. 10. Concilio di Valenza 524 can. 4 (Esequie per un vescovo), di Toledo XVII (694) can. 5.

(966) Il sacrifizio a pro di penitenti fervorosi fu permesso dai Sinodi di Vaison 442, can. 2, e di Arles 443, o 452, can. 12; per i suicidi vietato dai Sinodi di Orleans 533 can. 15. di Auxerre 578 can. 17, di Braga 563 can. 16 (cf. ibid. can. 17 sopra i catecumeni).

(967) Missae votivae in Sacram. Gelas. pro sterilitate, ad petendam pluviam; nell'Oriente in occasione di terremoti e altre calamità; cf. Sozom.. Hist. eccl. VI, 2. Cf. August., De civ. Dei XXII, 8, 7.

(968) Conc. Trull. can. 52.

(969) L'adorazione dei *** è attestata dal Chron. Paschale, s. Alex. in Heracl. Aug. an. IV (Migne, Patr. gr. XCII, 989).

(970) Sinodo di Agaunum presso l'Hefele, Conciliengesch. II, 667 sgg. Cf. i Sinodi di Narbonne del 589 can. 2; il quarto di Toledo del 633 can. 15; Sinodo di Merida del 662 can. 2.

(971) Conc. Carth. 401 can. 5; Matiscon. 5S5 can. 1; Tarrac. 516 can. 4; Aurel. III (538) can. 28, con biasimo di varie usanze superstiziose.

(972) Greg. Turon., Hist. Franc. II, 34. Sidon. Apollin., (482), Ep. v, 14; Ep., VIII, 1. Conc. Aurel. I (511) can 27, 28; Lugd., II (567) can. 6. Secondo l'Henschen, Acta SS. Boll. 11 Febr. Il, 522, Lazzaro vescovo di Milano introdusse, prima di Mamerto, le Rogazioni che si dissero «rogationes minores» per differenziarle da quelle usate in Roma (Greg. M., Ep. 1. XI, n. 2) il giorno di S. Marco («rogatio maior»).

(973) Sopra la festa della «Purificatio B. M.» (in greco ***) cf. Gerg. Hamart., Chron. 1. IV; c. 216, 217. Discorsi di Teodoto d'Ancira (Migne, Patr. gr. LXXVII, 1390 sq.), Leonzio di Neapoli (ibid. XCIII, 1565), di Modesto, Sofronio ed Esichio di Gerusalemme (ibid. LXXXVI, 3275; LXXXII, 3287; XCIII, 1468 sq.).

(974) Vedi la notizia, che ne dà Leo Allat. nelle annotazioni ad una supposta omelia di S. Cirillo Gerosolimitano, presso il Migne, Patr. gr. XXXIII, 1186. Cf. Kellner, Heortologie (Freiburg i. Br. 1901) p. 116 sg.

(975) Intorno alla festa della «Annunciatio B. V.,» cf. Chron. Alex. (Migne, Patr. gr. XCII, 488); la stessa Cronaca nomina il 25 marzo come giorno della festa secondo l'antica tradizione e così pure il martirologio attribuito a S. Girolamo. Cf. Conc. Trull. can. 52. Il Tolet. X (656) can. 1, trasferì la festa, perché di frequente cadeva in tempo di digiuno o di Pasqua, al 18 dicembre, otto giorni prima della Natività. Prediche su questa festa, di Basilio di Seleucia, Antipatro di Bostra (Migne, Patr. gr. LXXXV, 426 sq., 1175 sq.), Proclo (ibid. LXV, 764) e di altri.

(976) Sopra la festa dell'«Assumptio» (in greco ***) cf. Modest. presso Phot., Biblioth. cod. 275.

(977) Le Quien, Oriens christ. III, 249, 256.

(978) Oltre ai passi citati sopra (p. 193 nota 7) cf. Nilus, Ep. l. I, 266. Basil. Seleuc., Or. 3 n. 4 fin. (Migne, Patr. gr. LXXXV, 61); Or. 6, n. 5 (ibid. p. 441); Damas., Or. de Nativ. Deip. n. 6, 13, Migne, Patr, gr., XCVI, 664, 669). Petrus I. Alex., De tempo Pasch, celebr. n. 7 (Migne, Patr. gr. XVIII, 517). Theod., In Ps. 83, n. 12 (Migne, l. c. LXXX, 1252).

(979) In Roma nell'antichità cristiana. oltre a «Maria maior» dove Papa Ilaro tenne un Sinodo nel 465, vi aveva S. Maria antiqua, la quale fu scoperta nell'anno 1900. Cf. tra gli altri Grisar, Scoperta di S. Maria ant. al Foro romano (Civiltà cattolica ser. 18, vol. I [1901], p. 288 sgg. 727 sgg.).

(980) Intorno a Costantinopoli, vedi Niceph. Call., Hist. eccl. VIII, 26. Theodoret., Hist. eccl. V, 36, 800, Socrat., Hist., eccl. VII, 41, 42. Sozom., Hist. eccl. IX, 13. Theodor. Lect., Hist. eccl., ed. Migne. p. 168. Theophan., Chronogr. p. 169,500, ed. Bonnae. Niceph. Call. l. c. XIV, 2; XV. 14; XVII, 13. Procop., De aedif. V, 6. Evagr. Schol., Hist. eccl. V, 21; VI, 8; Iust., Nov. 3, c. 1.

(981) Gelas., Ep. 24, c. 4, 25; Ep. 25, 35. ed. Thiel, p. 364, 375 sq., 391 sq., 449.

(982) Intorno a Martino di Tours come santo (il titolo «sanctus, sancta» - da prima, «dominus, domina» - venne in uso nel quarto secolo) vedi Greg. Tur., Hist. Franc. II, 14; X, 31. La «receptio Domini Martini» fu solennizzata agli 11 novembre nel Concilio di Tours del 461. Cf. anche Conc. Turon. 567 can. 18

(983) Phot., Amphil. q. 115. ed. Athen. 1858, p. 187 ***.

(984) Greg. Naz., Or. 21, 43.

(985) Il menologio di Basilio comincia col 1° settembre (Migne, Patr. gr. CXVII, 21 sq.) e così altri.

(986) Leo M., Serm. 19 c. 2; cf. Serm. 12 sq. 78 sq. 86 sq. Gelas., Ep. 14 c. 11, ed. Thiel p. 368 sq. Pelag. I, Fragm. 17 sq. 25 sq.

(987) Leo M., Serm. 42, c. 1.

(988) La lavanda dei piedi («lotio pedum, pedilavium») era abolita in vari paesi di Spagna, secondo il Conc. Tolet. XVII (694) can. 3; ma fu allora di nuovo raccomandata. L'uso di essa è attestato per l'Africa da S. Agostino (Ep. 118 ad Ian.), per Milano da S. Ambrogio (De myst. c. 6, n. 32).

(989) Per la «dedicatio Ecclesiae» cf. Euseb., Hist. eccl. X, 3, 4; Vita Const. IV, 45. Sozom., Hist. eccl. II, 26. Socrat., Hist. eccl. I, 28. Theodoret., Hist. eccl. I, 31. Synes., Ep. 67. August., Ep. 269 ad Nob. Gaudent. Brix., Serm. 17 de dedic. basil. 40 mart. Conc. Agath. can. 14; Epaon. 517 can. 26, - S. Atanasio ebbe a difendersi contro l'accusa di avere celebrato in una chiesa non peranche consacrata (Apol. ad Const. n. 14 sq.). Un rito speciale per la consacrazione delle chiese si svolse primieramente in connessione col trasferimento che vi si faceva delle reliquie.

(990) Dei pellegrinaggi a Gerusalemme trattano: Euseb., Hist. Eccl. VI, 8, 9; Chron. a. 228 Hieron., De viro ill. c. 62 (Alessandro di Gerapoli). Greg. Nyss., De euntibus in Hier. ep. 2, 3 (Migne, Patr. gr. XLVI, 1009 sq.), Sulpic. Sever., Chron. II, 33. Hieron., Ep. 49, 58; Epitaph. Paulae. Euseb., Vita Const. IV, 62; De locis hebr. Paulin. Nolan., Ep. 11, 36. A questo proposito è anche da notare il racconto di una francese del secolo IV, trovato in un Cod. Aretin. (Studi e documenti di storia e diritto [Roma 1884] a V fasc. 1; 2 p. 85 sg.), di nuovo pubblicato dal Geyer, Itinera Hierosolymitana. Vindob. 1898. Famoso è il racconto del pellegrino di Bourdeaux, verso il 333. (Revue archèol. Nouv. Sèr. VII, 99 [Paris 1864], novamente edito dal Geyer. l. c.).

(991) Principi che pellegrinarono a Roma alle tombe degli Apostoli; cf. Isid. Pel., Ep. l. II, n. 5. Anche il Crisostomo esprimeva l'ardente suo desiderio di vederle (In Rom. hom. 32, n. 2 sq.; cf, In Eph. hom. 8, n. 1, presso il Migne, Patr. gr. LX, 678 sq.; LXII, 57).

(992) August., De Sanct. serm. 3; De verb. Ap. serm. 1; De civ. Dei XXII, 8. Chrysost., In 2 Cor. hom. 30, n. 1; In Philem. hom. 1, n. 2; Ad pop. Antioch. hom. 3, n. 2 (Migne, Patr. gr. LXI, 606, LXII, 707; XLIX, 49), anche contro la stima eccessiva dei pellegrinaggi. J. Marx, Die Wallfahrten in der kathol. Kirche. Trier 1842. Zettinger, Die Berichte uber Rompilgér aus dem Frankenreiche bis zum Jahre 800. (Diss.) Rom. 1900.

(993) Tra i libri penitenziali orientali uno è attribuito a Giovanni IV il Digiunatore, morto nel 575 (*** - cf, Pitra, Iur. eccl. Graec. hist. et monum II, 222 sq.), un altro al greco Teodoro di Canterbury, verso il 670 (ed. Petiti, Par. 1679; Mansi, Conc. Coll. t. XII). Cf. Vering, Zur Geschichte der Ponitentialbucher, in Archiv. fur kathol. Kirchenrecht. N. F. XXIV (1873), 204 sgg. Schmitz, Die Bussbucher und die Bussdisciplin der Kirche. Vol. I, Mainz 1883; vol. II, Dusseldorf 1898.

(994) Conc. Tolet, 589 can. 11, 12. Cf. Conc. Agath. 506 can. 15. Barcin. 540, can. 6. - Per i coniugi era prescritto che a prendere la penitenza avessero il consenso dell'altra parte (Conc. Arel. II, can. 22); giacché l'uso del matrimonio era vietato ai penitenti. (Ambros., De poenit. II, 10)

(995) Il Conc. Araus. I (441) can. 4 dichiara, non doversi negare la penitenza ai chierici che la domandassero. Il Conc. Tolet. XIII (683) can. 10 permette che vescovi e preti, anche senza confessarsi rei di un delitto capitale, entrassero nello stato di penitenza, durante qualche infermità, e dopo ottenuta guarigione e la debita riconciliazione, continuassero nel loro uffizio. Per certi delitti fu prescritta nel Conc. Tolet. IV (633) can. 29, 45, 46, la pena di deposizione e di penitenza per tutta la vita o per tre anni. Greg. M., Ep. 1. V, n. 3, 4 (ed. Maur. II, 729). Altre notizie presso il Kober, der Kirchenbann. Tubingen 1857; Die Suspension der Kirchen. ibid. 1862.

(996) Conc. Arel. II can. 49; Araus. I can. 11; Bracaren. 563 can. 15. Vedi sopra p. 198.

(997) Concilio di Vannes 465 can. 3. Conc. Tolet. IV (633) can. 5; VI (688) can. 7; VII (646) can. 1. Cf. Bendel, der kirchliche Ablass. Rottweil 1847. Grone, Der Ablass. Regensburg 1863.

(998) Paulin., Vita S. Ambros. (Gallandi, Biblioth. vet. Patr. IX, 23 sq.). Concilio di Dovin 627 can. 20. Greg. M., Dist VI, c. 2 de poenit. (Corp. iur. can., ed. Friedberg I, 1244).

(999) Thomassin, Vetus et nova eccl. discipl. P. I, 1. I, c. 109, n. 7, 8.

(1000) Intorno ai *** cf. Anastas. Sin.. Quaest. et resp. q. 6 (Migne, Patr, gr. LXXXIX, 369 sq.).

(1001) Conc. Trull. can. 102.

(1002) «Extrema unctio» così chiamata fino dal secolo XII, prima oleum infirmorum, unguentum sanctum, unctio, ***. Cf. Chrysost., De sacerd, III, 6. Innoc. 1, Ep. ad Decent. c. 8, Caesar. Arel., In serm. Aug. 265 n. 3, Conc, Arans, 441 can, 13 Mabillon, Acta Ord. S, B. I, 559.

(1003) Duchesne, Origines du culte chrétien (2a éd.) p. 365 sgg. Brann, Die priesterlichen Gewander des Abendlandes (71 fasc. di. supplem. a «Stimmen aus Maria-Laach»). Freiburg i. Br. 1897; Die pontifikalen Gewander des Abendlandes (73 fasc.) ibid. 1898. Wilpert, Die Gewandung der Christen in den ersten Jahrhunderten. Koln 1898; Un capitolo di storia del vestiario. 2 p. Roma 1898-1899. Grisar, Das romische Pallium und die altesten liturgischen Scharpen (Festschrift zum elfundertjahrigen Iubilaum des deutschen Campo Santo in Rom [Freiburg i. Br. 1897] p. 83 sgg.); Analecta Romana I, 507 sqq. 675 sqq.

(1004) Intorno allo «Sticharion» (al. *** [Euseb., Hist. eccl. X, 4], per lo più di tela bianca, onde anche si chiamava «alba vestis, tunica talaris») cf. Athan., Apol. c. Arian. n. 60. Greg. Naz., Test. (Migne, Patr. gr. XXXVII, 393). Statuta Eccl. Afric., ed. Ballerini p. 653 sq. Il collo del celebrante era da prima scoperto: l'«amictus» non risale che al secolo nono.

(1005) Intorno all'*** cf. Timoth. Alex., q. 15 (Pitra, Iuris eccl. Graec. hist. et mon. I, 641, 645). Theodoret., Hist. eccl. II, 27. Statuta eccl. Afric. c. 60. p. 662: Diaconus tempore tantum oblationis et orationis orario utatur. Conc. Laod. can. 23 (divieto dell'«orarium» per lettori e cantori); Brac. 563 can. 9 (della stola del diacono portata sopra le spalle), Conc. Tolet. IV (633) can. 40; Bracar. 675 can. 4.

(1006) ***, presso i Latini «casula» (secondo Isid. Hispal.: dicta per diminutionem a casa, quod totum hominem tegat), nel Sacrament. Greg. M., anche «planeta» (Conc. Tolet. IV can. 28). Presso i Greci si distinse di poi un «phelonion» lungo e uno corto; il primo era l'abito da messa, l'altro un bavero o collare da mantello, ritenuto come il primo abito ecclesiastico. La dalmatica era un abito di casa, portato dalla Dalmazia in Italia e introdotto forse da Papa Silvestro per i diaconi. I suddiaconi non avevano da principio alcun abito speciale del loro uffizio; ma nel secolo sesto cominciarono a portare una tunica di lino (tunicella).

(1007) Gli *** servivano in luogo del manipolo (sudarium), il quale, come pure l'omerale, mancava presso i Greci, e anche in Occidente venne in uso più tardi. Il «manipulus» (fanon, mappula) fino dal secolo decimo non era già più un sudario, ma un semplice ornamento.

(1008) Mitra, infula, tiara, ***.

(1009) Il *** era distinto dall' *** (Thomassin l. c. c. 49, n. 13; c. 56, n. 5).

(1010) Intorno al «pedum», baculus pastoralis, *** cf. Isid., De eccl. officiis I, 5. Ordo Rom. IV, c. 48, presso il Mabillon, Museum ital. II, 288. Conc. Tolet. IV, can. 28.

(1011) Dal «saccos» è distinta la «mantia» la quale porta due piastre sulle braccia superiori.

(1012) L' «epigonation» in una forma alquanto diversa fu concesso più tardi fra i Greci, come uno speciale ornamento, anche ai preti.

(1013) Il «panagion» (anche «panagia») reca l'immagine di Maria col Bambino Gesù, ed è portata fra i Greci come la croce pettorale.

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