Storia - età antica: Card. Hergenrother: Storia della Chiesa - EVO ANTICO (2_3_012A)

CAPO DUODECIMO.   Lo svolgimento della costituzione ecclesiastica. SOMMARIO. - A. Il primato della Chiesa romana. Il Papa tenuto quale maestro supremo e rocca della fede, quale centro dell'unità della Chiesa, quale custode, difensore, espositore dei canoni, con podestà legislativa e dispensativa; quale giudice supremo, con podestà reggitiva, particolarmente nelle cause maggiori; la prima Sede non giudicata da altri e madre di tutte le Chiese. - B. I patriarchi e metropolitani d'Oriente. I quattro patriarcati orientali; sforzi ambiziosi del Bizantino di primeggiare e canoni di Calcedonia riprovati dal Papa, S. Leone Magno; arti di Acacio e primato da lui arrogatosi; la Chiesa immaginata come una «pentarchia» dagli Orientali. Il titolo di «Patriarca ecumenico» attribuitosi dal Bizantino Giovanni IV e quello di «servo dei servi di Dio» oppostogli da S. Gregorio. Le metropoli politiche e le metropoli ecclesiastiche in Oriente; i metropoliti schiavi dei patriarchi e i patriarchi della Corte imperiale. - C. I metropolitani in Occidente. Il Papa unico patriarca dell'Occidente; la costituzione metropolitana svoltasi diversamente nei diversi paesi, come in Italia, nelle Gallie, nelle Spagne e nell'Africa occidentale. - D. Le diocesi. Loro svolgimento; Concili diocesani; istituzione giuridica delle parrocchie; privilegi dei vescovi e loro importanza; leggi concernenti la loro elezione e l'esercizio del loro potere; diritto sinodale.



PARTE TERZA
La Chiesa al dissolversi della civiltà romana
(dalla fine del secolo V alla fine del secolo VII).

CAPO DUODECIMO.

Svolgimento della costituzione ecclesiastica.

A. Il primato della Chiesa romana.

La condizione dei Papi in Occidente, dopo lo sfacelo dell'impero romano occidentale, e 1'intervento loro decisivo nelle controversie dogmatiche dell'impero orientale, palesano nel modo più chiaro il primato della Chiesa Romana. In particolare il Papa era tenuto come maestro supremo e rocca della fede.
E secondo il dire di Gelasio, S. Pietro aveva lasciato questa prerogativa alla Sede da lui santificata, che, secondo la promessa del Signore, le porte dell'Inferno non prevalessero contro di lei; che ella fosse a tutti i naufraganti porto sicuro, onde chi in lei si fonda, ha una beata ed eterna mansione; chi la dispregia, non ha discolpa da mettere innanzi nel giorno del giudizio (913).
Senza questa Sede non ha valore definitivo qualsiasi decisione dogmatica di Concilio; e la definizione invece da lei data è da reputarsi inviolabile e decisiva di maniera che qualunque si levi in contrario, si stacca per sé medesimo dalla Chiesa. Questa sede a cui si voltarono tutti gli eretici, mai non fu macchiata d'eresia; i suoi ordinamenti devono essere da tutti i vescovi osservati (914). In lei è posto il centro dell'unità ecclesiastica; dalla sede di Pietro sgorgano tutti i diritti e tutti i poteri della società della Chiesa e in lei tutti hanno fermezza (915). I Papi esercitavano la podestà legislativa, come la dispensativa; essi erano custodi, difensori, espositori dei Canoni. Siricio, Innocenzo, Leone, Gelasio si valsero di tale podestà. «E noi definiamo, diceva Siricio, per universale sentenza, ciò che da tutte le chiese vuolsi praticare e ciò che si ha da fuggire». Zosimo e Leone I volevano punita senza riserbo ogni violazione delle Decretali, e che per ogni parte fossero queste accolte con sommo rispetto.
I Papi erano giudici supremi: ad essi da ogni lato della cristianità appellavasi; essi avevano la podestà di governo e intervenivano particolarmente negli affari più rilevanti dei vescovi e de' vescovadi (causae maiores) (916). Essi inviavano legati alle Chiese particolari, e di ciò erano sovente richiesti dagli Orientali eziandio, imperatori e vescovi, come ad esempio da S. Basilio (917).
Essi confermavano altresì i supremi gerarchi dell'Oriente. Così Teodosio I per apposita legazione supplicò a Roma di riconoscere Nettario di Costantinopoli (918); e appresso venne in costume che i Patriarchi bizantini, mediante una legazione composta di un vescovo, di un prete e di un diacono, inviassero a Roma uniti con varii presenti, i loro Inthronistica (919). I Papi portavano giudizio sui Patriarchi, né senza la loro approvazione potevasi deporne alcuno; il qual diritto e Giulio nella causa di Atanasio e Innocenzo nella causa del Crisostomo fecero bene valere; e il Concilio di Efeso lo riconobbe nella condanna sì di Nestorio come di Giovanni d'Antiochia, Gelasio espressivamente lo l'affermò, e Agapito I lo fece riconoscere a Bisanzio, l'anno 536 (920). Ma per contrario era fermo che la prima sede non era giudicata da veruno (921).
Così la Chiesa di Roma, era venerata quale madre di tutte le Chiese, e circondata del più vivo splendore; e la Sede di lei detta Apostolica per eccellenza, era il rifugio di tutti e riscuoteva la venerazione del mondo intero (922).

B. I patriarchi e metropolitani di Oriente.

Dopo il Concilio di Calcedonia, in Oriente si ritennero di fatto come definitivamente costituiti i quattro patriarcati di Costantinopoli, Antiochia, Alessandria, Gerusalemme, oltre alla provincia di Cipro indipendente. I patriarchi di Costantinopoli si sforzavano più avanti di afferrare qualche vantaggio anche sopra gli altri patriarchi e farsi come i Papi dell'Oriente.
Al Concilio di Efeso l'orgoglio di Bisanzio aveva toccato una forte umiliazione nella condanna di Nestorio; e mentre la sede Alessandrina rifulse con S. Cirillo di nuovo splendore, Antiochia fu oscurata dalla condotta del vescovo Giovanni. L'ambizioso Giovenale di Gerusalemme tentò profittarsene a esaltazione della propria sede, ma da S. Cirillo fu vigorosamente contrastato. Maggior condiscendenza egli trovò di poi presso l'imperatore Teodosio II, e poscia nel Concilio di Calcedonia, in cui fu approvato (il 25 o 31 ottobre, 451) l'accordo conchiuso tra Giovenale e Massimo di Antiochia, in virtù del quale rimanevano al patriarca antiocheno le due Fenicie e l'Arabia, e le tre Palestine erano poste sotto il vescovo di Gerusalemme. Onde questi s'intitolò Patriarca e fu il quinto nella serie.
Ma anche maggiori vantaggi seppe cogliere in quell'occasione Anatolio di Costantinopoli. Mediante i canoni nono e diciassettesimo di Calcedonia fu l'affermata la giurisdizione della sua sede sugli esarcati; e col canone vigesimo ottavo, statuito dopo la partenza di molti vescovi e combattuto dai legati romani, fu rinnovato il canone terzo di Costantinopoli, appropriando al vescovo della nuova Roma i medesimi onori che al vescovo dell'antica Roma e il diritto di confermare e consacrare i Metropoliti negli Esarcati. Questo fu da indi innanzi il gran baluardo delle pretensioni bizantine e volevasi difenderlo coi decreti orientali del 381 e col diritto di consuetudine a poco a poco formatosi; ma riconoscevasi per altro apertamente non essersi punto inteso ad una perfetta uguaglianza col vescovo dell'antica Roma, al quale rimaneva «il primato innanzi tutti». Ma da che pure il primato della seconda riconoscevasi dal grado della città imperiale, così ne doveva scendere tosto la conseguenza che dunque, non essendo più Roma il capo dell'impero, i suoi privilegi erano passati a Bisanzio. A quel tempo la sede di Alessandria vacava; Antiochia e Gerusalemme consentirono; ché Massimo d'Antiochia era creatura di Anatolio e da lui stesso ordinato; Giovenale appunto allora graziato. Ma non così il Papa S. Leone Magno: comunque sollecitato istantemente e dall'imperatore Marciano e da Anatolio di confermarla, rigettò costantemente una così fatta innovazione: e nel 452 protestò al Patriarca e a Cesare, non valere la preminenza secolare della città capo dell'impero a stabilire una primazia ecclesiastica, non essendo quella una sede apostolica; che l'ordinamento posto conculcava i diritti sacrosanti di Antiochia e di Alessandria, contraffaceva al canone sesto di Nicea, era effetto di pura ambizione, ordinato a gettare lo scompiglio nella Chiesa, strappato a molti vescovi con la seduzione e la violenza, né potersi in alcun modo appoggiare sul decreto del 381 perché non mai riconosciuto da Roma. In Oriente già spargevasi voce che il Papa rigettasse per intero il Sinodo Calcedonese; onde Marciano (il 15 febbraio 453) lo supplicò di confermare quel Concilio con lettere che sì potessero recitare in tutte le Chiese. S. Leone diede questa confermazione, ma espressamente ne escluse i decreti statuiti contrariamente ai Canoni di Nicea. L'imperatore quindi, nel 454, indusse Anatolio a cedere, e a scrivere in sua discolpa a Roma, Leone aveva portato piena vittoria. Il Canone ventottesimo di Calcedonia rimase intanto senza valore; onde Teodoro Lettore e Giovanni Scolastico e altri non contano che ventisette Canoni. Anche a Bisanzio bene si conosceva che senza conferma del Papa il decreto non avrebbe mai avuto valore (923).
Ciò nonostante l'ambizione dei Bizantini proseguiva ostinatamente al suo intento. Sotto Papa Simplicio (dal 468), Acacio, eletto fino dal 471, si provò di strappare per via dell'imperatore Leone I un'approvazione dei Canoni di Calcedonia; ma il vescovo Probo, legato del Papa, nel 473, gli si contrappose risolutamente (924). Acacio allora si acconciò così bene ai piaceri del Papa e sì lo contentò che fu da lui posto a suo rappresentante in Oriente per la causa dei Monofisiti. Ma, e imperando il tiranno Basilisco e di poi riposto in seggio Zenone, l'intrigante Acacio riuscì a carpire nuovi editti imperiali in favore delle sue pretensioni, onde fece cadere a nulla i tentativi che i vescovi dell'esarcato efesino adoperavano per far valere da capo i loro antichi diritti (925).
In effetto però Acacio si governava già quale supremo capo spirituale dell'impero d'Oriente, si arrogava l'ordinazione alla sede di Antiochia e trascorse fino a braveggiare contro il Papa di Roma. Ma Gelasio mise in chiaro particolarmente la nullità di cotali ambiziose pretensioni: mostrava essere bene strano che fossero tutti in invocare i Canoni coloro che mai non restavano di violarli; ed essere troppo risibile che un vescovado suffraganeo dianzi di Eraclea, acquistasse dalla residenza imperiale una primazia ecclesiastica, da che gl'imperatori avevano già riseduto altresì lungamente a Ravenna, a Milano, a Sirmio, a Treviri, senza che perciò punto pensassero i vescovi di esse città il pretendere un più alto grado. E richiamavasi egli ancora alle pratiche mosse già sotto i suoi predecessori; e risolutamente voleva mantenuto costante l'antico triumvirato delle tre sedi patriarcali di Roma, Alessandria e Antiochia (926). Ma fra questo battagliare, l'Oriente si accostumava di mano in mano alla supremazia di Bisanzio; e con tutto che Roma antica ottenesse le più splendide vittorie, i tre esarcati nulla di meno rimasero sempre spogli di loro autorità, e Costantinopoli si esaltò fra gli Orientali come la sede primaria dell'Oriente. L'imperatore Giustiniano poi nelle sue leggi assicurò da capo al vescovo della sua capitale il secondo grado appresso Roma. E quindi dai suoi tempi in poi la Chiesa in Oriente immaginavasi quasi una Pentarchia, formata dai vescovi dell'antica e della nuova Roma, di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme. Le prime quattro sedi comparavansi dapprima ai quattro fiumi del Paradiso, e appresso tutte e cinque ai sensi del corpo umano. Questo concetto nondimeno, svoltosi ogni ora più presso gli Orientali, non attecchì punto in Occidente, prima del secolo nono: ma già dava a scorgere un forte dissapore il quale avrebbe menato ad una piena rottura fra le due grandi parti della Chiesa.
Anche più inasprì il contrasto, l'anno 588, quando il vescovo Giovanni IV di Costantinopoli in un suo Concilio pretese giudicare il patriarca antiocheno Gregorio, e si appropriò il titolo stato già usato qua e là, ma non mai da nesuno arrogatosi nel linguaggio ufficiale, di «Patriarca ecumenico». Con esso intendevasi certo il supremo vescovo dell'impero orientale; ma potevasi anche di leggieri intendere un «vescovo universale», con esclusione degli altri (927). In questo secondo senso l'intesero i Pontefici Pelagio II e Gregorio Magno, sopratutto avendo riguardo all'uffizio usurpatosi dal Bizantino di giudicare una sede assai più antica, quella di Antiochia. Quindi si opposero con risoluzione e protestarono. Né era già che da Roma si ripugnasse a concedere il titolo di Patriarca al vescovo della capitale d'Oriente, ma non potevasi patire in nessun modo che un titolo tanto significativo e arrogante, qual era quello di Patriarca ecumenico, se l'usurpassero gli ambiziosi Bizantini, e allora appunto che presumevano esercitare i diritti usurpati su Patriarchi loro punto soggetti.
L'umile S. Gregorio Magno, che introdusse nei solenni decreti dei Papi il titolo, da alcuni vescovi già prima adoperato, di «servo dei servi di Dio» (928), non voleva in alcun modo intitolarsi «Papa ecumenico», per quanto egli tenesse fermo al primato della Chiesa romana. Il titolo di vescovo universale sembravagli appunto escludere gli altri vescovi. Con tutto ciò il nome fu di poi accettato. Così a Calcedonia, Leone il Grande fu soprannominato «arcivescovo ecumenico» dagli altri vescovi Orientali, il 518, e nel 536 parimente i Papi Ormisda e Agapito furono chiamati «Patriarchi ecumenici». E non altrimenti il clero orientale, dopo Giovanni II di Costantinopoli (518-520) appropriò questo titolo ai vescovi della capitale; l'imperatore Giustiniano medesimamente l'attribuì al suo Patriarca. E i Bizantini se ne tenevano, ancorché i loro vescovi per qualche secolo non se ne valessero nelle loro lettere al Papa. L' imperatore Foca (602-610), il quale intendeva mostrarsi condiscendente agli Occidentali, non valse che a soggiogare per poco l'orgoglio dei patriarchi cortigiani Ciriaco e Tommaso (929). Nel sesto Concilio universale, il Patriarca Giorgio sottoscrisse senza darsi il titolo, dall'imperatore nei suoi decreti attribuitogli, di «Patriarca ecumenico» ; laddove i legati romani segnarono appropriando al papa il titolo di «Papa universale» già datogli nel Concilio di Laterano (il 649). Nel Concilio Trullano del 692 (can. 36) i Greci statuirono di nuovo il loro canone prediletto che la sede della nuova Roma dovesse godere i medesimi onori che l'antica ed essere dopo questa la seconda. Ma la Sede romana si contrappose risolutamente alla conferma di cotali decreti, di che l'orgoglio greco restò ferito sul vivo.
Quanto ai Metropolitani, Papa Innocenzo I aveva già condannato il principio che la divisione ecclesiastica delle province dovesse andar sempre conforme alla divisione politica. Similmente si dichiararono Leone e Gelasio, suoi successori (930). Molte però delle metropoli politiche s'ingegnavano a divenire insieme metropoli ecclesiastiche. E in Oriente i riguardi di opportunità e di utile erano sempre potentissimi; pure non sempre la vinsero.
A Calcedonia, il 20 ottobre 451, si restituirono all'arcivescovo di Tiro i suoi diritti su tutta la provincia della prima Fenicia, che in un Sinodo bizantino erano stati sminuiti in favore di Berito, sollevata da Teodosio II a metropoli. E in generale si tentò allora (can. 12) di raffrenare l'ambizione di vari suffraganei (931). Ma dopo Giustiniano, le mutazioni bramate dagli imperatori furono generalmente messe in atto dai vescovi orientali; e ancora varie città ebbero grado di metropoli e i loro vescovi titolo di «Metropoliti». A questo titolo però la dignità ecclesiastica corrispondente non andò sulle prime congiunta, ma solo più tardi.
La semplicità dei tempi antichi abbandonavasi, l'ambizione dei vescovi brigava tanto nei Sinodi come nella corte imperiale; e il despotismo quivi regnante irrompeva anche nella Chiesa. Assai presto ne conseguitò nei metropoliti e nei vescovi una soggezione come di schiavi ai loro patriarchi, i quali a vicenda si abbassavano per la più parte a essere docili strumenti della politica imperiale.

C. I metropolitani in Occidente.

La posizione centrale della Chiesa romana impedì che in Occidente si facesse una divisione ecclesiastica simile a quella dei Patriarcati dell'Oriente. Il Papa restò sempre, anche nell'opinione degli Orientali, l'unico Patriarca dell'Occidente.
La costituzione metropolitana si svolse nei diversi paesi diversamente, cioè conforme appunto alle condizioni politiche e religiose. In Italia i Papi stessi da principio ordinavano tutti i vescovi, ma poi per rispetto della distanza da Roma, concedettero ai due metropoliti di Milano e d'Aquileia di ordinarsi a vicenda (932). Nell'anno 430 anche Ravenna si fece metropoli e fu assai tosto illustrata dal suo arcivescovo S. Pietro il Crisologo (433-450).
Di tutto questa sede aveva obbligo verso la Chiesa romana, come sotto Gregorio Magno confessava l'arcivescovo Giovanni. Ma nulla di meno spesse volte i suoi arcivescovi, istigati dagli esarchi quivi residenti fino dal VI secolo, e sostenuti dai privilegi imperiali, si provarono più volte di amplificare la loro potenza e togliersi alla obbligazione di comparire personalmente a Roma affine di ricevervi la consacrazione. Così intorno al 660, Mauro di Ravenna tentò di sottrarre la sua Chiesa, non già propriamente dal primato universale, ma dalla potestà patriarcale del Papa, muovendone diverse querele, e conseguì ben anche da Costante, invelenito contro Roma, una carta di autocefalia, o vogliamo dire d'indipendenza. Ma Costantino Pogonato la revocò e l'affermò quindi a Papa Leone II i diritti della sua sede (933). Con tutto ciò anche appresso risvegliaronsi di frequente le altere pretensioni dei Ravennati. Così in questa, come nelle altre Chiese d'Italia, ponevano i Papi, durante la vacanza, amministratori provvisorii, che si chiamavano visitatori e per lo più dirigevano la elezione del nuovo vescovo (934).
Fino dalla seconda metà del V secolo, l'arcivescovo di Milano, che dopo il Papa, teneva il primo grado fra i vescovi d'Italia, riceveva l'ordinazione dai vescovi della sua provincia, mediante l'approvazione del Papa. La sede di Aquileia, al sopraggiungere dei Longobardi nel 568, fu trasferita a Grado, ove risiederono l'arcivescovo Paolino, avviluppatosi nello scisma avverso al quinto Concilio, e i successori di lui Elia (+586) e Severo (+607) parimente scismatici. Dopo la morte di quest'ultimo la fazione scismatica sollevò, con l'assenso di re Agilulfo, l'abate Giovanni, che abitava nell'antica Aquileia; la parte cattolica, appoggiata alla corte imperiale, creò Candidiano, che aveva sede a Grado. Da qui vi innanzi così i vescovi residenti a Grado, come ad Aquileia, portarono il titolo di quest'ultima città; ambedue le sedi sussisterono anche dopo l'estinzione dello scisma (698-700). Gli arcivescovi di Aquileia, favoreggiati dai Longobardi, ebbero persino da essi titolo di patriarchi, e questo medesimo di poi si attribuirono i vescovi di Grado. I Veneziani richiesero immediatamente dalla Sede romana il loro vescovo.
Nell'isola di Sicilia i vescovi di Siracusa erano costituiti vicari apostolici, come fu nel 591 il vescovo Massimiano da S. Gregorio Magno, che poi gli commise (nel novembre 592) di rinviare a Roma gli atti dell'accusa mossa a Gregorio vescovo di Girgenti (Agrigentum) (935).
Le cause dei chierici erano trattate dinanzi ai vescovi; quelle dei vescovi innanzi al difensore costituito dal Papa, il quale aveva anche nel resto amplissimi poteri.
Nelle Gallie alcune metropoli ritennero i loro diritti; ma di frequente i diritti dei metropolitani mutavano con le mutazioni politiche. Solo al costituirsi stabilmente del regno dei Franchi fu reso possibile stabilire una divisione ecclesiastica costante.
Nelle Spagne, durante il secolo quinto e sesto, noi troviamo la metropoli di Tarracona, i cui arcivescovi si tenevano in intima relazione con la Sede romana, poi quelle di Ispali o Siviglia, per la provincia Betica, e di Bracara o Braga per la Galizia. Nel sinodo di Tarracona del 516, insieme con Giovanni arcivescovo di questa città, vi era eziandio il metropolita Ettore di Cartagena (Nova Carthago), che verosimilmente soprastava alla provincia di Cartagena; e distrutta indi a poco questa città, sottentrò nel grado suo Toledo, la quale a breve andare ottenne sommi privilegi e la primazia stessa della Spagna. L'anno 569 Lugo ebbe dal Concilio in essa tenutosi dignità di seconda metropoli della Galizia: e il vescovo di essa, al Sinodo di Braga nel 572, prese luogo a lato di Martino, metropolita della città. Anche Merida, ovvero Emerita, compare quale metropoli e propriamente per la provincia Lusitana. L'autorità particolare del Papa quivi pure fu continuata a riconoscere, e da essa furono costituiti vicari apostolici: così nel 482, da Papa Simplicio, Zenone d'Ispali per le province della Lusitania e della Betica; nel 521 da Papa Ormisda, il successore di quello, Sallustio, sulle stesse province, come dianzi era già stato eletto Giovanni d'Ilice su altre province; salvi nondimeno i diritti dei metropoliti. Cotali vicari dovevano vigilare tanto all'osservanza delle ordinazioni sinodali e papali, come al mantenimento dei diritti metropolitani; di frequente ricevevano anche autorità di convocare vescovi di province straniere a concilio. Il vincolo dell'unità era per tal modo guardato con ogni cura. Il Sinodo di Braga del 563 ordinò che la Messa e il battesimo si celebrassero giusta il formulario spedito già da Roma sotto Papa Vigilio all'arcivescovo Profuturo.
La Chiesa di Spagna nel sesto e settimo secolo fioriva; i sinodi assai frequenti, l'efficacia dei vescovi sulla vita sociale molto potente (936).
Nell'Africa settentrionale si mantenne il governo e la costituzione regolare della Chiesa, anche durante la spaventosa tirannide dei Vandali; e di poi che quelle province ricaddero sotto il governo di Bisanzio, ai tempi di Giustiniano, rifiorì in esse una nuova era di prosperità per la vita cristiana, la quale poi dall'Islamismo fu spenta per sempre. Nel 535, raccoltisi in concilio a Cartagine, duecentodiciassette vescovi africani portarono a Papa Giovanni II la questione concernente i battezzati e gli ordinati dagli Ariani e ricevettero su ciò istruzioni da Papa Agapito. Questo Papa restituì pure a Cartagine i privilegi suoi, aboliti durante la dominazione dei Vandali; come Giustiniano le ridonò le sue possessioni e la volle nominata Iustinianea.
Nel 593, S. Gregorio Magno proibì ai vescovi di Numidia di consacrare per danaro, e di ordinare fanciulli; e dette commissione a Colombo, vescovo di quelle parti, di emendare i decreti anticanonici di un Concilio di Numidia.
In un Sinodo celebrato sotto l'arcivescovo Bonifacio l'anno 525, si pose fine a molte questioni di grado, ai vescovi della Numidia fu attribuito il secondo luogo, e ai vescovi della provincia proconsolare fu assegnato il primo. Quivi pure Bonifacio tenne fermi i diritti della sede di Cartagine contro Liberato, primate della provincia Bizacena (937).

D. Le diocesi.

Con la intera conversione dei popoli dell'impero romano al cristianesimo, si svolse parimente il governo delle particolari diocesi. Le chiese erette nel contado ebbero i loro preti per le necessità religiose del popolo delle campagne. Questi preti in alcune parti venivano convocati dal vescovo ai Sinodi diocesani, nei quali il vescovo consigliavasi col suo clero. Tali Sinodi diocesani doveva ogni vescovo celebrare almeno una volta l'anno, e in essi comporre le differenze dei suoi chierici, riformarne i costumi, promulgare i decreti dei Sinodi provinciali e degli altri (938). Quanto alla condizione giuridica delle parrocchie di campagna, si fecero, da vari Sinodi, particolari disposizioni (939).
I vescovi si erano adoperati a mantenere, anche nei nuovi regni sorti in Occidente, i privilegi che dai tempi di Costantino godeva il clero nell'impero romano. Di grande importanza sociale fu il diritto di patronato onde godevano gli schiavi affrancati per parte della Chiesa (940). I Sinodi prescrivevano che i chierici non si perseguitassero l'un l'altro in giudizio secolare, o almeno non si presentassero a giudice laico, senza licenza del vescovo (941). Il diritto di asilo dei luoghi sacri fu difeso dalla Chiesa particolarmente contro la barbarie dei popoli da lei presi a educare (942).
Quanto ai vescovi stessi, alla loro elezione e all'esercizio del loro ministero, diversi Concilii s'ingegnarono di porre riparo agli abusi che nei nuovi Stati germanici erano sottentrati in gran numero. Così fu disposto che nessun vescovo, sua vita durante, potesse avere successore, salvo regolare deposizione o abdicazione perfetta (943). In caso che un vescovo per infermità o vecchiaia fosse inabile a compiere le funzioni del suo ministero, non si dovrebbero queste esercitare da un prete, ma da un vescovo vicino (944). Nella elezione del vescovo si dovevano salvare i diritti del metropolitano. Quindi Emerio di Saintes consacrato in assenza dell'arcivescovo fu deposto, sebbene poi dal re Cariberto venne di nuovo intruso nella diocesi. Un Sinodo di Tours inculcò poco appresso il decreto, che nella elezione del vescovo era necessario il consenso del metropolitano (945). Ma i re continuavano sempre ad ingerirsi nel governo della Chiesa.
Il diritto sinodale restò in questa età il medesimo che dianzi. Tutta la storia ecclesiastica, dal secolo quinto al settimo, dimostra la grande efficacia che i Sinodi ebbero sopra la vita della Chiesa, così in Oriente, dove si celebrarono i grandi Concilii in occasione delle controversie dogmatiche, come in Italia (i Sinodi romani), nelle Gallie e nelle Spagne. In questi due ultimi paesi convenivano ai Sinodi sopratutto quei vescovi, la cui sede era posta entro i confini di uno dei regni novellamente formatisi.

NOTE

(913) Gelas., Tract. II, c. 10, ed. Thiel, Epist. Rom. Pont. p. 529, 530.

(914) Sui diritti del Papa cf. Gelas., Tract. IV, c.9, p. 565: Quod firmavit in synodo Sedes Apost., hoc robur obtinuit, quod refutavit, habere non potuit firmitatem, et sola rescindit, quod praeter ordinem congregatio synodica putaverat esse usurpandum. Pelag. II, Ep. ad Orient.: Cum Generalium synodorum convocandi auctoritas Apostolicae Sedi B. Petri singulari privilegio sit tradita et nulla umquam syuodus rata legatur, quae Apostolica auctoritate, non fuerit fulta. Cf. Greg. M., Ep. 1. IX, n. 68 ad Euseb. Thessal. (Opp. ed. Maur. II, 984). Bonif. I., Ep. 15 ad Ruf., n. 5 (ed. Thiel p. 1042): Nemo umquam apostolico culmini, de cuius iudicio non licet retractari, manus obvias audenter intulit. Cf. Ep. 13 ad eund., n. 2. Zosim., Ep. 12 ad Aurel., ed. Thiel p. 974 sg. Siric., Ep. I, n. 3 (ibid. p. 627 sg.): Nunc praefatam regulam teneant omnes sacerdotes, qui nolunt ab Apostolicae petrae, super quam Christus universalem construxit Ecclesiam, soliditate divelli. Innoc. 1., Ep. 25 ad Dec., n. 2 (ibid. p. 856): Quis enim nesciat aut non advertat, id quod a principe Apostolo Petro Romanae ecclesiae traditum est ae nunc usque custoditur, ab omnibus debere servari? Bonif. 1., Ep. 14, n. 1 ed. Thiel p. 1037; Ep. 15; n. 4, p. 1041. Cf. Optat. Milev., C. Parmen. Donat. II, 2, 3. L'irrevocabilità e infallibilità delle decisioni di Roma è attestata da Hieron., Ep. 57, 58 ad Damas., ed. Coustant, Epist. Rom. Pont. p. 545 sg. 551. Theod., Ep. 116, p. 1324 sg. August , C. duas epist. Pelag. ad Bonif. II, 3, serm. 131 (Opp. V, 645). Petr. Chrysol., Ep. ad Eut. S. Leon. ep. 25. Form. Hormisd. ap. Mansi, Conc. Coll. VIII, 407 sg. Ferrand. Diac., Ad Sever. n. 1: Interroga, si quid veritatis cupis audire principaliter Apost. Sedis antistitem, cuius sana doctrina constat iudicio veritatis et fulcitur munimine auctoritatis.

(915) Conc. Aquileian. 381 ad Imp., ed. Coustant p. 554. Siric., Ep. 5, n. 1, p. 651. Innoc. I., Ep. 29, 2, ap. Coustant p. 747, 888, 896. Bonif. 1., Ep. 4, 14, p. 1019, 1037. Leo M., Ep. 10, c. 1; Serm. 4, de nat. c. 2, 4. Felix III (490), Ep. 14, ed. Thiel p. 267: per quam (Sedem Apost.) largiente Christo omnium solidatur dignitas sacerdotum.

(916) Innoc. 1., Ep. 2, n. 6.

(917) Basil., Ep. 66, 69, 70, 90-92 (Migne, Patr. gr. XXXII, 424 sg. 432, 472 sg.).

(918) Bonif. I., ad episc. Maced.: Theodosius Nectarii ordinationem, propterea quod in nostra notione non esset, habere non existimans firmitatem, missis a latere suo aulicis, formatam huic a Sede Rom. dirigi regulariter depoposcit, quae eius sacerdotium roboraret.

(919) Intorno all'uso vigente sotto Ormisda cf. Mansi l. c. VIII, 500.

(920) Intorno alla giurisdizione romana nella causa del Patriarca cf. Gelas. I (495), Ep. 27. ed. Thiel, p. 426 sg.

(921) La proposizione: «Prima Sedes a nemine iudicatur» fu pronunziata dal Conc. Rom. sotto Papa Simmaco, da Ennodio di Pavia e Avito di Vienne (Ep. ad Senato urbis), ap. Mansi l. c. VIII, 247, 271, 294. Cf. Hefele, Conciliengesch. II (2a ed.), 641 sgg.

(922) Cassiod., Var. XI, 2 (Migne, Patr. lat. LXIX, 828).

(923) Leo. M., Ep, 119, C. 4. Cyrill., Ep. 48 ap. Mansi l. c. VII, 179 sg. Conc. Chalced. can. 9, 17, 23.

(924) Gelas., Ep, 10, 26, ed. Thiel p. 214, 407.

(925) Intorno all'editto di Basilisco del 477 cf. Evagr. Schol., Hist. eccl. III, 7; sopra l'editto di Zenone L. 16, Cod. Iust. de SS. eccl. I, 2. Evagr. l. c. III, 8.

(926) Gelas., Episc. 26 ad Ep. Dard. 495, c. 10, p. 405, 406; Commonit. ad Faust. Ep. 10, c. 5. p. 343 sg.; Thomus de anathematis vinculo c. 1, p. 558 sg.

(927) Gelzer, der Streit uber den Titel des okumenischen Patriarcheri (Zeitschr. fur protest. Theol. 1887, p. 549 sgg.).

(928) Sopra il titolo, servus servorum Dei, cf. Ioann. Diac., Vita Greg. M., II, 1. Lau, Gregor d. Gr. p. 150.

(929) Paul. Diac., Hist. Langob. IV, 37. Vita Bonif. III, ap. Mansi l. c. X, 501.

(930) Leo M., Ep. 104, è. 3; Ep. 106, c. 5. Gelas., Ep. ad Episc. Dard. 26, c. 10, ed.Thiel p. 406.

(931) Controversia fra Tiro e Berito cf. Hefele l. c. II, 462 sg. A Calcedonia, il 25 ottobre 451, questa città ebbe eziandio il grado di metropoli, salvi i diritti di Nicomedia: quest'ultima rimase metropoli ecclesiastica della Bitinia. Nicea, in qualità di metropoli civile, aveva solo una preminenza tra gli altri suffraganati. (Cf. Hefele l. c. II, 497 sgg. Sul canone 12 di Calcedonia cf. ibid. p. 516. sg.). Vedi anche Mast, Dogmatisch-historische Abhandlung uber die rechtliche Stellung der Erzbischofe in der kathol. Kirche. Freiburg i. Br. 1847.

(932) Pelag. I ad Ioann. Patric. (Holsten., Coll. Rom. bipart. p. 261): Mos antiquis fuit, ut quia pro longinquitate itineris ab Apost. Sede hoc onerosum illos fuerat ordinari, ipsi se invicem Mediolanensis et Aquileiensis episcupi ordinare debuissent.

(933) Amades., Chronotax. antistit. Ravenn. vol. 1. Prolog. Agnell. ap. Muratori, Rer. ital. Script. II, 8 sg. Ioann. Ravenn., Ep. ad Greg. M. (593). Greg. M, Ep.1. III, n. 57. Vita Leon. II, in «Liber pontificalis».

(934) Esempi dei visitatori pontifici, in Gelas., Ep. 5, ed. Thiel p. 485; Ep. 6, p. 488. Pelag. I ap. Mansi l. c. IX, 733. Greg, M. Ep. l. II, n. 25, 39, 43; l. IV, n. 13 (V, 13); l. V, n. 25 (IV, 20 per Ravenna); l. VI, n. 21; l. IX, n. 89. Giovanni II l'anno 534 ne stabilì uno nelle Gallie per la chiesa di Riez vacante a causa della deposizione del vescovo Mansi l. c. VIII; 807).

(935) Greg. M. (591, novembre 592 e 601); Ep. l. II, n, 7; l. III, n. 12; l. XI, n. 37. Pirrhi Sicilia sacra, ed. Mongitore, 2 voll. Panormi 1733.

(936) Siric., Ep. 1 ad Himer. Tarrac., ed. Coustant. p. 623 sqq. Ep. episcopor. prov. Tarrac. ad Hilar. 463, ed.Thiel p. 155-158. Simplic., Ep. 21, p. 213 sq. Hormisd., Ep. 24, p. 788; Ep.142-143, p. 979 sq. Numerosi Sinodi, presso l'Hefele, Conciliengesch. Vol. II e III (Vedi sopra, p. 416 sgg.)

(937) Agapet., presso il Mansi l. c. VIII, 843. Iustin., Nov. 36, 37. Greg. M., Ep. l. III, n. 48; 1. IV, 7. Sopra i Sinodi cf. Hefele l. c. II, 697 sgg. 758 sgg.

(938) Quanto ai Sinodi diocesani, V. Conc. Aurel. I (511) can. 19; Huesc. 598 can. 1; Tolet. XVI, (600) can. 7. - Il Concilio di Auxerre, del 578, prescrisse (can. 7) un Sinodo per i preti nel maggio, e uno per gli abati nell'ottobre. Secondo il III Concilio di Toledo del 589 can. 4, il vescovo poteva, di consenso del Sinodo diocesano, convertire le chiese parrocchiali in chiese conventuali. Cf. Phillips., Die Diozesansynode, Freib. i. Br. 1849; Schmid, Die Bistumssynode. Regensburg. 2 voll. 1850 sg.

(939) Conc. Agath. 506 can. 53,54; Tarrac. 516 can. 7; Epaon. 517, can. 7,8; Claromont. 535 can. 14; Tolet. IV (633) can. 26, 27. Cf. Hefele, Conciliengesch. vol. II e III.

(940) Conc. Arausic. 441 can. 7; Nemaus. 394 can. 7; Agath. 506 can. 29; Aurel. V (549) Can. 7; Tolet. III (589) can. 6; Matiscon. 585 can. 7, cf. Hefele l. c.

(941) Conc. Andegav. (Anger.) 453 can, 1; Matiscon. 581 can. 8; Antissiod. (Auxerre) 578; can. 35; Epaon. 517 can. 11; Tolet. III (589) can. 13.

(942) Numerosi decreti di Sinodi si riferiscono a questo punto, come Conc. Araus. I (441) can. 5; Aurel. I (511) can. 1; Epaon. 517 can. 39; Ilerd. (Lerida) 524 can. 8; Aurel. IV (541) can. 21; Aurel. V can. 22; Claromont. 549 can. 22; Matiscon. 585 can. 8; Remen. 624 can. 7; Tolet. 681 can. 10; Tolet. 693 can. 5.

(943) Conc. Anrel. V (549) can. 22; Paris. 615 can. 2.

(944) Conc. Araus. 441 can. 30.

(945) Conc. Turon. 567 can. 9.

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